Il Pesa-Nervi

«Lei parla a vanvera, giovanotto!
No, penso a dei critici con la barba».

Noam Chomsky: Linguaggio e mente / 1

La prima parte della traduzione in italiano di una conferenza tenuta a Berkeley nel 1968 da Noam Chomsky, in cui l'autore tratta il problema dell'acquisizione del linguaggio ed i suoi rapporti con lo sviluppo mentale dell'uomo.

Noam Chomsky (sito ufficiale: http://www.chomsky.info/ e su Wikipedia all'indirizzo http://it.wikipedia.org/wiki/Noam_Chomsky) è senza ombra di dubbio il più grande linguista vivente. Le sue teorie sulla grammatica generativa ed il ruolo del linguaggio nella conoscenza umana hanno rivoluzionato la cultura contemporanea. In questa conferenza, tenuta a Berkeley nel 1968, Chomsky focalizza la sua attenzione sul problema dell'acquisizione del linguaggio ed i suoi rapporti con lo sviluppo mentale dell'uomo. Nel suo scritto Ultime proposte nel campo delle teorie linguistiche egli aveva sottolineato l'importanza fondamentale della "competenza linguistica" che si acquisisce dalla nascita. Essa consiste in un "insieme di regole che possiamo chiamare la grande matematica del linguaggio". Chomsky distingue nel linguaggio due componenti: la componente sintattica, che egli definisce "struttura superficiale", e la componente semantica (struttura profonda). Entrambi questi aspetti vengono approfonditi in questa conferenza anche alla luce degli studi di psicologia e di etologia di quegli anni. A Chomsky interessa sottolineare come la componente linguistica sia innata nell'uomo, rigettando le teorie empiriche e comportamentiste che avevano preso piede in quegli anni.

Fonte: Language and Mind, ed. Harcourt Brace Jovanovich, Inc. 1968. Testo originale disponibile sul sito Marxists Internet Archive.

Noam Chomsky

LINGUAGGIO E MENTE
Contributi linguistici allo studio della mente (il futuro)

[Noam Chomsky]Nel discutere il passato ho fatto riferimento alle due maggiori tradizioni che, nel loro modo assai distinto e separato, hanno arricchito lo studio del linguaggio. E nella mia ultima conferenza ho cercato di dare alcune indicazioni sugli argomenti che sembrano oggi all'immediato orizzonte, allorché comincia a prendere forma una sorta di sintesi di grammatica filosofica e di linguistica strutturale. Ciascuna delle maggiori tradizioni di studio e di speculazione che io usavo come punto di riferimento era associata con un determinato approccio caratteristico ai problemi della mente. Possiamo dire, senza travisamento, che ciascuna si è evoluta come una specifica branca della psicologia del suo tempo, alla quale diede un distintivo contributo.

Può sembrare alquanto paradossale parlare di linguistica strutturale in questo modo, dato il suo anti-psicologismo militante. Ma il paradosso si riduce quando prendiamo nota del fatto che questo anti-psicologismo non è meno vero di gran parte della stessa psicologia contemporanea, in particolare di quelle branche che fino a pochi anni fa monopolizzavano lo studio dell'uso e dell'acquisizione del linguaggio. Dopo tutto viviamo nell'era della "scienza comportamentale", non della "scienza della mente". Non voglio dare eccessivo peso ad un'innovazione terminologica, ma ritengo che vi sia un significato nella disinvoltura e nella compiacenza con cui il pensiero moderno sull'uomo e la società accetta la denominazione di "scienza comportamentale". Nessuna persona equilibrata ha mai dubitato del fatto che il comportamento fornisce gran parte delle prove per questo studio - ogni prova, se interpretiamo "comportamento" in senso sufficientemente esteso. Ma il termine "scienza comportamentale" suggerisce un non così sottile spostamento dell'enfasi verso la prova stessa, e lontano dai principi basilari più profondi e dalle astratte strutture mentali che possono essere illuminate dalla prova del comportamento. È come se la scienza naturale dovesse essere denominata "scienza del contatore". Infatti cosa ci aspetteremmo dalla scienza naturale in una cultura che fosse soddisfatta di accettare questa definizione per le proprie attività?

La scienza comportamentale si è molto preoccupata di dati e di organizzazione dei dati, ed è anche stata vista come una sorta di controllo del comportamento. L'anti-mentalismo in linguistica e nella filosofia del linguaggio si conforma a questo cambio di orientamento. Come ho accennato nella mia prima conferenza, credo che uno dei maggiori contributi indiretti della moderna linguistica strutturale risulti dal suo successo nel rendere esplicite le ipotesi di un approccio ai fenomeni del linguaggio in senso anti-mentalistico, completamente operazionale e comportamentalista. Estendendo questo approccio fino ai suoi limiti naturali si pongono le basi per una definitiva dimostrazione dell'inadeguatezza di un tale approccio ai problemi della mente.

Più in generale ritengo che il significato a lungo raggio dello studio del linguaggio stia nel fatto che in questo studio è possibile dare una formulazione relativamente precisa e chiara di alcune delle questioni centrali della psicologia e apportare una gran quantità di prove per appoggiarli. C'è di più: al momento lo studio del linguaggio è unico nella combinazione di ricchezza di dati e sentimenti che offre alla precisa formulazione di problemi di base.

Naturalmente sarebbe sciocco cercare di predire il futuro della ricerca, e si intenderebbe che io non voglia che il sottotitolo di questa conferenza sia preso seriamente. Nondimeno è semplice supporre che il maggior contributo dello studio del linguaggio consisterà nella comprensione che può fornire al carattere dei processi mentali e delle strutture che essi formano e manipolano. Perciò invece di speculare sul probabile corso della ricerca sui problemi che oggi vengono focalizzati, mi concentrerò qui su alcuni dei problemi che sorgono quando cerchiamo di sviluppare lo studio della struttura linguistica come capitolo della psicologia umana.

È abbastanza naturale aspettarsi che un interesse per il linguaggio resterà centrale per lo studio della natura umana come lo è stato in passato. Chiunque sia interessato allo studio della natura umana e delle capacità umane deve in qualche modo affrontare il fatto che tutti i normali esseri umani acquisiscono il linguaggio, laddove l'acquisizione di anche solo i suoi semplici rudimenti è ben al di là delle capacità di una scimmia altrimenti intelligente - un fatto che è stato enfatizzato, abbastanza correttamente, nella filosofia cartesiana. Si è ampiamente discusso del fatto che i moderni studi estesi della comunicazione animale mettono in discussione questa visione classica, ed è quasi universalmente accettato che esiste un problema di spiegare l' "evoluzione" del linguaggio umano da sistemi di comunicazione animale. Tuttavia un cauto sguardo ai recenti studi sulla comunicazione animale mi sembra fornire un certo supporto a queste supposizioni. Piuttosto questi studi rivelano ancor più chiaramente la misura con cui il linguaggio umano sembra essere un fenomeno unico, senza significative analogie nel mondo animale. Se le cose stanno così, è quasi inutile sollevare il problema di spiegare l'evoluzione del linguaggio umano da sistemi più primitivi di comunicazione che appaiono a livelli inferiori di capacità intellettuale. La questione è importante, e vorrei soffermarmici un momento.

La supposizione secondo cui il linguaggio umano si sia evoluto da sistemi più primitivi è sviluppata in modo interessante da Karl Popper in una sua conferenza pubblicata da Arthur Compton, "Nuvole e orologi". Egli cerca di dimostrare come i problemi della libera volontà e del dualismo cartesiano possono essere risolti con l'analisi di questa "evoluzione". Non sono ora interessato alla conclusioni filosofiche che egli trae da questa analisi, ma alla supposizione di base secondo cui vi è uno sviluppo evolutivo del linguaggio da sistemi più semplici del tipo di quelli scoperti in altri organismi. Popper sostiene che l'evoluzione del linguaggio è passata attraverso diversi stadi, in particolare uno "stadio inferiore" in cui gli atti vocali sono usati ad esempio per l'espressione di stati emozionali, ed uno "stadio superiore" in cui il suono articolato è usato per l'espressione del pensiero - in termini popperiani, per la descrizione e l'argomento critico. La sua discussione degli stadi dell'evoluzione del linguaggio suggerisce una sorta di continuità, ma di fatto non stabilisce alcuna relazione fra gli stadi inferiore e superiore e non suggerisce un meccanismo con cui la transizione può aver luogo da uno stadio al successivo. In breve, egli non apporta argomenti per dimostrare che gli stadi appartengono ad un singolo processo evolutivo. Infatti è difficile vedere cosa unisce questi stadi (eccetto per l'uso metaforico del termine "linguaggio"). Non vi è ragione di supporre che i "divari" siano colmabili. In questo caso non vi è una base per presupporre uno sviluppo evolutivo di stadi "superiori" da stadi "inferiori" più che ve ne sia una per presupporre uno sviluppo evolutivo dal respirare al camminare.

Sembra che gli stadi non abbiano nessuna significativa analogia, e sembrano coinvolgere interamente differenti principi e processi.

Una più esplicita discussione della relazione fra linguaggio umano e sistemi di comunicazione animale compare in una recente discussione dell'etologo comparativista W. H. Thorpe. Egli fa notare che i mammiferi, diversamente dall'uomo, sembrano essere privi dell'abilità umana di imitare i suoni, e che perciò ci si potrebbe aspettare che gli uccelli (molti dei quali possiedono questa abilità in grado notevole) siano "il gruppo che dovrebbe essere stato in grado di sviluppare il linguaggio nel vero senso della parola, e non i mammiferi". Thorpe non suggerisce che il linguaggio umano si è evoluto in senso stretto da sistemi più semplici, ma sostiene che le proprietà caratteristiche del linguaggio umano possono essere trovate nei sistemi di comunicazione animale, sebbene "al momento non possiamo dire definitivamente che siano tutte presenti in un particolare animale". Le caratteristiche condivise dal linguaggio umano ed animale sono le proprietà di essere "intenzionale", "sintattico" e "proposizionale". Il linguaggio è intenzionale "nel senso che c'è quasi sempre nel linguaggio umano una ben definita intenzione di far comprendere qualcosa a qualcuno, alterando il suo comportamento, i suoi pensieri, o la sua generale disposizione verso una situazione". Il linguaggio umano è "sintattico" per il fatto che l'articolazione è una performance ["performance": termine comunemente usato in linguistica. N.d.T.] con un'organizzazione interna, con struttura e coerenza. È "proposizionale" per il fatto che trasmette informazioni. In questo senso, dunque, sia il linguaggio umano che quello animale sono intenzionali, sintattici e proposizionali.

Tutto questo può essere vero, ma dimostra davvero poco, poiché quando ci spostiamo al livello dell'astrazione in cui il linguaggio umano e la comunicazione animale ricadono insieme, quasi ogni altro comportamento vi è già incluso. Consideriamo il camminare: chiaramente il camminare è un comportamento intenzionale (nel senso più generale di "intenzionale"). Camminare è anche sintattico (nel senso definito sopra), come di fatto Karl Lashley ha indicato molto tempo fa in una sua importante discussione sull'ordine seriale del comportamento, a cui ho fatto riferimento nella prima conferenza. Inoltre può certamente essere informativo: per esempio posso segnalare il mio interesse nel raggiungere un certo obiettivo con la velocità o l'intensità con cui cammino.

Incidentalmente, è proprio in questo modo che gli esempi di comunicazione animale che Thorpe presenta sono "proposizionali". Egli cita come esempio il canto del pettirosso europeo, in cui la velocità dell'alternanza di modulazione alta e bassa segnala l'intenzione dell'uccello di difendere il suo territorio (più alta è la velocità dell'alternanza, più è grande l'intenzione di difendere il territorio). L'esempio è interessante, ma mi sembra che mostri molto chiaramente la disperazione del tentativo di mettere in relazione il linguaggio umano con la comunicazione animale. Ogni sistema di comunicazione animale conosciuto (se trascuriamo la fantascienza sui delfini) usa uno dei due principi base: o consiste in un numero fisso, finito di segnali, ciascuno associato ad uno specifico campo di comportamento o stato emotivo (come illustrato negli ampi studi sui primati condotti diversi anni fa da scienziati giapponesi), oppure fa uso di un numero fisso, finito di dimensioni linguistiche, ciascuno dei quali è associato con una particolare dimensione non-linguistica in modo tale che la selezione di un punto lungo la dimensione linguistica determina e segnala un determinato punto lungo la dimensione non-linguistica associata. Quest'ultimo è il principio realizzato nell'esempio di Thorpe sul canto dell'uccello. La velocità dell'alternanza della modulazione alta e bassa è la dimensione linguistica correlata con la dimensione non-linguistica dell'intenzione di difendere il territorio. L'uccello segnala la sua intenzione di difendere il territorio selezionando il correlativo punto lungo la dimensione linguistica dell'alternanza di modulazione - uso la parola "selezionare" in senso ampio, naturalmente. La dimensione linguistica è astratta, ma il principio è chiaro. Un sistema comunicativo del secondo tipo ha un ampio raggio di potenziali segnali, come il linguaggio umano. Tuttavia il meccanismo ed il principio sono del tutto differenti da quelli impiegati dal linguaggio umano per esprimere la maggior parte dei nuovi pensieri, intenzioni, sentimenti e così via. Non è corretto parlare di una "deficienza" del sistema animale nei termini di gamma di potenziali segnali; piuttosto è l'opposto, poiché il sistema animale rientra nel principio di variazione continua lungo la dimensione linguistica (nella misura in cui ha senso parlare di "continuità" in questo caso), laddove il linguaggio umano è separato. Perciò il problema non sta in un "più" o in un "meno", ma piuttosto in un principio di organizzazione totalmente differente. Quando faccio un'affermazione arbitraria nel linguaggio umano - dicendo "il sorgere di società per azioni sovranazionali configura nuovi pericoli per la libertà umana" - non sto selezionando un punto lungo una dimensione linguistica che segnali un corrispondente punto lungo la relativa dimensione non-linguistica, e neppure sto selezionando un segnale da un repertorio comportamentale finito, innato o acquisito.

Inoltre è errato pensare all'uso umano del linguaggio come tipicamente informativo, nei fatti o nelle intenzioni. Il linguaggio umano può essere usato per informare o per fuorviare, per chiarire i propri pensieri o per dimostrare la propria abilità, o semplicemente per giocare. Se parlo senza preoccuparmi di modificare il vostro comportamento o i vostri pensieri, sto usando il linguaggio non meno che se dicessi esattamente le stesse cose con una tale intenzione. Se desideriamo comprendere il linguaggio umano e le capacità psicologiche su cui si basa, dobbiamo per prima cosa chiederci cos'è, non come e per quali scopi viene usato. Quando ci chiediamo cos'è il linguaggio umano, non troviamo alcuna sorprendente similarità con i sistemi di comunicazione animale. Non v'è nulla di utile da dire sul comportamento o sul pensiero al livello di astrazione in cui ricadono insieme la comunicazione animale e umana. Gli esempi di comunicazione animale che sono stati esaminati sinora condividono molte delle proprietà dei sistemi gestuali umani, e potrebbe essere ragionevole esplorare in questo caso la possibilità di una diretta connessione. Ma il linguaggio umano, come sembra, si basa su principi completamente differenti. Credo che questo sia un punto importante, spesso trascurato da coloro che intendono il linguaggio umano come un fenomeno biologico e naturale. In particolare sembra piuttosto inutile, per questi motivi, speculare sull'evoluzione del linguaggio umano da sistemi più semplici - assurdo forse come speculare sull' "evoluzione" degli atomi dalle nubi di particelle elementari.

Per quanto ne sappiamo, il possesso del linguaggio umano è associato con uno specifico tipo di organizzazione mentale, non semplicemente con un grado più alto di intelligenza. Sembra che non sia fondata la visione secondo cui il linguaggio umano sia semplicemente un'istanza più complessa di qualcosa che si può trovare altrove nel mondo animale. Questo crea un problema al biologo, poiché, se è vero, è un esempio di reale "emergenza" - l'apparizione di un fenomeno quantitativamente differente ad uno stadio specifico di complessità di organizzazione. L'accettazione di questo fatto, sebbene formulato in termini completamente differenti, è ciò che ha motivato gran parte degli studi classici del linguaggio da parte di coloro la cui prima preoccupazione era la natura della mente. E mi sembra che oggi non vi sia modo migliore o più promettente di esplorare le essenziali e distintive proprietà dell'intelligenza umana che attraverso l'investigazione dettagliata di questa proprietà umana unica. Una ragionevole ipotesi, dunque, è che se adeguate grammatiche generative possono essere costruite empiricamente e i principi universali che governano la loro struttura e organizzazione possono essere determinati, allora ciò sarà un importante contributo alla psicologia umana, nei modi che tratterò direttamente in dettaglio.

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Articolo di Gabriele Romanato pubblicato il  22/3/2006 alle ore 15,59.

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