Il Pesa-Nervi

«Lei parla a vanvera, giovanotto!
No, penso a dei critici con la barba».

Per il bene dell'Italia. La ricchezza della cultura

Il 14° e ultimo capitolo del programma di governo 2006-2011 dell'Unione.

Il quattrodicesimo capitolo del programma di governo dell'Unione occupa le pagine 267-281 del documento in PDF, disponibile sul sito web dell'Unione.

In questo capitolo

La rinascita culturale come strategia per la crescita

Il nostro Paese possiede un'inestimabile ricchezza culturale che in una società postindustriale può diventare la fonte primaria di una crescita sociale ed economica diffusa.

La cultura è un fattore fondamentale di coesione e di integrazione sociale. Le attività culturali stimolano l'economia e le attività produttive: il loro indotto aumenta gli scambi, il reddito, l'occupazione. Un indotto che, per qualità e dimensioni, non è conseguibile con altre attività: la cultura è una fonte unica e irripetibile di sviluppo economico.

Tutelare e valorizzare le risorse culturali, armonizzandole con il territorio e con la vita dei cittadini porta benefici evidenti anche all'industria del tempo libero e del turismo.

La cultura, al di là del suo valore economico, è quindi un ambito strategico di investimento pubblico ed un ambito produttivo ad alta tecnologia, con un'ampia gamma di professioni specializzate, e che tiene un serrato dialogo con il territorio. Essa va riportata al centro del quadrante del Paese.

La cultura e le istituzioni culturali non hanno perciò bisogno di un governo statico con finanziamenti a pioggia, ma di una governance dinamica che tenga conto del loro ruolo nello sviluppo del Paese.

Il governo di centrodestra, a causa sia di interventi legislativi che della costante riduzione delle risorse pubbliche, ha aggravato tutti i problemi.

Nei 5 anni di legislatura il Ministero per i beni e le attività culturali ha perduto circa il 25% degli stanziamenti complessivi previsti per il 2001 pari a 496 milioni di euro in meno.

Tagli che, di fatto, impediscono di attuare una seria politica pubblica di sviluppo per la cultura e costringono il Ministero a funzioni puramente burocratiche.

Lo strumento più proprio per realizzare interventi sistemici è il distretto culturale, che tiene insieme tutti i soggetti che possono fare sistema sul territorio marcandone la fisionomia e la crescita: dal museo alla biblioteca, all'impresa artigiana, all'Università, all'editoria, alla multimedialità, ecc.

Riteniamo che per questo bisogna inserire le risorse culturali nei processi di crescita territoriale e nazionale, qualificare le risorse umane impegnate nel settore culturale, il ridisegnare le relazioni amministrative, introdurre incentivi fiscali, le relazioni con le imprese private.

Reputiamo centrale ed irrinunciabile un forte impegno pubblico, anche secondo quanto stabilito dal protocollo sulla "diversità culturale" approvato di recente dall'UNESCO, che invita a prestare attenzione alla diversità dell'offerta di lavoro creativo, al dovuto riconoscimento dei diritti degli autori e degli artisti, alla specificità di beni e servizi culturali che non devono essere trattati come semplici prodotti o merci di consumo.

Per realizzare questa nuova concezione di sviluppo, che porti la cultura nell'economia, nella crescita del territorio e della vita della comunità dobbiamo introdurre gli strumenti finanziari, organizzativi ed amministrativi necessari.

Il primo tema sarà il reperimento di risorse pubbliche e private per finanziare l'attività culturale. Riteniamo necessario:

  • destinare una quota dell'otto per mille e una quota degli introiti provenienti dalle estrazioni infrasettimanali del lotto alla cultura, attribuendole al bilancio del Ministero per i beni e le attività culturali;
  • regolamentare l'attività della società ARCUS S.p.a., garantendo la trasparenza e la corrispondenza delle sue attività con gli obiettivi pubblici del finanziamento per la cultura, col solo indirizzo e controllo del Ministero per i beni e le attività culturali e stabilizzando la destinazione per essa del 5% dei fondi previsti per le infrastrutture (L. n.166 del 2002) e regolamentando i criteri di nomina del suo Cda;
  • prevedere la destinazione alla produzione di spettacolo e di cinema - principali fornitori di contenuto per televisioni, providers e telecomunicazioni, di una quota degli introiti delle transazioni pubblicitarie delle emittenti televisive nazionali.

Riteniamo poi urgente:

  • ristabilire il bilancio complessivo del Ministero per i beni e le attività culturali al livello previsto per il 2001;
  • riportare gli stanziamenti del Fondo Unico dello Spettacolo almeno al livello previsto per il 2001, garantendone la stabilità triennale;
  • stabilire l'obiettivo dell'1% del PIL di risorse pubbliche destinate alla cultura nel medio - lungo periodo;
  • aiutare la cultura con incentivi fiscali e tax shelter (scudo fiscale);
  • sostenere la domanda di prodotti culturali.

Le altre misure che crediamo necessarie sono:

  • tutelare il diritto d'autore soprattutto in rapporto all'innovazione tecnologica;
  • regolamentare il mercato del lavoro prevedendo tutele sociali;
  • istituire presso il Ministero un Osservatorio della cultura.

Valorizzare il nostro patrimonio culturale

I Beni culturali sono un patrimonio della collettività e costituiscono l'identità del nostro Paese, la sua storia, la sua memoria. Una risorsa per tutto il territorio. L'interazione tra il singolo bene e il suo contesto conferisce al patrimonio italiano quell'unicità che rende l'Italia un "museo diffuso". Abbiamo la responsabilità di trasmettere tutto questo patrimonio alle nuove generazioni, perché non perdano i valori di conoscenza e di esperienza di cui esso è portatore attivo. Sono risorse preziose che la Repubblica ha il dovere di preservare, tutelare e valorizzare, come recita l'articolo 9 della Costituzione. Queste risorse sono il nostro antidoto alla globalizzazione, ma ne dobbiamo anche migliorare le condizioni di fruizione e garantirne, entro gli ambiti stabiliti dalle necessità di salvaguardia, l'uso a fini di conoscenza e di godimento.

Il sistema dei beni culturali e del paesaggio è il perno del sistema turistico italiano e produce indirettamentei redditi di notevole entità. Ciò non significa però che possa essere trasformato in un produttore diretto di ricchezza. Intendiamo lanciare un piano di recupero del patrimonio storico, artistico e paesaggistico attraverso il quale si è espressa l'identità nazionale , valorizzando le grandi vie storiche, gli antichi percorsi dei pellegrini, le abbazie, i castelli, i piccoli comuni e i borghi, i centri storici della nostra Italia.

Mai come negli anni del centrodestra i nostri Beni culturali sono stati a rischio, per:

  • i numerosi condoni;
  • l'istituzione della Patrimonio Spa;
  • le norme sul silenzio-assenso;
  • la "verifica dell'interesse culturale";
  • il decremento delle risorse statali;
  • la mancata politica di rinnovamento dei tecnici e del personale specializzato e la loro progressiva riduzione;
  • l'assenza di qualsiasi investimento per l'adeguamento tecnologico;
  • l'impoverimento e mortificazione delle professionalità;
  • una riforma del Ministero che l'ha reso elefantiaco, burocratizzato e inefficace;
  • la scarsità di risorse umane e professionali.

Mai più condoni. Questo è il primo impegno che ci assumiamo nel pieno rispetto del dettato costituzionale.

I criteri a cui ispireremo le nostre politiche sono:

  • il diritto-dovere delle comunità locali, regionali e nazionale a riconoscere, salvaguardare, usare correttamente e tramandare al futuro il patrimonio culturale, paesaggistico e ambientale;
  • il coinvolgimento dell'Università nella tutela e valorizzazione del patrimonio, in particolare per le attività conoscitive ed il miglioramento della formazione degli operatori con periodi di stage presso le soprintendenze;
  • l'impiego delle nuove tecnologie e di abilità professionali elevate e certificate;
  • l'apertura dei canali di formazione e di assunzione che consentano un adeguato ricambio generazionale;
  • la programmazione d'uso della generalità del territorio fondata sulla disponibilità di conoscenze ampie e profonde, con l'impiego di tecnologie avanzate;
  • il perseguimento dell'obiettivo della tutela con vincoli e restauri, ma soprattutto tramite una conservazione preventiva e programmata da realizzare in modo continuativo sul territorio;
  • la compatibilità delle politiche economiche con uno sviluppo sostenibile;
  • una maggiore tutela e valorizzazione, due attività intrinsecamente connesse tra loro che non devono più essere distinte come oggi avviene;
  • sospensione della vendita di beni culturali pubblici prevista dal governo Berlusconi e ripristino del vaglio delle Soprintendenze secondo il regolamento Melandri del 2000.

Dovremo superare la precarizzazione dei ruoli dei pubblici uffici, determinata dalla crescente tendenza al conferimento di incarichi temporanei.

  • il potenziamento e completamento degli Istituti Centrali;
  • l'incremento della capacità operativa delle Soprintendenze anche con forme di autonomia organizzativa, amministrativa e contabile e tramite strumenti di valutazione;
  • il rafforzamento dei poteri e dell'autorevolezza dei Soprintendenti e di tutto il personale tecnico-scientifico, garantendo loro autonomia dal potere politico e un'alta ed omogenea formazione;
  • il superamento del contenzioso tra Stato e Regioni con una normativa tecnica che promuova che promuova leale, efficace e ordinata collaborazione fra tutte le istituzioni e ogni altro soggetto pubblico e privato;
  • l'estensione delle funzioni di tutela a livello di governi territoriali, ferme restando allo Stato l'attribuzione delle funzioni di alta garanzia generale, tenendo così unite la tutela, la valorizzazione e la gestione, ma senza incorrere nei rischi e nell'inefficienza di un accentramento anacronistico;
  • la definizione dei profili professionali, dei percorsi formativi e delle forme di accreditamento degli addetti alla conoscenza, alla tutela, alla conservazione e alla gestione dei beni culturali e il coinvolgimento dell'Università nelle attività didattiche e di ricerca e in interventi operativi finalizzati a tali obiettivi. Particolare attenzione andrà rivolta al tema della formazione integrata, per fornire la pubblica amministrazione di competenze professionali e progettuali in grado di interloquire tra i vari ambiti operativi e con i soggetti privati;
  • la creazione di un archivio informatico centrale delle mappe delle zone e dei monumenti vincolati, creando una rete con gli Uffici Beni Culturali e Urbanistica delle regioni, da estendere poi ai Comuni;
  • un'azione di rilancio e promozione delle biblioteche pubbliche e private e degli Archivi storici, con agevolazioni fiscali e investimenti in formazione e innovazione tecnologica;
  • il riconoscimento e valorizzazione delle funzioni di sussidiarietà svolte dai privati rispetto a ville e dimore storiche attraverso un sistema di agevolazioni e incentivi fiscali;
  • il consolidamento del settore del restauro come settore di eccellenza, sostenendone la formazione, l'innovazione e l'internazionalizzazione.

Molti di questi problemi non trovano risposta adeguata nel Codice dei Beni culturali, strumento inadeguato.

Circa le forme di gestione, negli ultimi anni ne sono state sperimentate forme diverse: fondazioni, istituzioni, consorzi. Ognuna di essa corrisponde a una tipologia di bene culturale e non può essere generalizzata.

Crediamo che la ricerca di nuove forme di gestione dei beni culturali ed ambientali debba poggiare su ipotesi idonee al miglioramento continuo delle prestazioni nei campi della conservazione e della valorizzazione, non necessariamente su una soluzione unica. Elementi irrinunciabili sono la competenza e la professionalità dei soggetti coinvolti.

Serve un Ministero più agile e più abile nel liberare le risorse scientifiche e tecniche di cui dispone, per elaborare le politiche di conservazione e di valorizzazione, per compiere le scelte programmatiche di fondo d'intesa con gli altri attori.

Per quanto riguarda la Arcus spa, nata con la missione di riallocare nel settore dei beni culturali il 3% dei fondi investiti in infrastrutture, essa può mantenere la sua utilità, purché se ne aumenti la trasparenza e se ne coordini l'operato con quello di soprintendenza, governi locali e Università.

Sostenere lo spettacolo dal vivo

La stagione di governo del centrodestra ha avvilito lo spettacolo dal vivo, colpendo i finanziamenti pubblici previsti dal Fondo Unico dello Spettacolo ed attuando regole prive di coordinamento e di visione strategica. Questo ha provocato, tra l'altro, conflitti nelle relazioni istituzionali con i governi regionali e locali. Ne ha sofferto la promozione dello spettacolo dal vivo e dell'accesso ad esso da parte dei cittadini.

I tagli alle risorse del FUS hanno fatto perdere in cinque anni oltre il 40% degli stanziamenti pubblici per il sostegno e la promozione dello spettacolo. A questi vanno aggiunti, poi, i danni che conseguiranno al sistema dello spettacolo per i tagli dei trasferimenti dallo Stato alle Regioni e agli Enti Locali, costretti a compiere drammatiche scelte tra la promozione della cultura e la garanzia dei servizi essenziali.

Dobbiamo dare allo spettacolo dal vivo un progetto politico forte, in cui sia forte il ruolo pubblico e che renda lo spettacolo un fattore strategico di crescita sociale ed economica dei territori.

Ciò a cui dobbiamo provvedere prima di tutto è una disciplina nazionale di sistema.

Tra i primi obiettivi di tale disciplina c'è quello di ridisegnare le relazioni e le competenze istituzionali e amministrative per il governo del "sistema spettacolo" nel suo complesso, muovendo dal principio generale di garanzia dell'unità e dell'equilibrio degli interventi pubblici destinati alla promozione dell'offerta e della domanda di spettacolo dal vivo.

Dobbiamo cambiare radicalmente le politiche pubbliche per lo sviluppo dello spettacolo, rendendolo un motore della crescita collettiva, attraverso:

  • la priorità dei finanziamenti pubblici ai programmi e ai progetti che garantiscano una ricaduta culturale e il perseguimento degli obiettivi pubblici, con attenzione anche ai progetti avanzati dagli artisti;
  • la concertazione tra i diversi livelli di governo della Repubblica, approntando sedi e strumenti per la collaborazione tra centro e periferia;
  • la programmazione pluriennale e unitaria, tra i diversi livelli di governo della Repubblica delle risorse finanziarie e degli interventi per spazi, servizi, strutture, tecnologie, formazione artistica e professionale, formazione del pubblico.

Lo Stato dovrà impegnarsi a ristabilire le risorse finanziarie per lo spettacolo dal vivo, favorendo il finanziamento privato e garantendo l'equilibrio dell'offerta di spettacolo sull'intero territorio nazionale. Le nostre azioni principali in questo senso saranno:

  • riportare gli stanziamenti del Fondo Unico dello Spettacolo almeno al livello previsto per il 2001 e garantirne la stabilità triennale;
  • attuare norme per la defiscalizzazione totale degli investimenti delle persone fisiche e delle imprese private nei progetti e nelle attività di spettacolo dal vivo;
  • perequare gli interventi pubblici tramite interventi di promozione nelle aree e nei territori ad offerta debole o insufficiente;
  • istituire un sistema di incentivi al consumo di spettacolo dal vivo (riduzioni del prezzo del biglietto e dei servizi per fasce qualificate di consumatori);
  • definire i compiti e il ruolo della società ARCUS, ancora priva del regolamento previsto dalla legge istitutiva, per superare i micro interventi finora affidati a questa società, a favore di interventi strutturali di sistema coerenti con gli indirizzi e le finalità pubbliche della promozione dello spettacolo;
  • diffondere la produzione italiana dello spettacolo dal vivo all'estero, riformando l'Ente teatrale italiano (ETI), depurandolo da funzioni improprie e mettendolo in grado di operare in sinergia con analoghe strutture degli stati membri dell'Unione europea;
  • stabilire regole di programmazione dello spettacolo dal vivo italiano ed europeo sulle reti televisive e radiofoniche nazionali e accordi per spazi di informazione e promozione dello spettacolo dal vivo;
  • dedicare maggiore attenzione alle espressioni artistiche giovanili, compresa la musica italiana contemporanea, e al balletto, oggi trascurato dalle politiche pubbliche.

Altra priorità della nostra azione sarà la formazione delle professioni e del pubblico.

In tema di formazione, dovremo garantire degli standard minimi per le professioni artistiche e tecniche dello spettacolo, prevedendone la qualificazione permanente. Dovremo inoltre promuovere e sostenere la costruzione del pubblico del futuro, dotandolo degli strumenti di conoscenza fondamentali a partire dalla scuola pubblica.

A fronte del rilievo assunto dalle professioni creative, artistiche ed intellettuali, dovremo prestare attenzione particolare alla regolamentazione del mercato del lavoro dello spettacolo con l'introduzione di regole specifiche per la tutela dei lavoratori dello spettacolo, una disciplina delle professioni di agente e di rappresentante degli artisti e nuove disposizioni sul trattamento fiscale nei settori dello spettacolo e della musica dal vivo.

La riduzione del Fondo Unico dello Spettacolo a 385 milioni di euro per il 2006 e a 300 milioni per il biennio 2007/2008 pone inoltre in primo piano la questione della crisi delle Fondazioni lirico sinfoniche. Finanziamenti pubblici ridotti, strategie inadeguate, consistenti costi fissi di funzionamento, l'assenza di norme per la piena deducibilità degli investimenti dei privati in cultura, hanno impedito di raggiungere l'obiettivo fissato dal Decreto legislativo 367/1996. Tale decreto ha attuato la trasformazione dei teatri d'opera da Enti lirici a Fondazioni di diritto privato. Ad oggi la leale ed equilibrata collaborazione tra pubblico e privato che esso voleva realizzare non si è del tutto compiuta.

Considerata l'importanza del settore della lirica nel nostro Paese, per ragioni culturali ed economiche, la consistenza del numero di dipendenti e l'oggettiva diversificazione dello stato dei bilanci delle singole fondazioni lirico-sinfoniche, dovremo affrontare la questione insieme a tutti gli attori del settore.

Sarà nostro compito individuare gli interventi e gli strumenti necessari al rilancio ed allo sviluppo delle attività delle fondazioni lirico sinfoniche - a partire dagli impegni di investimento e di spesa pubblica - sulla base di progetti che perseguano una missione culturale di interesse collettivo, diversificando ed aumentando le giornate di programmazione, raggiungendo pubblici sempre nuovi, promuovendo all'estero le produzioni italiane.

Il cinema e l'audiovisivo in primo piano

Il Cinema italiano e più in generale il sistema dell'audiovisivo sta vivendo una situazione di profonda crisi, anche a causa dell'inadeguatezza delle norme, delle risorse e delle politiche di settore.

Esso è penalizzato da vari fattori, a partire dalla scarsa propensione del pubblico italiano a frequentare le sale, dovuta anche alla mancanza, rispetto ad altri Paesi europei, di politiche per il sostegno e la promozione del prodotto e del consumo. Come in molti altri Paesi europei, poi, il prodotto italiano incide sul totale del box office per meno del 25%.

È forte l'indice di concentrazione: i primi 5 film italiani raccolgono oltre il 60% della spesa del pubblico orientata al prodotto italiano. I primi 25 ne raccolgono oltre il 90%. La quota restante di prodotto italiano è gravemente penalizzata.

In contrasto con la sua storia, il Cinema italiano rischia così di non riuscire più a comunicare con il Paese e ad esserne una delle forme più alte di espressione artistica, penalizzando la creatività artistica e la capacità di essere industria culturale: un binomio indissolubile per competere con le altre cinematografie.

Il settore della Fiction, che partiva da uno scenario di strisciante colonizzazione culturale, ha conosciuto invece, grazie alla vecchia 122 voluta dal centrosinistra, una buona capacità di reazione, realizzando prodotti di qualità.

Debole, invece, è il sostegno al prodotto rivolto ai bambini: si sottovaluta l'importanza dell'impatto formativo dei cartoon e - nonostante una buona base di professionisti - si sconta ancora un ritardo culturale.

L'offerta si diversifica e la domanda si trasforma: cresce il consumo domestico, l'home video, si apprestano nuovi canali distributivi (Internet, l'UMTS). Bisogna quindi regolare tutta la nuova articolazione della filiera, a partire dalle norme antipirateria, con la consapevolezza che la stessa rete può aiutare lo sviluppo del settore.

Occorre recuperare anzitutto il grande patrimonio filmico nazionale, l'archivio della memoria - digitalizzato, tutelato e diffuso - in quanto bene culturale. Vanno anche definiti nuovi codici e sistemi di tutela dei diritti coerenti con le nuove tecnologie.

Rispetto a tale situazione il Decreto Legislativo Urbani non ha saputo intervenire in un'ottica sistemica, ma ha agito in modo disorganico e segmentale, senza disporre peraltro delle risorse adeguate. Non ha così corretto le distorsioni operative della Legge 122, che è stata applicata in modo parziale sottovalutandone l'intento di base: rompere le strozzature e le situazioni di duopolio del sistema.

Non possiamo che partire da questo stato di crisi per rilanciare l'industria cinematografica e dell'audiovisivo.

Un'industria atipica che è anche cultura, espressione artistica, identità culturale e storica, linguaggio. Dovremo pertanto predisporre investimenti pubblici, oltre che privati, per tornare a fare cinema di qualità, promuovere la sperimentazione e affrontare il nodo della digitalizzazione e del rapporto tra il cinema, i nuovi media e le comunicazioni di massa. Dobbiamo compiere scelte coraggiose e innovatrici, come ci chiedono gli stessi operatori, per aprire il mercato, superare il sostanziale duopolio e rilanciare l'industria cinematografica e dell'audiovisivo, nel rispetto dell'indipendenza e della libertà di opinione, affrontando la questione in una logica di sistema, rivedendo la situazione di tutta la filiera. Dobbiamo ricondurre progressivamente televisioni e service providers alle loro rispettive funzioni naturali di broadcaster e di fornitori di accesso ai contenuti.

Riteniamo che premessa per una nuova legge sul cinema sia una legge antitrust che disciplini orizzontalmente o verticalmente gli interessi nelle televisioni, telecomunicazioni, stampa, nuovi media e contribuisca a ricreare il mercato superando l'attuale duopolio.

I punti qualificanti di questa legge saranno:

  • un fondo di garanzia per il cinema e l'audiovisivo, che non si fermi alla revisione del Fondo Unico per lo spettacolo (FUS), ma estenda il prelievo di risorse da destinare al cinema a tutti gli operatori e le imprese che utilizzano il cinema in qualunque forma;
  • una struttura gestionale autonoma, sul modello del Centro nazionale cinematografico francese, che ricopra tutte le competenze fino ad oggi affidate ad enti pubblici o semipubblici diversi, consentendo un notevole risparmio gestionale;
  • una regolamentazione sulla programmazione e sulle quote di investimento per la cinematografia italiana ed europea, anche attraverso lo strumento dei contratti di servizio;
  • forme di esenzione ed incentivi fiscali o scudo fiscale;
  • l'attribuzione all'autorità di garanzia del compito di vigilare, con poteri sanzionatori, sull'applicazione delle nuove norme di vigilanza nell'intera filiera;
  • il sostegno a forme di cooperazione per la promozione e la circolazione delle opere cinematografiche e audiovisive, italiane ed europee, nel territorio dell'Unione;
  • la promozione di iniziative volte alla formazione culturale del cittadino e alla diffusione della cultura cinematografica, a partire dalla scuola pubblica;
  • l'adozione di misure di sostegno e incentivazione per favorire la programmazione nelle sale delle opere cinematografiche italiane ed europee.

Una cultura dell'attività fisica

Migliaia di persone di ogni età, ceto sociale e condizione umana praticano sport. Lo sport è, dunque, di tutti. Bisogna sviluppare una cultura del movimento come valore e come strumento di crescita umana. Lo sport è un fenomeno sociale di enorme rilevanza: educa, stimola l'inclusione e coesione sociale, è risorsa economica e veicolo di comunicazione.

Oggi i cittadini considerano lo sport un diritto. La recente crescita vertiginosa della pratica sportiva e la differenziazione della domanda impongono però di sciogliere nodi importanti riguardo il modello organizzativo e il sistema delle risorse.

La pratica sportiva coinvolge oggi il 33% degli italiani. Di questi circa 3 milioni sono iscritti alle federazioni sportive e 3 milioni circa agli enti di promozione sportiva.

Altri venti milioni di cittadini circa svolgono attività motoria e sportiva fuori dai circuiti organizzati. A questi venti milioni bisogna dare risposte, garantendone il diritto allo sport con organizzazione, impianti, contenuti.

Gli attori istituzionali che governano oggi lo sport in Italia sono diversi (Regioni, enti locali, CONI, enti di promozione sportiva) ed interagiscono ogni giorno con la vasta rete di 100.000 Società Sportive distribuite sul territorio nazionale. Serve un coerente progetto culturale per sostenere questa multiforme richiesta sportiva.

Invece di accentrare compiti nel CONI, come ha fatto il centrodestra in questi anni, bisogna definirne con chiarezza il ruolo e le competenze sullo sport di prestazione da un lato, e dall'altro definire le attribuzioni delle regioni e degli enti locali sulla promozione sportiva e sulla pratica di base.

Le Regioni devono occupare lo spazio che la Costituzione gli attribuisce, divenendo protagoniste nella proposta di una riforma del sistema sportivo nazionale e nella definizione di un sistema sportivo regionale delle qualità.

Un nuovo sistema unitario a cui si acceda sulla base di requisiti di qualità è il solo modo di legittimare e valorizzare lo sport per tutti.

La scuola è il primo tassello per costruire una cultura sportiva nel nostro Paese: qui l'attività sportiva può diventare strumento educativo nella costruzione di un armonico sviluppo psicofisico dei giovani sin dalla primissima infanzia. Dobbiamo migliorarne qualità e quantità con:

  • una maggiore valorizzazione dell'attività motoria, fisica e sportiva adeguando il monte ore annuale ai livelli medi europei in tutti gli ordini di scuola;
  • il riconoscimento dell'educazione motoria nella scuola primaria insegnata dal diplomato ISEF e laureato in Scienze Motorie, come insegnante del curricolo;
  • il riconoscimento e regolamentazione della professione dell'insegnante di attività motoria e sportiva;
  • l'istituzione di un osservatorio sulle Facoltà di Scienze Motorie contro l'eccessiva medicalizzazione dei piani di studi;
  • la valorizzazione e il monitoraggio dell'esperienza dei licei sportivi.

Lo sport fa bene alla salute, sia come mezzo di prevenzione che promuovendo una vita attiva. Le politiche per la salute devono quindi dare spazio allo sport:

  • inserendo la promozione della pratica sportiva all'interno del Piano Sanitario Nazionale, inserendo lo sport nei livelli minimi essenziali, con adozione delle linee guida da parte delle Regioni;
  • integrando lo sport in un progetto più ampio che configuri un nuovo welfare, più moderno ed attento ai nuovi diritti e alle nuove esigenze dei cittadini di ogni età e di ogni condizione sociale.

Altro tema che affronteremo sarà quello del Doping, divenuto una piaga sociale, che passa attraverso la criminalità organizzata e muove crescenti interessi economici. La legge vigente tutela esclusivamente la salute degli atleti professionisti, e trascura i dilettanti.

È pertanto necessario riformare l'attuale Legge sul Doping in modo da salvaguardare la salute di milioni di praticanti e rafforzare la lotta agli spacciatori. C'è bisogno di un ampio progetto culturale per tornare all'etica dello sport.

Per migliorare l'erogazione dei servizi al cittadino dobbiamo ammodernare l'impiantistica e migliorare la gestione delle attività all'interno degli impianti:

  • favoriremo una stretta relazione, sulla base di criteri condivisi, tra Enti Locali e Regioni, rispettivamente proprietari degli impianti e gestori delle risorse relative;
  • attiveremo piani di sviluppo dell'impiantistica sportiva salvaguardando i principi di riqualificazione, ammodernamento, radicamento nel tessuto sociale, polifunzionalità, interdistrettualità, sostenibilità ambientale, accesso facilitato;
  • per quanto riguarda l'attività sportiva, favoriremo progetti legati alle politiche sociali del territorio, che mirino all'inclusione sociale, alla socializzazione - con particolare attenzione ai diversamente abili - e alla lotta al disagio sociale;
  • punteremo a salvaguardare una parte di funzione pubblica dell'attività sportiva nella gestione degli impianti da parte delle società sportive e ad attivare progetti di finanza partecipata, con incentivi per i comportamenti virtuosi come il risparmio energetico;
  • riformeremo l'Istituto per il Credito Sportivo, che deve rimanere la Banca dello sport, facilitando l'accesso al credito da parte di soggetti come Enti Locali e Società Sportive;
  • favoriremo un utilizzo ampio degli stadi per tutta la settimana, aiutando modalità di "cessione" degli stadi alle società di calcio, attraverso meccanismi di controllo che salvaguardino il bene pubblico.

Dobbiamo attuare nuove politiche di reperimento delle risorse per lo sport, investendo di più e meglio, differenziando gli investimenti, attingendo a capitoli diversi come quelli della prevenzione sanitaria e della lotta al disagio sociale. Le Regioni, con il titolo V della Costituzione, hanno competenza "sull'ordinamento sportivo". Vanno attivate risorse in questo senso per garantire alle Regioni la possibilità di assolvere a questo compito, attraverso:

  • una migliore redistribuzione delle risorse già erogate sullo sport;
  • la cessione di quote sulle scommesse sportive;
  • tassazioni di scopo;
  • la tassazione dei diritti TV.

Dobbiamo adeguare la struttura e le risorse del CONI alla missione di promozione dello sport olimpico, verificando e monitorando l'idoneità della struttura alla continua evoluzione del sistema sportivo.

Dobbiamo fare dello sport professionistico una risorsa per tutto lo sport: essendo legato anche al business e allo spettacolo, lo sport di vertice per la sua stessa sopravvivenza deve sostenere lo sport di base.

Le società professionistiche devono essere considerate alla stessa stregua di qualsiasi società di capitali. Il calcio, come ogni altro sport professionistico, non è un mondo a parte fuori dalle regole.

A fronte della profonda crisi economica e di sistema del calcio professionistico, considerato "sport nazionale", non possiamo ricorrere a misure episodiche o contrarie alle direttive comunitarie ma dobbiamo aiutarne una riforma virtuosa, anche nell'ottica della sua funzione sociale, con nuove regole e nuove strutture di controllo al di sopra delle parti, credibili e trasparenti.

Articolo di Gianluca Affinito pubblicato il  17/2/2006 alle ore 17,30.

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