Il Pesa-Nervi

«Lei parla a vanvera, giovanotto!
No, penso a dei critici con la barba».

Per il bene dell'Italia. Reagire al declino. Una nuova economia, una nuova qualità ambientale, una nuova società / 1

La prima parte del 7° capitolo del programma di governo 2006-2011 dell'Unione.

La prima parte del settimo capitolo del programma di governo dell'Unione occupa le pagine 111-158 del documento in PDF, disponibile sul sito web dell'Unione.

In questo capitolo

L'Italia ha le energie necessarie per superare la crisi. Per tornare a crescere sono indispensabili una grande mobilitazione di tutti gli italiani e un profondo cambiamento capace di tenere insieme l'economia, la società e la qualità ambientale.

Per il rilancio del paese non bastano piccoli aggiustamenti: serve un cambio di paradigma economico e sociale, perché quello esistente non garantisce né sviluppo né risanamento, come dimostra la fallimentare esperienza del governo di centrodestra. Abbiamo bisogno di riforme radicali e coerenti nel sistema produttivo come nelle politiche ambientali, del territorio e del welfare.

Non possiamo permetterci nessuna politica dei due tempi: prima il risanamento e poi gli interventi per lo sviluppo e la redistribuzione del reddito. I due criteri devono procedere insieme. Così pure la ripresa di competitività del paese non può ottenersi senza profonde innovazioni nel sistema produttivo e senza un miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro dei cittadini, in particolare dei gruppi e delle realtà sociali che più hanno sofferto negli ultimi anni.

La sfida della concorrenza globale non può essere affrontata con successo sfruttando la riduzione dei costi, in particolare di quelli del lavoro. Occorre imboccare con decisione una "via alta alla competitività" che faccia leva sulla ricerca, sulla diffusione delle conoscenze, sulle risorse dei nostri territori e sulla coesione sociale.

A questo obiettivo devono contribuire tutte le energie del paese: dei cittadini e dei lavoratori, delle parti sociali e delle istituzioni. Allo stesso fine saranno indirizzate tutte le politiche di governo espresse in questo programma: quelle industriali come quelle del territorio e ambientali, gli indirizzi di politica fiscale e di finanza pubblica.

La qualità della nuova economia si fonda sulla conoscenza e sull'innovazione.

La sfida dello sviluppo richiede che si investa di più non solo nella ricerca ma anche nella educazione diffusa dei cittadini. Solo così le grandi potenzialità delle innovazioni scientifiche e tecnologiche possono diventare patrimonio comune e contribuire alla valorizzazione delle nostre risorse umane, al rafforzamento competitivo e al miglioramento del nostro sistema produttivo. È nel quadro dell'economia della conoscenza e della qualità che si collocano gli interventi del programma finalizzati:

  • ad aumentare il tasso tecnologico dell'industria, dell'agricoltura e dei servizi;
  • a sviluppare i settori di avanguardia e insieme a valorizzare la dimensione territoriale dei sistemi produttivi territoriali;
  • a sostenere lo sviluppo del mezzogiorno, in particolare sfruttando le grandi potenzialità offerte dal turismo e dalla nuova centralità del Mediterraneo;
  • in generale a creare le condizioni di contesto necessarie per fare ripartire una crescita equilibrata e per rendere conveniente alle imprese investire sulla qualità dei prodotti e sulla professionalità delle persone.

La nuova economia deve valorizzare tutte le capacità personali e imprenditoriali di cui è ricco il nostro paese.

Per questo devono abbattersi gli ostacoli che frenano le capacità e le energie delle cittadini e delle imprese: i pesi eccessivi della burocrazia, ma anche le forme indebite di sussidio alle imprese, le penalizzazioni e la precarietà che limitano le possibilità di lavoro soprattutto di donne ed giovani, ma anche le posizioni di monopolio e le protezioni d cui godono molti settori, dalle professioni, all'energia. Combattere le rendite e le protezioni indebite aprendo a una concorrenza regolata che è cosa diversa dal libero mercato, è necessario per ridurre i costi che danneggiano la competitività dei nostri prodotti e peggiorano le condizioni di vita dei cittadini aumentando i prezzi di beni e servizi.

L'ambiente e il territorio non sono solo "condizioni di compatibilità" per la crescita economica: sono fattori di sviluppo.

E questo vale in modo particolare per l'Italia, che ha un giacimento ambientale e territoriale di straordinario valore. Noi crediamo che il rilancio economico del nostro paese è legato alla capacità di valorizzare le grandi qualità culturali e ambientali dei territori, di sostenere le loro vocazioni produttive espresse in tanti aspetti del made in Italy, innestandovi le innovazioni necessarie per reggere la competitività globale. Il successo delle nostre politiche economiche si misurerà dalla capacità di perseguire congiuntamente questi obiettivi:

  • la difesa e la promozione dei beni comuni ambientali indispensabili alla vita e allo sviluppo;
  • l'uso efficiente delle risorse del territorio; la modernizzazione dei sistemi produttivi specie di piccole imprese anch'essi a forte caratterizzazione territoriale;
  • la creazione di infrastrutture e di sistemi di mobilità in grado di migliorare la qualità dei territori e delle città.

La piena e buona occupazione permette di valorizzare tutte le risorse personali del nostro paese, a cominciare da quelle preziose dei giovani e delle donne, molte delle quali restano inutilizzate.

Per noi sviluppo e welfare sono strettamente legati: la crescita è necessaria per creare occupazione e risorse da distribuire, ma per altro verso uno sviluppo di qualità richiede un modello sociale nuovo più attento alla solidarietà e ai bisogni delle persone. Se vogliamo che concorrenza e sviluppo servano veramente al benessere dei cittadini e non portino a diseguaglianze e tensioni sociali, dobbiamo accompagnarli con politiche sociali e del welfare che perseguano la piena e buona occupazione, che garantiscano tutele e diritti essenziali a tutti i cittadini, nelle diverse fasi della vita, che contrastino l'esclusione sociale e le povertà, vecchie e nuove, che promuovano le capacità delle persone e dei gruppi sociali.

La qualità sociale è insieme carattere fondamentale e obiettivo irrinunciabile della nuova economia.

Un sistema di welfare universalistico e attivo che risponda ai bisogni essenziali dei cittadini nelle varie fasi della vita, dall'infanzia alla vecchiaia, serve a dare sicurezza, a valorizzare le capacità di tutti, e quindi a costruire quella fiducia nel futuro essenziale per guardare avanti, per investire e innovare. Il modello che proponiamo per rilanciare sia la competitività sia l'occupazione e per rinnovare il welfare necessita di una grande coesione sociale che va costruita col consenso, si deve basare su un impegno comune delle forze sociali e politiche.

Le politiche finanziarie e fiscali devono essere coerenti con gli obiettivi generali di crescita e di risanamento dell'azione di governo.

Noi crediamo che il rilancio della sviluppo e il risanamento finanziario debbano marciare insieme.
Non c'è sviluppo sostenibile né società giusta senza rigore nei vari campi della vita sociale ed economica: rigore finanziario per riequilibrare i conti, dissestati dal governo di centro destra, per ristabilire la fiducia sia dei mercati sia dei consumatori, per ridurre il peso degli interessi passivi e liberare risorse per gli investimenti (non tagli ma riqualificazione della spesa, cioè più agli investimenti, meno alla spesa corrente); rigore fiscale e lotta all'evasione fiscale e contributiva per garantire le risorse necessarie alla crescita e al welfare con il contributo di tutti.
Le politiche finanziarie e fiscali devono quindi puntare a correggere gli squilibri sociali e territoriali, a combattere l'impoverimento prodotto dalle dinamiche del mercato e dal centro destra; a contrastare l'evasione fiscale e contributiva, incoraggiate dal centro destra, riequilibrare il prelievo fiscale a favore dei redditi bassi, dei nuclei familiari, del lavoro e delle imprese innovative, abolendo gli ingiustificati vantaggi fiscali per le rendite; a programmare e riqualificare la spesa pubblica, a stimolare gli investimenti nei settori strategici per la crescita e nel Mezzogiorno.

Infine, concordiamo sulla necessità di ampliare il sistema degli indicatori di economici in modo da tenere conto anche di parametri fondamentali per misurare la qualità della vita e dell'ambiente, attraverso l'adozione dell'Indice di Sviluppo Umano (HDI nell'acronimo inglese), che alla misurazione della crescita economica (attraverso il PIL) affianca la valutazione del livello delle prestazioni sanitarie (attraverso la speranza di vita alla nascita) e del livello d'istruzione (in termini di alfabetizzazione degli adulti e numero effettivo di anni di studio), nonché di un indicatore che misuri la sostenibilità ambientale.

Fuori dalla crisi, per una nuova crescita

Le ragioni del declino. Una nuova governance per lo sviluppo

Negli ultimi dieci anni a livello globale si sono accelerate le tendenze al trasferimento di settori della produzione industriale di massa in Asia; all'affermazione di settori a rapida crescita nel terziario avanzato (sanità, formazione, ambiente, intrattenimento, etc.); all'aumento della concorrenza internazionale in tutti i settori, compreso il terziario. Rispetto a queste tendenze internazionali il nostro Paese soffre dei seguenti mali:

  • inadeguatezza della specializzazione produttiva;
  • arretratezza del settore terziario;
  • forte concorrenza che proviene dalle nuove aree di sviluppo industriale.

L'incapacità di adattamento dell'economia italiana ai mutati assetti internazionali è alla base del declino economico del nostro paese. Il governo delle destre ha accompagnato il declino, senza contrastarlo: negli ultimi cinque anni tutti gli indicatori di declino sono peggiorati. La manifestazione più evidente del declino risiede nell'abbassamento del tasso di crescita della produttività che negli ultimi anni in Italia - unico paese europeo - ha addirittura assunto valori negativi. Dopo vent'anni di crescita trainata dalla grande impresa pubblica e privata e altri vent'anni di crescita trainata dai distretti, oggi il Paese entra nella terza globalizzazione senza quei vecchi modelli e senza un nuovo modello di crescita vincente. Le cause del declino che investe il sistema paese sono molteplici:

  • la specializzazione dell'Italia in settori esposti alla concorrenza dei paesi emergenti e la sua de-specializzazione in settori ad alta tecnologia;
  • la piccolissima dimensione aziendale e la definiva scomparsa di grandi imprese, l'elevato peso dei settori protetti in cui si lucrano rendite elevate e il conseguente abbassamento della propensione a competere;
  • l'arretratezza, la protezione e l'alto costo dei servizi acquistati dalle imprese (energia, trasporti, servizi bancari e assicurativi) e dai lavoratori (distribuzione commerciale) che tengono alto il costo del lavoro e basso il salario reale;
  • una domanda/offerta di conoscenza tecnologica inadeguata a un maggior sviluppo delle alte tecnologie; un'offerta di formazione inappropriata e una scarsa attenzione ai "giacimenti nascosti" (giovani e donne) dell'offerta di lavoro;
  • alti costi e bassa qualità delle infrastrutture (logistica, acqua, ambiente);
  • un sistema legale e amministrativo costoso e confuso, anche per eccessi di decentramento regionale;
  • un'inadeguatezza delle competenze degli organi di governo dell'economia;
  • un sistema fiscale che penalizza il reddito di impresa rispetto alla rendita finanziaria.

A fronte di questo quadro, crediamo che la trasformazione del mercato nazionale richieda forti politiche pubbliche, in termini di una rete efficiente di ammortizzatori sociali, della creazione di economie esterne e di un nuovo stimolo all'innovazione, soprattutto di prodotto. In particolare, crediamo che il nuovo indirizzo di politica industriale debba articolarsi su più piani.

In primo luogo serve una "politica orizzontale" che passi per:

  • il rafforzamento dei fattori produttivi, con particolare riguardo ai problemi delle piccole imprese: è necessaria una politica del lavoro che coniughi flessibilità e stabilità, superando quindi la precarietà;
  • la creazione di economie esterne, soprattutto attraverso l'investimento sul capitale umano;
  • l'efficienza della pubblica amministrazione e della giustizia civile.

In secondo luogo dovremo attuare una politica industriale capace di dare orientamenti consapevoli e coerenti rispetto agli obiettivi del paese e regole più certe ed efficaci, attraverso:

  • un sistema di incentivi mirato, oltre che a favorire lo sviluppo occupazionale nel suo complesso, allo sviluppo di attività di ricerca, al rafforzamento patrimoniale e dimensionale di impresa, all'incoraggiamento dei progetti di riconversione e all'innovazione di prodotto nei settori individuati come strategici, con particolare riferimento al settore manufatturiero;
  • una riqualificazione della domanda pubblica, attraverso l'investimento in alcuni progetti nazionali prioritari. In particolare, crediamo che si debba chiaramente indicare dove si indirizzerà la domanda pubblica, ritrovando la capacità di parlare alle imprese, di prospettare loro l'apertura o lo sviluppo di mercati, offrendo le informazioni necessarie perché intraprendano adeguati investimenti: ad esempio, nelle tecnologie dell'informazione e della comunicazione (ICT) in connessione con una politica di informatizzazione della PA; in pannelli solari, nei motori a metano, nella progettazione dei motori a idrogeno nel quadro di una politica di risparmio energetico, ecc;
  • il sostegno ai settori emergenti (biotecnologie, nanotecnologie, ecc), favorendo la crescita di nuove imprese ad alta tecnologia e rafforzando le imprese esistenti (aero spazio), anche attraverso interventi di sostegno fiscale all'innovazione e al "venture capital".

Ancora, dobbiamo sviluppare progetti europei e la promozione dell'internazionalizzazione delle imprese nel quadro di una rinnovata politica estera commerciale.

Ci serve inoltre una nuova politica dei distretti che con senta ad almeno alcuni di essi la trasformazione in distretti tecnologici di livello europeo (per esempio nel settore aerospaziale) o la riconversione in produzioni a più elevato valore aggiunto. A questo fine, andrà favorito l'allestimento a livello dei distretti, di Centri di servizi in grado di:

  • svolgere per conto delle imprese gli adempimenti amministrativi necessari per l'avvio dell'attività, attraverso la fornitura di servizi di informazione e di consulenza legale, amministrativa, tecnica, finanziaria e fiscale;
  • offrire servizi di promozione delle innovazioni provenienti dal sistema della ricerca pubblica e di consulenza per l'informatizzazione delle imprese, anche tramite la costruzione di portali e siti web;
  • promuovere rapporti con l'Unione europea e con gli organi di governo centrale e regionali, al fine di favorire l'ingresso dei prodotti locali sia sui mercati interni che su quelli esteri.

Dobbiamo infine attuare una nuova politica della concorrenza che miri a:

  • ridurre le rendite e la convenienza all'impiego di capitali nei settori che le alimentano tali rendite (immobiliare, autostrade, ecc.);
  • favorire l'emergere di nuove attività di servizio avanzate in settori a forte domanda e aperti a grandi innovazioni tecnologiche e organizzative (sanità, ambiente, sicurezza, formazione, logistica, ecc.);
  • ridurre il costo dei servizi alle imprese e ai lavoratori (energia elettrica, distribuzione commerciale, pro fessioni);
  • favorire la trasparenza e la legalità dei mercati per incentivare gli imprenditori a concorrere attraverso l'innovazione e la qualità del prodotto;
  • una nuova governance per le politiche di sostegno alla competitività e allo sviluppo.

Un'indicazione sembra emergere con sempre maggiore insistenza sia in ambito europeo, sia nel dibattito pubblico italiano: una moderna e più estesa forma di "politica industriale" ha oggi un ruolo cruciale nel sostegno allo sviluppo economico. Si tratta di una "politica industriale" intesa in un'accezione più ampia, dovendosi attribuire alla politica dei servizi un ruolo non inferiore alla politica industriale in senso stretto. Adattare questa politica alle nuove sfide competitive del mercato globale presuppone un nuovo modello più funzionale al perseguimento della "politica della competitività e dello sviluppo". L'obiettivo principale è quello di creare un unico centro di responsabilità politica preposto a contrastare il declino dell'apparato produttivo italiano, coordinato con i diversi livelli istituzionali di competenza nazionali e territoriali.

Il nuovo modello di governance della politica per la crescita e la competitività che proponiamo è strutturato secondo tre direttrici.

La prima direttrice è il rafforzamento delle capacità di programmazione, attraverso la definizione di un numero limitato di progetti strategici che potrebbero definirsi "linee d'azione di legislatura per la competitività", da attuarsi:

  • orizzontalmente, attraverso l'istituzione di un comitato interministeriale presieduto dal Presidente del Consiglio con il compito di individuare e monitorare i progetti strategici. Il comitato avrebbe anche competenze in materia di indirizzo delle aziende a partecipazione pubblica di maggioranza le partecipazioni rimanendo in capo al Ministero del tesoro;
  • verticalmente, attraverso una sorta di "cabina di regia" Stato-Regioni e Stato-enti locali in materie relative alla competitività e alle politiche industriali nel rispetto del principio della sussidiarietà verticale.

La seconda direttrice è la creazione di sedi di confronto con i diversi attori sociali e di cooperazione tra tutti i soggetti economici coinvolti nei progetti (per esempio nella forma del partenariato pubblico-privato). Questo contesto presuppone a sua volta la concertazione tra le varie istituzioni interessate, che potrebbero ricorrere - sul modello di quanto sperimentato con efficacia in ambito comunitario - allo strumento del cofinanziamento.

La terza direttrice, infine, è il riequilibrio delle competenze all'interno del governo, attraverso la creazione di un Ministero che sia un forte centro di competenze sui temi dell'economia reale. Il nuovo centro di competenza dovrebbe poter disporre di tutte le leve di sostegno alla competitività del sistema produttivo: sostegno alle imprese, politiche per l'internazionalizzazione, politiche per la ricerca e l'innovazione, politica energetica, coesione territoriale e sviluppo locale, politica della concorrenza. Tale Ministero dovrebbe esercitare unicamente una funzione di guida e di indirizzo, senza appropriarsi di funzioni di gestione proprie di altre istituzioni. Inoltre dovrebbe essere dotato di personale qualificato per attuare le politiche di concertazione con i Ministeri e con le Regioni, e in grado di conoscere le esigenze delle imprese e di dialogare con esse.

Una politica industriale per far crescere le imprese

I difetti dell'apparato produttivo italiano risiedono nella ridotta concorrenzialità e nella debolezza del sistema delle imprese, derivante da limiti del tutto specifici del nostro sistema produttivo: il "familismo", il "nanismo" e la difficoltà di far nascere nuove imprese soprattutto nei settori ad alta tecnologia.

Il "familismo" ha come conseguenze una elevata e nociva commistione tra il patrimonio dell'imprenditore e quello dell'azienda, una selezione del controllo per via ereditaria e non attraverso il mercato e la tendenza a rimanere piccoli per non perdere il controllo societario.

Il "nanismo" comporta a sua volta una minore propensione ad affrontare lo sforzo di nuovi investimenti in formazione, innovazione e ricerca. Le grandi imprese esistenti e profittevoli sono quasi totalmente scomparse dal settore manifatturiero e restano solo nel settore di pubblica utilità e nel settore finanziario di banche e assicurazioni. La produttività del lavoro italiana salirebbe del 21% circa se l'industria italiana avesse la struttura dimensionale e settoriale media di Francia, Germania e Regno Unito.

Noi crediamo che la politica industriale debba contribuire al rafforzamento dimensionale e patrimoniale delle imprese. E riteniamo decisivo che le imprese percepiscano che la loro crescita è considerata dal governo un obiettivo prioritario. A tal fine dobbiamo agire contemporaneamente su più fronti.

Innanzitutto dobbiamo attuare una compiuta riforma del diritto societario: il testo unico della finanza, varato dal governo dell'Ulivo nel 1998, è stato un provvedimento molto utile per il funzionamento dei mercati finanziari italiani, ma ha riguardato solo le imprese quotate, una minima frazione del totale. La riforma del diritto societa rio varata dal centrodestra ha aumentato lo scalino normativo tra società quotate e società quotabili. Ma soprattutto con la depenalizzazione di fatto del falso in bilancio ha abbassato il livello di legalità entro il quale sono obbligate ad operare le grandi imprese. Al contrario, noi crediamo nella necessità di:

  • ridurre gli scalini normativi e abbassare i costi societari per accedere alla quotazione;
  • ritornare al falso in bilancio come reato di pericolo, abrogando la disciplina introdotta nel 2002 dalla riforma del diritto societario del governo Berlusconi;
  • incidere sulle forme di "chiusura proprietaria" come gruppi piramidali, accordi e patti di sindacato.

Sarà importante attuare una nuova politica fiscale orientata a:

  • incoraggiare l'accesso al capitale di rischio proprio o di terzi ed essere il più possibile neutrale riguardo alla scelta di finanziare l'azienda con capitale proprio o di debito;
  • ritornare ad una dual income tax (DIT) semplificata;
  • favorire la crescita dimensionale e incoraggiare il consolidamento, ad esempio consentendo di rivalutare gli assets materiali e immateriali a seguito della fusione tra due o più gruppi e di usare i maggior valori come ammortamenti fiscalmente deducibili.

Non possiamo trascurare una politica della finanza per la crescita: crediamo che le imprese piccole, ma con alto potenziale di crescita perché innovative - nella tipologia di produzione, nelle tecnologie o nei mercati - devono essere aiutate nel loro sforzo di crescita. A tal fine pensiamo all'introduzione nel nostro ordinamento del modello di finanziamento adottato in Francia, basato sul concorso paritario di investimenti pubblici e finanziamenti privati erogati attraverso società di "private equity" o di "venture capital". Sarà poi necessaria una politica per il rafforzamento della cooperazione tra piccole imprese e banche locali in modo da accrescere i flussi di informazioni e l'affidabilità finanziaria delle piccole imprese, anche attraverso i consorzi fidi. A questo fine un ruolo molto importante potrebbe essere svolto dalle Banche di Credito Cooperativo, che già oggi finanziano complessivamente il 25% delle imprese minori e per obbligo statutario investono sul territorio.

Riteniamo opportuno che, ai fini dei parametri patrimoniali richiesti da Basilea 2, la rete di queste piccole banche possa essere valutata come un unico gruppo bancario.

Dobbiamo infine potenziare il "Fondo antiracket e antiusura" per liberare le piccole e medie imprese del Mezzogiorno dal ricatto della malavita e degli usurai.

Ricerca, innovazione e trasferimento tecnologico: obiettivo Lisbona

A Lisbona l'Unione Europea aveva fissato un obiettivo di spesa in ricerca e sviluppo (R&S) pari al 3% del PIL, per due terzi di origine privata.

Oggi l'Italia è all'1,1%, tra gli ultimi posti in Europa e nell'Ocse. Di questa spesa, il 40% proviene dalle imprese, il 60% dallo Stato. Le imprese che fanno ricerca in Italia sono poche: metà dell'intera spesa privata è compiuta in Italia da appena sei gruppi industriali, mentre negli USA sono centosettanta.

Noi crediamo che un impegno del paese nelle politiche per la ricerca è prioritario, anche per caratterizzare il nostro modello di politica industriale. A tal fine, riteniamo che gli interventi debbano essere mirati, senza aiuti a pioggia indifferenziati, e che il quadro normativo debba rimanere stabile nel tempo per consentire alle imprese di programmare i loro investimenti e le loro strategie di crescita. In particolare, puntiamo su un insieme di strumenti.

Il primo strumento è il finanziamento discrezionale di grandi progetti. Una parte degli investimenti in ricerca deve essere orientata su specifici programmi selezionati attraverso la seguente procedura:

  • identificazione di aree con netta priorità e dai confini ben delimitati: scienze della vita, scienze della materia, fonti energetiche alternative, ICT e scienze dello spazio;
  • coordinamento con domanda pubblica (informatizzazione della PA e piano dei trasporti), con la formazione e con l'alta educazione;
  • complementarità, rispetto ai programmi e alle piattaforme tecnologiche attivate a livello UE, assunzione di un sistema trasparente e condiviso di valutazione ex-ante, in itinere ed ex-post dei progetti.

Il secondo strumento è il credito di imposta automatico sulle spese di ricerca. Per alcune forme minori, ma importanti di innovazione, tipiche di molti settori, rimangono opportuni i meccanismi di incentivazione automatici. L'automatismo è da preferire perché: è semplice da gestire; consente tempi più rapidi e certi nell'erogazione dei con tributi; comporta minori costi amministrativi per le imprese che approntano le richieste di finanziamento; evita gli usi impropri della discrezionalità. Tuttavia è necessario definire regole antielusive e regole di valutazione a posteriori dell'utilizzo e dell'efficacia dei risparmi di imposta concessi.

Il terzo strumento è il riconoscimento di agevolazioni automatiche per le assunzioni di ricercatori. Il problema della carenza di ricercatori investe tutta Europa e rende difficile il raggiungimento degli obiettivi di Lisbona. In Italia il problema è particolarmente grave, come dimostra la limitata presenza di ricercatori nelle imprese private. Una politica di rafforzamento dell'assunzione di ricercatori deve a nostro avviso passare attraverso misure di fiscalizzazione degli oneri sociali sostenuti per l'assunzione di ricercatori, unite a idonei meccanismi di controllo che verifichino la natura e la qualità della ricerca effettivamente svolta dalle imprese che accedono alle agevolazioni fiscali.

Il quarto strumento è il credito di imposta sulle commesse esterne. Proponiamo di concedere crediti di imposta pari al 50% delle commesse conferite dalle imprese alle università o agli istituti pubblici di ricerca. È uno strumento che riteniamo molto utile per le piccole e medie imprese, che non hanno la dimensione sufficiente per fare ricerca in proprio. Inoltre, proponiamo che il trasferimento tecnologico incentivato venga legato alla nascita di nuove imprese. Da un lato potrebbero nascere imprese che utilizzano i risultati della ricerca per un nuovo prodotto, dall'altro le stesse università potrebbero diventare incubatori di imprese tecnologiche. Il quinto strumento è lo sviluppo di una politica di trasferimento tecnologico (TT). La diffusione sul territorio di iniziative dedicate al TT (centri servizi, parchi, BIC, agenzie di sviluppo territoriale, servizi di associazioni di Pmi e di distretti, ecc.) è ricca, ma frammentata e non sempre dotata delle necessarie strutture e competenze. Non si tratta di spendere di più, ma spendere meglio. Le attività di promozione dell'innovazione e di assistenza alle PMI e all'artigianato, sono attribuite in primo luogo alla competenza dei poteri locali. Il Governo potrebbe tuttavia avere un ruolo determinante attraverso l'adozione di un Programma per il finanziamento di progetti a sostegno del trasferi mento tecnologico" con le seguenti caratteristiche:

  • essere esteso a tutto il territorio nazionale;
  • essere volto a diffondere le "best practices";
  • indurre la creazione di un organo di indirizzo di distretto che snellisca gli adempimenti burocratici, che individui forme adeguate di veicolazione specialistica di conoscenze tecnologiche alle PMI e le aiuti a collegare la loro ricerca applicata a università e enti pubblici di ricerca;
  • cofinanziare i progetti di trasferimento tecnologico presentati congiuntamente da centri di ricerca, associazioni imprenditoriali ed enti territoriali.

Inoltre riteniamo necessario aiutare le piccole e medie imprese italiane a sostenere l'onere della brevettazione europea e delle certificazioni europee, più accreditate e riconosciute a livello internazionale, ma ben più costose di quelle italiane. Crediamo che una particolare attenzione debba essere posta nell'industria del software e in generale alla creazione e produzione delle tecnologie necessarie all'innovazione in tutti i settori: i prodotti "intelligenti" e i servizi a valore aggiunto si costruiscono grazie al software e all'ICT.

Trasparenza, informazione e controllo devono essere le caratteristiche di queste politiche. Il governo deve dotarsi di strumenti idonei a conteggiare precisamente l'entità complessiva dei trasferimenti finanziari ad ogni singola impresa, a verificare la normativa dei contratti e a monito rare le imprese che godono delle agevolazioni.

Le imprese italiane nel mondo: l'economia italiana diventa internazionale

La struttura della nostra collocazione internazionale è molto fragile, perché troppo orientata all'esportazione, troppo parcellizzata in piccolissime imprese e scarsamente presente nei comparti più dinamici e ad elevato contenuto tecnologico, oggi al centro delle ristrutturazioni dell'economia globale. Le principali ragioni della cattiva performance delle esportazioni italiane, che si manifestano dalla metà degli anni '90, ma peggiorano drasticamente negli ultimi cinque anni, sono tre:

  • il peggioramento della posizione competitiva (a causa della peggior dinamica della produttività italiana il costo del lavoro per unità di prodotto negli anni 2000 è cresciuto dell'1% in Germania, del 10% in Francia del 20% in Italia);
  • la bassa quota di esportazioni nei mercati in forte crescita (tre quinti delle esportazioni italiane si dirigono nei paesi europei maturi);
  • l'alta quota delle esportazioni italiane nei settori maturi in cui la concorrenza con i paesi emergenti è moto elevata (casa e moda), con l'eccezione delle macchine utensili. Queste ragioni spiegano perché le quote del commercio mondiale sono cadute dal 5,1% del 1990 al 4% nel 2000 e al 3,1% nel 2004.

In tema di investimenti esteri una presenza significativa di partecipazioni di imprese italiane all'estero si ritrova solo nel settore delle utilities, grazie al ruolo giocato dai grandi gruppi energetici (Eni e Enel) nell'acquisizione di partecipazioni straniere. In termini di capacità di attrazione degli investimenti esteri l'Italia è scivolata al 98° posto della classifica internazionale e si trova solo al 29° posto quale investitore all'estero. I capitali esteri arrivano in Italia per lo più per acquisire imprese e non per insediare nuove attività di produzione, servi zio, ricerca e sviluppo. Nei settori tecnologicamente avanzati siamo sempre meno attrattivi.

Noi crediamo che un rilancio dell'internazionalizzazione debba interessare innanzitutto l'inserimento sui mercati internazionali delle nostre imprese, in particolare le piccole, carenti di strutture produttive e commerciali sui mercati di sbocco. Crediamo che uno sforzo particolare debba essere fatto per l'internazionalizzazione dei distretti industriali e dei sistemi territoriali di piccole e medie imprese. Una internazionalizzazione evoluta, deve prevedere il mantenimento e l'accrescimento in Italia delle fasi strategiche del ciclo produttivo. In Italia un nutrito insieme di medie imprese hanno raggiunto in questi anni importanti livelli di fatturato, con una loro forte proiezione internazionale. Potrebbero diventare un volano importante per il rilancio dell'internazionalizzazione del nostro sistema produttivo.

Riteniamo che un ruolo rilevante vada attribuito alle istituzioni pubbliche preposte all'internazionalizzazione, che operano sul terreno finanziario (Simest), assicurativo (Sace) e di promozione (Ice) e alle istituzioni private, le Camere di Commercio e si impone una maggiore collaborazione tra queste istituzioni.

Riteniamo che debba essere promosso all'estero, coordinando meglio anche le iniziative regionali, l'intero "sistema paese". L'attuale debolezza di una politica nazionale dell'internazionalizzazione ha prodotto un complesso costoso e poco efficiente di venti promozioni regionali: si impone un maggior coordinamento a livello nazionale.

Crediamo che si debba puntare sull'attrazione degli investimenti diretti esteri in Italia. Le politiche per l'accoglimento di imprese estere devono riguardare la rimozione delle difficoltà sia di entrata sia di uscita. È necessario ridurre drasticamente i tempi e i costi per l'avvio di un'attività di impresa, che costa in Italia tra dieci e quindici volte di più rispetto a Nord America, Regno Unito, Francia e Paesi scandinavi. Tra le difficoltà di entrata che puntiamo a ridurre ci sono inoltre la debolezza del quadro normativo e fiscale, le carenze nelle infrastrutture, le difficoltà per l'ottenimento di autorizzazioni a nuovi insediamenti.

Crediamo nella necessità di sostenere la partecipazione di imprese italiane a progetti europei, sia negli ambiti nei quali è già significativa la nostra presenza (aerospazio, telecomunicazioni, trasporti, cantieristica), sia in ambiti innovativi ad elevato potenziale di crescita (biotecnologie, nanotecnologie, energia ecc.). I grandi programmi spaziali e militari americani hanno svolto un ruolo fondamentale nel rafforzamento della leadership tecnologica di quel paese. In Europa invece è necessario sviluppare programmi in aree d'avanguardia come la conservazione e produzione di energia pulita, la sanità e la protezione ambientale, l'applicazione dell'ICT ai servizi sociali, il programma satellitare Galileo per le telecomunicazioni, senza dimenticare i settori europei aerospaziale, navale e delle comunicazioni. Un ruolo centrale va attribuito al settore aerospaziale, il solo settore che parte da posizioni consolidate. In parti colare, crediamo che i programmi che mobilitano l'innovazione industriale debbano dar luogo ad una cooperazione europea, passando attraverso il concorso e l'impulso di più paesi nella selezione e nel finanziamento dei progetti. In tal senso è fondamentale per l'Italia la ricerca in Europa di partnership adeguate per promuovere e guidare i progetti di innovazione.

Le politiche per la concorrenza: dalla parte del cittadino consumatore, risparmiatore e utente

Il centrodestra italiano ha commesso negli ultimi anni l'errore di vedere nel rallentamento del progetto europeo l'allentamento di un vincolo dal quale poterne trarre beneficio. È stato un errore di non aver fatto dell'obiettivo della concorrenza l'occasione per riorganizzare la struttura produttiva dell'economia italiana a fronte delle nuove sfide. L'esperienza passata ha privilegiato l'aspetto della privatizzazione su quello della de-monopolizzazione. In particolare:

  • i grandi servizi pubblici a rete, nati dai monopoli pubblici sono stati privatizzati prima di una radicale liberalizzazione; insieme ai servizi pubblici locali, mantengono ancora tariffe troppo alte;
  • i servizi professionali sono protetti da norme che senza giustificazioni restringono l'accesso alla professione, limitano la concorrenza e riversano sui loro utenti costi elevati;
  • la distribuzione commerciale è ancora caratterizzata da un basso tasso di concorrenzialità e da elevati prezzi finali, a loro volta derivanti da inefficienze disfunzioni delle filiere produttive e distributive;
  • i servizi bancari, assicurativi e anche pubblicitari sono offerti in situazione di minor concorrenza che all'estero.

Liberalizzare ha senso se significa contrastare la rendita e aumentare l'efficienza del sistema economico. A tal fine, uno sforzo si impone da parte delle imprese e dello Stato ad intervenire nei settori nei quali si annidano rendite improprie e inefficienze.

Questo sforzo deve accompagnarsi a un rafforzamento dell'Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (Antitrust), il cui ruolo nevralgico è quello di applicare il diritto della concorrenza. In generale, proponiamo di:

  • valorizzare il potere consultivo e di indirizzo dell'Antitrust nei confronti del Parlamento e del governo, riservando finalmente adeguata considerazione ai suoi suggerimenti (sono state presentate in Parlamento 200 segnalazioni su tariffe, difesa di monopoli legali o limitazioni all'accesso al mercato: di queste l'80% sono rimaste inascoltate);
  • potenziare il sistema delle sanzioni, oggi seriamente inadeguate rispetto agli sviluppi del diritto europeo, ad esempio rafforzando la capacità dissuasiva della sanzione e introducendo programmi di clemenza per le imprese che contribuiscono alla individuazione dei cartelli;
  • accrescere la sensibilità del legislatore rispetto ai danni causati da leggi e regolamenti che ostacolano la concorrenza, attraverso una specifica valutazione sotto questo profilo dei provvedimenti all'esame parlamentare, anche facendo ricorso al parere dell'Antitrust;
  • rafforzare il potere di indagine e di proposta dell'Antitrust, al fine di individuare strutture di mercato e normative più concorrenziali nei diversi settori economici.

Per noi liberalizzare significa contrastare rendite monopolistiche e corporative, migliorare qualità e prezzo per il consumatore, garantire fondamentali clausole sociali per gli operatori, promuovere investimenti e crescita industriale. Ciò vale anche per i servizi pubblici locali. In questo caso liberalizzare deve significare altresì garantire comunque le caratteristiche universalistiche dei servizi.

Nei servizi a rete (energia, trasporti) la proprietà delle reti deve rimanere pubblica.

Nel settore cruciale dell'acqua dovranno essere assunti criteri di massima sensibilità, di precauzione, di forte investimento programmatico. In questo caso la distinzione fra rete e servizio è più complessa. Entrambe le funzioni dovranno dunque rimanere pubbliche. Crediamo inoltre nell'assoluta necessità di effettuare robusti investimenti nel potenziamento e ammodernamento delle reti idriche, soprattutto nel mezzogiorno dove i cittadini e gli utenti finali hanno ancora gravi e diffuse difficoltà di accesso all'acqua.

Politiche di liberalizzazione e trasparenza crediamo vadano attuate secondo gli stessi principi anche nei settori della distribuzione dei farmaci e dei taxi.

L'altro settore che necessita di specifiche politiche di liberalizzazione a tutela degli effettivi interessi dei cittadini, è il settore dei servizi professionali. Questo settore è stato fin ad oggi estesamente sottratto alle dinamiche concorrenziali, con il fine dichiarato di tutelare il cittadino, in nome della natura delicata delle prestazioni offerte (salute, giustizia, ecc) e della necessità di offrire adeguate garanzie di profes sionalità del servizio. Pur riconoscendo come fondate queste peculiari esigenze di garanzia nella prestazione di alcuni servizi professionali, riteniamo tuttavia che in alcuni settori si debba intervenire per meglio rispondere alle esigenze e agli interessi dei cittadini e degli utenti. Infatti:

  • in Italia esistono oggi oltre venti ordini e collegi professionali, non tutti rispondenti - come spesso segnalato dall'Antitrust - alle specifiche esigenze di tutela proprie delle prestazioni riguardanti diritti civili costituzionalmente protetti;
  • l'Italia secondo la Commissione UE è il paese con il maggior tasso di protezione (superiore anche a Germania, Francia e Spagna) delle tradizionali categorie professionali di notaio, avvocato, contabile, farmacista, architetto, ingegnere;
  • nei paesi più liberali (Inghilterra, Danimarca e Olanda) non vi sono segnali di malfunzionamento dei mercati, ma la maggior libertà nelle professioni consente maggior ricchezza complessiva (Commissione UE);
  • in Italia i servizi professionali hanno una incidenza sul valore della produzione dei settori esportatori di circa il 6% e l'Antitrust ha rilevato che tanto più i settori esportatori dipendono dai servizi professionali tanto peggiore è la loro performance.

Le politiche per la concorrenza nell'ambito dei servizi professionali devono secondo noi riguardare i principali aspetti oggi soggetti a regolamentazioni restrittive. In particolare:

  • le condizioni di accesso all'attività: numero degli ammessi, requisiti, attività loro riservate;
  • la condizione di svolgimento dell'attività: prezzi, pub blicità e modelli aziendali.

A questo proposito bisogna valutare se le restrizioni rispondano alle esigenze dei fruitori dei servizi professionali o se non si dimostrino una mera difesa delle posizioni di rendita. Pur riconoscendo la necessità di mantenere una regolazione ordinistica per le professioni che rispondono a questi requisiti, sulla base del cosiddetto sistema duale riteniamo sarebbero necessarie le seguenti misure di liberalizzazione:

  • consentire che le attività meno complesse siano svolte liberamente anche da non iscritti agli ordini professionali, come in molti paesi europei;
  • a tal fine riconoscere le nuove professioni e le loro associazioni;
  • consentire che nel caso di prestazioni complesse risulti ammesso ad operare un numero di professionisti adeguato alle esigenze della domanda e non predeterminato autoritativamente (esistono molti più farmacisti abilitati che non farmacie con la licenza commerciale);
  • abolire le tariffe minime, tranne casi limitati alle attività riservate e il divieto di pubblicità e di informazione al pubblico;
  • consentire la fornitura di servizi multidisciplinari e interprofessionali da parte di professionisti associati o di società di professionisti;
  • affidare agli ordini professionali le funzioni di formazione dei loro associati e la fissazione di standard di qualità dei servizi (una sorta di rating);
  • riqualificare gli aspetti formativi del praticantato, prevedendo altresì un equo compenso;
  • confermare il rispetto dell'autonomia finanziaria e gestionale delle Casse di Previdenza privatizzate. In generale, crediamo che una maggiore concorrenza nel settore possa ampliare il mercato di questi servizi e meglio incontrare sia le esigenze dei consumatori, sia l'accesso alle professioni da parte dei giovani laureati.

Infine, un altro terreno d'intervento per le politiche di apertura dei mercati e di liberalizzazione è costituito dalla distribuzione commerciale. A questo proposito, i governi dell'Ulivo hanno già avviato una politica di riduzione delle barriere alla concorrenza, a tutto beneficio dei consumatori. In particolare, la riforma del commercio del 1998 ha abolito il Registro degli esercenti, ha ridotto a due le tabelle merceologiche, ha cancellato i piani commerciali, ha esteso gli orari di apertura. Con la riforma del titolo V della Costituzione la regolamentazione del commercio è definitivamente passata alle regioni. Lo Stato conserva tuttavia piena potestà legislativa in materia di tutela della concorrenza e di tutela dei diritti dei consumatori.

Noi crediamo che lo Stato debba esercitare entrambe queste competenze e promuovere, nel solco nella riforma del 1998 politiche orientate congiuntamente a:

  • promuovere la spinta concorrenziale nel settore della distribuzione commerciale, favorendo lo sfruttamento delle economie di scala e il contenimento dei prezzi finali al consumo;
  • accrescere la dimensione delle catene distributive nazionali, per far fronte alla penetrazione del mercato nazionale da parte di grandi gruppi stranieri e al piazzamento dei produttori domestici;
  • per altro verso, tutelare la permanenza nei centri urbani delle piccole attività commerciali e artigianali (esercizi di vicinato), anche in funzione di tutela della vivibilità e della sicurezza delle città;
  • valorizzare la funzione sociale della piccola e piccolissima distribuzione, garantendo soprattutto in alcuni casi (piccoli paesi, periferie urbane) la possibilità di accesso agli acquisti anche a coloro che, come gli anziani o i disabili, non sono nelle condizioni di approvvigionarsi nei grandi magazzini;
  • in generale, garantire un equilibrio tra esigenze com petitive ed esigenze sociali e produttive, attraverso la selettività degli interventi in un quadro di programmazione territoriale.

Inoltre, la deregolamentazione degli orari deve avvenire nel rispetto della legislazione del lavoro. Infine, con specifico riguardo al comparto agroalimentare, riteniamo indispensabile sollecitare i produttori e i distributori commerciali ad adottare politiche reciprocamente convenienti per l'accorciamento delle filiere e il contenimento dei prezzi finali. In particolare, crediamo che le catene distributive debbano essere incentivate a distribuire nei punti vendita di ciascun territorio una certa varietà di prodotti locali.

Risparmiare con fiducia: trasparenza e affidabilità dei mercati finanziari

Lo sviluppo economico richiede che i risparmiatori nutrano fiducia nei mercati in cui investono i loro risparmi e in particolare:

  • nelle imprese che emettono i titoli in cui essi investono, azioni e obbligazioni;
  • negli intermediari finanziari (gruppi bancari) che collocano questi titoli sul mercato;
  • nelle istituzioni preposte alla stabilità, alla trasparenza e alla concorrenzialità di questi mercati;
  • nel controllo giudiziario a tutela dei loro diritti.

I recenti scandali finanziari hanno rischiato di minare gravemente la fiducia dei risparmiatori verso ciascuno di tali soggetti, evidenziando la necessità di recuperare a tutti i livelli credibilità e trasparenza, dai meccanismi di regolazione dei mercati finanziari fino alle forme di governance delle imprese industriali.

Per altro verso, è il settore bancario a richiedere interventi incisivi. Negli anni '90 vi è stato infatti un rapido processo di riassetto proprietario del sistema bancario, con la costituzione dei gruppi bancari e l'affermarsi della banca universale, che ha finito per moltiplicare i conflitti di interesse derivanti dal crescente intreccio proprietario tra banche e imprese non finanziarie.

Infine, in Italia manca nel settore bancario la forma delle public company: le banche italiane infatti sono possedute o da Fondazioni o da banche europee, oppure hanno la forma cooperativa. A fronte di ciò, si assiste ad un crescente interessamento di imprenditori non bancari ad acquistare quote azionarie di banche (sette dei principali gruppi bancari sono partecipati da gruppi industriali), il che a sua volta rischia di dare origine a condizionamenti nelle scelte di impiego (in cinque casi su sette gli azionisti industriali mostrano un forte indebitamento rispetto alla banca partecipata).

Su ciascuno di questi fronti occorrono incisivi interventi del legislatore.

Noi crediamo che, per prevenire o almeno limitare i gravi fenomeni che hanno recentemente coinvolto le imprese nazionali quotate sui mercati finanziari, siano necessarie le seguenti misure:

  • la richiesta di criteri di professionalità non solo per i sindaci, ma anche per gli amministratori;
  • la previsione che i patti di sindacato debbano limitarsi a questioni proprietarie e non gestionali;
  • il miglioramento delle norme a presidio della trasparenza delle operazioni finanziarie.

Tuttavia occorrono anche interventi normativi in materia di prestazione di servizi finanziari, che pongano dei paletti all'ambito di azione della banca universale. Oltre ad incentivare una maggior presenza sul mercato di analisti finanziari e di società di gestione del risparmio indipendenti dalle banche, occorrono infatti alcune specifiche misure normative; tra cui:

  • imporre una rigorosa separazione societaria, anche nell'ambito del gruppo bancario, per la fornitura dei vari servizi finanziari non tradizionali, con criteri più stringenti rispetto a quelli previsti dalla riforma del risparmio approvata dalla maggioranza di centrodestra;
  • vietare agli analisti finanziari di gruppi bancari di offrire un servizio di valutazione su titoli tra i quali vi siano titoli da loro posseduti;
  • vietare, per un periodo superiore all'anno, al gruppo bancario di vendere all'investitore non professionale azioni o obbligazioni di società di cui ha curato la ristrutturazione del debito o collocato i titoli sul mercato;
  • quotare la società "Borsa Italiana" in un mercato europeo in modo da diluire il peso delle banche italiane.

Inoltre, noi crediamo che per limitare il conflitto di interessi derivante dall'intreccio proprietario, debbano essere sottoposti a rigorosi limiti quantitativi i finanziamenti che una banca può erogare a un azionista con una partecipazione superiore all'1% della banca stessa (o di altre banche del gruppo) e che la delibera vada sotto posta all'approvazione all'unanimità del consiglio di amministrazione della banca. Inoltre, crediamo che le modalità di concessione di questi finanziamenti debbano essere indicate in bilancio e rese note alle Autorità preposte alla stabilità, trasparenza e concorrenza del mercato, ciascuna delle quali può opporsi con motivazione alla conclusione del rapporto. Noi crediamo che gli interessi dei risparmiatori e la fiducia nei mercati si tutelano innanzitutto con i poteri ispettivi delle autorità di controllo. Ma questo non basta. Il controllo giudiziario sulle società che fanno ricorso al mercato dei capitali va anch'esso considerato come strumento per favorire la tutela del risparmio diffuso. Neppure la tutela penale risulta tutta via pienamente idonea ad assicurare una efficace deterrenza delle condotte dannose. Sono quindi necessarie disposizioni che rendano effettivamente accessibile la tutela civile risarcitoria delle vittime di tali condotte, come la "class action".

L'azione collettiva risarcitoria ("class action") è una nuova tecnologia del processo che si va diffondendo ormai in tutto il mondo e crediamo opportuno introdurre anche da noi. Quando si verificano illeciti che provocano danni ad una platea molto estesa e diffusa di soggetti, coloro che li subiscono spesso rinunciano ad agire perché il costo di accesso alla giustizia è troppo oneroso rispetto al probabile beneficio di vincere la causa. Con la "class action" invece, nei casi di illeciti civili plurioffensivi, la sentenza che si ottiene in un singolo giudizio può essere fatta valere anche da quanti si trovano nella medesima situazione, senza che ciascuno dei danneggiati sia costretto a promuovere autonomamente la propria azione. La disciplina della "class action" dovrà essere configurata in modo che si armonizzi con i principi generali in tema di tutela giurisdizionale del nostro ordinamento, avendo riguardo affinché:

  • non pregiudichi minimamente la facoltà di ciascuno di disporre del suo diritto consentendo al singolo di sottrarsi dall'azione collettiva;
  • premi economicamente gli avvocati solo se hanno effettivamente contribuito all'attuazione del diritto sostanziale;
  • costituisca uno strumento di economia processuale.

Un altro fronte d'intervento che riteniamo cruciale è costituito dal diritto fallimentare.

La recente riforma del diritto fallimentare ha reso le procedure certamente più in linea con le esigenze degli operatori economici, attraverso una valorizzazione del ruolo dell'autonomia privata. Tuttavia, la riforma ha il grave limite - anche rispetto agli ordinamenti degli altri paesi europei - di aver ridotto il ruolo del giudice, soprattutto nella fase della gestione della procedura, vanificando l'esigenza di tutela delle parti più deboli e delle imprese medie e piccole. Tutto è messo nelle mani del curatore (che con le nuove disposizioni può essere anche un imprenditore) e del comitato dei creditori. Se per un verso è bene tendere non solo alla liquidazione ma, laddove è possibile, alla preservazione delle residue potenzialità produttive dell'impresa, vi è per altro verso la necessità di contemperare il ruolo che i maggiori creditori assumeranno all'interno del comitato dei creditori. È per questo che noi crediamo opportuno l'affidamento al giudice di un effettivo ruolo di controllo a tutela degli interessi generali. Diversamente, la crisi dell'impresa potrebbe essere risolta soltanto a vantaggio dei ceti prevalenti (in particolare, del ceto bancario), con danno dei piccoli e medi creditori e dei fornitori. Per altro verso, crediamo che opportuno ridurre alcune asprezze della legislazione attuale. In particolare, proponiamo di:

  • comminare pene meno severe per le società nelle quali i soci amministratori rispondono in proprio;
  • attenuare le pene per l'amministratore che risarcisce o comunque aiuta il curatore a recuperare attivo; la bancarotta preferenziale va considerata reato solo quando l'amministratore ha agito per perseguire un interesse proprio;
  • depenalizzare una serie di condotte che sono prassi ormai accettate in questi casi (che sono frequentissimi) basta la sanzione del risarcimento danni.

Una politica dei trasporti sostenibile

Uno dei gravi limiti dello sviluppo italiano è costituito dalla debolezza delle infrastrutture viarie e della logistica. I cittadini e le imprese italiani si confrontano con una rete infrastrutturale satura, inadeguata e pesantemente sbilanciata a favore del trasporto su gomma, con servizi insufficienti a soddisfare le esigenze di mobilità delle persone e delle merci.

Questo scenario sta producendo effetti drammatici, come un drammatico numero di morti per incidenti stradali, e gravi disfunzioni sotto vari profili: costi del trasporto, impatto ambientale, consumi energetici ed emissioni di gas serra, sicurezza e vivibilità nelle aree urbane e metropolitane, dove si sviluppa quasi il 70% degli spostamenti di tutto il territorio nazionale. Con il governo di centrodestra la situazione è ulteriormente peggiorata. Il trasporto pubblico è stato indebolito e la Legge Obiettivo per la realizzazione delle grandi opere, sulle quali si sono concentrate le risorse pubbliche, si è rivelata un fallimento. Si è inoltre abbandonata ogni corretta forma di programmazione delle opere coerente con il "Piano generale dei tra sporti e logistica" e di relazione con gli enti locali.

L'unione si impegna a individuare, sulla base delle risorse finanziarie disponibili, gli interventi infrastrutturali da realizzare prioritariamente, in coerenza con il "Piano generale dei trasporti", con il coinvolgimento attivo degli enti territoriali. L'individuazione delle priorità infrastrutturali deve a sua volta avvenire alla luce delle risultanze della valutazione ambientale strategica (VAS), dell'esame del rapporto costo beneficio di ogni intervento e delle sua coerenza con gli obiettivi generali e di sistema da perseguire, a partire dal riequilibrio modale.

A tal fine, proponiamo di modificare profondamente la "legge obiettivo", per rafforzare il ruolo degli enti territoriali, per rendere generalizzato e inderogabile il ricorso alla valutazione di impatto ambientale, per potenziare le capacità di controllo, monitoraggio e di vigilanza complessiva sul ruolo e sull'operato dell'istituto del "General contractor", cioè della figura introdotta dalla "legge obiettivo" come esecutore generale dell'opera.

In generale, proponiamo di riordinare la legislazione sui lavori pubblici in un unico corpo normativo, che recepisca le direttive comunitarie e assicuri una disciplina omogenea delle leggi regionali. Obiettivi fondamentali sono per noi: la centralità e la qualità del progetto, la trasparenza delle procedure, il rispetto della legalità, la leale concorrenza e l'accelerazione dei tempi di realizzazione dei lavori. In questo contesto, la consultazione, la partecipazione e l'informazione a livello locale verranno garantite anche attraverso il finanziamento del programma Agenda 21.

Con riferimento alle infrastrutture dei trasporti - ferma restando la necessità di migliorare la qualità, l'efficienza e la sicurezza delle infrastrutture esistenti - indichiamo alcune priorità.

In primo luogo l'investimento sulle aree portuali e retroportuali nel rispetto dei massimi livelli di sicurezza, nel quadro del più generale investimento sulle autostrade del mare, per l'assorbimento del nuovo flusso di traffici dall'Asia verso il Mediterraneo. C'è oggi una ragione in più per dare priorità alle infrastrutture portuali del Mezzogiorno: farne l'avamposto nazionale della nuova logistica che viene dall'Oriente. Le autostrade del mare e l'integrazione dei porti con le reti ferroviarie meridionali e il loro potenzia mento sono i nostri obiettivi più urgenti. I nuovi flussi dei traffici richiedono più che in passato l'unità del Paese anche nelle infrastrutture.

Altra priorità è l'integrazione con le grandi reti europee, attraverso specifici interventi idonei a:

  • distinguere dove necessitino opere nuove oppure occorrano ristrutturazioni dell'esistente;
  • valorizzare il coinvolgimento dei cittadini e delle istituzioni dei territori interessati dagli interventi di infra strutturazione, in sede di valutazione della compatibilità ambientale delle opere e dell'impatto socio-economico sulle popolazioni;
  • dare priorità alle direttrici già vicine alla saturazione dei traffici, come ad esempio quelle verso il Gottardo e il Brennero;
  • avvantaggiare la ferrovia nella ripartizione modale;
  • integrare le reti di trasporto europeo con gli aeroporti, in primo luogo con gli aeroporti di Fiumicino e Malpensa;
  • nei punti di incrocio delle reti di trasporto europee, realizzare interporti di rango europeo per l'integrazione modale della logistica. Dalla capacità di offrire servizi concorrenziali di magazzinaggio e prima trasformazione delle merci, deriveranno anche migliori condizioni per l'insediamento produttivo.

Prioritario è anche il rifinanziamento degli incentivi per l'intermodalità e il sostegno alle attività delle imprese armatoriali finalizzate allo sviluppo del sistema intermodale.

Sarà poi importante lo sviluppo delle reti metropolitane, decisive per la competitività dei nostri sistemi urbani.

Centrali nel programma dell'unione sono gli interventi e gli investimenti per le città per il potenziamento del trasporto pubblico locale collettivo. In particolare per le città proponiamo di:

  • migliorare la mobilità urbana attraverso investimenti mirati a potenziare l'offerta di trasporto pubblico locale, estendendo le reti tranviarie e metropolitane, ammodernando il trasporto pubblico con vetture meno inquinanti ed estendendo le piste ciclabili, le corsie protette, le zone a traffico limitato e quelle pedonalizzate;
  • dare adeguata risposta alle esigenze dei pendolari rafforzando il trasporto ferroviario metropolitano e regionale, accelerando gli investimenti sui nodi, incrementando e ammodernando i treni e prevedendo un'efficace azione di indirizzo e coordinamento, d'intesa con gli enti locali, delle scelte di riconversione delle tracce liberate dall'entrata in funzione dell'alta velocità;
  • regolare e finanziare i "Piani urbani delle mobilità" da attuare da parte delle amministrazioni locali;
  • sostenere la riorganizzazione del trasporto merci all'interno delle aree urbane.

Con riferimento al settore delle ferrovie, proponiamo di proseguire lungo il solco tracciato dai governi di centrosinistra nell'adozione dello standard di Alta Capacità della rete, come strumento di potenziamento del trasporto di persone e di merci e dunque di alleggerimento del traffico stradale. Proponiamo inoltre l'adozione di un programma pluriennale di investimento sul materiale rotabile, che possa diventare anche un'occasione per il rilancio di ciò che rimane del settore industriale di riferimento.

Fondamentale è un quadro organico di misure e risorse destinate a garantire la sicurezza nei trasporti. Noi crediamo opportuno investire in nuovi impianti e tecnologie di controllo sulla rete ferroviaria, stradale e per il trasporto aereo e marittimo. In particolare, crediamo nella necessità di rilanciare gli investimenti in materia di sicurezza stradale e di promuovere nuove politiche per lo sviluppo di una "cultura della sicurezza stradale", soprattutto presso i giovani.

Ogni anno in Italia 6.000 persone perdono la vita a causa di un incidente stradale e circa 20.000 rimangono invalide in modo permanente, con un costo per la collettività pari a circa 35 miliardi di euro. Anche l'introduzione della patente a punti - già prevista dalla legge-delega approvata nella scorsa legislatura (legge n. 85 del 2001) - che avrebbe dovuto contribuire a ridurre sensibilmente il tasso di incidentalità in Italia, non ha sortito i risultati attesi a causa della mancata attuazione, da parte del governo di centrodestra, delle altre misure che il centrosinistra aveva previsto. Per questo motivo proponiamo di:

  • procedere ad una riforma organica del nuovo Codice della Strada, secondo i princìpi e i criteri direttivi della legge-delega del governo di centrosinistra;
  • rifinanziare il Piano Nazionale per la Sicurezza Stradale, destinando annualmente ad esso le risorse a tal fine individuate dalla Relazione sullo Stato della Sicurezza Stradale;
  • ripristinare l'Ispettorato generale per la circolazione e la sicurezza stradale, cancellato dal Ministro Lunardi, quale strumento organizzativo di riferimento per tutti i soggetti istituzionali e per gli enti locali al quale con ferire i poteri per l'attuazione del Piano;
  • abolire tutte le recenti disposizioni che hanno innalzato i limiti di velocità degli autoveicoli;
  • potenziare gli organici della Polizia Stradale.

Per risolvere il problema della congestione sulle strade urbane, con riguardo soprattutto ad alcuni snodi intorno a grandi centri urbani, riteniamo opportuno valutare anche la possibilità di ricorrere a politiche atte alla disincentivazione dell'uso del mezzo privato per le zone più congestionate e i veicoli più inquinanti, in connessione all'utilizzazione dei sistemi tecnologici più avanzati, nel campo della logistica, della "infomobility" e della sicurezza (in primo luogo il sistema Galileo, il più importante progetto tecnologico europeo per l'applicazione dei sistemi satellitari ai servizi di logistica).

Crediamo inoltre nella necessità di un'attenta ricognizione delle tariffe autostradali e dei contratti di concessione, orientata soprattutto a verificare la congruità dell'attuale remunerazione per i gestori rispetto agli investimenti intrapresi e programmati, all'evidenza modesti e insufficienti, in modo che l'aumento programmato delle tariffe corrisponda ad un miglioramento effettivo del servizio e della sicurezza per gli utenti.

Infine, crediamo che vada istituita una "Autorità dei trasporti", che abbia lo scopo di definire le tariffe autostradali e, recepiti gli obiettivi strategici definiti dal Ministero, definire anche le tariffe stradali.

Per il trasporto aereo ci impegniamo a intervenire in coerenza con la legislazione del Cielo Unico Europeo, anche al fine di supportare le strategie di efficientamento e rafforzamento dei vettori aerei nazionali e garantire la necessaria trasparenza nei rapporti con le società di gestione aeroportuale.

Infine, riguardo al ponte sullo Stretto di Messina, proponiamo di sospendere l'iter procedurale in atto per realizzare le priorità infrastrutturali nel Mezzogiorno (sistema autostradale e ferroviario, Salerno-Reggio Calabria-Palermo, reti idriche, Statale Ionica, porti e cabotaggio).

Per cambiare con energia. L'innovazione e la sicurezza in campo energetico

Un futuro migliore per l'Italia dipende in gran parte dalla capacità del Paese di rispondere alle grandi sfide energetico - ambientali, in presenza dei rischi dei cambiamenti climatici e della crescita strutturale del prezzo del petrolio e degli altri combustibili fossili. È quindi necessario intervenire in profondità con un ricorso strategico all'aumento dell'efficienza energetica e uno sviluppo accelerato delle fonti rinnovabili, con la diffusione della cogenerazione di energia elettrica e calore e con un serio investimento nella ricerca.

L'attuale governo si è mostrato incapace di cogliere le esigenze di cambiamento, continuando a favorire l'aumento dei consumi di combustibili fossili e non facendo nulla per contrastare l'aumento del costo della fattura energetica del Paese: dagli incrementi delle bollette per i cittadini e per le imprese, ai costi sociali e ambientali delle emissioni di gas serra (che invece di diminuire del 6,5%, come previsto dal Protocollo di Kyoto, sono aumentate del 13%).

La competitività del paese ha bisogno tanto di energia a minore costo, quanto di un sistema energetico rinnovato e ambientalmente sostenibile.

Noi crediamo che il Protocollo di Kyoto rappresenti un'opportunità per l'innovazione delle politiche energetiche e per una riduzione della dipendenza dall'importazione di combustibili fossili. Proponiamo dunque che il Protocollo di Kyoto venga immediatamente attuato, valorizzando le sue ricadute positive nel nostro Paese con misure interne che consentano di raggiungere almeno l'80 % degli obblighi di riduzione, e facendo ricorso, per la parte restante, agli interventi di cooperazione internazionale previsti dal Protocollo stesso.

Nel merito, le nostre proposte prevedono la diminuzione dei consumi totali dei combustibili fossili (nel mix di combustibili fossili favoriamo il ricorso al gas naturale meno inquinante) e una diminuzione delle emissioni di gas serra da realizzarsi:

  • nel settore elettrico, con aumento dell'efficienza negli usi finali e nella produzione, con la generazione distribuita e la cogenerazione, e con un forte sviluppo delle fonti rinnovabili;
  • nei trasporti, riequilibrando le modalità a favore della ferrovia, del cabotaggio e del trasporto collettivo, migliorando l'efficienza energetica dei mezzi di trasporto e incrementando l'uso dei biocarburanti e del gas naturale attraverso un potenziamento della rete di distribuzione per l'autotrazione;
  • nell'industria e nei servizi, incentivando l'innovazione di processo e di prodotto per aumentare l'efficienza energetica;
  • nel settore civile, migliorando gli standard energetici degli edifici, i sistemi di riscaldamento e raffreddamento, l'efficienza energetica degli elettrodomestici e dell'illuminazione.

Per altri versi, il sistema energetico italiano deve porsi anche i problemi della sicurezza dell'approvvigionamento nel settore del gas e dell'elettricità, dello sviluppo della concorrenza e della riduzione dell'attuale divario di prezzi con gli altri paesi europei (che oggi può essere mediamente quantificato in un 7-8% per il prezzo del gas e in un 15-18% per i costi dell'elettricità). Tra gli obiettivi dell'azione di Governo rientrano l'aumento della concorrenza, la riduzione dei divari di prezzo dell'offerta energetica rispetto agli altri paesi europei e la differenziazione delle fonti geografiche di approvvigionamento energetico. La sicurezza energetica va assicurata con la diversificazione delle importazioni (provenienze del gas naturale, differenziate soluzioni di trasporto), con un forte ricorso a fonti rinnovabili nazionali e con l'efficienza energetica.

In particolare, riteniamo possibile aumentare significativamente l'efficienza energetica complessiva con misure che avrebbero anche positive ricadute occupazionali: le indicazioni europee segnalano un possibile margine di risparmio per l'Italia pari ad almeno il 20% degli attuali consumi energetici, recuperabile attraverso investimenti in tecnologie per il risparmio energetico, remunerativi sul medio periodo. A tal fine crediamo necessario favorire la diffusione dell'iniziativa delle ESCO (compagnie per il risparmio energetico) per l'accesso al credito bancario, attraverso un fondo di rotazione e strumenti di finanziamento tramite terzi.

Sicurezza di approvvigionamento e maggiore concorrenza richiedono per un verso che si rafforzi la rete interna e, per altro verso, che le società che gestiscono la rete di trasporto siano separate dalle imprese produttrici di energia e mantenute pubbliche. Nel caso del gas, proponiamo che le reti, italiane ed europee, vengano costruite in modo da mantenere una capacità di trasporto superiore alla domanda (per spezzare il monopolio bilaterale di produttore e impresa commerciale dominante) e che si creino le condizioni per lo sviluppo di contrattazioni anche con produttori e consumatori esteri. Nel caso dell'elettricità, crediamo che l'Enel debba cedere all'asta capacità di generazione per eliminare l'eccesso di potere di mercato che tuttora detiene. Insieme al potenziamento della rete elettrica occorre infatti favorire la generazione distribuita, passando da pochi grandi impianti a numerosi impianti più piccoli ad elevata efficienza, distribuiti sul territorio, nei distretti, industriali, urbani ed agricoli, più vicini all'utenza, con un sistema energetico meno accentrato, meno esposto ai rischi della concentrazione, più flessibile e più democratico.

Per altro verso, riteniamo che i vecchi "campioni nazionali" dell'energia abbiano la capacità di crescere come "campioni europei" e di operare anche fuori dai confini nazionali: le società di rete devono espandersi a livello europeo, facendo uscire il mercato italiano dall'isolamento.

Lo sviluppo della capacità di approvvigionamento deve essere perseguito anche con una pluralità di provenienze per il gas e una pluralità di fonti primarie per la generazione di elettricità. È per questo che puntiamo alla costruzione di nuovi gasdotti e terminali di rigassificazione del gas naturale liquefatto (GNL), che dunque potrebbe essere importato via nave da qualsiasi parte del mondo e rigassificato in loco attraverso un'infrastruttura accessibile a tutti e non solo a chi la possiede.

Per la riuscita delle azioni sopra indicate è indispensabi le restituire all'Autorità garante per il gas e l'energia elettrica la pienezza dei suoi poteri originari, intaccata negli cinque ultimi anni da numerosi provvedimenti legislativi, prevedendo tuttavia anche maggiori obblighi di rendi contazione al Parlamento. In particolare, vogliamo un sistema di regolazione che preveda, attraverso appropriati soggetti istituzionali, la tutela tariffaria e la sicurezza del servizio per gli utenti domestici. Proponiamo inoltre una riforma della tariffa sociale dell'elettricità che aggiorni l'attuale meccanismo, vecchio e inefficiente.

Quanto alle "nuove fonti rinnovabili" (eolico, biomasse, fotovoltaico, solare a concentrazione, solare termico, idroelettrico di piccola taglia , geotermia), vogliamo nell'arco della legislatura siano almeno raddoppiate, in modo da giungere al 2011 al 25% di produzione elettrica da rinnovabili. A tal fine, applicando correttamente le direttive comunitarie e utilizzando le migliori esperienze europee, si potrà rivedere il sistema d'incentivazione delle fonti rinnovabili e favorire il passaggio dai certificati verdi a tariffe certe, incentivanti per un numero definito di anni, differenziate per le diverse fonti.

Nel settore della ricerca sulle energie sostenibili, crediamo che un ruolo di rinnovata centralità spetti all'ENEA: un prezioso patrimonio di esperienze lasciato per troppo tempo nell'abbandono. Puntiamo inoltre allo sviluppo di appositi centri di eccellenza per il settore energetico e ambientale che svolgano attività di ricerca e diffusione tecnologica soprattutto sulle soluzioni a rete. In particolare riteniamo che vadano intensificati gli sforzi di ricerca sul "sequestro del carbonio", sull'idrogeno "verde", sulle celle a combustibile. Una ripresa del programma nucleare in Italia oggi non è proponibile. Circa l'energia nucleare, il nostro impegno per la riduzione del rischio è orientato a produrre:

  • azioni di messa in sicurezza del combustibile e delle scorie esistenti in Italia;
  • la partecipazione in sede internazionale alla ricerca sul nucleare pulito di nuova generazione.

Infine, proponiamo la realizzazione di un Programma energetico-ambientale, nazionale e regionale, concertato fra lo Stato e le Regioni, con la partecipazione degli enti locali e dei portatori di interesse. Il Programma deve essere accompagnato da una valutazione ambientale strategica, con adeguato monitoraggio, e coordinato da un Consiglio superiore per l'energia, supportato a sua volta dall'azione di un'Agenzia nazionale per l'energia e per l'ambiente.

La nuova alleanza con la natura: ambiente e territorio per lo sviluppo

Il territorio italiano è un patrimonio di grande valore per la sua ricca biodiversità, per la sua qualità ambientale e paesistica, per la presenza diffusa di beni culturali, storici e archeologici. Rappresenta quindi una risorsa fondamentale per la qualità della vita e dello sviluppo presente e futuro.

Le città italiane dotate di ricchezze culturali, ambientali e sociali sono centri propulsori della vita civile ed economica del Paese.

Il nostro territorio e le città devono affrontare pressioni prodotte dalla crescente mobilità di persone e merci, dall'espansione della popolazione, dal dissesto idrogeologico aggravato dai cambiamenti climatici e dalle diverse forme di inquinamento e di produzione di rifiuti. Nel contempo la campagna e la montagna sono investite da un processo di marginalizzazione e di abbandono.

Il governo di centrodestra ha attuato condoni edilizi, ha realizzato tagli dei finanziamenti per gli enti locali e per il trasporto pubblico, ha favorito un'abnorme crescita delle rendita immobiliare, ha ridotto i fondi per la difesa del suolo; ha indebolito la tutela del paesaggio e del patrimonio storico culturale, le politiche di governo del territorio e di gestione urbanistica attaccandone sistematicamente la gestione ed il controllo pubblico. Ha alimentato altresì un drastico peggioramento delle condizioni sociali indebolendo le politiche di coesione ed inducendo nuove criticità in numerose aree urbane. Il governo di centrodestra, attraverso la legge delega n. 308 del 15 dicembre 2004, ha riscritto unilateralmente, buona parte della normativa ambientale, esautorando il Parlamento, le regioni e le autonomie locali dei loro ruoli istituzionali. L'approvazione dei decreti attuativi avrebbe un impatto particolarmente negativo, tra l'altro, nella realizzazione delle VIA e delle VAS, sulla difesa del suolo, la tutela delle acque e la gestione delle risorse idriche, sulla gestione dei rifiuti e delle bonifiche, sulla tutela dell'aria e delle emissioni in atmosfera.

L'Unione si impegna ad elaborare tempestivamente le misure necessarie per annullare i rischi e le storture posti dalla legge delega ambientale del governo di centrodestra.

Le possibilità di un futuro migliore e di un rilancio dell'Italia, nella nuova fase dell'economia globalizzata, sono strettamente legate alla capacità di valorizzare potenzialità e vocazioni dei territori, con una visione in grado di cogliere le nuove sfide come opportunità.

I beni comuni ambientali, indispensabili alla vita, alla sua qualità e allo sviluppo stanno diventando risorse scarse, sottoposte a pressioni globali e a prelievi crescenti, alimentati da modelli di produzione e di consumo insostenibili. Cogliere la portata di queste nuove sfide è condizione necessaria per affrontarle, ma anche per offrire nuove risposte e nuove opportunità, cooperare ad un più esteso ed equo accesso ai benefici dello sviluppo e rispondere alla domanda di un numero ormai rilevante di consumatori maturi.

Una parte rilevante del nostro sistema produttivo è costituito da piccole e medie imprese che operano spesso in distretti con una forte caratterizzazione territoriale. Noi crediamo che uno sviluppo locale improntato ai territori di qualità sia una leva fondamentale per il rilancio del Paese.

Settori economici per noi rilevanti, come quello agroalimentare e turistico, possono svilupparsi e sostenere una competizione internazionale sempre più accesa soltanto puntando sulla qualità integrata e multifunzionale, sulla qualità dei singoli territori e delle loro reti. Inoltre, l'uso efficiente delle materie prime, la minimizzazione dei rifiuti ed il potenziamento del riciclo, come già provato in importanti settori, hanno una crescente importanza non solo ambientale, ma anche economica. Noi crediamo che l'efficienza energetica e lo sviluppo delle fonti rinnovabili valorizzino la vocazione produttiva di un Paese.

In settori d'importanza rilevante come le infrastrutture ed i sistemi di mobilità, cruciali per la qualità delle città e del territorio, la qualità ambientale deve costituire un criterio di riferimento fondamentale per una effettiva valutazione del rapporto costi-benefici, per un impiego razionale delle risorse, per la scelta delle priorità, per modalità decisionali in grado di valorizzare la partecipazione dei cittadini.

In definitiva, noi crediamo che la tutela dei beni comuni ambientali e la valorizzazione dei territori siano ormai un cardine della civiltà contemporanea, nonché un criterio generale per orientare lo sviluppo sociale ed economico. A questi valori si ispira la nostra proposta di incisive politiche pubbliche per la tutela dell'ambiente e del territorio, basata sui seguenti strumenti:

  • il riconoscimento di incentivi economici e fiscali;
  • l'incentivo a strumenti volontari di valutazione e contabilità ecologica;
  • il miglioramento di strutture tecniche e sistemi di monitoraggio e di controllo;
  • la promozione di formazione e ricerca;
  • l'accesso alle buone pratiche ed alle migliori tecnologie disponibili per attivare una chiave fondamentale per il rilancio del Paese: l'innovazione ecologica.

Soprattutto dobbiamo riconoscere che il territorio è la più importante infrastruttura di un Paese, la sua manutenzione è la più importante opera pubblica: un'opera pubblica redditizia che consente di ridurre i rischi e di risparmiare le spese delle emergenze.

Le nostre politiche per il governo del territorio sono orientate a garantire la qualità ambientale, culturale e paesistica, la biodiversità, il risparmio del suolo, la prevenzione e la riduzione dei rischi. Noi crediamo che i principi della sostenibilità, della prevenzione e della precauzione debbano improntare tutti i piani e programmi che intervengono sul medesimo territorio, garantendo la massima trasparenza e partecipazione.

In particolare proponiamo di varare una nuova legge quadro per il governo del territorio che operi secondi i seguenti criteri:

  • evitare il consumo di nuovo territorio senza aver prima verificato tutte le possibilità di recupero, di riutilizzo e di sostituzione;
  • realizzare una gestione integrata che tenga conto della biodiversità, della qualità ambientale, culturale e paesistica, del ruolo multifunzionale dell'agricoltura e insieme della qualità sociale e urbana;
  • promuovere l'efficienza energetica e dell'uso delle risorse idriche e la logistica e i sistemi per la mobilità sostenibile e della prevenzione dei rischi del dissesto idrogeologico, di quelli naturali e tecnologici.

Basta con i condoni edilizi: ci impegniamo a non varare nuovi condoni e a potenziare attività e misure di prevenzione, di controllo e dissuasione, nonché piani di recupero del territorio che passino anche attraverso l'abbattimento delle opere abusive, a partire da quelle realizzate nelle aree vincolate.

La sicurezza passa anche per la cura del territorio e per un efficiente sistema di protezione civile. Intendiamo sviluppare ad ogni livello la cultura della prevenzione, affinchè essa venga interpretata come investimento nel futuro, utilizzando in modo coordinato gli strumenti tipici della pianificazione, riqualificazione, recupero e manutenzione per ridurre la vulnerabilità del territorio e del patrimonio edilizio. Vogliamo, in particolare, rafforzare la collaborazione interistituzionale, agendo sulla sensibilizzazione dei cittadini, investendo in nuove tecnologie e nelle ricerche tecnico-scientifiche. Ciò richiede un quadro normativo e procedurale più aggiornato ed omogeneo e, contemporaneamente una struttura flessibile di alta amministrazione, che va potenziata e concentrata sui compiti fondamentali di studio, prevenzione e intervento, per non spostare solo sugli enti territoriali e le comunità locali l'onere organizzativo. Ad un piano di legislatura dovranno concorrere tutti i livelli istituzionali, garantendo l'apporto, accanto alle strutture della Protezione civile nazionale, dei servizi tecnici dello Stato, del Corpo nazionale dei Vigili del fuoco. La prevenzione è, in un paese come l'Italia, una fondamentale opera pubblica, sulla quale vogliamo investire, a partire dal livello della comunicazione, valorizzando sempre di più la risorsa della solidarietà e del volontariato di protezione civile.

Nell'ambito del governo del territorio, un'attenzione particolare intendiamo riservare alla Montagna. La montagna comprende il 54% del territorio italiano e in area montana risiedono 11 milioni di abitanti. Cinque anni di promesse mancate da parte del governo Berlusconi hanno inciso negativamente sullo sviluppo di questi territori, malgrado vi fossero le condizioni per un'organica riforma della legge n. 97 del 1994 che tenesse conto dei suoi peculiari profili antropici, culturali, ambientali ed economici. Noi intendiamo perciò avviare una politica nazionale per la montagna coerente e innovativa, capace di valorizzarne le potenzialità economiche, fondata sui principi della sua specificità territoriale, della coesione economica, dello sviluppo sostenibile e della sussidiarietà. Intendiamo a tal fine rilanciare un progetto di governance per la montagna, che prenda le mosse dai principi di adeguatezza e differenziazione e dalla considerazione che i piccoli Comuni italiani, la maggior parte dei quali di montagna, non sono più in grado di rispondere singolarmente alle richieste dei propri concittadini e di erogare servizi fondamentali sul territorio. Per evitare una sovrapposizione di competenze e rendere efficiente ed economicamente sostenibile la gestione associata dei servizi intercomunali sul territorio montano, è necessario rivedere i rapporti istituzionali e gli equilibri interni al sistema Comuni-Comunità montane. Si dovrà prevedere che la Comunità montana sia l'unico strumento associativo dei Comuni montani rivedendone, nel contempo, anche i meccanismi elettivi e di rappresentanza. Il concetto di "montanità" non può più prescindere da un elemento altimetrico coniugato con il grado di accessibilià dei territori, con gli indici ISTAT di invecchiamento della popolazione, con le condizioni climatiche, con la pendenza delle superfici e con la durata del periodo vegetativo. Questi criteri saranno definiti dalla normativa nazionale, in quanto unificanti e di principio. Potranno essere meglio dettagliati dalle regioni secondo le loro specificità territoriali. Tutto ciò perché la montagna delle Alpi è diversa da quella degli Appennini e delle Isole e le risorse sono scarse con la necessità di focalizzare gli interventi selezionandone i beneficiari. Proponiamo inoltre l'istituzione di un fondo perequativo che faccia fronte ai sovracosti strutturali permanenti tipici dei territori montani e l'individuazione meccanismi automatici di alimentazione del Fondo Nazionale per la Montagna che, facendo uscire dalla contrattazione politico parlamentare la determinazione delle risorse da destinare al sistema montagna, ne riconosca la natura di restituzione di ciò che la montagna apporta alla comunità nazionale. Ci impegniamo a ratificare i Protocolli alla Convenzione delle Alpi, valido strumento per coniugare in modo armonico la tutela degli interessi economici e la cooperazione transfron taliera con le esigenze di conservazione dell'ecosistema. Ci impegniamo infine a rilanciare il progetto Appennino Parco d'Europa attraverso un patto tra Comunità montane e Parchi per la qualificazione dell'ambiente appenninico, attraverso la promozione di nuove modalità organizzative del territorio, attuando un piano di sviluppo delle potenzialità della dorsale appenninica integrato e funzionale.

Con riguardo alle aree urbane, ci impegniamo a promuovere un programma per le città e le loro periferie, finalizzato con giuntamente alla tutela e alla valorizzazione dei centri storici e al risanamento urbanistico e sociale delle periferie. In questo contesto, ci impegniamo a:

  • riconoscere apposite misure di sostegno e tutela ai piccoli Comuni, con particolare riferimento a quelli con un rapporto penalizzante fra popolazione e dimensione territoriale;
  • promuovere, nelle aree urbane e metropolitane, l'aumento di parchi, giardini, orti e altre aree verdi;
  • potenziare il trasporto pubblico locale, metropolitano e regionale con sistemi integrati incrementando la modalità di sistemi su ferro e in corsie preferenziali;
  • rendere permanenti gli incentivi fiscali per ristrutturazioni edilizie finalizzandole in particolare al risparmio energetico, alla qualità ecologica, alla bioedilizia e alla sicurezza degli edifici;
  • promuovere, incentivare e governare il partenariato pubblico/privato definendo regole e modelli, e sostenendo le esperienze di successo nel raggiungimento di obiettivi pubblici;
  • attuare, in conformità con le indicazioni europee, la Valutazione Ambientale Strategica dei piani e dei programmi.

Si rende inoltre necessario ritornare ai princìpi della legge quadro sull'elettrosmog approvata dal governo di centrosinistra, applicando il principio di precauzione e modificando radicalmente i decreti attuativi varati dalla maggioranza di centrodestra.

Una particolare attenzione è riservata dal nostro programma alle politiche per i rifiuti.

La riforma del settore avviata nel 1997 sta portando producendo buoni frutti, anche se permangono ritardi nella sua attuazione, in particolare nel Mezzogiorno, dove le gestioni Commissariali non hanno prodotto i risultati attesi. Il passaggio dalla tassa alla tariffa è stato continuamente rinviato con proroghe; i Comuni che applicano volontariamente la tariffa sono passati da 200 (con 2 milioni di abitanti) nel 2000 a 564 (con 9,8 milioni di abitanti) nel 2004. La gestione dei rifiuti inerti (circa 30 milioni di tonnellate annue) e di quelli industriali, speciali e pericolosi (circa 15 milioni di tonnellate annue) resta problematica. Nonostante la diffusione di attività di recupero e riciclaggio la pratica dell'abbandono degli inerti da demoli zione è ancora diffusa mentre i rifiuti industriali, soprattutto quelli pericolosi, sono non di rado oggetto di traffici illeciti e coinvolgono spesso la criminalità orga nizzata, le cosiddette ecomafie. Queste illegalità hanno contribuito ad aggravare il quadro dei siti contaminati nel nostro Paese, rendendo più gravosa la necessaria opera di bonifica.

In questo quadro, noi crediamo nella necessità di:

  • garantire il principio di prossimità e responsabilità territoriale nella gestione dei rifiuti solidi urbani, attribuendo priorità alla prevenzione, al riuso ed al riciclo dei materiali;
  • affermare il principio di responsabilità dei produttori e dei consumatori nella riduzione dei rifiuti e nella loro gestione sostenibile (riuso, riduzione degli imballaggi, diffusione dei beni alla spina, forme di deposito cauzionale, etc.); in particolare, promuovere la riduzione della produzione dei rifiuti attraverso innovazioni di processo e politiche integrate di prodotto;
  • promuovere la partecipazione dei cittadini e del sistema delle autonomie locali alle politiche per la gestione dei rifiuti, anche al fine di superare le gestioni commissariali d'emergenza;
  • assicurare con incisivo indirizzo pubblico ed adeguati controlli la legalità, l'economicità e l'efficacia delle gestioni, con un elevato livello di tutela della salute e dell'ambiente;
  • dare impulso alla bonifica dei siti contaminati applicando il principio - ormai assorbito dal diritto comunitario - del "chi inquina paga";
  • per i rifiuti urbani, applicare la tariffa puntuale assicurando per i materiali conferiti in maniera differenziata una tariffa premiale inferiore e promuovere le buone pratiche e le migliori esperienze realizzate quali sistema di raccolta domiciliare, la raccolta della frazione organica, la realizzazione delle isole ecologiche; estendere le tipologie dei materiali da raccogliere in maniera differenziata come ad esempio quelli elettronici;
  • per i rifiuti speciali, promuovere la separazione dei materiali risultanti da attività di costruzione e di demolizione evitando la miscelazione dei rifiuti pericolosi con altri, e sostenere il mercato dei beni realizzati con materie riciclate (campagne informative, acquisti verdi delle pubbliche amministrazioni, etc.).

L'Unione si impegna inoltre a riorganizzare, rafforzandolo e rendendolo più indipendente ed efficace, il sistema dei controlli ambientali e in particolare dell'Apat, qualificadone l'attività di supporto alle pubbliche amministrazioni nelle scelte in materia ambientale.

Un altro fronte di intervento che necessita di nuove politiche di prevenzione è costituito dal dissesto idrogeologico. Gli obiettivi strategici delle nostre politiche contro il rischio di dissesto idrogeologico sono una corretta politica ordinaria delle gestione del territorio, l'affermazione di una tutela integrata ed il rafforzamento della sua manutenzione.

Le nostre politiche di contrasto al dissesto del territorio passano attraverso l'identificazione delle "linee fondamentali dell'assetto del territorio" previste dalla normativa vigente e non attuate. Esse sono indispensabili per definire un quadro unitario di riferimento per le politiche adottare a tutti i livelli di governo del territorio e possono fungere altresì come linee guida per la "valutazione ambientale strategica" dei piani e dei programmi. Puntiamo inoltre a:

  • dare avvio alle azioni organiche previste dai Piani di assetto idrogeologico, rendendo operativi anche i programmi e gli altri strumenti delle pianificazioni di bacino;
  • promuovere nuova occupazione con interventi di manutenzione idraulica di carattere ordinario;
  • promuovere il recupero degli ecosistemi fluviali, anche garantendo il deflusso minimo vitale dei corsi d'acqua e con interventi di rinaturalizzazione e di tutela delle aste fluviali.

Inoltre, crediamo che sia indispensabile una riqualificazione delle politiche e degli investimenti pubblici per la modernizzazione della rete idrica.

L'acqua è un bene pubblico prezioso che va protetto in nome della qualità della vita e della salute pubblica. L'acqua per i bisogni primari è un diritto di cui va garantita la disponibilità, oggi più che mai minacciata da fenomeni di inquinamento, dal suo uso distorto e dallo spreco. In Italia, le reti idriche sono in buona parte obsolete e il 30% circa dell'acqua si disperde prima di arrivare agli utenti, con punte che superano il 40% soprattutto nel meridione. Il governo Berlusconi ha abbandonato quasi totalmente le politiche di risanamento destinando risorse irrisorie alla depurazione, al risanamento e al rifacimento delle reti idriche, in particolare nel Mezzogiorno. Nel settore agricolo ed industriale non è stato promosso alcun intervento per l'adozione di tecniche moderne volte al risparmio idrico e al riuso delle acque. Si è proceduto invece allo smantellamento del sistema di controllo della qualità e della quantità delle acque ed al controllo delle concessioni e del prelievo. A fronte di ciò noi intendiamo:

  • rilanciare il sistema pubblico di monitoraggio e controllo sulle risorse idriche, sulla qualità delle acque, sul loro utilizzo, anche mediante lo sviluppo e l'impiego di sistemi automatici;
  • garantire la protezione tariffaria per le fasce sociali più deboli e graduare le tariffe penalizzando progressi vamente i consumi elevati;
  • attivare strumenti di democrazia partecipativa per un controllo democratico da parte dei cittadini, per il miglioramento della qualità dei servizi, per la salvaguardia delle risorse idriche;
  • risanare le reti idriche, completare le reti fognarie e i sistemi di depurazione, promuovere il riuso ed il riciclo delle acque, rivedere ed aggiornare i canoni di concessione per il loro prelievo, tutelare le falde acquifere e puntare ad un'elevata qualità ecologica dei corpi idrici superficiali.

Un'altra ricchezza naturale nazionale che necessita di adeguate politiche di tutela e valorizzazione è il Mare. Con i suoi 130.000 chilometri quadrati di mare e 8.000 chilometri di coste, l'Italia possiede un ricchissimo ecosistema naturale e culturale, assolutamente identitario per il nostro Paese, che offre anche un immenso valore economico-turistico. In questi ultimi cinque anni sono state soppresse o indebolite le strutture amministrative, tecniche e scientifiche che si dedicavano alla tutela del mare e le e sanatorie edilizie del Governo hanno rilanciato un abusivismo costiero.

Per contrastare questo impoverimento del patrimonio naturalistico marittimo e costiero, proponiamo di:

  • rilanciare il Piano delle coste come strumento per la tutela e salvaguardia del mare e delle coste, e sviluppare la tutela degli ecosistemi di pregio a partire dalle Aree Marine Protette;
  • adottare adeguate garanzie di sicurezza ambientale nel trasporto marittimo di sostanze pericolose (doppio scafo, sistema VTS per il controllo del traffico marittimo, rotte prestabilite, linee di separazione dei traffici, impianti di raccolta a terra delle acque nere e di zavorra, ecc.), vietando altresì lo smaltimento in mare di navi e di piattaforme estrattive esaurite;
  • adottare misure di incentivazione della piccola pesca, selettiva e a minore impatto, e dei relativi distretti, con le connesse attività di promozione anche culturale (pescaturismo), per la conversione dell'intero comparto con l'obiettivo della riduzione dello sforzo complessivo di pesca.

Infine, non possiamo dimenticare che l'Italia è il paese europeo a più elevata biodiversità per caratteristiche geografiche e climatiche. Degli 8.814 siti di grande rilevanza naturale per la fauna la flora e gli ecosistemi censiti a livello comunitario, che costituiscono la Rete Europea Natura 2000, ben 2.826 si trovano nel nostro Paese. Tale biodiversità è un valore fondamentale per la qualità ambientale e naturale del paese e dei suoi paesaggi, e condizione di mantenimento degli equilibri naturali, della loro capacità di resistere ai fattori di pressioni e delle loro potenzialità evolutive. La biodiversità è insidiata dalla diffusione dell'inquinamento, dalla compromissione, degli habitat naturali che mettono in pericolo numerose specie vegetali ed animali rischiando in tal modo di compromettere il grande patrimonio naturale del nostro Paese. La legge n.394 del 1991 ha permesso un importante sviluppo di aree naturali protette (parchi nazionali, regionali, riserve naturali e marine) che contribuiscono alla tutela della biodiversità, della qualità degli ecosistemi e di numerosi paesaggi, nonché di valori culturali storici ed antropologici di grandissimo rilievo non solo nazionale. Il sistema delle aree naturali protette italiane costituisce uno strumento per la preservazione di risorse naturali primarie di rilevante importanza e un patrimonio straordinario da conservare e valorizzare. La conservazione e l'arricchimento del grande patrimonio della biodiversità è un criterio guida nelle politiche ambientali e di governo del territorio. Per tutelare tale patrimonio riteniamo necessario mantenere una elevata qualità ambientale dell'intero territorio e promuovere la naturalità diffusa. In questo contesto proponiamo che le reti ecologiche entrino nella pianificazione territoriale su area vasta, al fine di garantire sistemi di tutela diffusa ed integrata, con particolare attenzione al sistema alpino, a quello appenninico, ai bacini fluviali e alle coste. Inoltre, crediamo nella necessità di attuare la "Direttiva Habitat", promuovendo la tutela e la conservazione delle zone umide e di dare una corretta applicazione della Direttiva sull'Avifauna.

Con riferimento alle aree protette proponiamo di:

  • promuovere la partecipazione attiva della comunità locale nella gestione delle aree protette terrestri e marine;
  • disporre il trasferimento a favore dei Parchi nazionali della gestione delle Riserve Naturali dello Stato presenti al loro interno;
  • assicurare alle aree protette un adeguato livello di priorità nel riparto dei finanziamenti pubblici, dei programmi Comunitari per lo Sviluppo Rurale e dei Fondi Strutturali;
  • incentivare la ricerca nelle aree protette, potenziando il ruolo dell'INFS (Istituto Nazionale Fauna Selvatica) e dell'ICRAM (Istituto Centrale Ricerca Ambiente Marino) e valorizzando la partecipazione del volontariato e del servizio civile;
  • approvare un'apposita normativa che definisca rigorosi e trasparenti criteri per tutte le nomine relative agli Enti di gestione delle aree protette, fondati esclusivamente sui titoli tecnico-scientifici e sulle esperienze gestionali maturate nel campo della conservazione della natura e del territorio.

Alla luce della nuova e crescente sensibilità nei confronti degli animali, ci impegniamo affinchè il nostro rapporto con essi sia il più informato, solidale e rispettoso nello spirito della "dichiarazione universale dei diritti dell'animale" Unesco. Proponiamo in linea con la normativa comunitaria ed alla luce dei più recenti studi scientifici in materia, occorre promuover e favorire la ricerca effettuata con metodi alternativi all'utilizzo di animali e progressivamente abolire la ricerca e la sperimentazione che ne facciano uso. Per quanto riguarda l'attività venatoria proponiamo la difesa e la piena applicazione della legge n. 157 del 1992, il rispetto delle direttive comunitarie in materia di caccia. In linea con la più recente normativa comunitaria, proponiamo di rivedere la normativa sul benessere degli animali negli allevamenti, stabilendo rigidi principi etologici per salvaguardare il benessere di tutti gli animali utilizzati dall'industria zootecnica durante l'allevamento, il trasporto e la macellazione, prevedendo efficaci strumenti di controllo e monitoraggio. In linea con la normativa comunitaria ed alla luce dei più recenti studi scientifici in materia, occorre promuovere e favorire la ricerca effettuata con metodi alternativi all'utilizzo di animali e progressivamente abolire la ricerca e la sperimentazione che ne facciano ancora uso.

Articolo di Michele Diodati pubblicato il  15/2/2006 alle ore 23,31.

Indice del Pesa-Nervi | Diodati.org

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