Il Pesa-Nervi

«Lei parla a vanvera, giovanotto!
No, penso a dei critici con la barba».

Capitalismo e democrazia nell'America del XIX secolo

Adolfo Rossi, giornalista veneto emigrato negli States, descrive l'ascesa e il successo del milionario Jay Gould, magnate delle ferrovie.

Adolfo Rossi, nato nel 1857 a Lendinara nel Polesine da una famiglia della media borghesia, emigrò a 22 anni negli Stati Uniti, spinto dal desiderio di conoscere quel grande paese di cui aveva letto avidamente. Lì, dopo aver svolto vari mestieri, divenne giornalista per conto del Progresso italo-americano. Dall'esperienza maturata come giornalista, trasse Nel paese dei dollari (Tre anni a New-York), pubblicato nel 1893 dall'editore Kantorowicz di Milano.

E' dalle pagine di quest'opera, trasformata in edizione elettronica dai volontari di LiberLiber, che traggo il testo di seguito riportato. Vi si narra delle origini e dell'ascesa del milionario Jay Gould, del capitalismo selvaggio di quell'epoca, ma anche dello spirito democratico degli americani, rispettosi del diritto dei telegrafisti in sciopero di manifestare con liberi cortei la propria protesta verso le compagnie ferroviarie e i bassi salari.

Meno di cinquant'anni fa non si aveva idea a New-York di tante ricchezze.

Da una curiosa statistica, pubblicata nel 1846 negli uffici del Sun, si rileva che allora il più ricco americano del Nord era John Jacob Astor, che possedeva per circa venticinque milioni di beni stabili a New-York. Venivano quindi i patrimoni di Van Rensealeur, valutato dieci milioni, e di William B. Astor, cinque. La lista dei cittadini e dei patrimoni valutati ciascuno mezzo milione o meno d'un milione conteneva appena quarantacinque nomi.

[Il frontespizio di 'Nel paese dei dollari' di Adolfo Rossi]Allora non si parlava nè di Bennett, nè di Cyrus Field, nè di Jay Gould, nè di Russel Sage. Dopo il 1846, la maggior parte di coloro che trovavansi nella lista, sono diventati molto più ricchi, essi o i loro discendenti; ma nel frattempo si formarono altre fortune enormi, la cui origine è meravigliosa quanto la nascita di Minerva dal cervello di Giove.

I soli patrimoni riuniti di Jay Gould e di Vanderbilt costituiscono più del doppio delle ricchezze, di tutti i milionari e mezzo milionari della metropoli di cinquant'anni fa.

- Come mai - domandavo quella notte al mio amico uscendo dal ballo - hanno potuto questi individui accumulare tanto rapidamente ricchezze così enormi?

Non era difficile la risposta: con le speculazioni più arrischiate, con la frode e con le corruzioni. La vita di tutti i re della Borsa e dei magnati ferroviari americani, non è che una storia di imbrogli. È impossibile mettere insieme dal nulla, con mezzi onesti e in pochissimi anni, simili sostanze. Il più meschino dei predetti magnati delle ferrovie è molto più ricco dell'opulento ed arrogante Marco Crasso, la cui fortuna veniva considerata la più colossale della Repubblica Romana.

I fondatori delle dinastie reali degli Asburgo, degli Hohenzollern e via dicendo erano briganti o soldati di ventura, ma almeno arrischiavano continuamente la vita per la fama e per la fortuna. La nuova aristocrazia americana, invece, ha sostituito la scaltrezza al coraggio, la frode e le arti della corruzione nella politica ai pericoli del campo di battaglia.

La maggior parte di questi milionari si sono insomma arricchiti ingannando il pubblico e corrompendo le persone alle quali il popolo aveva affidata la legislazione degli Stati e della Nazione.

- Certe operazioni di Borsa - mi diceva il mio amico, pratico di Wall Street - sono così immorali che quando si verificarono ultimamente alcuni grossi fallimenti, avendo la stampa gridato allo scandalo, il governo ordinò una inchiesta sui corners e sui futures.

- Che cosa significano queste parole?

- Sono colpi di mano che gli speculatori più furbi e più pratici fanno a danno dei piccoli capitalisti: sono nuovi imbrogli non preveduti dai codici. Il Comitato incaricato dell'inchiesta credette bene di cominciare le sue investigazioni chiedendo informazioni e schiarimenti ai giuocatori più famosi e fortunati, a Vanderbilt, Gould e Hatch, tre colossi di Wall Street, la trinità che impera sulla Borsa di New-York. Figurarsi se costoro, che s'ingrassano di corners e di futures, hanno dato al Comitato risposte tali da provocare una legge contro le loro speculazioni!

- Mi pare che sia come se un agente di polizia incaricato di una investigazione sulle gesta di una banda di briganti, si rivolgesse per avere spiegazioni ai capi della banda stessa!

- Precisamente. I milionari interrogati risposero scherzando. Essi sapevano che l'inchiesta sarebbe finita in nulla. Gli speculatori, che rovinano spesso tante famiglie, che riducono tanti giuocatori a farsi saltare le cervella, sono gente fuori delle leggi. Basta pensare che le ferrovie degli Stati Uniti sono valutate sei miliardi di dollari e che meno di una ventina di individui amministra a suo talento più della metà di questo immenso capitale. Non c'è da meravigliarsi se questi signori spadroneggiano anche nei tribunali. Le amministrazioni stesse degli Stati si trovano alla loro mercè, poichè nella maggior parte degli Stati i loro impiegati sono abbastanza numerosi per eleggere i pubblici funzionari. Venti dei principali direttori di strade ferrate se si coalizzano possono decidere delle principali elezioni per mezzo degli impiegati di cui regolano i voti.

- Vedo, pur troppo, che tutto il mondo è paese.

- Sapete come fa spesso il presidente o uno dei principali azionisti di una società di ferrovie o di altre imprese per assicurarsi il voto del Consiglio amministrativo? Col mezzo di uno speciale servizio di polizia segreta, egli si procura un archivio nel quale è documentata la vita di ciascun membro del Consiglio stesso. Siccome quasi tutti questi signori speculatori all'ingrosso hanno qualche magagna sulla coscienza, venuto il giorno in cui si ha bisogno del loro voto, se qualcheduno è contrario, riceve all'improvviso la visita di un misterioso dectetive, il quale gli dice: «Domani dovete dare il vostro voto al tale progetto: se non lo farete saranno pubblicate queste interessanti notizie di cui vi rilascio copia.» E gli consegna un manoscritto in cui il ricattato trova esattamente narrati con nomi e date certi fatti che lo riguardano, che egli credeva ignorati da tutti e che divulgati causerebbero scandali e processi.

- Sembrano fantasie da romanzo!

- Eppure vi assicuro che queste sono cose comuni in Wall Street e che molti milionari sono legati in tal modo come schiavi ai carri di speculatori milionari più astuti di loro. Vedete: quando Jay Gould e altri pezzi grossi come lui si recano alla Borsa, sono sempre pedinati da parecchie guardie in borghese che non li lasciano un minuto senza sorveglianza. Gould e compagni si sono straordinariamente arricchiti usando tali arti e riducendo alla disperazione tante persone, che temono di trovare ad ogni angolo di strada qualcheduna delle loro vittime con un revolver in mano.

* * *

Eppure la vita di alcuni di questi briganti della Borsa e del monopolio ci presenta un esempio meraviglioso di attività, di ingegno, di audacia e di perseveranza.

Ecco qui, per esempio, brevemente, quella di Jay Gould, il colosso delle finanze nord-americane.

Egli nacque miserabile, nel 1836, in Roxbury, Stato di New-York, da una famiglia di contadini che possedeva poche vacche, e la sua prima occupazione fu quella di aiutare le sorelle a pascolare e mungere le bestie. A quattordici anni disse a suo padre che non amava la vita dei campi e che voleva partire per procurarsi una buona educazione e cercar fortuna.

Il padre lo lasciò libero di fare a modo suo e il ragazzo, andatosene, trovò in una vicina città di provincia un fabbro ferraio il quale acconsentì di dargli vitto ed alloggio, purchè nelle ore in cui era libero dalla scuola gli tenesse i libri di bottega.

A quindici anni il futuro milionario diventava commesso in un piccolo negozio in cui doveva fare di tutto: servire gli avventori, badare ai conti, spolverare e scopare il locale. Il suo lavoro cominciava alle sei del mattino e finiva alle dieci di sera. Siccome però aveva una grande passione per la matematica, si alzava alle tre e studiava fino all'ora di aprir bottega.

Ben presto ne seppe tanto da ottenere la patente di agrimensore e si mise, per venti scudi al mese, come assistente al servizio di un ingegnere incaricato di rilevare le mappe della Ulster County. Questi lo mandò in campagna a eseguire certe misure e a tracciare dei disegni, dicendogli di prendere a credito lungo la strada ciò che gli abbisognava: egli lo avrebbe seguito a pochi giorni di distanza e si sarebbe incaricato di pagare.

Jay Gould partì, ma il terzo giorno essendosi presentato in una osteria, non trovò credito nè per il pranzo nè per l'alloggio: gli fu detto che il suo padrone aveva fallito tre volte ed era pieno di debiti per tutto il paese.

Gould, che non aveva un centesimo, continuò la strada molto mortificato: a un certo punto si buttò sull'erba e si mise a piangere dirottamente; ma ben presto si vergognò e decise d'andare avanti.

Poco distante trovò una fattoria dove una buona donna gli offrì del pane e del latte: stava per partire ringraziando, quando la contadina gli domandò se sapeva disegnare una meridiana. Il giovane rispose di sì e fece immediatamente quanto gli veniva richiesto. Col dollaro che gli diede la massaia per tale lavoro, pagò il pane e il latte; poi proseguì contento il suo cammino: aveva trovato un'industria lucrosa.

Così continuò tutta l'estate a girare per la contea, rilevando le sue mappe e pagando le sue spese col disegnar meridiane sulle case di campagna. Verso la fine del giro, l'ingegnere fallì per la quarta volta e Gould perdette tutto il suo stipendio, sul quale non aveva mai ricevuto un soldo di acconto: ma da tale fallimento cominciò la sua fortuna.

Due ricchi ingegneri furono incaricati di continuare il lavoro delle mappe, e, conoscendo la capacità di Gould, gliene affidarono la cura, accordandogli una parte d'interesse nell'operazione. Gould, poi, assunse simili lavori per altre contee, e in breve tempo mise da parte cinque mila dollari.

Con questa somma si associò con un conciatore di pelli, e i suoi affari prosperarono in modo che quando sopraggiunse la crisi economica del 1857 egli ebbe credito abbastanza per comperare tutte le azioni della piccola ferrovia Rutland-Washington, cadute al dieci per cento, senza sborsare un soldo.

Sotto la sua abile amministrazione la ferrovia prese un nuovo sviluppo; egli la estese fino a metterla in comunicazione con la linea Rensslaer-Saratoga, ed avendone così aumentato enormemente l'importanza ed il valore, rivendette al 120 per cento le azioni comperate al dieci: e realizzò una somma vistosissima.

Didascalia:
Jay Gould

D'allora in poi Gould non s'occupò d'altro che di comperare, vendere e costruire ferrovie: e la sua fortuna continuò ad accrescersi con rapidità vertiginosa. Avendo danari alla mano in un'epoca di terribile disagio economico, potè fare ciò che volle; tutti i possessori di azioni ferroviarie, stretti dal bisogno, minacciati di bancarotta ad ogni istante, vendevano a rotta di collo, pur di avere il danaro per far fronte ai loro impegni.

Così pochissimi poterono attraversare la crisi senza naufragare; molti finirono col farsi saltar le cervella.

Fu in tale occasione che Jay Gould comperò al quindici per cento tutte le azioni della Union-Pacific, rappresentanti una somma enorme al valore nominale.

Quando le rivendette valevano il centoventi ed erano ricercatissime. Un simile aumento, è giusto riconoscerlo, non si doveva solo alla cessazione della crisi, ma anche all'abilità, alla pratica, al colpo d'occhio di Jay Gould in affari ferroviari. Una linea passiva diventava presto produttiva nelle sue mani; le azioni considerate prima quasi prive d'ogni valore, salivano sempre sotto la sua direzione a prezzi superiori a quelli d'emissione, e in tal modo Gould non investì mai i suoi capitali senza almeno triplicarli: qualche volta li decuplicò.

Col medesimo successo egli si è dedicato negli ultimi anni anche alla costruzione di linee telegrafiche e alla speculazione sulle azioni delle medesime. Fece da principio costruire la linea Atlantic and Pacific perchè fosse una rivale della Western Union; ma vedendo che la concorrenza tornava più rovinosa a lui che alla Western, seppe adoperarsi con tanta scaltrezza che la Western acconsentì a consolidarsi, come si dice nel gergo della Borsa, colla Atlantic and Pacific, si rialzarono le tariffe, e il pubblico dovette sottomettersi a pagare tutto ciò che gli si chiese.

Per dare un'idea della tenacia di questo milionario, basti l'aneddoto seguente. Quando fu operata la fusione delle due grandi compagnie or ora nominate, Gould credeva che un suo intimo amico, il generale Eckert, sarebbe stato nominato direttore dell'unione delle compagnie stesse. Invece non lo fu, e allora Gould volendo ad ogni costo che il suo amico si trovasse alla testa di quella grande amministrazione, si mise a costruire una nuova linea, la American Union, e ne affidò la direzione al generale Eckert. Dopo poco tempo, come doveva accadere, l'American Union, entrò nel consorzio delle altre due compagnie e il generale Eckert fu nominato direttore delle tre linee consolidate.

Io ebbi occasione di conoscere Jay Gould all'epoca di un grande sciopero dei telegrafisti della colossale compagnia Western Union, sciopero che durò parecchie settimane con danno gravissimo del commercio, del pubblico, della compagnia e degli scioperanti.

I telegrafisti sostenevano giustamente che la fusione delle linee telegrafiche (negli Stati Uniti queste non sono nelle mani dello Stato) e di gran parte delle ferroviarie, levando la concorrenza che prima esisteva fra esse, rendeva pochi individui (direttori delle gigantesche compagnie monopolizzatrici) arbitri assoluti tanto di fissare la paga giornaliera delle molte migliaia d'uomini e di donne che erano al loro servizio, come di imporre ai privati e al commercio quei prezzi che essi volevano pei trasporti e per le comunicazioni.

Il pubblico era in favore degli scioperanti e sperava che questi l'avrebbero spuntata, perchè non si credeva possibile che la Compagnia potesse sostituire subito un numero così grande di esperti impiegati. Durante lo sciopero il servizio telegrafico sulle linee della Western era fatto in modo così lento che conveniva meglio servirsi della posta anzichè del telegrafo e sembrava che i reclami e l'indignazione del pubblico avrebbero dovuto forzare i monopolisti a capitolare. Invece accadde il contrario. La Compagnia, enormemente ricca, fece orecchie da mercante ai lamenti della popolazione ed aspettò che gli impiegati ribelli fossero costretti ad arrendersi per fame.

Quando i poveretti ebbero esauriti i fondi loro e quelli delle associazioni per sostenere lo sciopero, dovettero curvare la fronte e tornare al lavoro alle stesse condizioni di prima.

Questo fatto provocò un'inchiesta. Un comitato di senatori dello Stato fu incaricato di vedere quanto di vero e di fondato vi fosse nei lamenti della classe lavoratrice, e quali fossero i rimedi che, senza offendere le leggi nè i diritti individuali di chicchessia, si potessero adottare per impedire che poche persone o corporazioni giungessero ad accumulare nelle loro mani la maggior parte dei capitali del paese e diventassero in tal modo padroni di imporre la loro volontà, non solo al numeroso personale da essi dipendente, ma anche all'intiera popolazione.

Jay Gould, W. H. Vanderbilt, Cyrus Field, Russel Sage e pochi altri rappresentanti il monopolio causa dello sciopero, furono interrogati. Per tutta spiegazione, Jay Gould raccontò al Comitato e ai reporters presenti la sua storia e quella della sua fortuna, come furono brevemente riassunte in questo capitolo. In quanto poi all'ultimo conflitto fra capitale e lavoro, egli emise delle opinioni che non nutriva certamente quando batteva le campagne per disegnar mappe e meridiane. Disse, per esempio, che qualora si elevasse il salario degli operai e degli impiegati, i capitalisti e fabbricanti troverebbero maggior convenienza nel far eseguire i loro lavori altrove: non aggiunse però se egli sarebbe andato a costruire ferrovie o linee telegrafiche in Europa.

Concluse il suo interrogatorio con questa bella trovata: le grandi corporazioni finanziare non sono monopolii, perchè non impediscono ad alcuno di formarne altre consimili!

In occasione di quello sciopero vi fu una interessante polemica. Qualche giornale espresse l'opinione che non costituendo gli scioperanti che una minima parte del pubblico, non avevano alcun diritto di far danno a tutto il pubblico. Se non piaceva loro di lavorare per la Western Union, potevano cambiare. Dal momento che le ferrovie ed i telegrafi devono essere sempre al servizio del pubblico, bisogna che gli impiegati pensino a questa necessità prima di entrare a lavorare per le compagnie ferroviarie o telegrafiche.

C'è questa differenza, rispondevano i giornali difensori degli scioperanti, che le Società telegrafiche ricevono dal pubblico grandi e speciali vantaggi, e necessariamente devono avere verso il pubblico speciali obbligazioni: mentre invece gli impiegati, nulla ricevendo dal pubblico, nessuna obbligazione devono avere. Vengono pagati dalle Società, non sono responsabili che verso le Società, non hanno da trattare per il loro lavoro che con le Società.

In altre parole, la questione non era fra gli impiegati e il pubblico, ma fra gli impiegati e le compagnie che sono una minima frazione del pubblico. Il pubblico era davanti al fatto che gli impiegati volevano essere pagati discretamente e che le Società volevano pagare troppo poco. A chi la responsabilità?

- Non si può ammettere - venne fuori a dire la New-York Tribune - che da un momento all'altro un comitato di scioperanti possa alzare audacemente la mano e guastare, se non rompere del tutto, il delicato organismo di una grande impresa nella quale esso non ha alcun interesse personale.

- Che non abbiano alcun interesse si fa presto a dirlo - replicarono in coro quasi tutti gli altri giornali, amici e difensori delle classi lavorataci - eppure gli uomini che compongono questo comitato rappresentano qualche cosa; essi rappresentano venti mila operai, come il Consiglio della Western Union rappresenta alcuna migliaia di azionisti; essi rappresentano il loro pane quotidiano e quello dei loro compagni, come gli amministratori rappresentano il loro dividendo e quello dei loro cointeressati.

- Voi - disse allora la New-York Tribune - siete colpevoli di una vergognosa indifferenza verso gli interessi commerciali del vostro paese.

- Gli interessi commerciali di chi? - esclamarono i telegrafisti. - Noi pure siamo dei commercianti e vendiamo il nostro lavoro alle Società telegrafiche. Nei giorni passati trovammo che il nostro lavoro non veniva pagato abbastanza e lo togliemmo dal mercato. E ciò facemmo per favorire i nostri interessi, poichè nel commercio ognuno cerca innanzi tutto il proprio tornaconto. Il pubblico non ci ha accordato nulla e nulla noi dobbiamo al pubblico, come non gli devono nulla i calzolai o i muratori. Tutti i nostri doveri sono verso i nostri padroni e il pubblico non può ritenere che i padroni responsabili di una interruzione di servizio causata da una contestazione a proposito di salari.

Dopo lunghe e inutile trattative con la Compagnia, lo sciopero era cominciato una mattina, dietro un segnale telegrafico convenuto, dato da un giovane telegrafista dell'ufficio centrale, nello stesso minuto, i ventimila impiegati avevano abbandonato tutti il loro posto.

Ora, durante quella lotta, mentre il servizio rimaneva sospeso, io dovetti notare che lo Stato non si sognò mai di intervenire in qualsiasi modo; si lasciarono tenere tutti i comizi che si vollero e se ne tennero da migliaia di cittadini non telegrafisti anche contro la Compagnia, alla quale fu detto che coi suoi lauti guadagni poteva pagar meglio la sua gente.

Molti fili telegrafici vennero tagliati da ignoti amici dei telegrafisti, ma la Western Union non chiese alla polizia l'arresto dei capi scioperanti e non pensò di ritenere i suoi impiegati responsabili dei guasti.

Articolo di Michele Diodati pubblicato il  14/3/2006 alle ore 1,51.

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