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Noam Chomsky: Linguaggio e mente / 2

La seconda parte della traduzione in italiano di una conferenza tenuta a Berkeley nel 1968 da Noam Chomsky, in cui l'autore tratta il problema dell'acquisizione del linguaggio ed i suoi rapporti con lo sviluppo mentale dell'uomo.

Fonte: Language and Mind, ed. Harcourt Brace Jovanovich, Inc. 1968. Testo originale disponibile sul sito Marxists Internet Archive. Traduzione in italiano di Gabriele Romanato.

Noam Chomsky

LINGUAGGIO E MENTE
Contributi linguistici allo studio della mente (il futuro)

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[Noam Chomsky]Nel corso di queste conferenze ho citato alcune delle idee classiche sulla struttura del linguaggio e gli sforzi contemporanei per approfondirle ed ampliarle. Sembra chiaro che dobbiamo guardare alla competenza linguistica - conoscenza di un linguaggio - come ad un sistema astratto che sottintende il comportamento, un sistema costituito da regole che interagiscono per determinare la forma ed il significato intrinseco di un numero potenzialmente infinito di frasi. Un tale sistema - una grammatica generativa - fornisce una spiegazione dell'idea di Humboldt della "forma del linguaggio", che in un'oscura ma suggestiva nota nella sua grande opera postuma, Über die Verschiedenheit des Menschlichen Sprachbaues, egli definisce come "quel costante ed invariabile sistema di processi che sottintende l'atto mentale di creare segnali articolati e organizzati strutturalmente per l'espressione del pensiero". Una tale grammatica definisce un linguaggio nel senso humboldtiano, cioè come "un sistema generato ricorsivamente, dove le leggi della generazione sono fisse ed invariabili, ma lo scopo e il modo specifico con cui sono applicate restano completamente non specificati".

In ogni grammatica vi sono elementi particolari, idiosincratici, la selezione dei quali determina uno specifico linguaggio umano, e vi sono elementi generali universali, condizioni per la forma e l'organizzazione di ogni linguaggio umano che costituiscono il soggetto per lo studio della "grammatica universale". Fra i principi della grammatica universale vi sono quelli che ho discusso nella precedente conferenza - per esempio i principi che distinguono la struttura profonda e di superficie e che vincolano la classe di operazioni trasformazionali che li mette in relazione. Si noti, incidentalmente, che l'esistenza di principi definiti della grammatica universale rende possibile il sorgere di un nuovo campo della linguistica matematica, un campo che affida allo studio astratto la classe dei sistemi generativi che soddisfa le condizioni poste nella grammatica universale. Questa ricerca mira ad elaborare le proprietà formali di ogni possibile linguaggio umano. Il campo è al suo inizio: è solo nell'ultima decade che è stata intrapresa una tale iniziativa; ha alcuni promettenti risultati iniziali e suggerisce una possibile direzione per la futura ricerca, che potrebbe confermare di essere di grande importanza. Perciò la linguistica matematica sembra al momento trovarsi in una posizione favorevole, fra gli approcci matematici alle scienze psicologiche e sociali, per svilupparsi non semplicemente come una teoria dei dati, ma come lo studio di principi e strutture altamente astratti che determinino il carattere dei processi mentali umani. In questo caso i processi mentali in questione sono quelli coinvolti nell'organizzazione di uno specifico dominio della conoscenza umana, cioè la conoscenza del linguaggio.

La teoria della grammatica generativa, sia particolare che universale, mette in evidenza una lacuna concettuale nella teoria psicologica che credo sia importante menzionare. La psicologia, concepita come "scienza comportamentale", si è preoccupata del comportamento e dell'acquisizione o del controllo del comportamento. Non ha nessun concetto che corrisponda a "competenza", nel senso in cui "competenza" viene caratterizzato da una grammatica generativa. La teoria dell'apprendimento si è limitata ad un angusto e certamente inadeguato concetto di ciò che viene appreso - ovvero un sistema di connessioni stimolo-risposta, una rete di associazioni, un repertorio di voci comportamentali, una gerarchia dell'abitudine, o un sistema di disposizioni a rispondere in un particolare modo sotto specifiche condizioni di stimoli. Nella misura in cui la psicologia comportamentale è stata applicata all'educazione o alla terapia, si è al contempo limitata a questo concetto di "ciò che viene appreso". Ma una grammatica generativa non può essere caratterizzata in questi termini. Quello che è necessario, in aggiunta al concetto di comportamento e di apprendimento, è un concetto di ciò che viene appreso - una nozione di competenza - che si trova oltre i limiti concettuali della teoria psicologica comportamentalista. Come gran parte della moderna linguistica e della moderna filosofia del linguaggio, la psicologia comportamentalista ha quasi consciamente accettato le restrizioni metodologiche che non permettono lo studio di sistemi di necessaria complessità e astrazione. Un importante contributo futuro dello studio del linguaggio alla psicologia generale può essere il focalizzare l'attenzione su questa discrepanza concettuale e dimostrare come possa essere colmata con l'elaborazione di un sistema di basilare competenza in un dominio dell'intelligenza umana.

Vi è un ovvio significato in ogni aspetto della psicologia che è ultimamente basata sull'osservazione del comportamento. Ma non è affatto ovvio che lo studio dell'apprendimento debba procedere direttamente verso l'indagine dei fattori che controllano il comportamento o delle condizioni sotto cui un "repertorio comportamentale" è stabilito. È necessario prima determinare le significative caratteristiche di questo repertorio comportamentale, i principi su cui è organizzato. Uno studio significativo dell'apprendimento può procedere solo dopo che questo lavoro preliminare è stato portato avanti ed ha condotto ad una teoria ragionevolmente confermata di una sottintesa competenza - nel caso del linguaggio alla formulazione della grammatica generativa che sottintende l'uso del linguaggio esaminato. Un tale studio si preoccuperà della relazione fra i dati disponibili all'organismo e la competenza che acquisisce. Solo per il grado in cui l'astrazione della competenza ha avuto successo - nel caso del linguaggio, per il grado in cui la grammatica postulata è "descrittivamente adeguata" nel senso descritto nella seconda conferenza - l'analisi dell'apprendimento può sperare di raggiungere risultati significativi. Se, in un dominio, l'organizzazione del repertorio comportamentale è abbastanza semplice ed elementare, allora non vi saranno problemi nell'evitare lo stadio intermedio della costruzione della teoria in cui tentiamo di caratterizzare accuratamente la competenza che viene acquisita. Ma non si può fare affidamento su questo caso, e nello studio del linguaggio questo non è certamente il caso. Con una più ricca ed adeguata caratterizzazione di "quello che viene appreso" - della sottintesa competenza che costituisce lo "stato finale" dell'organizzazione che viene studiata - è possibile accostarsi al processo della costruzione di una teoria dell'apprendimento, la quale sarà molto meno ristretta nello scopo di quanto è stato dimostrato dalla moderna psicologia comportamentale. È sicuramente inutile accettare restrizioni metodologiche che ci precludono un tale approccio ai problemi dell'apprendimento.

Ci sono altre aree della competenza umana, dove si può sperare di sviluppare una teoria produttiva, analoghe alla grammatica generativa? Per quanto questa sia una domanda molto importante, al riguardo oggi si può davvero dire poco. Ad esempio si può considerare il problema di come una persona giunge ad acquisire un certo concetto dello spazio tridimensionale, o un'implicita "teoria dell'azione umana" in termini analoghi. Un tale studio partirebbe dal tentativo di caratterizzare la teoria implicita che sottintende la performance attuale e poi si dedicherebbe al problema di come questa teoria si sviluppa sotto determinate condizioni di tempo e di accesso ai dati, ovvero in che modo il risultante sistema di credenze è determinato dall'interazione dei dati disponibili, dalle "procedure euristiche" e dallo schematismo innato che restringe e condiziona la forma del sistema acquisito. Al momento non vi è altro che un abbozzo di un programma di ricerca.

Vi sono stati alcuni tentativi di studiare la struttura di altri sistemi simili al linguaggio - mi vengono in mente per esempio lo studio dei sistemi di parentela e le tassonomie popolari. Ma alla lunga, infine, non è stato scoperto nulla che fosse lontanamente paragonabile al linguaggio in questi domini. Nessuno, che io sappia, si è dedicato di più a questo problema di Lévi-Strauss. Per esempio, il suo recente libro sulle categorie della mentalità primitiva è un serio e meditato tentativo di affrontare questo problema. Tuttavia non vedo quali conclusioni possono essere raggiunte da uno studio dei suoi materiali oltre al fatto che la mente dei selvaggi tenta di imporre un'organizzazione al mondo fisico - ovvero che gli esseri umani classificano, se non compiono alcun atto mentale. La ben nota critica di Lévi-Strauss al totemismo sembra ridursi a qualcosa di meno di questa conclusione.

Lévi-Strauss modella le sue indagini quasi consapevolmente sulla linguistica strutturale, in particolare sull'opera di Troubetzkoy e Jakobson. Ripetutamente e abbastanza correttamente sottolinea che non si possono applicare semplicemente procedure analoghe a quelle dell'analisi fonemica ai sottosistemi della società e della cultura. Piuttosto egli è interessato alla strutture "che si possono trovare ... nel sistema di parentela, nell'ideologia, nella politica, nella mitologia, nei rituali, nell'arte" e così via, e vuole esaminare le proprietà formali di queste strutture nei loro termini propri. Ma occorrono diverse restrizioni quando si usa la linguistica strutturale in tal modo come modello. Per un aspetto, la struttura di un sistema fonologico è davvero di scarso interesse come oggetto formale. Non v'è nulla di significativo da dire, da un punto di vista formale, su un insieme di oltre quaranta elementi classificati ad incrocio nei termini di otto o dieci proprietà. Il significato della fonologia strutturalista, come è stata sviluppata da Troubetzkoy, Jakobson ed altri, non sta nelle proprietà formali dei sistemi fonemici, ma nel fatto che un numero relativamente piccolo di proprietà, che possono essere specificate in termini assoluti, indipendenti dal linguaggio, sembra fornire la base per l'organizzazione di tutti i sistemi fonologici. La conquista della fonologia strutturalista fu dimostrare che le regole fonologiche di una grande varietà di linguaggi si applicano alle classi di elementi che possono essere semplicemente caratterizzati nei termini di queste proprietà; che il cambiamento storico riguarda tali classi in modo uniforme; e che l'organizzazione delle proprietà gioca un ruolo fondamentale nell'uso e nell'acquisizione del linguaggio. Questa fu una scoperta di grandissima importanza, e crea le basi per gran parte della linguistica contemporanea. Ma se astraiamo dallo specifico insieme universale di proprietà e dai sistemi di regole in cui funzionano, resta ben poco significato.

Inoltre, in misura sempre maggiore, il lavoro attuale in fonologia sta dimostrando che la reale ricchezza dei sistemi fonologici non sta nei modelli strutturali di fonemi, ma piuttosto negli intricati sistemi di regole da cui questi modelli sono formati, modificati ed elaborati. I modelli strutturali che sorgono in vari stadi di derivazione sono una sorta di epifenomeno. Il sistema di regole fonologiche rende l'uso delle proprietà universali in modo fondamentale, ma sono le proprietà dei sistemi di regole, mi sembra, a far davvero luce sulla specifica natura dell'organizzazione del linguaggio. Per esempio sembrano esserci condizioni molto generali, come il principio dell'ordinamento ciclico (discusso nella precedente conferenza) ed altri che sono ancora più astratti, che governano l'applicazione di queste regole, e vi sono molte questioni interessanti ed irrisolte sul come la scelta delle regole sia determinata da relazioni universali, intrinseche fra le proprietà. Inoltre l'idea di un'indagine matematica delle strutture del linguaggio, a cui Lévi-Strauss allude occasionalmente, diventa significativa solo se si considerano i sistemi di regole con infinita capacità generativa. Non c'è nulla da dire sulla struttura astratta dei vari modelli che appaiono a vari stadi di derivazione. Se ciò è corretto, allora non ci si può aspettare che la fonologia strutturalista fornisca in sé un utile modello per l'indagine di altri sistemi sociali e culturali.

In generale, il problema di estendere i concetti della struttura linguistica ad altri sistemi cognitivi mi sembra che non si trovi al momento in uno stato troppo promettente, sebbene non v'è dubbio che sia troppo presto per il pessimismo.

Prima di rivolgersi alle implicazioni generali dello studio della competenza linguistica e, più specificamente, alle conclusioni della grammatica universale, è bene assicurarci dello stato di queste conclusioni alla luce dell'attuale conoscenza della possibile diversità del linguaggio. Nella mia prima conferenza ho citato le osservazioni di William Dwight Whitney su ciò che egli attribuisce all' "infinita diversità del linguaggio umano", la sconfinata varietà che, egli asserisce, mina le rivendicazioni della grammatica filosofica alla rilevanza psicologica.

I grammatici filosofici sostengono generalmente che i linguaggi variano poco nelle loro strutture profonde, sebbene possa esservi grande variabilità nelle manifestazioni superficiali. Così vi è, in tal senso, una sottintesa struttura di relazioni e categorie grammaticali, ed alcuni aspetti del pensiero e della mentalità umana sono essenzialmente invariabili nei linguaggi, sebbene essi possano differire, ad esempio, per quanto riguarda l'espressione formale delle relazioni grammaticali tramite la flessione o l'ordine della parole. Inoltre un'analisi della loro opera indica che i principi ricorsivi sottintesi che generano la struttura profonda sono ritenuti in qualche modo ristretti, per esempio, dalla condizione per cui le nuove strutture sono formate solo dall'inserimento di un nuovo "contenuto proposizionale", nuove strutture che corrispondono alle attuali frasi semplici, in posizioni fissate nelle strutture già formate. Similmente le trasformazioni grammaticali che formano le strutture superficiali attraverso il riordinamento, l'ellissi ed altre operazioni formali, devono incontrare alcune condizioni generali fisse, come quelle discusse nella precedente conferenza. In breve, le teorie della grammatica filosofica e le più recenti elaborazioni di queste teorie, ipotizzano che i linguaggi differiranno molto poco, nonostante la considerevole diversità nella realizzazione superficiale, quando scopriamo le loro strutture più profonde e portiamo alla luce i loro principi e meccanismi fondamentali.

È interessante osservare che questa ipotesi persiste anche durante il periodo del Romanticismo tedesco, che naturalmente si preoccupò molto della diversità delle culture e delle molte, ricche possibilità per lo sviluppo intellettuale umano. Così Wilhelm von Humboldt, che ora è meglio ricordato per le sue idee sulla varietà dei linguaggi e l'associazione di diverse strutture linguistiche con "visioni del mondo" divergenti, sostenne fermamente che sottintendendo ogni linguaggio umano troveremo un sistema che è universale e che semplicemente esprime gli attributi intellettuali unici dell'uomo. Per questo motivo gli era possibile sostenere la visione razionalista secondo cui il linguaggio non è realmente appreso - certamente non insegnato - ma piuttosto si sviluppa "dall'interno", in un modo essenzialmente predeterminato, quando esistono le appropriate condizioni ambientali. Non si può realmente insegnare una prima lingua, egli sostiene, ma si può solo "fornire il filo lungo cui si svilupperà spontaneamente" attraverso processi più simili alla maturazione che all'apprendimento. Questo elemento platonistico del pensiero di Humboldt è un aspetto significativo: per Humboldt era naturale proporre una teoria dell'apprendimento essenzialmente platonistica, come era naturale per Rousseau fondare la sua critica delle istituzioni sociali repressive su una concezione della libertà umana che deriva dalle tesi strettamente cartesiane sulle limitazioni della spiegazione meccanicistica. E in generale sembra appropriato interpretare sia la psicologia che la linguistica del periodo romantico in gran parte come una naturale derivazione dalle concezioni razionaliste.

Il problema sollevato da Whitney contro Humboldt e la grammatica filosofica in generale è di grande significato per le implicazioni della linguistica e per la psicologia umana in generale. Evidentemente queste implicazioni possono realmente essere di vasta portata solo se la visione razionalista è essenzialmente corretta, nel qual caso la struttura del linguaggio può davvero servire come "specchio della mente", sia nei suoi aspetti particolari che universali. È ampiamente dimostrato che la moderna antropologia ha stabilito la falsità delle ipotesi dei grammatici razionalisti, dimostrando con lo stadio empirico che i linguaggi possono, infatti, mostrare la più grande diversità. Le affermazioni di Whitney a riguardo della diversità dei linguaggi sono state ripetute per tutto il periodo moderno: Martin Joos, ad esempio, esprime semplicemente la saggezza convenzionale quando afferma che la conclusione di fondo della moderna linguistica antropologica è che "i linguaggi possono differire senza limite, per estensione o per direzione".

La credenza secondo cui la linguistica antropologica ha demolito le tesi della grammatica universale mi sembra falsa sotto due importanti aspetti. Per prima cosa si fraintendono le idee della grammatica razionalista classica, che sostiene che i linguaggi sono simili solo al livello più profondo, il livello in cui le relazioni grammaticali vengono espresse ed in cui devono essere trovati i processi che forniscono l'aspetto creativo dell'uso del linguaggio. Secondariamente, questa credenza fraintende le scoperte della linguistica antropologica che, di fatto, si è ristretta quasi completamente agli aspetti superficiali della struttura del linguaggio.

Dire questo non significa criticare la linguistica antropologica, un campo che affronta problemi interessanti - in particolare il problema di ottenere delle testimonianze dei linguaggi del mondo primitivo rapidamente scomparsi. Tuttavia è importante tenere a mente questa fondamentale limitazione nei suoi risultati, considerando la luce che può gettare sulle tesi della grammatica universale. Gli studi antropologici (come in generale gli studi di linguistica strutturale) non cercano di rivelare il nucleo sottinteso dei processi generativi nel linguaggio - ovvero i processi che determinano i livelli più profondi della struttura e che costituiscono i mezzi sistematici per creare i nuovi tipi di frase. Perciò essi ovviamente non possono avere alcuna reale influenza sulla tesi classica secondo cui questi processi generativi sottintesi variano poco da linguaggio a linguaggio. Infatti la dimostrazione ora disponibile suggerisce che se la grammatica universale ha seri difetti, come infatti ha da un moderno punto di vista, allora questi difetti stanno nel fallimento nel riconoscere la natura astratta della struttura linguistica e nell'imporre condizioni sufficientemente salde e restrittive alla forma di ogni linguaggio umano. E una proprietà caratteristica dell'attuale lavoro linguistico è la preoccupazione per gli universali linguistici di un tipo che può essere individuato solo attraverso un'analisi dettagliata di particolari linguaggi, universali che governano le proprietà del linguaggio, le quali non sono semplicemente accessibili all'interno della ristretta struttura adottata dalla linguistica antropologica (spesso per ottime ragioni).

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Articolo di Gabriele Romanato pubblicato il  22/3/2006 alle ore 15,59.

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