Il Pesa-Nervi

«Lei parla a vanvera, giovanotto!
No, penso a dei critici con la barba».

Per il bene dell'Italia. Noi e gli altri

Il 6° capitolo del programma di governo 2006-2011 dell'Unione.

Il sesto capitolo del programma di governo dell'Unione occupa le pagine 95-110 del documento in PDF, disponibile sul sito web dell'Unione.

In questo capitolo

I valori, le scelte, la legittimità internazionale

Scegliamo l'Europa e il processo di integrazione europea, come ambito essenziale della politica dell'Italia.

Scegliamo di mettere la vocazione di pace del popolo italiano e l'articolo 11 della Costituzione italiana al centro delle scelte che il nostro Paese compie in materia di sicurezza.

Scegliamo il multilateralismo, inteso come condivisione delle decisioni e costruzione di regole comuni (la costruzione, il rafforzamento e la democratizzazione delle istituzioni e organizzazioni regionali ed internazionali, di cui l'Italia fa parte o con cui coopera, chiamate a garantire governance globale e sicurezza collettiva).

Scegliamo il multipolarismo (la costruzione, soprattutto attraverso le aggregazioni regionali, tra cui l'Europa, di soggetti capaci di influire sullo scenario internazionale attraverso la costruzione di elementi di sovranità sopranazionale condivisa e non competitiva).

Scegliamo una politica preventiva di pace che persegua attivamente l'obiettivo di equità e giustizia sul piano internazionale, favorendo la prevenzione dei conflitti e il prosciugamento dei "bacini dell'odio".

Scegliamo la legalità internazionale, come chiave per affrontare i conflitti e per la costruzione di un ordine internazionale fondato sul diritto e sui diritti.

Scegliamo di rilanciare sulla scena europea ed internazionale il ruolo dell'Italia, come attore attivo e consapevole, per favorire la pace, la stabilità, la giustizia, la democrazia, i diritti umani, il commercio equo, la cooperazione, l'economia ambientale sostenibile, la tutela delle risorse storiche, culturali, ambientali.

Scegliamo di porre su nuove basi un impegno dell'Italia per la cooperazione allo sviluppo, sia per perseguire gli "obiettivi del millennio", sia per dare un ruolo agli attori (organismi non governativi, associazioni, regioni, enti locali, università, istituzioni, ecc.) che devono giocare un ruolo crescente nello sviluppo del partenariato internazionale.

Scegliamo di mettere al centro dell'azione dell'Italia la promozione della democrazia, dei diritti umani, politici, sociali ed economici, a cominciare dai diritti delle donne.

L'Italia nel sistema delle Nazioni Unite

Sono trascorsi sessanta anni da quando lo Statuto delle Nazioni Unite è stato adottato, il 26 giugno 1945, alla Conferenza di San Francisco, convocata per dar vita ad un'organizzazione in grado di garantire la pace nel dopoguerra, salvare le future generazioni dal flagello della guerra, promuovere l'eguaglianza tra gli Stati, la giustizia ed il rispetto del diritto internazionale, il mantenimento della pace e della sicurezza mondiali, l'autodeterminazione dei popoli, la cooperazione economico-sociale e la protezione dei diritti fondamentali.

Il rafforzamento dell'ONU come contributo ad un mondo multipolare, e più in generale il rafforzamento delle organizzazioni internazionali cui l'Italia appartiene, insieme ad un progetto di unità europea, è il primo interesse nazionale: è una convinzione che segnato la politica estera repubblicana. Tale convinzione è sancita da un preciso dettato costituzionale che prevede sacrifici di sovranità nazionale, purché su base di reciprocità, ad organismi democraticamente rappresentativi.

Per la maggioranza del popolo italiano tale orientamento non è indebolito da atteggiamenti nostalgici o da anacronismi nazionalisti o neocoloniali, proprio perché parte integrante della nostra identità nazionale, del tutto rispondente alle sfide globali del mondo di oggi, che richiede un alto livello di cooperazione intergovernativa, talora sacrifici di sovranità a salvaguardia di valori condivisi e un continuo impegno per lo sviluppo di regole e di strumenti di giustizia internazionale.

L'Italia repubblicana ha una forte vocazione di pace, una risorsa che offriremo ad amici e alleati, soprattutto alle organizzazioni internazionali e alle alleanze di cui è partecipe. Essa si fonda sulla sua storia e anche, in misura significativa, su alcuni limiti e alcune pagine anche umilianti che essa contiene.

L'articolo 11 della Costituzione non nasce quindi dal nulla e nemmeno può essere esclusivamente attribuito ai fondatori e agli orientamenti delle forze politiche che essi rappresentavano. Il ripudio della guerra come strumento di risoluzione delle controversie internazionali e le scelte alternative della sicurezza collettiva sono frutto di una storia. Di quella storia.

Queste considerazioni ci dovranno indurre a un'applicazione rigorosa dell'articolo 11 della Costituzione che, oltre all'ovvio principio di autodifesa, prevede e consente l'uso della forza soltanto in quanto misura di sicurezza collettiva, come previsto dal capitolo VII della Carta della Nazioni Unite, secondo criteri che distinguono la funzione di polizia internazionale dalla guerra: il mandato dell'Onu, una forza delle Nazioni Unite, di natura tale da garantire la terzietà rispetto al Paese e agli interessi in campo; la congruità dei mezzi rispetto ai fini perseguiti.

Crediamo che il Parlamento debba autorizzare le spese relative ad un'eventuale partecipazione dell'Italia con votazione separata per ogni singola missione . In questo quadro, proponiamo la piena attuazione dell'art. 30 della Carta delle Nazioni Unite che prevede l'istituzione di un Comitato degli Stati Maggiori militari e la predisposizione di un contingente militare, adeguatamente formato, di pronto intervento (ready alert).

La convenzione del 1948 pone il genocidio alla stregua di un attacco a un altro Paese, tale, cioè, da imporre il dovere dell'autodifesa, essendo l'umanità comune a tutti. A questo e ad altri fini siamo favorevoli ad un sviluppo dei poteri dell'Assemblea Generale, secondo le condizioni previste dalla risoluzione ONU Uniting for peace del 1950 e rafforzando il ruolo del Tribunale Penale Internazionale.

Dovremo richiedere la ripresa di atti concreti di disarmo da parte delle potenze nucleari così da esercitare una più efficace pressione su quegli Stati che hanno appena realizzato o aspirano a realizzare le loro ambizioni nucleari. Ci proponiamo inoltre di ridefinire ed allargare le competenze dell' Agenzia atomica internazionale (AIEA) allo scopo di garantire pienamente il rispetto del Trattato di non proliferazione.

Crediamo che sia interesse nazionale dell'Italia lavorare per rafforzare il sistema delle Nazioni Unite.

In questo quadro lavoreremo per ricollocare l'Italia tra i paesi guida dell'Europa, riaffermare e riequilibrare i rapporti transatlantici per contribuire alla sicurezza internazionale e ad assicurare la pace e la giustizia tra le Nazioni.

L'Italia appartiene storicamente a un ristretto numero di Paesi che ritiene proprio interesse permanente il rafforzamento dell'autonomia delle Nazioni Unite. Poiché l'Onu non può che essere ed esprimere la volontà degli Stati nell'ambito di strutture e procedure che essi costruiscono e interpretano, alle sue inadeguatezze si può porre rimedio con una riforma dell'organizzazione.

L'Italia, per la sua storia, per i valori di cui è portatrice e perché ciò corrisponde ai suoi interessi, deve naturalmente aspirare a un ruolo attivo nel rafforzamento dell'Onu, in un momento particolarmente delicato in cui è sottoposta a un'iniziativa di riforma non sempre coincidente con l'obiettivo del suo rafforzamento. I governi di diverso orientamento, a partire dal primo governo Amato, hanno trovato un appoggio pressoché unanime in Parlamento nel contrastare una riforma del Consiglio di Sicurezza che ne rafforzasse la natura oligarchica, aggiungendo altri membri permanenti, sia pure sprovvisti di potere di veto, a quelli attualmente previsti da una Carta segnata dall'esito ormai lontano della seconda guerra mondiale.

Crediamo che si debbano rafforzare le aggregazioni regionali in una logica multipolare e, di conseguenza, la loro rappresentatività nel Consiglio di Sicurezza. In primo luogo ciò deve valere per l'Europa, i cui membri, negli ultimi anni, con l'eccezione della guerra irachena, hanno mostrato una crescente tendenza a convergere nei diversi organismi dell'Onu; questa tendenza sarà sempre più forte nel momento in cui si affermerà una politica estera e di sicurezza comune. Pertanto l'Italia dovrà porre questa prospettiva al Consiglio Europeo.

Proponiamo quindi l'istituzione di un seggio comune europeo nel Consiglio di Sicurezza, anticipandolo nell'immediato con un coordinamento stringente dell'azione dei Paesi UE nel Consiglio di Sicurezza. Non appena l'Italia, nel 2007, tornerà a sedere come membro a rotazione nel Consiglio di sicurezza dell'ONU, saremo impegnati a integrare la delegazione italiana con il rappresentante del Consiglio europeo e con il rappresentante della Politica estera e di sicurezza comune, in tal modo anticipando e prefigurando l'istituzione di un seggio comune europeo che sarà tecnicamente possibile dopo la riforma del Consiglio di sicurezza.

In questo quadro si pone anche l'impegno dell' "Unione" per limitare e attenuare il potere di veto, nella prospettiva della sua eliminazione. Possiamo rispondere alle esigenze di un numero vasto di membri estendendo la nostra posizione riformatrice oltre i confini del Consiglio di Sicurezza, continuando a favorire la coesione tra piccole e medie potenze, obiettivo di tutti coloro che vogliono contrastare quei membri permanenti che preferiscono un'organizzazione soggetta alla loro volontà e, in ultima analisi, più debole.

Ma ciò non basta.

Crediamo che altri temi, meno direttamente legati alla questione del Consiglio di Sicurezza, debbano trovare impegnato il nostro Paese nell'iniziativa di riforma dell'Onu:

  • in particolare le richieste degli Stati del sud del mondo, tendenti a rafforzare il ruolo economico-sociale del sistema delle Nazioni Unite, devono trovare interlocutori certi e determinati tra i Paesi maggiormente industrializzati. Per questo proponiamo la costituzione di un Consiglio di Sicurezza economico-sociale che fornisca i necessari indirizzi a tutte le organizzazioni internazionali con finalità economico-sociali, comprese quelle di Bretton Woods, portandole, insieme con il WTO, all'interno del sistema delle Nazioni Unite. Questo organismo deve diventare la sede di governance economica e sociale globale con la piena partecipazione dei Paesi del nord e del sud del mondo. E' importante a questo fine che i paesi europei agiscano di concerto, uniformando la propria quota del FMI e della Banca Mondiale, con tutte le conseguenze che ne derivano;
  • il tema della tutela dei diritti umani è ineludibile. Proponiamo dunque la costituzione di un Consiglio per i diritti umani, la cui composizione garantisca un potere di tutela efficace ed il rispetto delle Convenzioni ONU vigenti in materia;
  • occorre prevedere organismi consultivi interparlamentari e della società civile, sul modello di altre organizzazioni internazionali (OSCE, Consiglio d'Europa, NATO). Si tratta di tematiche essenziali per la riforma dell'istituzione, che una potenza con le caratteristiche e le dimensioni dell'Italia può contribuire a porre all'ordine del giorno.

Una strategia per combattere il terrorismo

Occorre un forte e rinnovato impegno nella lotta al terrorismo internazionale, che minaccia l'insieme delle società del mondo contemporaneo. Il fenomeno terrorista è mosso oggi, in primo luogo, da un feroce fondamentalismo, che agita la bandiera religiosa per coprire un disegno politico perverso, che con i valori religiosi non ha nulla a che fare. E' necessario un maggior coordinamento nelle indagini antiterrorismo.

Siamo fermamente convinti che la lotta al terrorismo debba essere condotta con strumenti politici, di intelligence e di contrasto delle organizzazioni terroristiche. E' in primo luogo sul piano politico, sociale ed economico che dobbiamo battere il progetto del terrorismo, prosciugandone il serbatoio di adepti, dando risposte anche ai sentimenti di umiliazione e di emarginazione. Riteniamo comunque necessario affermare una ripulsa morale e politica dei metodi terroristici, condotti sia da organizzazioni sia da Stati, che non possono essere giustificati neppure nell'ambito di contesti locali particolarmente estremi e drammatici.

Questo richiede una politica globale per la lotta al terrorismo. E' necessario promuovere un maggior coordinamento, sia a livello nazionale che tra i responsabili nazionali della sicurezza dei Paesi europei, per definire una strategia condivisa di contrasto: collaborazione dei servizi di intelligence, controllo sui flussi finanziari sospetti e lotta ai paradisi fiscali, ma anche accordi di cooperazione con i Paesi terzi.

Parallelamente, è opportuno che i Paesi membri dotino l'UE di strumenti che rafforzino lo spazio comune di libertà e giustizia - nel pieno rispetto dei principi democratici e dello stato di diritto e dei diritti delle persone - come il mandato di cattura europeo, Europol, Eurojust, le banche dati europee, il miglioramento del sistema Schengen.

Iraq

Consideriamo la guerra in Iraq e l'occupazione un grave errore. Essa non ha risolto, anzi ha complicato il problema della sicurezza. Il terrorismo ha trovato in Iraq una nuova base e nuovi pretesti per azioni terroristiche interne ed esterne ai confini iracheni. La guerra, avviata in violazione della legalità internazionale, ha avuto l'effetto di indebolire l'Onu e minare il principio di una governance multilaterale del mondo.

Dobbiamo dare un forte segnale di discontinuità sia al popolo iracheno sia alla comunità internazionale, anche per affermare il valore del multilateralismo come metodo per la soluzione concordata dei conflitti e per rafforzare il ruolo delle Nazioni Unite, restituendo loro autorevolezza.

In coerenza con il principio del multilateralismo, riteniamo necessaria la internazionalizzazione della gestione della crisi irachena, con una netta ed evidente inversione di rotta da realizzarsi con la presenza di una autorità internazionale (ONU) che superi l'attuale presenza militare e che affianchi il governo iracheno nella gestione della sicurezza, del processo di transizione democratica e della ricostruzione.

Se vinceremo le elezioni, immediatamente proporremo al Parlamento italiano il conseguente rientro dei nostri soldati nei tempi tecnicamente necessari, definendone, anche in consultazione con le autorità irachene, al governo dopo le elezioni legislative del dicembre 2005, le modalità affinché le condizioni di sicurezza siano garantite. Il rientro andrà accompagnato da una forte iniziativa politica in modo da sostenere nel migliore dei modi la transizione democratica dell'Iraq, per contribuire ad indicare una via d'uscita che consenta all'Iraq di approdare ad una piena stabilità democratica, e a consegnare agli iracheni la piena sovranità sul loro Paese.

In questo quadro, l'impegno italiano in Iraq deve prendere forme radicalmente diverse, prevedendo azioni concrete per sostenere la transizione democratica e la ricostruzione economica.

La centralità del Mediterraneo

Il Mediterraneo continua ad essere un teatro geopolitico estremamente critico. L'Italia deve operare per un Mediterraneo pacifico, stabile e democratico. Se la politica estera italiana deve avere un ancoraggio europeo e deve manifestarsi soprattutto attraverso le istituzioni europee, è necessario dunque rafforzare l'attenzione dell'Europa verso il Mediterraneo.

Oggi, la regione è caratterizzata da:

  • situazioni di tensione civile, stati di guerra latente;
  • massicci fenomeni migratori;
  • una minaccia terroristica che non si attenua;
  • una sostanziale stagnazione economica;

fattori che limitano il progresso del processo di Barcellona.

Nel quadro più ampio e complesso della globalizzazione è quindi ravvisabile una crisi condivisa che dovrebbe portare l'Europa a rilanciare nuove politiche comuni di sviluppo regionali, fondate su principi universali.

La nuova politica di vicinato europea mira a stabilire una rete di rapporti speciali con tutti i Paesi vicini alla UE e, in particolare, a superare le debolezze del processo di Barcellona, avviando nuove iniziative politiche su scala regionale e subregionale in tutto il Mediterraneo. Va tuttavia attuata con più forte convinzione politica e maggiori risorse finanziarie.

È necessario declinare pienamente il potenziale di questa nuova politica Mediterranea in tutte le sue componenti: politica, economica, culturale, perseguendo insieme obiettivi di pace e di sviluppo.

La creazione di un vero e proprio spazio comune euro-mediterraneo richiede una politica che miri a costruire una cornice di relazioni e regole del gioco comuni, riconoscendo la diversità dell'interlocutore e coinvolgendolo nella partecipazione al quadro diplomatico, alle relazioni commerciali, agli scambi culturali.

Si tratta di una politica che si fonda su nuovi strumenti congiunti e luoghi di decisione e di azione comuni. È necessario muoversi contemporaneamente ed in maniera coerente sui tre assi operativi, quello culturale, quello economico e quello politico così da spianare la strada ad una vera alleanza di civiltà.

Sul piano politico dobbiamo fare dei passi in avanti decisivi per recuperare il ruolo della regione euro-mediterranea sul teatro mondiale e farne un'area di sviluppo condiviso che possa cogliere le opportunità del mercato globale, come per esempio la grande dinamica espansiva dell'Asia.

Dobbiamo sostenere soprattutto l'assemblea parlamentare Euro-Mediterranea, incoraggiandone l'assunzione di responsabilità rispetto alle problematiche della regione e l'avvio di iniziative concrete di cooperazione rafforzata che puntino a:

  • fare del Mediterraneo un'area di pace e di democrazia;
  • promuovere un nuovo sviluppo socialmente giusto ed ecologicamente compatibile;
  • perseguire il disarmo e la denuclearizzazione;
  • risolvere contenziosi storici con i Paesi del bacino, quale prerequisito per il recupero del ruolo della regione euro-mediterranea.

Proponiamo la convocazione per il 2007 di una Conferenza sulla Sicurezza e la Cooperazione Mediterranea che punti a promuovere il dialogo ed il confronto nella regione su questi temi e che consenta di avviare processi di disarmo regionale e di composizione dei conflitti.

È inoltre necessario promuovere nuove forme di cooperazione, politica ed economica, a livello sub-regionale, tra gruppi di Paesi, puntando sia a riunioni al vertice tra Capi di Stato e di Governo sia a cooperazione specifiche, soprattutto in campo amministrativo (diffondere lo strumento dei twinning, iniziative politiche ed economiche congiunte).

In campo economico non c'è oggi uno strumento efficace di sostegno allo sviluppo regionale, che riteniamo invece assolutamente necessario. Per questa ragione proponiamo la creazione di una Banca di Sviluppo euro-mediterranea nell'ambito del processo di revisione del FEMIP (Facility Euro Mediterranean for Investment and Partnership) previsto per la fine del 2006. L'Italia dovrebbe in ogni caso dichiararsi disponibile ad una iniziativa unilaterale che, con il supporto dei Paesi della sponda sud, potrebbe svilupparsi al di fuori dal contesto giuridico formale proprio delle cooperazione euro-mediterranea ispirandosi alla logica di un vero partenariato paritario.

La Banca deve essere luogo di codecisione e porsi sia come strumento di stimolo di progresso all'interno di ciascun paese sia come meccanismo di sviluppo di visioni e strategie regionali. In particolare la Banca dovrà sostenere lo sviluppo delle Piccole e Medie Imprese (PMI), un passaggio cruciale per il processo di crescita economica e sociale della sponda sud del Mediterraneo e conseguentemente per l'allargamento del mercato, una più equa distribuzione della ricchezza e l'apertura della società a nuovi attori.

In campo culturale è necessario sostenere il nuovo strumento creato con molta fatica per il dialogo interculturale, la Fondazione Anna Lindh approvata al Consiglio euro-mediterraneo di Napoli del dicembre 2003, che deve essere affiancata da spazi di dialogo, aree di confronto libero ed aperto, la creazione di reti della società civile (municipalità, comunità locali, università, soprattutto le donne) che costituiscano un tessuto trasversale di amicizia, comunicazione e solidarietà.

Cooperare per un mondo più solidale

La cooperazione allo sviluppo nel nostro Paese ha una lunga tradizione d'impegno delle Istituzioni e della società civile, ed è radicata nella nostra cultura della solidarietà. Con il suo impegno per l'aiuto pubblico allo sviluppo l'Italia ha svolto un ruolo importante nel processo di riequilibrio della disuguaglianza tra Nord e Sud del mondo, che le ha conferito maggiore visibilità e peso nelle scelte presso le diverse sedi internazionali.

È questo il patrimonio che oggi rischia di venire meno.

Dalla seconda metà degli anni ottanta ai giorni nostri il contesto è infatti cambiato in maniera profonda a seguito della caduta del muro di Berlino e la fine delle divisioni in blocchi contrapposti, della nuova dimensione della globalizzazione, che ha allargato il divario con i Paesi più arretrati, dell'attentato terroristico dell'11 settembre del 2001 ed il successivo accentuarsi delle crisi ed il proliferare dei conflitti.

La cooperazione allo sviluppo e l'aiuto pubblico allo sviluppo (APS) devono inoltre misurarsi con una nuova realtà: l'emergenza umanitaria, il mancato rispetto dei diritti umani, le migrazioni, i disastri ambientali.

Di fronte a questo quadro, le ristrettezze di bilancio dei Paesi sviluppati, ed in particolare lo spostamento significativo di risorse sulla sicurezza e l'emergenza, tolgono all'APS quote enormi di risorse.

Anche l'UE ha modificato gli strumenti dell'APS e sono cambiati i flussi di risorse verso i Paesi poveri. Si afferma anche in Europa una tendenza a dislocare maggiori risorse su sicurezza ed emergenza e a collocare l'APS - salvo rare eccezioni - in un rapporto a volte totalmente subalterno alla politica estera dei singoli Paesi. Allargamento e politiche di prossimità mantengono l'APS nell'ambito dei Paesi ACP (accordi di Cotonou, riferiti ai Paesi africani, caraibici e del Pacifico).In questo contesto, gli obiettivi del "Millennium Round", sottoscritti da 189 Capi di Stato e di Governo, rischiano di essere disattesi.

Ma il problema non è solo la quantità delle risorse: assistiamo ad una progressiva frammentazione delle politiche di APS, si confondono le finalità, la cooperazione diviene allora strumento ambiguo, talora funzionale soltanto al conseguimento di obiettivi di tipo neocoloniale, alla promozione del commercio o a obiettivi di difesa.

In particolare, l'impiego delle forze armate non può essere mai identificato con l'intervento umanitario o di cooperazione, che deve essere condotto con forze civili, anche per non riproporre vecchie politiche di potenza e di intervento unilaterale, che non aiutano la causa della pace né quella dello sviluppo.

La crisi del multilaterale e le nuove forme di alleanza a geometria variabile rendono questa ambiguità ancora più evidente e più complessi gli scenari futuri.

Il governo di centro-destra non è stato in grado di operare in questo nuovo quadro. Con l'ultima legge finanziaria si sono tagliate ancora le risorse collocando il contributo italiano all'APS allo 0,1% in rapporto al PIL. Ma la riduzione delle risorse si è accompagnata alla rinuncia ad una seria politica di cooperazione.

L'assenza di una specifica delega in materia ad un sottosegretario e il progressivo smantellamento della struttura tecnica della Direzione Generale della Cooperazione allo Sviluppo hanno reso ancora più inadeguati gli strumenti della nostra cooperazione.

Dobbiamo trasformare i fattori di crisi in buone politiche di cooperazione.

Dobbiamo coniugare il rafforzamento delle azioni di cooperazione con la definizione di un nuovo assetto multilaterale all'interno di un quadro di riferimento internazionale più equo e solidale, collocando saldamente la cooperazione allo sviluppo italiana in un ambito multilaterale e rendendola uno strumento efficace di lotta alla povertà e di sostegno ai processi di democratizzazione nei Paesi in via di sviluppo.

Dobbiamo infatti opporci alle scelte unilaterali, alla privatizzazione ed all'uso non sostenibile delle risorse e di beni comuni (dall'acqua alle fonti energetiche), così come alla cancellazione di diritti fondamentali (salute, istruzione, lavoro...) essenziali per l'umanità, alla tragica realtà dei conflitti, alle nuove forme di povertà.

Non si esce dalla crisi della cooperazione senza interagire le nuove forze che possono aiutare ad invertire e sconfiggere le politiche unilaterali e dissipative delle risorse del pianeta, con i nuovi interlocutori nella società: l'associazionismo, il volontariato, gli enti locali (cooperazione decentrata), le tante forme di impegno che hanno fatto emergere da Seattle a Mumbay, fino a Porto Allegre e a Firenze, grandi movimenti di solidarietà e di critica alle politiche neo-liberiste.

Dobbiamo ripensare la cooperazione come un impegno collettivo, come un patto fra cittadini e lo Stato, che non separi le attività ma le renda complementari e coordinate, una politica nuova, con il coraggio di uscire da un confronto sterile di piccolo cabotaggio ed offrire una prospettiva di radicale cambiamento. Sarà dovere del Governo garantire le "buone pratiche", fissare obiettivi e campagne, ricercare le migliori risorse e competenze, anche in campo internazionale, da mettere al servizio della nuova Cooperazione allo Sviluppo italiana.

In questo quadro è essenziale il ruolo dell'Europa e la cooperazione italiana dovrà perseguire sinergie ed integrazioni con quella europea.

Il contributo europeo all'APS mondiale è di oltre la metà del totale: un ruolo importante ma non ancora sufficiente. L'Europa ha bisogno di un'APS più comunitario e meno legato ai processi di "rinazionalizzazione", che colga e valorizzi le novità più significative e i maggiori impegni sulla cooperazione di alcuni Paesi europei.

Questo tipo di cooperazione non può che collocarsi in una dimensione globale, una "partnership globale per lo sviluppo", ed indicare con chiarezza nuove modalità e nuovi strumenti per un'efficace lotta alla povertà ed alle disuguaglianze e per il sostegno a politiche commerciali finalizzate alla promozione della giustizia economica.

L'APS non deve produrre nuove forme di dipendenza: ogni intervento deve quindi in primo luogo promuovere le capacità e le risorse umane locali, garantire che le popolazioni soggetto degli interventi siano messe in condizione di partecipare consapevolmente, non di subirli dall'alto (responsabilizzazione), di poterli proseguire con le proprie forze (sostenibilità), far sì che l'uso delle risorse sia monitorabile (trasparenza).

In questa dimensione la cooperazione allo sviluppo può interagire con la politica estera, con l'insieme delle politiche di cooperazione internazionale e proporre con trasparenza un nuovo patto fra cittadini e Governo. In questo senso la cooperazione diviene elemento di cerniera tra la politica interna e la politica estera.

Dovremo innanzitutto delineare un nuovo sistema della cooperazione con:

  • una delega forte - un'autorità politica chiaramente definita e con piena responsabilità su tutti gli aspetti della cooperazione (attualmente divisa tra Esteri, Economia ed Ambiente) - che definisca gli indirizzi e li sottoponga all'approvazione del Parlamento;
  • un nuovo impegno, un rilancio virtuoso della cooperazione attraverso la definizione di un nuovo quadro legislativo che superi quello stabilito dalla legge 49/87 e la costituzione di un ente distinto, con una funzione di gestione delle risorse.

L'Italia non è stata in grado di rispettare gli impegni presi (Barcellona, conferenza dei Ministri della UE, e Monterrey marzo 2002, conferenza delle Nazioni Unite).

  • In primo luogo dobbiamo dunque armonizzare le nostre risorse con un incremento, chiaro anche se modulato, che ci avvicini agli altri Paesi europei, per raggiungere progressivamente l'obiettivo dello 0,7% del PIL;
  • dobbiamo considerare la possibilità di ricondurre ad una gestione unitaria tutti i fondi a disposizione della cooperazione, in particolare quelli impiegati attraverso le istituzioni di Bretton Woods, introducendo strumenti di controllo e di verifica parlamentare al fine di assicurare la coerenza delle politiche di cooperazione;
  • sulla base della legge 209/2000, ci impegniamo a promuovere e sostenere processi equi e trasparenti per la riduzione e/o cancellazione del debito estero dei Paesi in via di sviluppo.

Le nuove politiche di difesa

La pace nel mondo, l'unità e la sovranità nazionali sono i valori che devono informare le politiche nazionali di difesa e sicurezza; per questo la prossima legislatura deve avere, sui temi della Sicurezza e della Difesa, un carattere costituente.

Sono tre le questioni di fondo su cui intendiamo lavorare nella prossima legislatura:

  • la difesa europea e la cooperazione tra Unione Europea e Stati Uniti;
  • la riorganizzazione di un nuovo e moderno sistema di difesa;
  • la centralità delle risorse umane.

Il progetto di difesa europea è essenziale per un'efficace politica di sicurezza nazionale ed un affidabile disegno internazionale. È nel campo della Difesa - dopo che in quello dell'avvento della moneta unica - che in questi anni si sono prodotti i più significativi passi in avanti nel contesto europeo.

Dobbiamo tuttavia continuare a procedere con speditezza, anche attraverso cooperazioni rafforzate o strutturate. L'Italia deve essere protagonista di questo processo. Per affrontare i problemi che derivano dall'assetto unipolare del mondo dobbiamo puntare ad una difesa europea autonoma, pur se sempre in rapporto con l'Alleanza Atlantica, che sta profondamente cambiando.

In sostanza dobbiamo proporre per il nostro Paese una collocazione strategica che lo veda saldamente inserito in Europa, come protagonista delle politiche di integrazione europea nonché come alleato leale degli Stati Uniti.

Noi pensiamo, per l'oggi e per il domani, che non sia possibile un impegno delle Forze Armate italiane fuori dai confini nazionali senza un mandato diretto e preciso delle Nazioni Unite e della UE, e quindi nel rispetto dell'articolo XI della Costituzione italiana. Dentro questo orizzonte dobbiamo affrontare il tema delle risorse, invertendo la tendenza attuale anche attraverso integrazioni e convergenze europee (Agenzia europea di difesa), evitando duplicazioni, accelerando processi di standardizzazione, in sostanza razionalizzando e mettendo in comune risorse e capacità.

La costruzione di un sistema di difesa italiano non sarà un'impresa facile. Il cambiamento del quadro geopolitico intervenuto dall'inizio degli anni '90 ha messo in discussione il principio di forza bilanciata.

Dobbiamo dotarci quindi di uno strumento flessibile, integrato a livello europeo con le forze alleate, agendo su qualità, quantità e capacità. Due sono le questioni fondamentali di cui dovremo tenere conto: la nuova rilevanza geo-strategica del sud del Mediterraneo e la necessità di una significativa ridislocazione di enti e reparti nel meridione italiano, nelle regioni dove si registra la quasi totalità del reclutamento dei volontari. In questo quadro reputiamo necessario arrivare ad una ridefinizione delle servitù militari che gravano sui nostri territori, con particolare riferimento alle basi nucleari.

Quando saremo al governo daremo impulso alla seconda Conferenza nazionale sulle servitù militari, coinvolgendo l'Amministrazione centrale della Difesa, le Forze Armate, le Regioni e gli Enti Locali, al fine di arrivare ad una soluzione condivisa che salvaguardi al contempo gli interessi della difesa nazionale e quelli altrettanto legittimi delle popolazioni locali.

Il terzo tema è quello delle risorse umane, elemento centrale di ogni strumento militare che merita la massima attenzione. La riforma della leva non comporta soltanto maggiori oneri per stipendi e indennità, ma soprattutto l'obbligo di investire anche nella formazione, nell'addestramento, nella tutela della salute, nella previdenza, nella casa di abitazione e per gli alloggi di servizio.

Per tutelare i diritti dovremo affrontare con decisione una riforma della rappresentanza militare, riconoscendone il ruolo di parte sociale e quindi un reale potere di contrattazione. Non possiamo rinviare la riforma dei codici militari, in un orizzonte europeo e nell'alveo della tradizione democratica del nostro Paese.

In sostanza: più responsabilità ma anche più democrazia.

L'Unione si impegna, nell'ambito della cooperazione europea, a sostenere una politica che consenta la riduzione delle spese per armamenti.

Articolo di Giambattista Mameli pubblicato il  14/2/2006 alle ore 19,53.

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