Il Pesa-Nervi

«Lei parla a vanvera, giovanotto!
No, penso a dei critici con la barba».

Per il bene dell'Italia. Un Paese protagonista del futuro europeo

Il 5° capitolo del programma di governo 2006-2011 dell'Unione.

Il quinto capitolo del programma di governo dell'Unione occupa le pagine 83-93 del documento in PDF, disponibile sul sito web dell'Unione.

In questo capitolo

Puntare all'integrazione Europea

Il principio ispiratore del nostro Programma è un progetto europeo al servizio del Paese e l'obiettivo di un'Europa più integrata e in grado di svolgere un ruolo coerente e incisivo sulla scena internazionale.

La prospettiva europea che perseguiamo non prescinde certo dalle difficoltà e dalle debolezze attuali del processo di integrazione, ma non ignora neppure i punti di forza della UE, potenza economica, seconda moneta di riserva, magnete stabilizzante e democratizzante.

Prima priorità di questo programma è quella di restituire al Paese e alle sue rappresentanze la centralità che aveva in Europa.

La seconda priorità è quella di riportare la nostra politica europea sulla linea del rafforzamento dell'integrazione e del governo politico dell'Europa, quali che siano le difficoltà contingenti.

In terzo luogo vogliamo assicurare il contributo dell'Italia al successo dell'UE nel superare le sfide principali che essa dovrà affrontare:

  • la ripresa del processo di riforma istituzionale, allo scopo di far avanzare il Progetto Europeo;
  • un perseguimento della politica per l'allargamento, che si accompagni ad azioni per garantire adeguata funzionalità alle politiche e alle istituzioni della UE e allo sviluppo di un'efficace Politica europea di vicinato (PEV);
  • la creazione di nuovi strumenti politici e istituzionali, per fare della UE un effettivo centro propulsore dell'innovazione, della crescita economica e della coesione economica e sociale;
  • la maggiore integrazione, coerenza e incisività nell'azione di politica estera e più efficaci mezzi di intervento nella sicurezza internazionale, mediante lo sviluppo della Politica Estera e di Sicurezza Comune e della Politica Comune di Difesa;
  • una sostanziale revisione della struttura del bilancio, che preveda risorse adeguate e che sposti risorse verso i programmi di ricerca, sviluppo e proiezione internazionale, anche attraverso l'individuazione di nuovi strumenti finanziari quali, ad esempio, l'emissione di eurobond finalizzati agli investimenti necessari per nuove politiche di innovazione.

Dobbiamo riaffermare con forza la tradizione europeista dell'Italia, che è stata invece disattesa dal governo di centro-destra. La politica dell'Italia nei confronti dell'Europa deve dunque recuperare ed ispirarsi ai valori che sono stati alla base del disegno per un'Europa federale, forte ed unita.

Dobbiamo marcare l'alternatività di questa posizione rispetto alla politica del governo di centro-destra ed abbandonare la visione ristretta che ha visto l'interesse dell'Italia interpretato in contrapposizione agli interessi dell'Europa.

Una delle responsabilità del centro-destra italiano è non aver creduto nell'integrazione europea, averla considerata con ostilità e pregiudizio, con il risultato di ridurre il peso, il ruolo e l'autorità dell'Italia in Europa.

L'Europa è il luogo, lo spazio, la dimensione della nostra vita. E' la condizione per la rappresentanza democratica dei cittadini europei a livello globale e per una politica più attenta ai diritti di tutta l'umanità.

Nessuna nazione, nessun popolo europeo può affidare il proprio futuro a sole politiche nazionali, che per essere efficaci hanno bisogno di sempre più ampia integrazione.

Ma l'Europa non è solo il nostro modo di guardare al mondo: è anche il contesto imprescindibile e il fattore di espansione di ogni indirizzo delle nostre politiche nazionali.

Il modello di sviluppo, la sostenibilità, la qualità della vita, la diffusione delle conoscenze, dei saperi, delle tecnologie, le mobilità e le politiche del lavoro hanno ormai una dimensione sempre più integrata: sono scelte da compiere sempre più in ambito europeo.

Per tutto questo ci vuole più Europa. Dalla crisi si esce con più Europa, più democrazia e partecipazione, più efficacia nelle politiche, più diritti sociali e di cittadinanza.

Dobbiamo al più presto rilanciare il processo costituzionale europeo. E' necessario inoltre accrescere il coordinamento e l'integrazione delle politiche economiche e fiscali, la lotta ai paradisi fiscali, anche attraverso accordi particolari tra i Paesi dell'area Euro, che hanno la responsabilità collettiva di sostenere e favorire in modo particolare il processo dell'integrazione, facendo da traino nei confronti degli altri Paesi della UE.

In questo quadro, crediamo in una politica che favorisca gli investimenti sulla ricerca, sulla conoscenza, sull'innovazione e sulle reti. Politiche, queste, indispensabili per quel modello sociale europeo che vogliamo difendere e rilanciare.

Dobbiamo inoltre proseguire ed espandere la cooperazione realizzando nuove e più integrate politiche in materia di sicurezza e giustizia.

L'Europa deve saper garantire al suo interno standard sociali omogenei, promuovere l'insieme dei diritti sociali e la lotta all'esclusione, anche per evitare che, specie con l'allargamento, si possa effettuare una sorta di concorrenza al ribasso, che deprimerebbe il livello dei diritti e delle tutele raggiunti a prezzo di lunghe e faticose conquiste.

La crisi europea è molto seria. Nonostante l'invito del Consiglio Europeo di giugno 2005 ad avviare un ampio dibattito ed una profonda riflessione, c'è il rischio concreto di rimanere prigionieri dell'immobilismo.

Occorre invece utilizzare questo periodo per promuovere una nuova consapevolezza dell'assoluta necessità di più Europa per rispondere a tutte quelle domande e quelle paure che sono diffuse e che sono all'origine della crisi attuale, e su questa base rilanciare il processo europeo.

Bisogna procedere su una doppia via: rilanciare l'Europa attraverso concrete iniziative politiche e al contempo riprendere lo slancio costituzionale. Occorre partire dai successi dell'Europa: mercato unico, euro e allargamento, e fissare nuovi obiettivi per l'Europa sociale, per creare un nuovo clima di fiducia, abbandonando il meccanismo che fa dell'Europa un capro espiatorio per i fallimenti di politiche nazionali.

L'Europa non è parte del problema: è la sua principale soluzione.

Proponiamo innanzitutto il rilancio di un processo costituente europeo a base democratica, da articolare in quattro fasi:

  • 2006-2007: "No allo Status Quo - No a Nizza": dimostrare la necessità di una profonda riforma istituzionale durante il periodo di riflessione e presentare proposte al Consiglio europeo di giugno 2006;
  • 2007-2009: rilanciare il processo costituzionale lavorando affinché l'Europa si doti di una Costituzione;
  • La Costituzione dovrebbe essere sottoposta al voto popolare mediante un referendum su scala europea da svolgersi in occasione delle elezioni europee del 2009;
  • svolgere - come Italia - una funzione di aggregazione, superando la politica degli accordi ristretti a pochi Paesi ed operando per il riavvicinamento e la mediazione tra i grandi e i piccoli Paesi.

Nell'attuale situazione dovremo comunque impegnarci affinché comincino ad essere introdotte alcune misure di riforma, sia di carattere istituzionale e procedurale - come quelle relative alla semplificazione, al ruolo dei parlamenti nazionali, al sistema della Presidenza del Consiglio - sia relative alle singole politiche, in particolare alla politica estera e allo spazio di libertà, giustizia e sicurezza.

In secondo luogo proponiamo una nuova "politica di risoluzione dei problemi" in campo democratico, economico e sociale, non alternativa ma complementare e parallela al rilancio del processo costituente.

In particolare immaginiamo due principali linee d'azione.

Come primo piano d'azione, per l'attuazione concreta della democrazia partecipativa e della cittadinanza europea, proponiamo:

  • un accordo politico-interistituzionale per applicare il contenuto del titolo "Vita democratica" della Costituzione e le disposizioni concernenti i parlamenti nazionali;
  • il lancio di nuove iniziative nei settori dell'immigrazione / integrazione / cittadinanza e dell'immigrazione / sicurezza (da parte di tutti i 25 o da parte di un gruppo di Paesi, ma in modo aperto) sulla base dei valori espressi dalla Carta dei diritti fondamentali.

Come secondo piano d'azione, per il rilancio della politica economica e sociale proponiamo:

  • il lancio di cooperazioni rafforzate "aperte" attorno alla zona euro nel settore economico, sociale e fiscale, per dare una più forte dimensione politica all'Europa dell'euro;
  • il lancio di nuove azioni economiche e sociali e la lotta contro la povertà (da parte dei 25 o di un gruppo di Paesi, ma in modo aperto);
  • l'ulteriore rafforzamento della dimensione "ricerca / università / conoscenza" della strategia di Lisbona;
  • l'avvio di azioni concrete (cooperazioni rafforzate "aperte") nei settori della ricerca, delle infrastrutture transfrontaliere, della formazione; risorse importanti dovrebbero essere destinate all'attività di innovazione, ricerca e sviluppo, anche attraverso l'istituzione del Consiglio Europeo della Ricerca, che è strumento indispensabile per il sostegno della ricerca fondamentale sulla base dell'eccellenza scientifica;
  • lo sviluppo di una nuova politica dell'energia comune, solidale e strategica, che tuteli gli interessi comuni dell'Europa e l'ambiente;
  • l'elaborazione di un piano di investimenti pubblici e privati dell'Unione (riprendendo anche alcune proposte dell'Iniziativa per la Crescita di Prodi e del Piano Delors - ad es. facendo ricorso a possibili emissioni di euro-obbligazioni)
  • la revisione in termini sia quantitativi sia qualitativi del bilancio dell'Unione, che deve corrispondere alle nuove responsabilità e necessità politiche; per questo proponiamo di incrementare i trasferimenti nazionali al bilancio europeo (1,24% del PIL), accompagnandolo con una ristrutturazione in termini qualitativi dell'impianto del bilancio che consenta una maggiore qualità degli interventi, la coerenza con le linee strategiche fissate a Lisbona e il perseguimento della coesione sociale;
  • la garanzia - fondamentale - di risorse adeguate ai fondi strutturali e alle iniziative per la coesione sociale;
  • proponiamo di convocare una conferenza "economica e sociale" europea da organizzare per il 2007 per dare all'Europa monetaria una dimensione anche sociale.

La nostra terza proposta riguarda l'allargamento dell'Europa.

Vogliamo porre la questione della tempistica del processo di allargamento, da continuare solo se concepito come espansione del progetto politico della UE (e non solo come una ricompensa automatica per le strategie di ammodernamento e democratizzazione di un Paese) e se si prende pienamente in considerazione il criterio della capacità di ciascun Paese di recepire e mettere in funzione le regole ed i valori dell'Europa.

In questo quadro, crediamo che il proseguimento del processo di allargamento non possa che avvenire nel rispetto delle condizioni espresse con severità relativamente a Copenaghen, soprattutto in relazione alla soluzione dei conflitti latenti, il rispetto delle minoranze e dei diritti umani.

Sosteniamo l'ingresso nell'UE di Romania e Bulgaria, salutiamo con favore l'avvio dei negoziati per l'adesione della Turchia e sottolineiamo come questo processo dovrà portare alla soluzione di tutti i problemi aperti e al perseguimento delle necessarie riforme, in particolare in campo politico, istituzionale e dei diritti umani e delle minoranze, che mettano pienamente in grado la Turchia di corrispondere ai criteri di Copenaghen, indispensabili per l'adesione all'UE.

Sosteniamo la necessità di accelerare il processo di integrazione nell'UE dei Paesi dei Balcani occidentali (valutando positivamente la decisione di avviare il negoziato con la Croazia), sostenendone le riforme politiche, sociali ed economiche e fornendo una chiara prospettiva di accesso alla UE per questi Paesi, condizione indispensabile anche per favorire i processi di pacificazione e di prevenzione del risorgere di conflitti.

Per una politica estera europea

Nessun Paese europeo è in grado di esercitare singolarmente una vera influenza nel mondo; allo stesso modo un'Europa chiusa al mondo, un'Europa fortezza, non può esercitare il ruolo di attore globale, che promuove i valori della pace, dei diritti umani, di un'economia socialmente e ecologicamente equa, né tanto meno è in grado di garantire sicurezza ai Paesi membri ed ai suoi 450 milioni di cittadini.

La politica estera e di sicurezza comune e la politica di vicinato, che l'"Unione" sostiene con convinzione, sono strumenti indispensabili perché da area regionale l'Europa diventi attore che svolge un ruolo globale. In particolare, la politica di vicinato deve diventare uno degli assi strategici dell'azione esterna dell'Europa.

Valorizzare la politica di vicinato costituisce anche una prima opportunità di risposta alla questione delle frontiere e dell'identità europea e un importante strumento di democratizzazione e modernizzazione. Una efficace politica estera e di sicurezza comune costituisce l'obiettivo immediato e prioritario della "Unione". In questo campo negli ultimi anni si sono registrati progressi ma anche difficoltà nelle iniziative comuni (vedi crisi Iraq) e quindi l'Italia deve riprendere un ruolo di protagonista e operare per una Europa più forte e più coesa. È fondamentale fare dell'UE un attore internazionale più coerente, sfruttando pienamente l'enorme potenziale di cui l'Europa dispone e superando gli attuali problemi di dualità e frammentazione.

In sintonia e in parallelo con il rilancio del processo costituzionale europeo, sosteniamo con forza l'immediata istituzione della figura del Ministro degli Esteri europeo e l'abolizione del diritto di veto nazionale nelle procedure decisionali di politica estera in seno al Consiglio europeo e, ove ciò non fosse, nell'ambito di una cooperazione rafforzata.

Anche nelle istituzioni internazionali l'Europa dovrebbe parlare con una voce sola. Già lo fa nel WTO. In questa ottica si persegue l'obiettivo, pur sottolineando la necessità di riformare e democratizzare queste istituzioni, di unificare le quote dei Paesi membri nel Fondo Monetario Internazionale (FMI) e nella Banca Mondiale, almeno per quel che riguarda i Paesi dell'euro. Se ciò accadesse l'Europa diventerebbe, con gli USA, il principale stakeholder di queste Istituzioni e potrebbe condizionarne positivamente le scelte nella direzione della promozione di politiche economiche e commerciali socialmente ed ecologicamente eque.

Nella stessa direzione va la proposta di un seggio comune europeo nel Consiglio di Sicurezza, anche al fine di incentivare una riforma democratica complessiva dell'ONU verso un sistema globale basato sulle rappresentanze regionali, anticipandolo nell'immediato con un coordinamento stringente dell'azione dei Paesi UE nel Consiglio di Sicurezza quando l'Italia, nel 2007, ne sarà membro a rotazione.

Reputiamo la strategia europea in materia di sicurezza contenuta nel documento Solana presentato nel 2003 al Consiglio europeo (Un'Europa sicura in un mondo migliore) una base importante da cui partire. Un'azione concertata nella lotta al terrorismo come minaccia globale e per il rafforzamento dell'Agenzia internazionale dell'energia atomica deve essere affiancata da un rinnovato impegno per la lotta alla povertà, per il disarmo e contro la proliferazione delle armi di distruzione di massa.

Una convinta politica di sicurezza deve dispiegarsi rafforzando l'iniziativa della UE, nel Mediterraneo e nel Medio Oriente, per sviluppare cooperazione politica, economica, sociale e culturale, per la promozione della democrazia e dei diritti umani, per la soluzione di tutti i conflitti aperti, nel pieno rispetto delle risoluzioni delle Nazioni Unite, offrendo maggiori opportunità di cooperazione e di integrazione regionale. In particolare, l'Europa deve assumere con rinnovato vigore l'iniziativa per la soluzione del conflitto israelo-palestinese sulla base del principio "due popoli, due Stati".

Sosteniamo con forza il coinvolgimento dell'Europa nella prevenzione e nella gestione delle crisi, anche attraverso forme di cooperazione rafforzata che possono servire da modello per eventuali Stati europei che inizialmente non volessero, o potessero, accedere.

In questa ottica, ci battiamo per la costituzione a livello europeo di un corpo civile di pace, i cosiddetti caschi bianchi, in grado di intervenire nelle aree di sofferenza e conflitto con gli strumenti del dialogo, dell'interposizione non violenta, della diplomazia e della mediazione. Allo stesso tempo, riteniamo necessarie azioni positive di cooperazione internazionale e di dialogo interculturale per favorire l'integrazione e tagliare alla radice i semi dell'odio, del fondamentalismo e del terrorismo.

Proponiamo pertanto di:

  • estendere la cooperazione euromediterranea anche ai Paesi del Golfo (almeno per alcuni aspetti);
  • rafforzare i legami tra Europa ed Unione Africana;
  • promuovere e sostenere altre forme/iniziative di integrazione regionale nel Mondo (Mercosur, Asia, ecc);
  • rafforzare la dimensione esterna delle varie politiche comuni (ambiente, trasporti, istruzione, cultura, ecc.) in un ampio contesto strategico.

Sulla base dello spirito originario della legge 185/90 (commercio delle armi), l'Unione si impegna a che vi siano trasparenza e un più cogente rispetto delle disposizioni che impediscono il commercio delle armi in Paesi che violano i diritti umani o che siano collocati in aree di conflitto, nonché a sostenere l'adozione in ambito ONU di un trattato internazionale sul commercio delle armi.

La strategia per lo sviluppo dell'Europa

L'Europa, che ha visto diminuire in modo continuo il suo tasso di crescita negli ultimi due decenni, deve invertire sensibilmente questo processo per migliorare le condizioni di vita dei cittadini europei e per portare un contributo alla stabilità dell'economia internazionale. Occorre quindi:

1) Allentare i vincoli alla crescita.

La strategia di Lisbona, nella sua versione rinnovata, rimane la strategia di crescita principale dell'Europa, essendo basata sullo sfruttamento della combinazione dei vantaggi di una più stretta cooperazione con quelli dell'accumulazione e diffusione della conoscenza.

Vanno però adeguati gli strumenti tradizionali a disposizione dell'Europa, quali il bilancio europeo e le politiche regionali.

Il rilancio della crescita dell'Europa, al di là dei miglioramenti ciclici, richiede misure di carattere strutturale.

Accelerare la crescita e favorire l'integrazione dei mercati finanziari renderebbe più efficace l'azione della politica monetaria comune.

2) Un migliore allineamento tra politiche di bilancio e politiche strutturali

Come previsto dalla revisione della strategia di Lisbona, bisogna allineare le politiche di bilancio con le misure di carattere strutturale, ma gli obiettivi di Lisbona non verranno raggiunti se all'Europa non verranno dati strumenti forti d'influenza sulle politiche nazionali.

Proponiamo quindi una "evoluzione" degli indirizzi di massima per le politiche economiche comunitarie perché diventino un vero e proprio documento di programmazione economico-finanziaria (DPEF) europeo.

Con l'obiettivo di un pieno coordinamento delle politiche fiscali, si possono introdurre elementi di armonizzazione, quale l'allineamento temporale dei processi di bilancio nazionali.

3) Sostenere lo sviluppo delle reti europee

Sviluppare le reti infrastrutturali in Europa è una componente essenziale di una strategia di crescita basata sulla conoscenza.

Un piano di investimenti infrastrutturali dovrebbe essere delineato tenendo conto delle due proiezioni geografiche dell'Unione, quella verso Est e quella verso il Mediterraneo, ambedue essenziali.

4) Riconoscere la dimensione regionale del ritardo nello sviluppo

Le differenze di reddito e di sviluppo nella UE allargata hanno una dimensione regionale oltre che nazionale.

Questo fatto, del tutto evidente per casi come l'Italia e la Germania e riconosciuto nei criteri di allocazione dei fondi strutturali, deve essere riconosciuto anche in materia di tassazione.

Bisogna porre con la Commissione la questione della possibilità di ottenere una fiscalità di vantaggio per le regioni in ritardo. L'armonizzazione fiscale dovrebbe prevedere l'adozione di una base imponibile unificata piuttosto che di aliquote uniche.

5) Una nuova politica per "la società della conoscenza"

Attuare Lisbona significa anche dotare l'Europa degli strumenti di conoscenza adeguati per affrontare con successo e non subire la globalizzazione. Ciò passa attraverso il rafforzamento della competitività e della capacità di attrazione del nostro sistema universitario e attraverso una politica di incentivi volta a far ritornare e ad attrarre "cervelli" in Europa.

Inoltre, occorre elaborare una nuova politica della ricerca europea, che non sia basata semplicemente sul valore aggiunto in termini di "messa in rete" di istituti nazionali, ma che miri a valorizzare, rafforzare e specializzare i centri di eccellenza esistenti - o da creare - in Europa.

Articolo di Giambattista Mameli pubblicato il  14/2/2006 alle ore 14,52.

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