Il Pesa-Nervi

«Lei parla a vanvera, giovanotto!
No, penso a dei critici con la barba».

Per il bene dell'Italia. Reagire al declino. Una nuova economia, una nuova qualità ambientale, una nuova società / 2

La seconda parte del 7° capitolo del programma di governo 2006-2011 dell'Unione.

La seconda parte del settimo capitolo del programma di governo dell'Unione occupa le pagine 159-193 del documento in PDF, disponibile sul sito web dell'Unione.

In questo capitolo

Lavoro, diritti e crescita camminano insieme

Il binomio "lavoro e welfare" è l'asse portante dei valori che ispirano tutte le nostre politiche economiche e sociali.

Il punto di partenza è la creazione di un circuito virtuoso tra sviluppo economico e sviluppo sociale, tra diritti e crescita, tra competitività e giustizia: un welfare state declinato come "ambito di giustizia" e come "fattore produttivo". È in questo contesto che possiamo e dobbiamo recuperare il nesso inscindibile tra diritti individuali, diritti del lavoro e diritti sociali, secondo un nuovo approccio allo "sviluppo umano" che veda l'idea di libertà non solo come attributo individuale, ma come impegno sociale. Allo stesso modo, per noi uguaglianza è anche "uguaglianza delle capacità fondamentali" e solidarietà è soprattutto responsabilità degli uomini e delle donne gli uni per gli altri e di ciascuno verso la società.

Consideriamo responsabilità primaria delle politiche pubbliche contrastare attivamente tutti i meccanismi che limitano le capacità, e dunque la libertà degli individui di "diventare persone". In questo quadro, l'attenzione si sposta dal risarcimento di carenze alla promozione di facoltà fin dalla primissima età. Dalla redistribuzione riparatoria, che giunge solo a posteriori, alla distribuzione a priori di mezzi e opportunità, per esempio attraverso la valorizzazione di saperi e competenze e la garanzia di una piena e buona occupazione.

È in questa chiave, inoltre, che può e deve essere riconosciuto e recuperato il ruolo determinante per il livello e la qualità dello sviluppo svolto storicamente dalla contrattazione e dall'iniziativa sindacale. Ma è anche la chiave che può consentire al privato-sociale di manifestare pienamente le sue potenzialità, per esempio attraverso il terzo settore, e a tutti i soggetti di concorrere allo sviluppo economico e sociale del paese secondo forme mature di sussidiarietà.

Una piena e buona occupazione

L'economia è in crisi, la crescita dell'occupazione si è arrestata, specie nel Mezzogiorno, e sta crescendo la precarizzazione del lavoro. Il governo ha ridimensionato o cancellato gli strumenti di incentivo e di stabilizzazione dell'occupazione, credito d'imposta e prestito d'onore, attivati nella scorsa legislatura. L'abbandono di queste politiche di sostegno ha peggiorato le condizioni dei lavoratori e aumentato la precarietà. Per di più ad aggravare ulteriormente la frammentazione del mondo del lavoro è intervenuta la legge "Maroni" (legge n. 30 del 2003), che ha introdotto una miriade di forme di lavoro precario risultate estranee alle stesse esigenze delle imprese.

Proponiamo la reintroduzione del credito di imposta a favore delle imprese che assumono a tempo indeterminato. Noi siamo contrari ai contenuti della legge n. 30 e dei decreti legislativi n. 276 e 368 che moltiplicano le tipologie precarizzanti.

Per noi la forma normale di occupazione è il lavoro a tempo indeterminato, perché riteniamo che tutte le persone devono potersi costruirsi una prospettiva di vita e di lavoro serena. In tal senso, crediamo che il lavoro flessibile non possa costare meno di quello stabile e che tutte le tipologie contrattuali a termine debbano essere motivate sulla base di un oggettivo carattere temporaneo delle prestazioni richieste e che non debbano superare una soglia dell'occupazione complessiva dell'impresa.

Proponiamo che le tipologie di lavoro flessibile siano numericamente contenute e cancellate quelle più precarizzanti: ad esempio il job on call, lo staff leasing e il contratto di inserimento.

Per quanto riguarda il lavoro a progetto, che vogliamo sottoposto alle regole dei diritti definite dalla contrattazione collettiva, puntiamo ad eliminarne l'utilizzo distorto, tenendo conto dei livelli contrattuali delle categorie di riferimento e con una graduale armonizzazione dei contributi sociali. In particolare, occorre garantire una relazione tra versamenti e prestazioni e prevedere che l'innalzamento dei contributi non sia totalmente a carico di questi lavoratori. Ci impegniamo ad adottare iniziative di carattere legislativo per rendere certi i percorsi di stabilizzazione del lavoro e per monitorare la formazione professionale al fine di scongiurare abusi e distorsioni nell'attuazione degli istituti contrattuali.

La regolamentazione del lavoro interinale dovrà esser rivista, anche considerando la impostazione legislativa definita dal precedente governo di centrosinistra. Inoltre, ci impegniamo a rivedere la normativa in merito agli appalti di opere e di servizi e alla cessione del ramo d'azienda, spesso utilizzata in modo fittizio per aggirare le tutele dei lavoratori attraverso il meccanismo delle esternalizzazioni: la disciplina va ricondotta alla sua corretta dimensione, giustificata esclusivamente da oggettivi requisiti funzionali e organizzativi. In ogni caso, va riconosciuta una piena responsabilità dell'impresa appaltante nei confronti dei lavoratori delle imprese appaltatrici. Inoltre, riteniamo che le attività della pubblica amministrazione che garantiscono i diritti tutelati costituzionalmente ed i relativi servizi debbano essere parte integrante dell'intervento pubblico e non siano esternalizzabili.

Crediamo che l'estensione della precarietà abbia contribuito anche al peggioramento delle condizioni di sicurezza nei luoghi di lavoro. Risulta pertanto necessaria una revisione della normativa che renda più cogente il rispetto delle norme di sicurezza, anche attraverso un rafforzamento delle funzioni dei rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza e dell'apparato sanzionatorio e un potenziamento dei servizi ispettivi e di prevenzione.

Ci appare indispensabile combattere a fondo, con misure preventive e repressive, la piaga del lavoro nero, anche con studi di settore e appositi indici di congruità. Il lavoro nero e irregolare, oltre a rappresentare una grave lesione dei diritti del lavoro, è anche causa di concorrenza sleale e di evasione fiscale e contributiva.

In generale, sosteniamo politiche del lavoro dirette a promuovere la piena e buona occupazione e a ridurre il tasso di precarietà, incentivando la stabilità e la tutela del lavoro discontinuo.

Oltre al superamento della legge "Maroni", noi puntiamo:

  • all'estensione a tutti i lavoratori delle tutele e dei diritti di base (maternità, paternità, malattia, infortunio, diritti sindacali,etc) e dell'accesso al credito;
  • all'aumento delle opportunità di crescita professionale, attraverso il diritto alla formazione permanente;
  • alla garanzia e al sostegno non solo del reddito attuale, ma anche dei trattamenti pensionistici futuri, con strumenti quali: la totalizzazione di tutti i contributi versati, anche in regimi pensionistici diversi, e la copertura figurativa per i periodi di non lavoro.

Vogliamo inoltre estendere le tutele anche nel mercato del lavoro riformando gli ammortizzatori sociali, potenziando i servizi pubblici all'impiego e la formazione professionale sul territorio, innovando e allargando le politiche attive di sostegno all'occupazione e per la formazione lungo tutto l'arco della vita.

In particolare, proponiamo politiche specifiche per aumentare le opportunità di lavoro dei gruppi oggi sottorappresentati sul mercato del lavoro, in primo luogo:

  • i giovani, per accrescerne istruzione e qualificazione professionale e stabilizzarne i rapporti di lavoro;
  • le donne, con strumenti che ne garantiscano la parità di diritti normativi, retributivi e pensionistici, senza discriminazioni. Anche a tal fine, vogliamo favorire la conciliazione delle responsabilità genitoriali degli uomini e delle donne con la vita lavorativa, con diversi strumenti: dall'estensione degli asili nido di territorio come diritto alla socializzazione primaria dei bambini e delle bambine, alla possibilità di part-time e di congedi adeguatamente retribuiti, agli incentivi per l'inserimento e il reinserimento al lavoro dopo periodi di assolvimento di responsabilità genitoriali;
  • gli anziani, con azioni che promuovano la vecchiaia attiva: sostegni e incentivi al reinserimento al lavoro, formazione professionale per adeguare le competenze; forme di passaggio graduale fra lavoro e non lavoro, anche con part time misto a pensione;
  • i lavoratori delle aree depresse, specie del Mezzogiorno, con incentivi mirati all'occupazione stabile e alla regolarizzazione del lavoro nero oltre che con il rilancio dello sviluppo di quelle regioni;
  • i soggetti disabili e svantaggiati, attraverso il superamento delle normative introdotte dalla "legge 30" e il potenziamento dei centri pubblici per i servizi di inserimento lavorativo mirato delle persone con disabilità.

Queste politiche di promozione della buona occupazione e di estensione dei diritti devono riguardare anche i lavoratori immigrati. A questo proposito, noi seguiamo una impostazione diametralmente opposta a quella repressiva ed incostituzionale della "legge Bossi - Fini".

Vogliamo superare l'approccio restrittivo al problema dell'immigrazione. Analogamente, per contrastare la tendenza al lavoro nero, riteniamo che occorra garantire il permesso di soggiorno a ogni immigrato che denunci la propria condizione di lavoro irregolare.

In questo quadro, un ruolo rilevante per l'attuazione delle politiche attive del lavoro e della formazione di competenza delle regioni e delle autonomie locali può e deve essere svolto dai centri per l'impiego, nel quadro di principi e standard definiti a livello nazionale. Gli enti locali governati dal centrosinistra si sono già impegnati in questa direzione, con iniziative legislative e con iniziative concordate con i sindacati e con le forze politiche. Queste esperienze costituiscono un tassello importante per la costruzione delle politiche del lavoro del futuro governo di centrosinistra.

Inoltre, riteniamo indifferibile una profonda riforma del sistema degli ammortizzatori sociali, che preveda:

  • l'incremento e l'estensione dell'indennità di disoccupazione a tutti i lavoratori (anche discontinui, economicamente dipendenti e non subordinati);
  • il riordino e l'armonizzazione dei trattamenti del settore agricolo;
  • la costituzione di una rete di sicurezza universale che protegga tutti i lavoratori nei casi di crisi produttive.
  • Un altro obiettivo generale imprescindibile delle nostre politiche economiche e sociali è costituito dalla difesa del potere d'acquisto dei salari e delle pensioni.

Negli ultimi anni abbiamo assistito a una pericolosa erosione del potere d'acquisto delle retribuzioni e delle pensioni, tuttora in atto. Oggi, a differenza del passato, anche avendo un lavoro stabile si può correre il rischio di scivolare al di sotto della soglia di povertà.

Il Governo Berlusconi non solo ha bloccato la restituzione del drenaggio fiscale (il cosiddetto fiscal drag) - che nel solo 2003 ha comportato un aggravio delle imposte di circa 2,5 miliardi di euro, a carico di 25 milioni di contribuenti - ma ha fissato i tassi di inflazione programmata a livelli bassi e inaccettabili rispetto all'inflazione reale. In questo modo, e non rinnovando una parte dei contratti del pubblico impiego, il Governo di centrodestra si è reso responsabile di un'azione programmata di perdita del potere d'acquisto delle retribuzioni.

Per questo motivo riteniamo che debba essere affrontata nel Paese una vera e propria "questione retributiva".

A tal fine, proponiamo di agire in diverse direzioni:

  • monitorare a livello centrale e territoriale l'andamento dei prezzi e delle tariffe e intervenire per un loro contenimento; con particolare riferimento alle tariffe elettriche, del gas, dell'acqua, delle telecomunicazioni e dell'assicurazione obbligatoria sull'auto;
  • superare il criterio dell'inflazione programmata nel rinnovo dei contratti di lavoro e definire i meccanismi più efficaci e più equi per garantire la copertura dall'inflazione reale;
  • distribuire una quota dell'incremento della produttività a favore delle retribuzioni perché risulta evidente che, da molti anni a questa parte, essa è andata esclusivamente a vantaggio delle imprese;
  • recuperare il drenaggio fiscale;
  • ridurre l'imposizione sulle basse retribuzioni;
  • estendere a tutti i pensionati l'integrazione al trattamento minimo, premiando chi ha versato più contributi;
  • ridurre la tassazione sul trattamento di fine rapporto.

In generale, riteniamo che il problema del potere d'acquisto non possa essere disgiunto da una politica fiscale basata sul prelievo progressivo per tutti i redditi - dai salari alle rendite - e dall'adozione di un criterio di trasparenza nella definizione del paniere di prodotti che definiscono l'aumento dell'inflazione.

Infine, noi pensiamo che sia necessario riprendere un confronto sulla rappresentatività, sulla rappresentanza e sulla democrazia sindacale. Le discussioni che abbiamo svolto su questo argomento hanno chiarito l'esigenza di fornire un quadro legislativo di sostegno al tema della rappresentatività, da concretizzare nel corso della prossima legislatura.

La legge Bassanini ha già dimostrato la possibilità di arrivare ad una importante sinergia tra azione sociale e azione politica. A partire da questo risultato, i criteri della legge possono essere utilmente estesi per disciplinare la materia anche nei settori privati.

Sul complesso di queste materie l'Unione ritiene importante il confronto con le posizioni espresse dalle organizzazioni sindacali a partire dal positivo accordo raggiunto dalle organizzazioni sindacali dei lavoratori metalmeccanici. In particolare, riteniamo un significativo passo avanti, che può aprire la strada all'individuazione di criteri generali per affrontare il problema della rappresentatività, l'iniziativa dei sindacati di utilizzare entrambi i criteri - della democrazia diretta e di mandato - che traggono origine dalla storia dei modelli sindacali italiani del sindacato generale e del sindacato associazione. Inoltre, riconosciamo l'esigenza di consolidare l'importante ruolo della contrattazione nazionale e di secondo livello e il giusto ruolo della legislazione a sostegno della contrattazione.

Per quanto riguarda il pubblico impiego, riteniamo che la contrattualizzazione del rapporto di lavoro, dopo la destrutturazione operata dal governo di centrodestra, debba essere confermata e rilanciata, confermando il ruolo dell'Aran e del sistema della rappresentatività sindacale.

Infine, riteniamo necessario intervenire sulla legge in materia di diritto di sciopero, a partire dal ruolo della commissione di garanzia, e provvedere finalmente a una riforma del processo del lavoro orientata a garantire certezza e celerità nella soluzione delle controversie, con l'obiettivo di dare effettività a un sistema di tutele oggi compresso da una eccessiva durata del giudizio.

Una previdenza sicura e sostenibile

Come nella quasi totalità dei paesi europei, anche per ciò che riguarda l'Italia le attuali tendenze demografiche avranno un'incidenza rilevante sugli equilibri futuri della previdenza. Tuttavia, riferendosi alle analisi più recenti, riportate anche nei documenti ufficiali del governo, si osserva che nel nostro paese, a partire dal 1993 fino al 2001, il ritmo di crescita del rapporto tra spesa pensionistica e PIL ha registrato un sostanziale rallentamento. Ciò è conseguenza di una più ridotta dinamica della spesa in termini reali dovuta all'effetto congiunto di diverse modifiche introdotte con le riforme degli anni '90.

Dal 2002, il rapporto tra spesa pensionistica e PIL ha ripreso a crescere, in parte per l'aumento di una quota delle maggiorazioni sociali, ma soprattutto a causa della dinamica molto rallentata del PIL. In prospettiva, per il prossimo quinquennio, prima dell'innalzamento rigido dell'età pensionabile introdotto con la riforma previdenziale del governo Berlusconi, le previsioni indicavano che la spesa totale per pensioni al netto dell'indicizzazione sarebbe dovuta crescere ad un tasso medio annuo di circa il 2%, un po' più elevato rispetto alla seconda metà degli anni '90 ma molto inferiore al tasso di crescita sperimentato in periodi precedenti. In confronto a questo dato medio, appare più accentuata la dinamica della spesa per i dipendenti pubblici e per i fondi dei lavoratori autonomi.

Dalla proiezione fino al 2050, utilizzata come riferimento per gli ultimi provvedimenti adottati e nelle procedure di confronto con gli altri paesi europei, si vede che l'incidenza della spesa pensionistica italiana sul PIL, inizialmente una delle più elevate in Europa, risulta tra le più stabili nel tempo, con una crescita inferiore ai due punti percentuali nella fase intermedia, quando subito dopo il 2030 si dovrebbe arrivare al valore più alto, e una successiva contrazione che riporta l'incidenza della spesa ad un livello leggermente inferiore a quello attuale. Nello stesso periodo, il rapporto tra spesa per pensioni e PIL nell'insieme dei paesi europei registra una crescita di circa tre punti percentuali, con notevoli differenze nel profilo temporale e nella dimensione delle variazioni per ogni Paese.

La stabilizzazione della spesa pensionistica italiana nell'arco dei prossimi cinquant'anni, che riavvicina di molto il nostro paese alla media europea, è determinata dal concorrere di vari fattori. In particolare, a contrastare il tendenziale effetto espansivo sulla spesa dovuto all'aumento del tasso di dipendenza demografica, ci sono in ordine di importanza la restrizione dei criteri di accesso al pensionamento, l'aumento del tasso di occupazione ma, soprattutto, la discesa dei "tassi di sostituzione", cioè del rapporto tra pensione e ultima retribuzione, nelle fasce di età che precedono i 65 anni.

Come indicano dunque le proiezioni, il sistema previdenziale italiano, con il passaggio al regime contributivo, offre nel lungo periodo garanzie di sostenibilità finanziaria più solide rispetto ai sistemi pensionistici di quasi tutti gli altri paesi europei. Tuttavia, dalle stesse proiezioni emerge un problema serio, che riguarda l'ammontare futuro dei trattamenti pensionistici rispetto ai redditi da lavoro.

Da ciò discende la necessità di intervenire a favore delle parti più fragili del sistema, che sono individuabili soprattutto nelle lavoratrici e nei lavoratori con carriere discontinue e meno retribuite, oltre che nei pensionati che sopravvivono più a lungo dopo il pensionamento.

Il governo di centrodestra, pur basandosi su documenti che delineano il quadro appena esposto, si è mosso solo in direzione della "sostenibilità finanziaria" del sistema pensionistico, con misure inique che peggiorano la "adattabilità" del sistema stesso, e ha tralasciato ogni azione diretta a rendere in prospettiva più adeguati i trattamenti.

L'innalzamento rigido dell'età di pensione, che il governo ha applicato anche al regime contributivo, produce effetti pressoché nulli sulla sostenibilità finanziaria di lungo periodo, poiché con questo metodo di calcolo l'onerosità di una pensione è sostanzialmente identica per ogni età di ritiro nell'intervallo previsto.

Ancora più importante è il fatto che la flessibilità del sistema contributivo introdotta dalla riforma "Dini" aiutava anche a risolvere il problema dei lavoratori in difficoltà a mantenere un posto fisso di lavoro oltre certe soglie di età. Con la situazione che si viene a creare, senza adeguati interventi per favorire la prosecuzione della carriera, molte persone ultracinquantenni rischiano, quando sono estromesse dall'attività lavorativa, di non avere più un salario e di non avere ancora diritto alla pensione.

Inoltre, va ricordato che con le precedenti riforme era già stata raggiunta un mediazione basata sugli anni di anzianità o sulla combinazione tra anzianità contributiva e soglia di età che, vista la proiezione di medio termine dei conti della previdenza non richiede interventi strutturali. L'aumento "a scatto" dell'età richiesta è anche una misura poco coerente con l'obiettivo di controllare la spesa, in quanto, da un lato non si spiega perché fino al 2008 non ci sia necessità di risparmio, mentre dopo il 2008 questa esigenza assuma una tale urgenza da richiedere il blocco delle uscite di anzianità per tre/cinque anni, con la possibilità che un'accelerazione delle uscite negli anni che precedono l'entrata in vigore renda meno efficace e più iniquo il gradino temporale. Inoltre questa misura determinerebbe un consistente ostacolo all'ingresso al lavoro per le giovani generazioni, aggravando ulteriormente la situazione attuale sul versante del mercato del lavoro.

Anche l'altra misura molto sbandierata dal governo di centrodestra, cioè l'incentivo per il posticipo del pensionamento (il cosiddetto "bonus"), si presta a diverse critiche. In particolare, se calcolato correttamente, il bonus non presenta effettivi vantaggi se non per chi ha retribuzioni più elevate e che, con più probabilità, avrebbe comunque continuato a lavorare.

Ciò è confermato dai dati che registrano basse quote di beneficiari tra le qualifiche inferiori, le donne e le regioni del mezzogiorno, con in aggiunta un incidenza della misura sui conti pubblici del tutto modesta.

Nel complesso, a differenza dell'indirizzo perseguito dall'attuale governo, i maggiori oneri connessi al periodo di transizione al nuovo regime pensionistico, la cosiddetta "gobba", non costituiscono un problema particolare, anche tenendo presente che in una economia in crescita, anche allargandosi la quota di risorse da indirizzare alle pensioni, il reddito reale procapite delle persone attive può comunque aumentare.

Sulla base di ciò, noi crediamo necessario intervenire con misure migliorative e di razionalizzazione dell'esistente.

In particolare puntiamo a:

  • ribadire la necessità di attenersi alle linee fondamentali previste dalla riforma "Dini" che senza altre continue ipotesi di riforma del sistema pensionistico che minano la sicurezza sul futuro dei lavoratori - rappresentano già la principale garanzia di sostenibilità finanziaria del sistema;
  • eliminare l'inaccettabile "gradino" e la riduzione del numero delle finestre che innalzano bruscamente e in modo del tutto iniquo l'età pensionabile, come prevede per il 2008 la legge approvata dalla maggioranza di centrodestra;
  • affrontare il fenomeno dell'evasione contributiva con opportuni strumenti di controllo e accertamento, compreso un aumento di organico degli ispettori del lavoro del Ministero e degli enti, dai quali verrebbe anche un consistente aiuto per la lotta al sommerso;
  • per compensare la tendenza al ribasso dei trattamenti pensionistici, intervenire sull'adeguamento delle pensioni al costo della vita e approntare misure efficaci che accompagnino verso un graduale e volontario innalzamento dell'età media di pensionamento.

Con la tendenza all'aumento della vita media e all'interno di una modifica complessiva del rapporto tra tempo di vita e tempo di lavoro, l'allungamento graduale della carriera lavorativa, tenendo conto del diverso grado di usura provocato dal lavoro, dovrebbe diventare un fatto fisiologico. Il processo va incentivato in modo efficace, con misure incisive, che non mettano a rischio l'adeguatezza della pensione.

In particolare, occorre fare leva su meccanismi di contribuzione figurativa, a cui abbinare incentivi per le imprese che mantengano nel posto di lavoro le persone sopra i cinquant'anni.

Noi crediamo che gli incentivi contributivi debbano essere accompagnati da "politiche per l'invecchiamento attivo" del tipo sperimentato in altri paesi europei, che mirino a creare ambienti più adatti al lavoro delle persone in età matura, avvalendosi di schemi misti basati su part time integrato con una pensione parziale e di incentivi per riduzioni d'orario finalizzate all'apprendimento e all'aggiornamento permanente delle qualifiche professionali.

In funzione di un rafforzamento della pensioni più basse, crediamo che debba essere riconsiderato il sistema di indicizzazione delle pensioni. Tale revisione, per rispettare l'equilibrio finanziario del sistema, deve essere indirizzata verso le fasce inferiori dei trattamenti pensionistici a partire dai minimi e dalle soglie più elevate di età. In questo ambito va anche previsto l'aumento degli assegni sociali e dei trattamenti di invalidità civile più bassi.

I fondi dei lavoratori autonomi, che registrano da alcuni anni disavanzi crescenti, sono un altro punto su cui è ipotizzabile qualche intervento.

Per evitare valutazioni grossolane, si deve distinguere tra le nuove regole che, con le riforme degli anni Novanta hanno visto i trattamenti riallinearsi ai contributi effettivamente versati, e ciò che resta delle vecchie regole. Queste ultime avevano assimilato il calcolo dei trattamenti dei lavoratori autonomi a quello dei dipendenti, con aliquote di contribuzione per i primi pari a circa la metà di quelle dei secondi. La forte differenza nei rendimenti, ha creato oneri che possono essere contenuti, sia adeguando le aliquote contributive, sia ritoccando l'età della pensione.

Per il comparto degli autonomi, con il sistema contributivo a regime, esiste però anche un problema di adeguatezza delle pensioni. Mentre questo non costituisce un problema di grande rilevanza per quanto riguarda il commercio e i lavoratori autonomi propriamente intesi, soggetti per cui normalmente la pensione pubblica costituisce solo una quota delle entrate durante la vecchiaia.

Il fenomeno è particolarmente grave per tutte le forme di lavoro intermittente, in particolare per quelle che sono regolate in forma simile al lavoro autonomo, per le quali riteniamo che andrebbe previsto un doppio intervento: da un lato il progressivo innalzamento dei contributi previdenziali e dall'altro a carico della fiscalità generale.

Una soluzione di respiro più ampio al problema della adeguatezza delle pensioni dei lavoratori con carriere intermittenti potrebbe prevedere l'erogazione di una "quota fissa di pensione", finanziata per via fiscale, da aggiungere alla parte funzionante con il sistema contributivo. Si tratta tuttavia di un'ipotesi che presenta diversi aspetti problematici, che riguardano l'onerosità dell'intervento, gli effetti più o meno incentivanti sull'emersione del lavoro e la possibilità di accompagnare gli strumenti con un percorso di convergenza delle aliquote contributive tra autonomi e lavoro dipendente, con i relativi effetti sul cuneo fiscale e sul costo del lavoro sostenuto dalle imprese.

Tra le misure di carattere redistributivo, può rientrare anche una revisione dei criteri di attribuzione e di calcolo dell'assegno sociale, che consenta sia di abbattere una quota maggiore di pensione a calcolo nella definizione del reddito del beneficiario, sia di cumulare una percentuale maggiore dello stesso assegno sociale.

In generale, nel valutare gli interventi in favore dell'adeguatezza delle pensioni, non va comunque trascurato il fatto che le misure di carattere ridistribuivo, nella misura in cui fanno leva su risorse "esterne" al sistema previdenziale, tendono a innalzare il debito pubblico.

Sarà quindi necessario considerare attentamente le modalità di copertura finanziaria delle misure stesse per non aggravare l'evoluzione del debito pubblico in rapporto al Pil. In questo ambito si darà vita la confronto con le parti sociali al fine di fare la verifica sul funzionamento della riforma Dini, così come era previsto che avvenisse nel 2005, verifica disattesa dal governo Berlusconi.

Il pilastro del futuro: la previdenza complementare

La recente approvazione del decreto che regola il conferimento del TFR maturando alle forme pensionistiche complementari è stata un'ulteriore prova di come l'attuale governo sia condizionato dai pesanti conflitti di interesse che ha al proprio interno.

Ciò nondimeno, questo ritardo consente di mettere a fuoco gli aspetti maggiormente criticabili, sui quali sarà possibile intervenire con opportune modifiche prima dell'effettiva entrata in vigore del dispositivo di legge.

La nuova normativa è criticabile in diversi punti sui quali è sicuramente possibile intervenire in modo migliorativo, rivedendola previo confronto con le parti sociali. In particolare, si rileva che:

  • il trasferimento del TFR ai fondi modifica di fatto la finalità di questa quota di risparmio che, attualmente, svolge una funzione di garanzia del reddito nel momento in cui cessa un rapporto lavorativo nel corso della carriera
  • evento che si verifica con sempre maggiore frequenza
  • e non solo alla sua conclusione. La norma prevede di compensare le imprese che vedono sottratta una forma di liquidità a basso costo. Con la stessa logica, andrebbe prevista una "compensazione", almeno per i lavoratori a minore reddito, poiché il cambio di destinazione comporta una diversa allocazione del risparmio verso un impiego meno liquido e più rischioso;
  • è da rivedere la tassazione delle contribuzioni, poiché l'eliminazione del tetto in percentuale del reddito imponibile aiuta i soggetti che evadono il fisco, i quali, anche grazie all'evasione, possono permettersi contribuzioni più elevate;
  • va rivista anche la tassazione delle prestazioni che è, senza motivo, molto più vantaggiosa del trattamento riservato alla pensione pubblica e accentua il carattere di regressività dell'impianto, già condizionato dal vantaggio prodotto dalla maggiore aliquota marginale dei redditi più alti sulla deducibilità della contribuzione in somma fissa;
  • occorre ripensare il quadro normativo in merito alla "liberalizzazione" dei fondi di previdenza che, dopo aver condizionato fortemente l'iter del decreto legislativo, ha trovato una soluzione di carattere temporaneo. In merito, si osserva che la "portabilità" può fungere da sprone per una maggiore concorrenza tra i fondi, tuttavia l'accentuazione del carattere "finanziaristico" del risparmio previdenziale spinge gli assicurati a muoversi valutando la bontà dei fondi sulla base delle performance correnti, con effetti sulla gestione degli stessi fondi che, da strumenti finalizzati a garantire un reddito sicuro nel lungo termine, sarebbero orientati ai risultati a breve, più rischiosi;
  • il diverso utilizzo del TFR è inteso a valorizzare le finalità previdenziali. L'adesione a un fondo dovrebbe garantire un rendimento più elevato che, data la bassa remunerazione del TFR, non è difficile da conseguire, oltre che una maggiore difesa dai rischi, non solo quelli derivanti dalle fluttuazioni dei mercati finanziari, ma anche dall'inflazione;
  • una difesa efficace dal rischio di mercato e dall'inflazione può essere ottenuta anche attraverso un meccanismo a "controllo pubblico" che interviene in fase di erogazione dei trattamenti. Ciò è realizzabile con il conferimento a un'apposita gestione Inps dei montanti contributivi maturati con i fondi di pensione, da trasformare in trattamenti aggiuntivi a quelli della pensione obbligatoria, applicando le stesse formule di conversione. Tale obiettivo è perseguibile, in quanto le "rendite illimitate" sono un prodotto finanziario ancora poco diffuso, che diventa costoso in termini di minor rendimento se viene indicizzato ai prezzi e che, se erogato su base individuale, non permette di equiparare i trattamenti per genere a prescindere dalla diversa speranza di vita, come prevede invece il sistema obbligatorio. I flussi derivanti dal conferimento dei montanti agli enti previdenziali sono accumulabili in un "Fondo di riserva", che avrebbe effetti maggiori e più immediati se il TFR non indirizzato ai fondi di previdenza venisse fatto affluire allo stesso "Fondo di riserva", con una garanzia di un rendimento almeno pari all'attuale TFR e con un trattamento fiscale degli apporti e delle prestazioni armonizzato rispetto a quello dei fondi della previdenza complementare.
    Le risorse finanziarie accumulate nel "Fondo di riserva" aiuterebbero a controbilanciare le uscite previdenziali nella fase più critica della "gobba", con effetti positivi sul fabbisogno pubblico, senza alterare la maturazione dei montanti e le prestazioni dei lavoratori assicurati;
  • occorre inoltre garantire ai lavoratori la possibilità di effettuare versamenti aggiuntivi rispetto all'aliquota contributiva attualmente in vigore, per incrementare il montante contributivo e, dunque, le prestazioni del sistema pubblico obbligatorio. Tali versamenti devono poter attingere dal TFR e dai contributi aziendali contrattualmente previsti, beneficiando di un trattamento fiscale analogo a quello adottato per la previdenza complementare.

Infine, è assolutamente indispensabile che, in presenza di un mercato previdenziale più ampio, dove agisce una pluralità di operatori privati, sia sotto il profilo dell'omogeneità delle regole di comportamento che dal punto di vista delle autorità preposte al controllo, si arrivi a definire una soluzione che garantisca trasparenza e affidabilità al mercato stesso, poiché i lavoratori hanno sicuramente bisogno di riguadagnare fiducia nei confronti della gestione dei loro risparmi.

La nuova rete dei diritti di cittadinanza: la persona e la famiglia

Un numero relativamente elevato di cittadini e di famiglie versa, nel nostro paese, in condizioni di crescente disagio economico.

In Italia abbiamo il più alto tasso di disuguaglianza dei redditi disponibili fra i paesi più sviluppati. Il 19% della popolazione vive sotto la cosiddetta linea di povertà relativa, contro una media europea del 15% (9% in Svezia, 11% in Germania, 15% in Francia). Condizioni di povertà o di basso reddito che tendono a colpire selettivamente la popolazione infantile creando situazioni a rischio di deprivazione socio-economica nella prima infanzia e in strati sempre più ampi di madri soprattutto giovani.

Gli oneri a carico delle famiglie continuano, al contempo, a crescere. Crescono, ad esempio, i costi della non auto-sufficienza e dei figli, non solo minori. Al riguardo, si ricorda che ben il 70% dei giovani tra i 25 e i 29 anni vive con i genitori, nella sostanziale impossibilità di rendersi autonomi e di formare nuove famiglie. Le difficoltà colpiscono ormai anche le famiglie con redditi medi, e divengono insostenibili per le famiglie monoparentali.

Fra le donne in età 30-39 anni la decisione di avere un figlio coincide con un abbassamento di oltre 30 punti della partecipazione al mercato del lavoro. Fenomeni simili si verificano anche fra le donne più giovani, e la causa principale è di tipo economico piuttosto che culturale e personale. Esercitare il diritto alla maternità per molte donne significa dovere rinunciare a quello al lavoro. Non stupisce che il tasso di fertilità femminile nel nostro paese sia il più basso d'Europa e che la denatalità sia divenuta un fenomeno allarmante, con il risultato che siamo anche il paese più vecchio. Gli ultra-sessantacinquenni sono oggi il 16,5% della popolazione e fra cinque anni saliranno al 20,4%. Nel 2030 per ogni 100 ragazzi al di sotto dei 15 anni vi saranno 307 persone con più di 65 anni.

Negli ultimi anni è mancata una politica economica e sociale nel suo insieme adeguata al sostegno ai redditi bassi e precari e alle responsabilità familiari, alla fornitura di servizi sociali e abitativi alle famiglie e ai trattamenti di disoccupazione.

In particolare, è mancato uno strumento generalizzato di contrasto della povertà e dell'esclusione, così come un fondo per la non auto-sufficienza. Le politiche di conciliazione dei tempi sono rimaste ignorate dai contratti di lavoro atipico, dove si concentra l'occupazione delle donne.

L'Unione si impegna a modificare questo stato di cose sostenendo il diritto di ogni persona a scegliere il proprio percorso di vita e il ruolo delle famiglie come un luogo di esercizio delle solidarietà intergenerazionali, della cura e della tutela del benessere dei figli e degli affetti.

In particolare puntiamo a innovare l'intervento pubblico in modo che le risorse messe a disposizione dal governo centrale:

  • facciano da volano di una più ampia mobilitazione di risorse pubbliche - provenienti dal sistema delle autonomie - e private - il terzo settore e le famiglie stesse, chiamate a compartecipare al costo dei servizi a prezzi accessibili differenziati in base alle loro condizioni economiche;
  • realizzino la massima efficacia possibile nel sostenere i redditi personali e familiari e nel contrastare i fenomeni di povertà ed esclusione sociale e facciano ciò in forme incentivanti comportamenti attivi e non passivi dei beneficiari.

I nostri obiettivi sono i seguenti:

  • realizzare due libertà fondamentali per i giovani, quella di rendersi autonomi dalla famiglia di origine e quella di poter costituire una propria famiglia;
  • contrastare la povertà e l'esclusione sociale;
  • ampliare il diritto per le donne di partecipare al mercato del lavoro senza rinunciare al diritto alla maternità;
  • favorire la conciliazione tra vita lavorativa e vita personale e familiare;
  • coniugare il riconoscimento delle famiglie come una espressione della socialità con il rispetto dei diritti dei singoli componenti, compresi i minori; assicurare i diritti dei bambini e delle bambine e realizzare le condizioni per una infanzia libera dal rischio della povertà e ricca di occasioni di socializzazione e di crescita è un dovere di cittadinanza;
  • tutelare il benessere e la salute dell'infanzia e dell'adolescenza garantendo un organico e integrato intervento di protezione materno-infantile finalizzando a tale scopo una azione di messa in rete di tutti gli interventi sociali, sanitari e educativi che si rendono necessari;
  • favorire una vecchiaia attiva, inserita nella rete delle relazioni affettive, familiari e sociali, assicurando al contempo l'assistenza a chi ne ha bisogno;
  • riconoscere la cura come questione di giustizia sociale, il che comporta, fra l'altro, garantire rispetto e tutele ai lavoratori impiegati nelle mansioni di cura.

Perseguire questi obiettivi è parte essenziale della costruzione di un welfare dello sviluppo umano, di una società più libera e solidale. Ed è essenziale anche per riaprire una prospettiva di crescita economica stabile: basti pensare alle ricadute positive sull'economia che derivano dalla promozione del lavoro delle donne, con gli effetti positivi sui redditi familiari e sulla natalità, dallo sviluppo del capitale umano dei cittadini, a cominciare dai figli, da una rete di servizi che colmi finalmente un ritardo strutturale dell'economia italiana.

Nel quadro delle responsabilità istituzionali stabilito dal nuovo Titolo V della Costituzione, spetta al governo nazionale:

  • definire i livelli essenziali di assistenza da garantire a tutti i cittadini sul territorio nazionale;
  • realizzare un sistema coerente di sostegno dei redditi e delle responsabilità familiari anche sostenendo gli impegni di cura e di accudimento dei bambini e delle bambine nelle loro necessità di crescita;
  • predisporre forme di finanziamento che premino l'iniziativa delle autonomie locali, riorganizzando il Fondo nazionale per le politiche sociali (continuamente tagliato dal governo di centrodestra in questi anni) e finalizzandolo alla promozione della rete dei servizi.

È questa la cornice entro cui si inseriscono le nostro linee d'azione per un nuovo sistema di welfare.

La conciliazione tra vita lavorativa e vita personale e familiare.

Proponiamo di rafforzare le possibilità per ambedue i genitori di usufruire dei congedi remunerati di maternità e paternità; innalzare la quota dello stipendio assicurata ai genitori che fruiscono dei congedi parentali e rafforzare la possibilità di integrare la quota mancante con un anticipo del trattamento di fine rapporto (TFR); vogliamo prevedere una più ampia possibilità di fruire di congedi anche per attività di formazione e riqualificazione professionale, stabilendo e regolamentando anche per questi congedi (come già avviene per quelli parentali) un diritto di fruizione non sottoposto alla volontà del datore di lavoro.

Servizi educativi per l'infanzia e le famiglie.

E' necessario un impegno straordinario di risorse pubbliche, nazionali e regionali, per dotare il nostro paese di una rete di servizi educativi ed integrati per l'infanzia, estesa, differenziata e qualificata, riconoscendo il loro ruolo importante nel promuovere lo sviluppo e il benessere dei bambini, nel sostenere i genitori nella conciliazione dei tempi di lavoro e di cura e nella loro funzione educativa, nel favorire forme rinnovate di partecipazione delle famiglie.

I servizi per l'infanzia, gestiti da una pluralità di soggetti pubblici e privati, entrano a far parte di un sistema territoriale governato dagli Enti locali che ne garantiscono la qualità con il sostegno delle Regioni tramite procedure rigorose di autorizzazione e accreditamento.

L'asilo nido, che costituisce un'esperienza educativa e sociale preziosa per i bambini e una risorsa importante per le famiglie, deve essere accessibile potenzialmente a tutte le famiglie che ne facciano richiesta con una loro compartecipazione finanziaria differenziata e compatibile con le loro condizioni economiche.

Proponiamo un Fondo nazionale e la formulazione di un Piano nazionale articolato, destinando a tale scopo anche una parte del Fondo per le politiche sociali.

La rete dei servizi per l'infanzia.

Ci impegniamo a varare un programma di azione per lo sviluppo del sistema di asili-nido che faccia leva su risorse nazionali e locali e sull'integrazione con il sistema scolastico.

A livello nazionale, sulla base di indicatori di evoluzione demografica e di riequilibrio territoriale, proponiamo di destinare una parte del Fondo per le politiche sociali al co-finanziamento dei costi di gestione e di investimento, prevedendo anche la ristrutturazione di immobili di proprietà del demanio, delle Regioni e degli Enti Locali e la loro destinazione al sistema dei nidi per l'infanzia.

Le tariffe devono essere accessibili: a questo fine proponiamo che la compartecipazione da parte delle famiglie sia differenziata in funzione delle condizioni economiche.

Dal lato dell'offerta, oltre a potenziare l'offerta pubblica, si darà spazio anche all'iniziativa dei soggetti del terzo settore e del privato sociale convenzionati, realizzando un sistema rigoroso di accreditamento e verifica della qualità e prevedendo comunque forme di partecipazione e controllo delle famiglie. Puntiamo anche ad ampliare e modulare gli orari di apertura dei nidi e delle scuola materne in modo da facilitare la conciliazione con gli orari di lavoro dei genitori.

Servizi per la non-autosufficienza.

Anche in questo caso proponiamo un programma di sviluppo dell'assistenza domiciliare integrata che estenda e rafforzi le migliori pratiche sperimentate in questi anni da enti locali e organizzazioni non-profit.

L'assistenza domiciliare integrata costituisce una forma di servizio più appropriata alle esigenze del cittadino non-autosufficiente rispetto al ricovero in una residenza socio-sanitaria, con l'importante differenza di una spesa per assistito notevolmente inferiore.

A livello nazionale si procederà alla definizione dei livelli essenziali di assistenza in questo campo e all'istituzione di un Fondo nazionale per la non autosufficienza finanziato attraverso la fiscalità generale, predisponendo un percorso di graduale incremento delle risorse a disposizione. Il Fondo provvederà al co-finanzia Lavoro, diritti e crescita camminano insieme mento degli interventi attuati dagli enti locali sostenendo la diffusione delle migliori pratiche. Le tariffe devono essere accessibili in funzione delle condizioni economiche.

Dal lato dell'offerta, oltre a potenziare l'offerta pubblica di servizi, si farà leva su cooperative e soggetti del terzo settore, realizzando un sistema rigoroso di accreditamento e verifica della qualità: si tratta di riassorbire in forme regolari l'offerta di lavoro domiciliare e di dare continuità ed economicità ai servizi.

Il sostegno dei redditi da lavoro.

Vogliamo sostituire le attuali deduzioni da lavoro Irpef, di cui non usufruiscono coloro che hanno un reddito inferiore al minimo imponibile, con una detrazione da lavoro rimborsabile, di cui possano usufruire come trasferimento monetario su base mensile coloro che hanno redditi inferiori al minimo (i cosiddetti incapienti).

Il sostegno avrà carattere di selettività, rivolgendosi essenzialmente ai lavoratori con redditi medi e soprattutto a quelli con redditi bassi e precari (in particolare, ma non solo, giovani all'inizio della vita lavorativa e donne con rapporti di lavoro discontinui). La detrazione sarà inoltre strutturata in modo da sostenere i redditi in forme incentivanti il lavoro e l'emersione.

Il contrasto della povertà e dell'esclusione sociale.

Per i cittadini in condizioni economiche particolarmente disagiate prevediamo l'introduzione di un "Reddito minimo di inserimento", da accompagnarsi con misure di integrazione sociale che favoriscano, nel caso di persone in età da lavoro, l'occupabilità e la formazione e, nel caso di minori, la scolarità. Quanto all'entità del trasferimento, lo Stato deve garantire un livello omogeneo stabilito nell'ambito dei livelli essenziali di assistenza; la Regione con risorse proprie potrebbero aumentare ed estendere tali trattamenti sia in termini monetari che di servizi.

Investire sul futuro: una dote per ogni bambino, un capitale per ogni giovane.

Rientrano in questo obiettivo due misure del nostro programma volte ad accompagnare ogni bambino che nasce e a sostenere l'autonomia dei giovani: la prima riconosce il valore sociale della maternità e della paternità dotando ogni bambino di un reddito che aiuta la famiglia fino al raggiungimento della maggiore età; la seconda predispone dalla nascita una dotazione di capitale che il giovane può utilizzare al compimento del diciottesimo anno.

In particolare:

  • Un "Assegno per il sostegno delle responsabilità familiari". Proponiamo l'unificazione degli attuali strumenti monetari di sostegno alle famiglie - assegni al nucleo familiare e deduzioni Irpef per figli a carico - in una dote di reddito per il bambino che prende il nome di "Assegno per il sostegno delle responsabilità familiari" e fornisce, indipendentemente dalla condizione lavorativa dei genitori, una integrazione di reddito più consistente dell'attuale e crescente in funzione della numerosità del nucleo familiare. Il sostegno avrà carattere di selettività, rivolgendosi essenzialmente alle famiglie con redditi bassi e medi.
  • Una "Dotazione di capitale per i giovani". La nostra idea è che al momento della nascita lo Stato apra un conto individuale vincolato a favore del neonato e lo alimenti con specifici contributi annui (integrabili anche con donativi dei familiari) fino al diciottesimo anno di età. Al compimento dei 18 anni, il giovane potrà utilizzare la dotazione accumulata per finanziare periodi di studio o di formazione professionale, avviamento di attività imprenditoriali. La dotazione verrà successivamente restituita a tasso zero in un arco temporale sufficientemente lungo (ovviamente gli eventuali donativi dei familiari non vanno restituiti). Analoghi conti individuali verranno istituiti per quanti al momento del varo della legge siano in età compresa tra 0 e 17 anni.

Risolvere il "problema casa"

Alle politiche abitative va assegnata una priorità nazionale: i trend in atto e i presumibili sviluppi futuri stanno progressivamente facendo emergere nuovi fabbisogni e aree di disagio abitativo, concentrate in segmenti sociali ben definiti: i lavoratori atipici e le famiglie monoreddito, gli anziani, i lavoratori in mobilità e gli studenti, gli immigrati.

In particolare i problemi che emergono sono i seguenti:

  • impossibilità di accesso alla proprietà della casa da parte delle famiglie a basso reddito e rigidità del mercato degli affitti, con conseguente espulsione nell'hinterland di giovani coppie;
  • aggravamento dei problemi della mobilità e riduzione della flessibilità della vita urbana;
  • difficoltà a rispondere adeguatamente alla domanda residenziale esercitata dai cittadini immigrati;
  • decadimento della qualità della vita nelle aree urbane in corrispondenza dell'incremento dell'emarginazione sociale generata dai fenomeni di degrado degli insediamenti residenziali periferici e dalle difficoltà di integrazione nel tessuto economico e relazionale dei residenti.

Rispetto a questa situazione, la via di intervento rappresentata dai sostegni finanziari alla domanda, nei termini per così dire "classici" dei contributi per l'affitto o dei dibattuti fondi di garanzia pubblici sui mutui ipotecari, è utile ma non è sufficiente. Il rischio è quello di rincorrere il mercato e assecondare la crescita dei prezzi, mentre per dare una risposta ai nuovi bisogni, occorre sviluppare politiche abitative sul versante dell'offerta.

Crediamo perciò che occorra recuperare un ruolo pubblico di indirizzo, intervento e regolazione del mercato, finalizzato all'aumento dell'offerta di alloggi a canoni accessibili attraverso:

  • programmi di edilizia sociale impostati sul recupero della città esistente (recupero, sostituzione, completamento);
  • interventi di edilizia residenziale pubblica finalizzati ad una locazione agevolata e selettiva, realizzabili anche mediante partnership pubblico-private e strumenti di project financing.

L'obiettivo è portare tendenzialmente l'offerta complessiva di edilizia sociale - composta, come chiarito, non solo da nuove costruzioni di edilizia residenziale pubblica - in linea con la media europea. In generale, crediamo nella necessità di uno sforzo convergente del governo centrale, delle regioni, degli enti locali, attivando risorse pubbliche e private.

L'operatore privato, grazie alla partecipazione pubblica che abbatte i costi d'investimento, potrà impegnarsi a concedere l'utilizzo integrale o parziale dell'immobile a canoni agevolati, percependo comunque una remunerazione congrua sui capitali investiti. I Comuni saranno dal canto loro incentivati a realizzare soluzioni di "canone solidale" rivolte alle fasce basse.

D'altra parte, vogliamo anche rendere più mirati ed efficaci i sostegni finanziari alla domanda:

  • ristabilendo una fonte di finanziamento certa, stabile e adeguata al fondo di sostegno per le famiglie in affitto con difficoltà;
  • predisponendo una serie di misure per favorire la concessione di mutui adeguati per la prima casa e l'accesso alla proprietà per le giovani coppie e altri soggetti, anche attraverso l'attivazione di un fondo di garanzia, in grado di favorire l'adempimento dell'obbligazione della restituzione del capitale mutuato.
  • Con riferimento alla questione degli sfratti, proponiamo interventi volti a garantire il passaggio da casa a casa per i soggetti deboli. A questo scopo, vanno promosse e sostenute le iniziative regionali per l'istituzione di "fondi di rotazione" per alloggi in locazione, anche utilizzando i proventi derivanti dal contrasto alla elusione e all'evasione fiscale nel settore della casa.

Infine, crediamo che il mercato degli affitti privati possa essere moderato anche attraverso lo strumento dell'incentivazione fiscale. Si può pensare, nell'ambito di una rivisitazione della legge n. 431 del 1998, a una rivisitazione complessiva del sistema delle detrazioni fiscali, rivedendo le agevolazioni fiscali a favore del libero mercato e, contemporaneamente, incrementando la detassazione degli affitti a canone concordato, a un intervento sulla fiscalità della casa che penalizzo lo sfitto, anche ai fini di un vero contrasto al canone nero e di una diversa modulazione dell'ICI.

Per riequilibrare a favore dei cittadini meno abbienti la contribuzione fiscale sulla casa, riteniamo opportune anche la revisione delle zone censuarie e degli estimi catastali.

Diritto alla salute e nuovo welfare locale. Le priorità di una politica riformatrice

Nel nostro Paese è cresciuta la domanda di politiche pubbliche che combattano la precarietà, offrano sicurezza e siano di accompagnamento e sostegno alla normalità della vita delle persone e delle famiglie, soprattutto nei loro compiti di cura verso i bambini e gli anziani a partire dalle persone più fragili.

A fronte di ciò, il sistema del welfare è oggi in grande sofferenza a causa dell'incapacità di rispondere a una domanda di salute sempre più esigente, personalizzata, di qualità, a sua volta aggravata dai seguenti fattori:

  • assenza di investimenti, sottofinanziamento della spesa pubblica, indebitamento strutturale delle regioni e contemporaneo aumento della spesa privata a carico dei cittadini;
  • assenza di una presa in carico dei nuovi bisogni emergenti, derivanti dai profondi mutamenti del quadro demografico e epidemiologico, dall'aumento degli anziani e dai crescenti bisogni della non autosufficienza, dalla crescente incidenza delle malattie cronico-degenerative, dalla presenza degli immigrati;
  • carenza di interventi integrati per i complessi bisogni che la tutela del benessere e della salute materna, infantile e adolescenziale, fanno emergere con sempre maggiore evidenza: dalle condizioni che in gravidanza determinano rischi per la salute delle madri e per la futura salute dei figli, alle situazioni di insorgenza di patologie croniche fin dalla prima infanzia, ai bisogni dei bambini e delle bambine con disabilità e delle loro famiglie, al diffondersi di aree di sofferenze psicologiche e sociali in età preadolescenziale e adolescenziale.
  • inadeguatezza del sistema della formazione del personale sanitario, sia sul versante universitario che in quello dell'aggiornamento permanente, e di quello della ricerca;
  • malessere dei professionisti, causato dalla crescente precarizzazione dei rapporti di lavoro, dal peso eccessivo dei
    direttori generali e da uno scarso coinvolgimento nella vita delle aziende sanitarie;
  • aumento del divario tra Nord e Sud del paese, con un Mezzogiorno che non è in grado di fare sistema e accumula ritardi e inefficienze; aumento delle disuguaglianze sociali nello stato di salute della popolazione;
  • aumento delle disuguaglianze sociali nello stato di salute della popolazione.

In particolare, con le politiche del governo di centrodestra, si è passati da una politica sanitaria a una mera politica finanziaria della sanità, che ha prodotto uno smantellamento strisciante della sanità pubblica, sempre più sotto-finanziata, privatizzata, dequalificata. L'obiettivo è stato quello di rendere insostenibile finanziariamente il sistema e di erodere la fiducia e il consenso dei cittadini, per rompere il patto di solidarietà per una sanità "di tutti, per tutti" e rendere inevitabile l'introduzione dei fondi privati assicurativi.

È in gioco non solo la quantità e la qualità del sistema sanitario nazionale, ma la sua stessa natura, le sue finalità, la sua sopravvivenza.

Per altro verso, il welfare locale comunitario basato sulla rete integrata dei servizi, sul quale avevano investito con successo i governi di centrosinistra, ha dimostrato di essere una risposta efficace per promuovere benessere, coesione sociale e per prevenire il disagio oltre che prenderlo in carico quando esso si manifesta. I bisogni di sicurezza dei cittadini, la lotta alla precarietà, la necessità di una politica che accompagni e sostenga tutte le stagioni della vita e che sostenga le responsabilità familiari confermano oggi la validità degli obiettivi della legge quadro sull'assistenza voluta dai governi di centrosinistra (legge n. 328 del 2000).

Ciò nondimeno il governo del centrodestra ha colpito pesantemente il welfare locale e ha totalmente abbandonato le politiche per l'assistenza avviate dai governi di centrosinistra. In particolare, in questi ultimi cinque anni:

  • non sono stati definiti i livelli essenziali di assistenza;
  • è stato cancellato il Reddito minimo di inserimento, senza aver introdotto nessun'altra misura di contrasto alla povertà;
  • non è stata attuata la delega per il riordino della invalidità;
  • non sono stati definiti i profili professionali sociali;
  • non è stata definita la Carta dei servizi, strumento fondamentale perché i cittadini possano "esigere" i loro servizi;
  • si è "svuotato" di risorse il Fondo sociale nazionale.

È il momento di cambiare. Dobbiamo recuperare la consapevolezza che le politiche sociali e i servizi al cittadino servono anche a rendere più solida e competitiva l'economia del territorio. In tal senso, riteniamo che gli istituti del welfare, nelle loro diverse articolazioni, debbano essere non solo difesi, ma potenziati e diffusi su base universale, per soddisfare i bisogni sempre più complessi delle persone e delle famiglie e per rendere esigibili i diritti fondamentali costituzionalmente tutelati.

Il nuovo modello di welfare attivo che proponiamo deve non solo proteggere dai rischi, ma soprattutto stimolare la crescita delle opportunità personali e sociali, promuovendo la coesione tra i gruppi sociali. In altri termini, vogliamo un welfare forte, universalistico, personalizzato e attivo: un welfare che sia non solo risarcitorio, ma di stimolo allo sviluppo.

Questo obiettivo richiede una generale ricalibratura delle politiche sociali, a livello centrale e periferico.

In primo luogo, crediamo nel rilancio del welfare locale e in un sistema di politiche sociali finalizzate all'integrazione socio-sanitaria e alla medicina del territorio, quale condizione per garantire la sostenibilità stessa di un sistema sanitario nazionale, pubblico, universalistico e solidale.

A tal fine, indichiamo sei priorità:

  1. la preferenza dei servizi alle persone e alle famiglie rispetto ai trasferimenti monetari i quali possono integrare le rete dei servizi, ma non essere lo strumento prevalente. Tale scelta è conseguente all'obiettivo della "promozione attiva della persona" e della valorizzazione di tutte le sue capacità;
  2. il mantenimento di una funzione nazionale di indirizzo, definizione di obiettivi, accompagnamento, monitoraggio dei risultati ottenuti, attraverso la metodologia del dialogo e della cooperazione tra i diversi livelli istituzionali e con i soggetti e le forze sociali. In particolare crediamo che una grande attenzione debba essere dedicata al Mezzogiorno, la cui rete di servizi sociali registra gravissime carenze. La nostra idea è quella di un federalismo solidale che abbia come obiettivo prioritario il superamento dello svantaggio nelle aree più deboli e nel Mezzogiorno;
  3. l'incremento del Fondo sociale nazionale per garantire il finanziamento dei livelli essenziali di assistenza. In particolare, puntiamo ad assicurare - attraverso le risorse finanziarie pubbliche nazionali e in coerenza con l'individuazione dei livelli essenziali di assistenza da assicurare su tutto il territorio nazionale - i diritti soggettivi all'assistenza per le persone in condizione di povertà e per le persone con disabilità. Una particolare attenzione intendiamo riservare in questo contesto ai diritti per l'infanzia e l'adolescenza, al sostegno delle responsabilità familiari, alla cura degli anziani. Un sistema di monitoraggio dovrò infine valutare attentamente i risultati ottenuti. In tale ottica e per la particolarità dei bisogni sarà istituito un Osservatorio sul benessere e sulla salute della maternità, dell'infanzia e dell'adolescenza di sostegno alla legge quadro sui livelli essenziali per il diritto alla salute della maternità, dell'infanzia e dell'adolescenza;
  4. l'integrazione tra le politiche sociali, sanitarie di inserimento lavorativo e scolastico con le politiche urbanistiche, dei trasporti e del territorio attuando veri e propri "Piani regolatori del sociale". Solo così si potranno massimizzare le risorse, rendere efficaci gli interventi, promuovere obiettivi di benessere sociale;
  5. la promozione, l'incentivazione e il sostegno a tutte le forme di legame sociale, dal volontariato all'associazionismo, al mutuo aiuto, alla partecipazione civica dei cittadini perché il legami tra le persone e la comunità combattono la solitudine e promuovono la cittadinanza. A tal proposito proponiamo di istituire un "Forum nazionale del legame sociale" che raccolga le buone pratiche diffuse sul territorio affinché il "fare comunità" diventi una vera e propria impalcatura del welfare;
  6. con specifico riferimento alle politiche per la disabilità, l'adozione in sede di Conferenza "Stato-Regioni Città" di "Linee-guida" per la revisione delle modalità di accertamento e certificazione del grado di invalidità, secondo i nuovi criteri di valutazione congiunta delle capacità funzionali e delle condizioni socio-economiche individuali previste dall'International Classification of Functioning, Disability and Health (ICF) dell'Organizzazione mondiale della sanità (OMS).

In secondo luogo, rilanciamo le politiche di promozione della salute come grande questione del Paese. Le politiche sanitarie intervengono direttamente sulla tenuta e sulla riqualificazione del sistema di welfare, pubblico e universalistico, ma anche sul modello economico, sull'idea stessa di sviluppo. Intrecciano le politiche fiscali, redistributive, economiche, occupazionali, sociali, della difesa ambientale. La salute è indicatore primario delle condizioni di vita e di lavoro, delle capacità relazionali delle persone e misura le disuguaglianze sociali, territoriali, di genere.

L'Unione intende promuovere l'obiettivo di "valutazione di impatto sulla salute" cui subordinare la coerenza di tutti i provvedimenti di politica economica, a livello nazionale ed anche europeo. La salute quindi al centro delle politiche di coesione sociale e di sviluppo umano.

Per rilanciare la sanità pubblica, serve una grande battaglia di idee, di principi e di valori. Diritto alla salute significa una diversa idea del mondo (dove la globalizzazione non sia solo quella dei mercati ma dei diritti), della società (dove la democrazia sia fondata sulla giustizia sociale). Diritto alla salute significa una sanità pubblica e universalistica, che garantisce servizi e prestazioni, ma anche informazione e consapevolezza dei cittadini come soggetti attivi delle scelte; che mette al centro il valore della dignità della persona e della personalizzazione della cura; che unisce in un patto per la qualità i bisogni e i diritti degli operatori con quelli dei malati. Diritto alla salute significa forte eticità della politica e laicità della legislazione; la difesa della "legge 194" rappresenta un punto fermo nell'azione di governo dell'Unione.

Il diritto alla salute è un bene per le persone e un investimento per il paese.

Non si parte da zero. Il programma dell'Unione riparte dalle leggi del centrosinistra di riforma del servizio sanitario nazionale e dell'assistenza (D.Lgs. n. 229 del 1999 e L. n. 328 del 2000)e dai principi ispiratori di difesa e riqualificazione del sistema sanitario nazionale:

  • universalità e solidarietà, per assicurare a tutti e su tutto il territorio nazionale i livelli essenziali di assistenza;
  • programmazione dei bisogni di salute e reperimento delle risorse adeguate per il loro soddisfacimento;
  • centralità del cittadino e del territorio, dell'integrazione socio-sanitaria;
  • ruolo degli Enti locali nella programmazione e nel controllo dei risultati;
  • regole certe per l'accreditamento delle strutture private;
  • fondi integrativi per prestazioni aggiuntive ai livelli essenziali di assistenza;
  • professionalità e aggiornamento continuo degli operatori per la qualità dei servizi.

Ma si deve andare oltre. Oggi per salvare la sanità pubblica non si può rimanere sulla difensiva. Per rilanciare la sanità pubblica, occorre riqualificarla. Non si tratta quindi soltanto di applicare la riforma sanitaria del centrosinistra, ma di andare oltre: servono risposte che siano percepibili dai cittadini come concreto miglioramento dei loro bisogni di salute.

Cambiare si può. La sfida che assumiamo è quella di dimostrare che migliorare il sistema sanitario pubblico e universalistico improntato sull'equità e sulla qualità è necessario e possibile. Di fronte agli scenari catastrofisti sull'insostenibilità dei sistemi sanitari pubblici e universalistici, occorre ribadire che sono invece in crisi gli altri modelli che hanno introdotto il mercato nella sanità, con minore equità e maggiori costi. Il sistema è malato, ma si può curare: serve il coraggio e la responsabilità delle scelte.

Le nostre priorità, i nostri obiettivi sono i seguenti :

Il cittadino al centro del sistema: la sanità che vogliamo cura e si prende cura della persona, l'accompagna e la sostiene rispettandone i diritti e la dignità. È una sanità che mette al centro il cittadino e non la prestazione, la globalità della persona e non le sue parti malate. Pensiamo ad un sistema che consideri il diritto alla salute un diritto di cittadinanza direttamente esigibile.

La presa in carico e la continuità assistenziale è il grande cambiamento su cui l'Unione intende investire. Si tratta di ribaltare la tendenza "ospedalocentrica" del sistema, per lo sviluppo della rete dei servizi territoriali, dei distretti, della medicina delle cure primarie, dell'integrazione socio-sanitaria, della personalizzazione dei percorsi di prevenzione, cura e riabilitazione.

Prevenzione: una cultura da affermare nella programmazione e nella organizzazione degli interventi del sistema sociosanitario, finalizzato ad implementare la qualità della vita e il benessere delle persone e a preservare lo stato di salute dall'insorgenza di malattie e disabilità. Crediamo nel rafforzamento del ruolo del sistema sanitario nazionale nella individuazione e valutazione dei fattori di rischio e nella valutazione dell'effetto dei programmi di prevenzione. Vogliamo investire sulla prevenzione delle grandi patologie (tumori, malattie cardiovascolari, malattie cronicodegenerative) e sullo sviluppo dei consultori in termini di risorse, strutture, personale. In particolare, il verificarsi in maniera sempre più frequente di casi come l'influenza aviaria, di alimenti alterati da agenti inquinanti sia nel ciclo biologico sia nella trasformazione, con l'insorgenza di relative patologie, pongono il problema della sicurezza alimentare al centro delle nostre società globalizzate interrogando tutti i sistemi sanitari nazionali.

Occorre fronteggiare questi problemi non più in una ottica emergenziale ma in un contesto di attenzione e revenzione. Tutto ciò deve avvenire con un adeguato piano di investimenti in sicurezza alimentare valorizzando e potenziando il personale qualificato del SSN a partire dai veterinari con un coinvolgimento degli operatori agricoli e industriali che operano nel settore e degli Istituti Zooprofilattici (IZPS) nell'ambito di azioni strategiche di sorveglianza e controllo coordinate in ambito europeo.

L'Unione propone inoltre un "Piano nazionale per la salute e la sicurezza sul lavoro" che rafforzi il ruolo indipendente del sistema sanitario nazionale in campo ambientale e occupazionale, che indirizzi la legislazione regionale, promuova le buone pratiche, anche per il superamento dei criteri degli appalti al minimo ribasso.

Sviluppo della medicina delle cure primarie, per una sanità che vuole cambiare il modo di accogliere, ascoltare e rispondere ai problemi delle persone. La medicina delle cure primarie deve diventare secondo noi un vero livello del sistema sanitario nazionale, articolato, organizzato, finanziato: deve essere capace di assistere 24 ore su 24 il cittadino; deve affrontare tutte le patologie che non necessitano di ricovero ospedaliero; deve sostenere il malato nel suo passaggio in strutture di degenza per poi tornare nella rete dei servizi territoriali.

La responsabilità nella continuità assistenziale richiede un ruolo sempre più centrale della figura del medico di famiglia, che deve essere sempre più specializzato rispetto ai bisogni emergenti, coordinato con gli altri professionisti per gli interventi di assistenza domiciliare ed essere coinvolto nella gestione sanitaria del servizio. Occorre inoltre investire nella prevenzione e nella cura delle malattie rare.

Piano straordinario per le fragilità, per la presa in carico e la continuità assistenziale delle fasce deboli (bambini, anziani, pazienti cronici, disabilità, salute mentale, dipendenze, medicina penitenziaria, immigrati). Crediamo che i diritti delle fasce deboli siano gli obiettivi forti di un sistema universalistico. Il diritto alla cura, all'assistenza, ma anche all'inserimento scolastico e lavorativo, alla restituzione sociale devono essere obiettivi dell'integrazione socio-sanitaria, intesa come strumento per interpretare la domanda di assistenza, per il coordinamento della programmazione sociale e sanitaria.

Salute mentale. Il tentativo ricorrente di ritorno al passato e di ri-manicomializzazione della salute mentale va respinto applicando per intero la legge 180. Siamo per il superamento degli ospedali psichiatrici giudiziari e di ogni altra forma di manicomialità e di contenzione meccanica e farmacologia, così come della pratica dell'elettroshock.

La legge 180 ha posto fine allo statuto speciale per le persone con disturbo mentale e ha aperto un campo di possibilità e di diritti che deve essere riattraversato con coerenti indicazioni programmatiche alle Regioni e la messa in campo di risorse adeguate. Si dovrà operare per la diffusione in tutte le regioni di forme organizzative che hanno dato risultati d'eccellenza e attivare progetti finalizzati nelle situazioni più critiche.

Il sistema dei servizi deve essere radicato nei territori, integrato con l'area sociosanitaria, capace di andare incontro ai bisogni reali, per assicurare la presa in carico, la continuità terapeutica e assistenziale. Promozione e valorizzazione del protagonismo delle stesse persone con disturbo mentale deve rappresentare un forte obiettivo di prospettiva. Si dovrà sostenere la partecipazione delle associazioni dei familiari con aiuti concreti alle famiglie e favorire conoscenza e forme di auto aiuto. Dovrà essere riattivato il ruolo delle cooperative sociali nei progetti di vita, di integrazione lavorativa e di recupero di contrattualità sociale delle persone con disturbo mentale.

Educare, prevenire, curare. Non incarcerare. Per le tossicodipendenze non servono né il carcere né i ricoveri coatti. Lavoro, diritti e crescita camminano insieme Alla tolleranza zero bisogna opporre una strategia dell'accoglienza sociale per la persona e le famiglie che vivono il dramma della droga, a partire dalla decriminalizzazione delle condotte legate al consumo (anche per fini terapeutici) e quindi dal superamento della normativa in vigore dal 1990. Occorre un reale contrasto dei traffici e la tolleranza zero verso i trafficanti. È necessario rilanciare il ruolo dei SerT e dei servizi territoriali che in questi cinque anni sono stati sistematicamente penalizzati dai tagli alla spesa sociale; senza imporre un unico modello e salvaguardando il pluralismo delle comunità terapeutiche, queste dovranno essere messe in rete con il servizio pubblico a cui spetta la diagnosi della dipendenza. Vanno sostenuti quanti, con approcci culturali e metodologie differenti da anni sono impegnati a costruire percorsi personalizzati e perciò efficaci di prevenzione, cura e riabilitazione considerando le strategie di riduzione del danno come parte integrante della rete dei servizi. Il decreto legge del governo sulle tossicodipendenze deve essere abrogato.

Livelli essenziali di assistenza: adeguare le risorse. Mentre la spesa sanitaria secondo i dati OCSE è ancora sotto la media dei paesi europei sia in termini di livello che in termini di tassi di crescita, il finanziamento per garantire l'applicazione dei livelli essenziali di assistenza a tutti i cittadini e su tutto il territorio nazionale resta insufficiente.

L'Unione propone l'adeguamento del Fondo sanitario nazionale per la garanzia piena del finanziamento dei livelli essenziali di assistenza, anche nella previsione di un loro progressivo allargamento, a partire dalla reintroduzione delle cure odontoiatriche. Proponiamo inoltre che la definizione dei livelli essenziali di assistenza sia collegata alla definizione di standard qualitativi dei servizi e alla valutazione dei loro costi medi, nel quadro della ridefinizione dei meccanismi di finanziamento del sistema sanitario e della piena attuazione del federalismo fiscale.

Più risorse e meno sprechi. Il nostro sistema sanitario presenta contemporaneamente da una parte un problema di sottofinanziamento, di carenza di investimenti e dall'altra di inefficienze e di sprechi. Non intendiamo sottovalutare né l'uno, né l'altro. Per questo proponiamo:

  • lotta agli sprechi: corretta programmazione, allocazione equa delle risorse, validi sistemi interni di monitoraggio e controllo della spesa, lotta ai privilegi restano gli strumenti essenziali per evitare e recuperare gli sprechi nella sanità. A tal fine proponiamo di migliorare la conoscenza delle prestazioni del sistema e sostenere la diffusione delle best practices.
    L'informatizzazione del sistema deve semplificare la comunicazione tra gli attori del sistema e ridurre gli sprechi determinati da prescrizioni inutili;
  • un "Piano straordinario di investimenti per il sistema sanitario nazionale", per realizzare un programma decennale di interventi e per rilanciare le ristrutturazioni edilizie e l'ammodernamento tecnologico.

E' ampiamente dimostrato il fallimento delle misure varate da questo governo che non hanno portato né ad un risparmio reale sulla spesa farmaceutica né ad un risparmio per i cittadini, né tanto meno ad un rilancio dell'industria farmaceutica e ad un conseguente incremento della qualità dell'assistenza farmaceutica nel nostro paese.

L'uso corretto del farmaco è la sfida per l'appropriatezza questione centrale per l'intero sistema sanitario. Per fare questo occorre un grande patto tra governo, regioni industrie farmaceutiche, medici di base, farmacisti e cittadini. Il settore farmaceutico è un settore strategico per le sue correlazioni nella ricerca e nell'industria campi in cui l'Italia deve riguadagnare le posizioni perse in questi anni.

Un "Fondo per lo sviluppo delle risorse umane e materiali del Mezzogiorno" per realizzare un programma decennale di interventi per l'implementazione dei servizi territoriali, per la prevenzione e le cure primarie, per la ristrutturazione edilizia e l'ammodernamento tecnologico del patrimonio sanitario e per la promozione dell'eccellenza e dell'alta specializzazione, nonché la formazione e la qualificazione del personale sanitario e della ricerca biomedica.

Proponiamo che le risorse del Fondo siano vincolate alla promozione e al sostegno delle capacità progettuali delle regioni interessate, nonché alla innovazione e alla qualità dei progetti, la cui attenta valutazione è mantenuta a livello centrale. Il Fondo dovrà provvedere al cofinanziamento dei progetti, permettendo l'accensione di operazioni di mutuo con la Banca Europea per gli investimenti.

Ulteriori risorse per l'acquisto e la realizzazione di strutture potranno essere disposte dall'INAIL, tenuta a destinare una percentuale dei fondi disponibili per investimenti immobiliari dei settori della sanità.

Ridare fiducia agli operatori della sanità: vogliamo restituire fiducia nel sistema a tutte le professioni sanitarie; contrastare la precarizzazione dei rapporti di lavoro e superare il blocco delle assunzioni, a partire dall'emergenza infermieristica. La qualità del sistema ha bisogno di professionalità, continuità assistenziale, carichi di lavoro adeguati. Puntiamo a investire sulla formazione, correggendo le arretratezze del sistema universitario, ancora troppo sganciato dalle esigenze del sistema sanitario nazionale; modificare la formazione degli specialisti, che vivono in una condizione professionale, sociale ed economica inaccettabile; costruire un collegamento virtuoso tra il mondo della ricerca, la formazione universitaria e le strutture del sistema sanitario nazionale; ribadire l'istituto dell'esclusività di rapporto di lavoro, anche come requisito necessario per la responsabilità di struttura complessa e di dipartimento.

Management sanitario e partecipazione dei cittadini. All'interno della distinzione tra responsabilità politica, manageriale e professionale, crediamo nella necessità di valorizzare le responsabilità di mandato dei professionisti della sanità nell'ambito dei principi fondamentali del sistema sanitaria; promuovere un modello di formazione e selezione trasparente di un management sanitario serio, autorevole e competente, che venga valutato sulla base del raggiungimento degli obiettivi di salute e non solo su standard di gestione aziendale; garantire la partecipazione dei cittadini come effettiva misura dell'efficacia delle politiche pubbliche.

Lo scandalo della sanità a due velocità. Di fronte alle numerose criticità del sistema sanitario nazionale, questo è certamente uno dei più odiosi per il sentimento diffuso della popolazione. Oggi un malato non è libero di scegliere tra sistema pubblico e privato, ma è costretto a pagare privatamente le prestazioni o a ricorrere al regime di intramoenia, per i tempi lunghissimi delle liste di attesa, causate dalla scarsa appropriatezza prescrittiva e dalle carenze dei sistemi organizzativi. Ci impegniamo a cancellare questa profonda iniquità e inefficienza,, riaffermando il diritto dei medici in esclusività di rapporto ad esercitare l'attività libero professionale intramoenia".

Gli Stati Generali della Sanità e del Sociale. Come primo atto di governo l'Unione propone di indire gli Stati generali della sanità e del sociale, per valorizzare le esperienze degli operatori, dell'associazionismo e degli amministratori locali, per metterle a confronto, per la valutazione dei risultati. Gli Stati generali devono essere strutturati come momento di proposizione e di monitoraggio del programma di governo.

Innovazione e tecnologie per la salute e per l'assistenza. La sanità ha bisogno di innovazione tecnologica, e non soltanto in ambito clinico e diagnostico. Lo dimostra il fatto che in grande parte del sistema sanitario sono ancora i pazienti a spostarsi da una struttura all'altra per fare una prenotazione, a portare i referenti dall'ospedale al medico di famiglia, a trasferire i propri dati clinici dai servizi territoriali a quelli ospedalieri. L'insoddisfazione degli operatori per i sistemi informativi disponibili resta alta e molti decisori sanitari finiscono per vedere tali tecnologie solo come una fonte di crescita dei costi, mentre i benefici e le potenzialità di risparmio vengono trascurati.

A questo proposito noi vogliamo:

  • garantire la trasparenza e l'equità nell'accesso alle cure, per le visite, gli esami diagnostici, i ricoveri e ridurre i costi burocratici del sistema sanitario, abbattendo i costi che derivano dalla scarsa comunicazione tra diversi servizi e dalla scarsa condivisione delle informazioni cliniche tra diversi punti del sistema;
  • dare agli operatori socio sanitari gli strumenti per seguire al meglio i cittadini in percorsi di cura più personalizzati e dunque diffondere la disponibilità di reti elettroniche, per l'assistenza e l'aiuto anche a distanza alle persone;
  • diffondere e standardizzare le migliori esperienze di sistemi per l'accesso alle prestazioni sanitarie già realizzate in diverse città e regioni italiane, con servizi unificati di prenotazione a scala metropolitana che semplificano e rendono più accogliente l'accesso alle strutture sanitarie;
  • mettere la tecnologia al servizio della trasparenza nell'accesso ai ricoveri programmati, diminuendo l'attuale svantaggio che incontrano tutti coloro che dispongono di poche informazioni e reti sociali deboli. A tal fine vogliamo aumentare la diffusione di portali informativi ed altri strumenti che favoriscano la responsabilizzazione dei cittadini nelle pratiche di salute;
  • usare le tecnologie per monitorare le condizioni di non autosufficienza, in particolare degli anziani e dei pazienti con malattie croniche. L'uso delle tecnologie può potenziare il sistema delle cure domiciliari, favorendo il mantenimento dei soggetti nel proprio contesto abitativo e sociale il più a lungo possibile. La tecnologia a cui pensiamo non è fatta solo di macchine e fili, non è fatta solo per chi sa usare i computer; è una rete umanizzata, fatta persone che parlano con altre persone avvalendosi della potenza tecnologica e relazionale della comunicazione elettronica e multimediale. E' una rete elettronica, che si prende cura delle persone accompagnandole con sistemi di tele-informazione, tele-aiuto, tele-assistenza, telemedicina. E' una rete che favorisce la cooperazione tra gli interventi di tipo sanitario e sociale, tra il sistema pubblico e il privato sociale;
  • colmare il ritardo dell'Italia rispetto ai principali Paesi europei in materia di riconoscimento giuridico delle medicine non convenzionali e delle discipline bio-naturali.

In sintesi, crediamo che la sanità abbia bisogno di una autentica rivoluzione tecnologica-comunicativa basata sull'Information&Communication Technology (ICT), per comunicare in modo nuovo con le famiglie e gli utenti in forma elettronica. La prospettiva è quella della de-ospedalizzazione e dell'utilizzo minimo di costose residenze assistenziali per non autosufficienti, del collegamento costante tra competenze assistenziali e bisogni di salute e di assistenza, del potenziamento dei servizi "home care", dando trasparenza e sicurezza al cittadini, in una prospettiva di continuità assistenziale socio-sanitaria.

Una società solidale: il "non profit" e le reti di protezione sociale

Gli ultimi anni sono stati caratterizzati da uno sviluppo importante e inaspettato dell'intero mondo del "non profit" italiano nelle sue diverse articolazioni: crescita numerica dei volontari, delle associazioni, della cooperazione sociale che ha contribuito ad una profonda trasformazione culturale della società civile italiana di questi ultimi quindici anni. Queste organizzazioni sono divenute un potente fattore di partecipazione dimostrando al paese di saper dare un contributo nel creare solidarietà, democrazia, risposte ai bisogni della gente, sviluppo economico, incremento occupazionale. La moltiplicazione degli enti ha avviato un vero e proprio processo di costituzionalizzazione della società civile: non solo singole organizzazioni, ma anche reti di rappresentanza, consorzi, federazioni, network per la tutela dei diritti, volontariati, imprese sociali.

Altrettanto significativo è il protagonismo delle organizzazioni del non profit nei processi di innovazione del welfare: le cooperative di inserimento lavorativo delle categorie sociali più deboli, le case famiglia, le comunità di accoglienza, le politiche verso l'infanzia e i centri giovanili. Tutto ciò ha portato anche ad un cambiamento culturale e sociale: è stato messo al centro il tema della solidarietà sociale, dei diritti e della giustizia anche sul piano internazionale.

Ma il tratto più decisivo è la riemersione del principio costituzionale di sussidiarietà che, con la riforma del titolo V, ha spostato l'accento sul dualismo società civile-privato sociale, rompendo lo schema della gerarchia stato-regione-comune-formazioni sociali.

La precedente legislatura di centro sinistra aveva aperto una stagione costituente per il terzo settore italiano: sono state approvate le leggi di regolazione degli aspetti fiscali delle organizzazioni non profit (onlus), la legge sull'infanzia e l'adolescenza, quella sull'associazionismo di promozione sociale. È stato inoltre riconosciuto il Forum del Terzo settore come parte sociale. Un percorso che si è interrotto con il governo Berlusconi, un percorso che deve essere ripreso con il nuovo governo.

Tra i nostri obiettivi vi è innanzitutto una riforma del Codice Civile con riguardo alla disciplina degli enti col Lavoro, diritti e crescita camminano insieme lettivi, essenziale alla sistemazione organica della legislazione italiana sul Terzo Settore. Inoltre, puntiamo al rilancio del processo di applicazione della riforma dell'assistenza, attraverso l'adozione dei decreti attuativi della legge sull'impresa sociale, alla piena attuazione della riforma della legge sul volontariato: sono passaggi indispensabile per un'ulteriore qualificazione e sviluppo delle politiche di promozione e di coesione sociale.

Un secondo obiettivo è quello che riguarda la possibilità di dare al Terzo Settore una propria autonomia economica. È un altro snodo sul quale si gioca la possibilità di sviluppo del Terzo Settore italiano, perché è importante riconoscerne non solo la soggettività giuridica, ma anche quella economica: oggi le organizzazioni attive nel settore socioassistenziale dipendono per il 70% dal finanziamento pubblico.

Tale dipendenza va ridotta agevolando e incentivando fiscalmente le donazioni dei cittadini e delle imprese al non profit, così da indirizzare le risorse dei cittadini verso progetti di utilità sociale; destinando l'8 per mille della parte statale a sostegno delle attività del terzo settore; sostenendo infine la domanda di nuovi servizi che proviene dalle famiglie con forme di deducibilità delle spese per i servizi di cura, per l'educazione e la formazione.

Un'attenzione specifica intendiamo rivolgere al campo internazionale dove il vasto mondo della solidarietà, attraverso ONG e associazioni di volontariato, opera ormai da troppi anni in condizioni di precarietà a causa dei continui tagli ai fondi e di una legge sulla cooperazione che non risponde più alle nuove priorità. La riforma della legge è una delle priorità delle nostre politiche di governo.

In definitiva, il ruolo che il terzo settore, come parte sociale e come rappresentanza di un vasto mondo di cittadinanza organizzata, potrà svolgere nei prossimi anni dipenderà anche dal un suo maggiore riconoscimento: è necessario quindi riprendere quel percorso avviato e rimasto incompiuto per un pieno sviluppo di questa realtà che può contribuire fattivamente al rinnovamento ed all'innovazione del sistema di welfare italiano.

Analogamente crediamo nel sostegno allo sviluppo del servizio civile attuale, un istituto che si è imposto negli ultimi anni nonostante le ripetute difficoltà finanziare e che si è dimostrato uno strumento importante di crescita di cittadinanza e di esercizio di democrazia. Questa realtà deve poter continuare a svilupparsi e radicarsi nel mondo giovanile come forma di educazione al civismo, alla solidarietà, alla partecipazione, alla costruzione del bene comune. Non possiamo trascurare come una parte sempre crescente di giovani rivolga il suo impegno in forme organizzate, nel volontariato e nelle associazioni, vivendo la cittadinanza come un bene pubblico da cui nascono le reti che garantiscono coesione sociale.

Il servizio civile nazionale, istituito nel 2001 al termine del governo del centrosinistra, è un'esperienza importante che sta velocemente diffondendosi nel paese. Per rispondere a questo desiderio di coinvolgimento di esperienze di confronto e passaggio verso l'età adulta, anche dal punto di vista professionale, intendiamo lanciare per gli anni a venire la proposta di un nuovo servizio civile nazionale, attraverso il quale tutti i ragazzi e le ragazze possano maturare un'esperienza significativa delle vicende e dei problemi del proprio territorio, dei soggetti pubblici e privati che lo animano e che realizzano l'offerta di servizi alle persone e alle famiglie. Un servizio civile per un periodo limitato, da svolgere con modalità flessibili, aperto anche agli stranieri che ne facciano richiesta (se residenti in Italia da un congruo numero di anni) e che, attraverso schemi di partnership tra i governi, offra la opportunità di svolgere questa esperienza anche in altri paesi. Questa proposta richiede di pensare ad un percorso a più fasi che, partendo dal consolidamento del Servizio Civile di oggi, deve vedere lo Stato decentrare progressivamente la gestione del Servizio attuale, per svolgere meglio le funzioni di orientamento, sostegno e controllo di un servizio di qualità.

Questa proposta di nuovo servizio civile, che va collegata ai percorsi formativi e universitari, è aperta a dare anche ai giovani lavoratori l'opportunità di offrire la propria esperienza al servizio di un contesto diverso e più ampio.

Se l'azione di consolidamento dell'attuale servizio civile avrà successo, all'interno di una cornice di regole nazionale, la gestione potrà essere decentrata, affidata a Regioni ed enti locali, perché ciascun territorio conosce le sue dinamiche e può, se sostenuto, progettare i migliori interventi in cooperazione con le organizzazioni e le associazioni che lo animano.

Articolo di Giambattista Mameli pubblicato il  16/2/2006 alle ore 14,44.

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