Il Pesa-Nervi

«Lei parla a vanvera, giovanotto!
No, penso a dei critici con la barba».

La perdita della privatezza

Umberto Eco descrive i comportamenti di una società divenuta esibizionistica, in cui gli individui rinunciano deliberatamente e superficialmente al privilegio della privatezza.

I principali quotidiani italiani hanno riportato ieri con grande enfasi la notizia dell'arresto di 16 persone, accusate di rubare - per mezzo di intercettazioni abusive e atti di corruzione - informazioni personali e riservate su personaggi della politica, tra i quali Piero Marrazzo e Alessandra Mussolini. In questa storia di spie il principale accusato, almeno dai media, è al momento il ministro della Sanità Storace, che sarebbe stato il beneficiario di quei furti di informazioni.

E' giustissimo perseguire a termini di legge chi viola la privacy dei cittadini. Questa vicenda porta però in primo piano la questione della privatezza dei dati personali. E' l'occasione per riflettere su quanto la società contemporanea sia diversa da ogni precedente società, per quanto riguarda la difficoltà di tener celate le informazioni che possono mettere a nudo la sfera privata delle persone. Ma non solo è difficile tener nascosti i dati personali: molto spesso non lo si vuole neppure. E' un'epoca di esibizionismo mediatico, in cui spesso si cerca deliberatamente la perdita della privacy come strumento di affermazione personale e sociale.

Di tutto ciò parla il capitolo dell'ultimo libro di Umberto Eco, A passo di gambero, che riporto qui di seguito (Umberto Eco, A passo di gambero. Guerre Calde e populismo mediatico, Bompiani 2006, pagg. 81-90).

La perdita della privatezza [1]

[La copertina di 'A passo di gambero']La prima cosa che la globalizzazione della comunicazione via Internet ha messo in crisi è la nozione di confine. Il concetto di confine è antico come la specie umana, anzi, come le specie animali tutte. L'etologia ci insegna che ogni animale riconosce intorno a sé, e ai suoi consimili, una bolla di rispetto, un'area territoriale entro la quale si sente al sicuro, e riconosce come avversario chi varca quel confine. L'antropologia culturale ci ha mostrato come questa bolla protettiva vari secondo le culture, e per certi popoli una vicinanza dell'interlocutore che da altri popoli è sentita come espressione di confidenza, viene avvertita come intrusione e aggressione.

A livello umano, questa zona di protezione si è estesa dall'individuo alla comunità. Il confine - della città, della regione, del regno - è sempre stato sentito come una sorta di ampliamento collettivo delle bolle di protezione individuale. Si pensi quanto la mentalità latina fosse ossessionata dal confine, tanto da incentrare su una violazione territoriale il proprio mito di fondazione: Romolo traccia un confine e uccide il fratello perché non lo rispetta. Giulio Cesare, nel passare il Rubicone, si trova di fronte alla stessa angoscia che, forse, ha colto Remo prima di violare il limite segnato dal fratello. Sa che passando quel fiume invaderà in armi il territorio romano. Che poi si attesti a Rimini, come fa all'inizio, o marci su Roma, è irrilevante: il sacrilegio viene compiuto nel varcare il confine, ed è irreversibile. Il dado è tratto. I greci conoscevano il confine della polis, e tale confine era tracciato dall'uso della stessa lingua - o dai suoi vari dialetti. I barbari iniziavano là dove non si parlava più in greco.

Talora la nozione di confine (politico) è stata così ossessiva da far erigere un muro all'interno della stessa città, per stabilire chi stava di qua e chi stava di là. E, almeno per i tedeschi dell'Est, superare il confine li esponeva alla stessa pena inflitta al mitico Remo. L'esempio di Berlino Est ci dice, in forma essenziale, qualcosa che in realtà ha sempre riguardato ogni confine. Il confine non solo protegge la comunità da un attacco degli estranei, ma anche dal loro sguardo. Le mura e la barriera linguistica possono servire a un regime dispotico per tenere i propri soggetti nell'ignoranza di quello che avviene altrove, ma in genere garantiscono ai cittadini che possibili intrusi non abbiano notizie dei loro costumi, delle loro ricchezze, delle loro invenzioni, dei loro sistemi di coltivazione. La grande muraglia cinese non difendeva solo i sudditi del Celeste Impero dalle invasioni, ma garantiva anche il segreto della produzione della seta.

Di converso, i sudditi hanno sempre pagato questa riservatezza sociale accettando la perdita della riservatezza individuale. Inquisizioni di vario tipo, laiche o religiose, avevano il diritto di sorvegliare i comportamenti e spesso addirittura i pensieri dei sudditi, per non dire delle leggi doganali e fiscali, per cui si è sempre ritenuto giusto che la privata ricchezza dei cittadini dovesse essere nota allo stato.

Con Internet sarà la stessa definizione di stato nazionale che entrerà a poco a poco in crisi. Internet non è soltanto lo strumento che permette di stabilire delle chat lines internazionali e multilingue. È che oggi una città della Pomerania può gemellarsi con un centro dell'Estremadura, trovando on line interessi comuni, e commerciando al di là delle autostrade, che attraversano ancora delle frontiere. Oggi, nel vivo di una inarrestabile ondata migratoria, è sempre più facile per una comunità musulmana a Roma collegarsi con una comunità musulmana a Berlino.

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Ma questa caduta dei confini ha provocato due opposti fenomeni. Da un lato non c'è più comunità nazionale che possa impedire ai propri cittadini di conoscere quello che accade in altri paesi, e sarà presto impossibile impedire al suddito di una dittatura qualsiasi di sapere in tempo reale quello che accade altrove. D'altro lato il monitoraggio severo che gli stati esercitavano sulle attività dei cittadini è passato ad altri centri di potere che sono tecnicamente in grado (anche se non sempre in forme legali) di sapere a chi abbiamo scritto, che cosa abbiamo comperato, quali viaggi abbiamo fatto, quali sono le nostre curiosità enciclopediche e addirittura le nostre preferenze sessuali. Persino l'infelice pedofilo che un tempo, nel chiuso del proprio villaggio, cercava di tenere segreta la sua insana passione, oggi è incoraggiato a diventare anche esibizionista, mettendo a repentaglio, on line, il proprio vergognoso segreto. Il grande problema del cittadino geloso della sua vita privata non è quello di difendersi dagli hackers, non più frequenti e pericolosi dei briganti da strada che potevano derubare un tempo un mercante in viaggio, ma dai cookies, e da tutte quelle altre mirabilia tecnologiche che permettono di raccogliere informazioni su ciascuno di noi.

Una recente trasmissione televisiva sta convincendo il pubblico mondiale che la situazione del Grande Fratello si verifica quando alcuni individui decidono (per libero anche se deplorevole atto di volontà) di lasciarsi spiare dalle moltitudini, felici di spiare. Ma non è questo il Big Brother di cui parlava Orwell. Il Big Brother orwelliano è messo in opera da una ristretta nomenklatura che spia ogni atto individuale di ogni membro della moltitudine, contro i desideri di ciascuno. Il Big Brother orwelliano non è la televisione, dove milioni di voyeurs guardano un solo esibizionista. È il panopticon di Bentham, dove molti custodi osservano, inosservati e inosservabili, un solo condannato. Ma se nel racconto orwelliano il Grande Fratello era una allegoria per il Piccolo Padre stalinista, oggi il Big Brother che ci osserva non ha volto e non è uno, è l'insieme dell'economia globale. Come il Potere di Foucault non è una entità riconoscibile, è l'insieme di una serie di centri che accettano il gioco, si sostengono a vicenda, a tal punto che, chi per un centro di potere spia gli altri che acquistano in un supermarket, sarà a sua volta spiato quando paga l'albergo con la carta di credito. Quando il Potere non ha più volto, diventa invincibile. O almeno diventa difficile controllarlo.

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Torniamo alle radici stesse del concetto di privatezza. Nella mia città natale si rappresenta ogni anno Gelindo, una commedia comico-religiosa, che si svolge tra i pastori a Betlemme, ai tempi della nascita del Salvatore, ma contemporaneamente sembra aver luogo nelle mie terre, tra contadini dei paesi vicino ad Alessandria. Infatti viene parlata in dialetto, e gioca su contaminazioni di grande effetto comico, perché i personaggi dicono che per arrivare a Betlemme debbono attraversare il fiume Tanaro, che ovviamente si trova dalle mie parti, oppure attribuiscono al malvagio Erode leggi e regolamenti dei nostri governi attuali. Quanto ai caratteri, la commedia rappresenta con ottusa vivacità il carattere dei piemontesi che, per tradizione, sono molto chiusi, gelosi della loro vita privata e dei loro sentimenti.

A un certo punto appaiono i Re Magi, i quali incontrano Maffeo, uno dei pastori, e gli chiedono la via per Betlemme. Il pastore, vecchio e un poco rincitrullito, risponde che non la sa, e li invita a rivolgersi al suo padrone Gelindo, che dovrebbe rientrare dopo poco. Infatti Gelindo rientra, incrocia per la via i Magi, e uno di essi gli chiede se è lui Gelindo. Non c'interessa ora il dialogo tra Gelindo e i Magi, bensì quello che si svolge più avanti, quando Gelindo chiede ai suoi pastori come mai quello straniero conoscesse il suo nome, e Maffeo ammette di averglielo detto lui. Gelindo s'infuria e minaccia di bastonarlo perché, dice, non si fa circolare il nome di qualcuno come se fosse moneta da spendere. Il nome è una proprietà privata e, a renderlo pubblico, si sottrae a chi lo porta una parte della propria privatezza. Gelindo non poteva conoscere la parola privatezza, ma era proprio quel valore che stava difendendo. Se avesse posseduto un lessico più articolato, ci avrebbe detto che stava manifestando riserbo o riservatezza, o discrezione, ovvero che stava difendendo la propria intimità.

Si badi che la difesa del proprio nome non è soltanto un costume arcaico. Durante le assemblee del '68 gli studenti che si alzavano si presentavano come Paolo, Marcello, Ivano, non per nome e cognome. Il costume era talora giustificato dal timore che un agente di polizia potesse essere presente, e prendesse nota degli autori dei vari interventi. Più spesso quella reticenza era un vezzo, ispirato all'uso dei partigiani, noti solo per il loro soprannome, onde evitare ritorsioni sulla famiglia lontana. Ma un oscuro desiderio di proteggere la propria identità è ancora presente in coloro che telefonano alle trasmissioni televisive e radiofoniche, talora per esprimere opinioni lecitissime, o per rispondere a un quiz. Una istintiva vergogna, forse (e ormai un'abitudine incoraggiata dai conduttori), li spinge a designarsi come Marcella di Pavia, Agata di Roma, Spiridione di Termoli.

Talora la difesa della propria identità confina con la pavidità, con l'incapacità di assumersi la responsabilità delle proprie azioni, così che si è portati a invidiare quei paesi in cui, quando qualcuno si presenta in pubblico, declina immediatamente nome e cognome. Ma se può essere bizzarra, e talora scarsamente giustificata, la difesa della propria identità onomastica, non lo è certamente quella della propria vita privata, per cui - e per antica tradizione - non so-
lo si lavano in famiglia i panni sporchi, ma anche quelli puliti, e qualcuno può desiderare di non rendere nota la propria età, le proprie malattie, o il proprio reddito - a meno che non debba renderne conto per legge.

Da chi ci viene la richiesta di una difesa del riserbo? Certamente da coloro che intendono mantenere segrete delle transazioni commerciali, da chi non vorrebbe vedere violata la propria corrispon denza personale, da chi elabora dati di ricerca che non vuole ancora rendere pubblici. Tutte queste cose le sappiamo benissimo, e si elaborano leggi per proteggere coloro che invocano il diritto alla riservatezza. Ma quanti sono coloro che invocano questo diritto? A me pare che una delle grandi tragedie della società di massa, quella della stampa, della televisione e di Internet, sia la rinuncia volontaria alla riservatezza. Il massimo della rinuncia alla riservatezza (e dunque al riserbo, sino al pudore) è - al limite del patologico - l'esibizionismo. Ora, mi sembra paradossale che qualcuno debba lottare per la difesa della privatezza in una società di esibizionisti.

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Una delle tragedie sociali del nostro tempo è stata anzitutto la trasformazione di quella valvola di sfogo, in gran parte benefica, che era il pettegolezzo.

Il pettegolezzo classico, quello che si faceva nel villaggio, in portineria o all'ostería, era un elemento di coesione sociale. Non si spettegolava mai dicendo di qualcuno che era sano, fortunato e felice; si spettegolava su un difetto, un errore, una sfortuna altrui. Così facendo, però, gli spettegolanti in qualche modo partecipavano alle sventure degli spettegolati (perché il pettegolezzo non implica sempre disprezzo, può indurre anche a compassione). Esso, tuttavia, funzionava se le vittime non erano presenti e non sapevano di essere tali (così che potevano salvare la faccia facendo finta di non saperlo). Quando la vittima veniva a conoscenza del pettegolezzo, e non poteva più fingere di non sapere, avveniva la piazzata ("brutta linguaccia, so che vai a dire in giro che..."). Avvenuta la piazzata, la voce diventava pubblica. La vittima si esponeva al ridicolo, o alla condanna sociale, e i carnefici non avevano più nulla su cui spettegolare. Per cui, affinché il valore di valvola sociale del pettegolezzo rimanesse intatto, tutti carnefici e vittime, erano tenuti, per quanto possibile, al riserbo, a mantenere una zona di segreto.

La prima apparizione di quello che chiameremo un pettegolezzo moderno è avvenuta con la stampa. Un tempo esistevano pubblicazioni specializzate, che si occupavano di pettegolezzi su persone che, a causa del loro lavoro (attori e attrici, cantanti, monarchi in esilio, playboy) si esponevano volontariamente all'osservazione dei fotografi e dei cronisti. Il gioco era talmente scoperto che anche i lettori sapevano benissimo che, se l'attore tale era stato visto al ristorante insieme all'attrice talaltra, questo non significava che fosse necessariamente sorta tra i due una "affettuosa amicizia", e probabilmente tutto era stato pianificato dai loro uffici stampa. Ma i lettori di queste pubblicazioni non chiedevano verità, chiedevano appunto divertimento, e basta.

Per fronteggiare da un lato la concorrenza della televisione, e dall'altro l'esigenza di nutrire un numero assai alto di pagine, onde poter vivere sulla pubblicità, anche la stampa cosiddetta seria, compresa quella quotidiana, ha dovuto occuparsi sempre più di eventi sociali e di costume, di varietà, di gossip e soprattutto, se non c'erano notizie, è stata costretta a inventarle. Inventare una notizia non vuole dire informare su un evento che non è avvenuto, bensì fare diventare notizia quello che prima non lo era, la frase sfuggita a un uomo politico in vacanza, gli eventi del mondo dello spettacolo. Il pettegolezzo è divenuto così materia d'informazione generalizzata, e ha raggiunto anche penetrali che erano sempre stati esclusi dal monitoraggio curioso della cronaca rosa, toccando monarchi in trono, leader politici e religiosi, presidenti della repubblica, scienziati.

In questa prima fase di trasformazione il pettegolezzo, da sussurrato che era, è divenuto urlato, noto alle vittime, ai carnefici e a coloro che in fondo non ne erano interessati. Ha perso il fascino e la forza del segreto. Però ha prodotto una nuova immagine della vittima: essa non è stata più una persona da compiangere, perché è diventata vittima proprio in quanto famosa. Essere oggetto di pettegolezzo (pubblico) è parso a poco a poco segno di status sociale.

A questo punto si è passati a una seconda fase quando la televisione ha ideato trasmissioni in cui non erano più i carnefici a spettegolare sulle vittime, bensì le vittime che si presentavano gioiose a spettegolare su se stesse, fiduciose di acquistare così lo stesso status sociale dell'attore o dell'uomo politico. Nel pettegolezzo televisivo non si parla mai male di qualcuno che non c'è: è la vittima che spettegola di sé, parlando delle proprie vicende intime. Gli spettegolati sono i primi a sapere, e tutti sanno che essi lo sanno. Non sono vittime di alcuna mormorazione. Non c'è più segreto. Non si può neppure infierire sulle vittime, perché hanno avuto il coraggio di diventare carnefici di se stessi mettendo a nudo le loro debolezze, né si può commiserarli, perché dalla confessione hanno tratto un vantaggio invidiabile, la pubblica esposizione. Il pettegolezzo ha perduto così la sua natura di valvola sociale, per diventare esibizione inutile.

Non dovevamo attendere trasmissioni come il Grande Fratello, che giustamente condanna al voyeurismo nazionale personaggi che, per la scelta che hanno fatto, si sono già posti nel novero di coloro che abbisognano, come è attestato pubblicamente, dell'assistenza di uno psicologo. Già da anni moltissimi, che nessuno riteneva psicologicamente instabili, sono apparsi in video a discutere con il coniuge dei reciproci tradimenti, a litigare con la suocera, a invocare disperatamente l'amato o l'amata che li ha abbandonati, a schiaffeggiarsi in pubblico, a inscenare casi di divorzio in cui venivano impietosamente analizzate le proprie personali incapacità sessuali.

Se un tempo la vita privata era talmente segreta che il segreto dei segreti era per definizione quello del confessore, ora è la nozione di confessionale che è stata stravolta.

Ma è avvenuto di peggio. Poiché, attraverso l'esibizione della propria vergognosa intimità, uomini e donne comuni da un lato divertivano il pubblico e dall'altro soddisfacevano il loro bisogno di essere visti, si è condannato alla pubblica esposizione anche colui che un tempo era chiamato lo Scemo del Villaggio e che oggi - con understatement di sapore biblico, e per rispetto verso la sua sventura - chiamerò l'Insipiente del Villaggio.

* * *

L'Insipiente del Villaggio dei tempi andati era colui che, poco dotato da madre natura, sia in senso fisico che in senso intellettuale, frequentava l'osteria del paese, dove i crudeli compaesani gli pagavano da bere perché si ubriacasse e facesse cose disdicevoli e sconce. Si noti che, in quei villaggi, l'insipiente oscuramente capiva che lo stavano trattando da insipiente, ma accettava il gioco, perché era un modo per farsi pagare da bere, e perché un certo esibizionismo era parte della sua insipienza.

L'insipiente odierno del villaggio globale televisivo non e una persona media, come il marito che appare sullo schermo ad accusare la moglie d'infedeltà. È al di sotto della media. Viene invitato ai talk show, ai programmi di quiz, appunto perché è insipíente. L'insipiente televisivo non è necessariamente un sottosviluppato. Può essere uno spirito bizzarro (come lo scopritore dell'Arca Perduta, o l'inventore di un nuovo sistema per il moto perpetuo, che per anni ha bussato inutilmente alle porte di tutti i giornali o di tutti gli uffici brevetti, e finalmente trova qualcuno che lo prende sul serio); può anche essere uno scrittore della domenica rifiutato da tutti gli editori, íl quale ha compreso che, anziché ostinarsi a scrivere un capolavoro, può avere successo calandosi i calzoni in video, e dicendo parolacce nel corso di un dibattito culturale; può essere la bas-bleu di provincia che finalmente si trova ascoltata mentre pronuncia parole difficili e racconta di avere avuto esperienze extrasensoriali.

Una volta, quando gli amici dell'osteria avevano passato il segno con l'insipiente del villaggio, spingendolo a esibizioni insostenibili, intervenivano il sindaco, il farmacista, un amico di famiglia, che prendevano l'infelice sottobraccio riportandolo a casa. Invece nessuno riporta a casa e protegge l'insipiente del villaggio globale televisivo, la cui funzione diventa simile a quella del gladiatore, condannato a morte per il piacere della folla. La società, che difende il suicida dalla sua tragica decisione, o il drogato dal desiderio che lo porterà alla morte, non difende l'insipiente televisivo, anzi lo incoraggia, come un tempo incoraggiava nani e donne barbute a esibirsi nei luna park.

Si tratta evidentemente di un crimine, ma non è della salvaguardia dell'insipiente che mi sto preoccupando (anche se se ne dovrebbero occupare le autorità competenti, visto che si tratta di circonvenzione d'incapace): è del fatto che, glorificato della sua apparizione sullo schermo, l'insipiente diventa modello universale. Se si è esposto lui, chiunque potrà farlo. L'esibizione dell'insipiente convince il pubblico che nulla, neppure la più vergognosa delle sventure, ha diritto a rimanere privata, e che l'esibizione della stessa deformità premia. La dinamica dell'ascolto fa si che, non appena l'insipiente appare in video, diventi un insipiente famoso, e questa fama si misura in ingaggi pubblicitari, inviti a convegni e a feste, talora anche in offerte di prestazioni sessuali (d'altra parte Victor Hugo ci aveva insegnato che una bella dama può impazzire per l'Uomo che Ride). In definitiva si deforma il concetto stesso di deformità e tutto diventa bello, anche la malformazione, purché sia portata alla gloria del teleschermo.

Ricordate la Bibbia? Dixit insipiens in corde suo: Deus non est. L'insipiente televisivo afferma orgogliosamente: Ego sum.

Un fenomeno analogo sta avvenendo anche su Internet. L'esplorazione di molte home page ci dice che sovente la costituzione di un sito mira soltanto a esibire la propria squallida normalità, quando non si tratti di anormalità.

Tempo fa ho trovato la home page di un signore che metteva a disposizione, e forse mette tuttora, la foto del suo colon. Come si sa, da molti anni è possibile andare in una clinica per farsi esaminare il retto con una sonda che reca al culmine una piccola telecamera e lo stesso paziente può osservare su uno schermo televisivo a colori il viaggio della sonda (e della telecamera) nei propri recessi più gelosi. Di solito, qualche giorno dopo l'ispezione, il medico consegna al paziente (riservatissimamente) un referto con la foto a colori del suo colon.

Il problema è che i colon di tutti gli esseri umani (tranne casi di tumori ormai terminali) si assomigliano. Pertanto, se si può essere in qualche modo interessati alla foto a colori del proprio colon, si resta indifferenti alla visione di un colon altrui. Ebbene, il signore di cui parlo, ha faticato a installare una home page per fare vedere a tutti la foto del suo colon. Evidentemente si tratta di persona a cui la vita non ha dato nulla, non eredi a cui trasmettere il proprio nome, non partner che si siano interessati al suo viso, non amici a cui mostrare le foto delle vacanze, e che pertanto si affida a quest'ultima disperata esibizione per trovare un minimo di visibilità. In questi, come in altri casi di volontaria rinuncia alla privatezza, stanno abissi di disperazione che dovrebbero indurci a una compassionevole disattenzione. Ma l'esibizionista (tale il suo dramma) non ci consente di ignorare la sua vergogna.

* * *

Potrei continuare questa rassegna di casi in cui assistiamo alla rinuncia gioiosa alla propria privatezza. Le migliaia di persone che ascoltiamo per strada, al ristorante o sul treno, mentre discutono al telefono cellulare di loro privatissimi affari, o addirittura inscenano via satellite tragedie amorose, non sono spinte dall'urgenza di comunicare qualcosa d'importante, altrimenti parlerebbero a bassa voce, gelosi del loro segreto. Sono ansiosi di far sapere a tutti che prendono decisioni in una azienda di frigoriferi, che comperano e vendono in Borsa, che organizzano congressi, che sono stati abbandonati dal proprio partner. Hanno pagato per acquistare un telefonino e per sostenere una bolletta salatissima che permette loro di esibire di fronte a tutti la propria vita privata.

Non è per divertimento che mi sono intrattenuto su questa rassegna di piccole e grandi teratologie psicologiche e morali. È che ritengo ché il compito delle autorità che vegliano sulla nostra pri vatezza sia non solo quello di difendere coloro che vogliono essere difesi, ma anche quello di proteggere coloro che non sanno più difendersi.
Anzi, vorrei dire che è proprio il comportamento degli esibizionisti quello che ci dice quanto l'assalto alla privatezza possa diventare non solo crimine, ma vero e proprio cancro sociale. E sono i bambini che, primi tra tutti, andrebbero educati, in modo da sottrarli all'esempio corruttore dei loro genitori.

Ma il circolo che si stabilisce è vizioso. L'assalto alla privatezza abitua tutti alla sua scomparsa. Già molti di noi hanno deciso che spesso il modo per mantenere un segreto è renderlo pubblico, per cui si scrivono e-mail o si fanno telefonate in cui si dice apertamente ciò che si ha da dire, sicuri che nessun intercettatore troverà interessante una affermazione che non cerca di mascherarsi. A poco a poco si diventa esibizionisti perché s'impara che più nulla potrà essere riservato - e quando non c'è più nulla di riservato, nessun comportamento diventa più scandaloso. Ma lentamente coloro che attentano alla nostra privatezza si convincono che le stesse vittime sono consenzienti, e allora non si arresteranno più di fronte a nessuna violazione.

Quello che volevo dire è che la difesa della privatezza non è solo un problema giuridico, ma morale e antropologico culturale. Dovremo imparare a elaborare, diffondere, premiare una nuova sensibilità al riserbo, educare alla riservatezza verso se stessi e verso gli altri. Per quanto riguarda il riserbo verso altri, credo che l'esempio migliore sia quello di Manzoni. Dovendo finalmente ammettere che la Monaca di Monza, accettando la corte del perverso Egidio, era precipitata in un abisso di dissolutezza e di delitti, preso dal timore di violare l'intimità di quella poveretta, e non potendo celare ai suoi lettori il suo fallo, si è limitato a scrivere: "La sventurata rispose" - là dove forse un autore più corrivo avrebbe speso pagine e pagine per descriverci voyeuristicamente cosa aveva fatto la povera Gertrude. Splendido esempio di cristiana pietà, e di rispetto laico per l'intimità altrui.

Quanto al rispetto verso la propria intimità, vorrei citare l'ultima frase del breve biglietto che ha lasciato Cesare Pavese prima di uccidersi: "Non fate troppi pettegolezzi".

[1] Dalla comunicazione presentata nel settembre 2000 a Venezia, a un convegno organizzato da Stefano Rodotà sulla privacy (che in italiano si dice "privatezza").

Articolo di Michele Diodati pubblicato il  10/3/2006 alle ore 1,10.

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