Il Pesa-Nervi

«Lei parla a vanvera, giovanotto!
No, penso a dei critici con la barba».

Noam Chomsky: Linguaggio e mente / 5

La quinta e ultima parte della traduzione in italiano di una conferenza tenuta a Berkeley nel 1968 da Noam Chomsky, in cui l'autore tratta il problema dell'acquisizione del linguaggio ed i suoi rapporti con lo sviluppo mentale dell'uomo.

Fonte: Language and Mind, ed. Harcourt Brace Jovanovich, Inc. 1968. Testo originale disponibile sul sito Marxists Internet Archive. Traduzione in italiano di Gabriele Romanato.

Noam Chomsky

LINGUAGGIO E MENTE
Contributi linguistici allo studio della mente (il futuro)

Leggi le parti precedenti: parte 1 | parte 2 | parte 3 | parte 4.

[Noam Chomsky]Ancora più chiari sull'argomento, credo, sono gli sviluppi nell'etologia comparativa degli ultimi 30 anni, e l'opera coeva nella psicologia sperimentale e fisiologica. Si possono citare molti esempi: nell'ultima categoria citata, ad esempio, l'opera di Bower, che suggerisce una base innata per la costanza percettiva; gli studi sui primati dei laboratori del Wisconsin sui complessi meccanismi innati nelle scimmie reso; l'opera di Hubel, Barlow e di altri sui meccanismi di analisi altamente specifici nei centri corticali inferiori dei mammiferi; e un numero di studi analogo degli organismi inferiori (per esempio il bellissimo lavoro di Lettvin e dei suoi colleghi sulla vista della rana). Da tali indagini risulta con buona evidenza che la percezione della linea, dell'angolo, del moto e di altre proprietà complesse del mondo fisico è basata sull'organizzazione innata del sistema neurale.

Almeno in alcuni casi, queste strutture connaturate degenereranno a meno che non abbia luogo un'adeguata stimolazione nel primo stadio della vita. Ma sebbene una tale esperienza sia necessaria per permettere ai meccanismi innati di funzionare, non vi è motivo di credere che abbia un effetto marginale nel determinare come essi agiscono per organizzare l'esperienza. Inoltre non vi è nulla che suggerisca che quello che è stato scoperto si avvicini al confine della complessità delle strutture innate. Le tecniche base per esplorare i meccanismi neurali hanno solo pochi anni, ed è impossibile predire quale ordine di specificità e complessità sarà dimostrato quando tali tecniche verranno applicate in modo esteso. Per il presente sembra che gli organismi più complessi hanno forme altamente specifiche di organizzazione sensoriale e percettiva, che sono associate con l'Umwelt ed il modo di vita dell'organismo. Ci sono pochi motivi per dubitare che ciò che è vero per gli organismi inferiori sia vero anche per gli esseri umani. Particolarmente nel caso del linguaggio, è naturale aspettarsi una stretta relazione fra le proprietà innate della mente e le caratteristiche della struttura linguistica, poiché il linguaggio, dopotutto, non ha esistenza al di fuori della sua rappresentazione mentale. Qualunque proprietà esso abbia, devono essere quelle che gli sono date dai processi mentali innati dell'organismo che le ha inventate e che le reinventa di nuovo ad ogni successiva generazione, insieme con ogni proprietà associata alle condizioni del suo uso. Ancora una volta sembra che il linguaggio debba essere, per questo motivo, una prova illuminante con cui esplorare l'organizzazione dei processi mentali.

Volgendoci all'etologia comparativa, è interessante notare che una delle sue prime motivazioni fu la speranza che, attraverso l'"indagine dell'a priori, delle ipotesi innate in uso presenti negli organismi subumani", sarebbe stato possibile fare luce sulle forme a priori del pensiero umano. Questa dichiarazione di intenti viene da un vecchio e poco conosciuto articolo di Konrad Lorenz. Lorenz continua ad esprimere idee molto simili a quelle espresse da Peirce una generazione prima. Egli argomenta:

Chi è familiare con i modi innati di reazione degli organismi subumani può subito ipotizzare che l'a priori è dovuto alle differenziazioni ereditarie del sistema nervoso centrale che sono divenute caratteristiche della specie, producendo disposizioni ereditarie a pensare in determinate forme... Certamente Hume sbagliava quando voleva far derivare tutto ciò che è a priori da quello che i sensi forniscono all'esperienza, così come sbagliavano Wundt e Helmholtz che lo spiegavano semplicemente come un'astrazione da una precedente esperienza. L'adattamento dell'a priori al mondo reale non è stato originato dall'"esperienza", non più che la pinna del pesce dalle proprietà dell'acqua, ma solo nel modo in cui la forma della pinna è data a priori, ovvero precedente ad ogni negoziazione individuale del giovane pesce con l'acqua, ed è solo così che questa forma rende possibile questa negoziazione (così è anche il caso delle nostre forme di percezione e delle categorie nel loro rapporto con la nostra negoziazione col mondo reale esterno attraverso l'esperienza).Nel caso degli animali, troviamo limitazioni specifiche alle forme di esperienza possibili per loro. Crediamo di poter dimostrare la relazione più strettamente funzionale (e probabilmente genetica) fra l'a priori degli animali e l'a priori dell'uomo. Contrariamente a Hume, crediamo, come Kant, che una "pura" scienza delle forme innate del pensiero umano, indipendente da ogni esperienza, sia possibile.

Peirce, a mio avviso, è originale e unico nell'evidenziare il problema dello studio delle regole che limitano la classe delle possibili teorie. Naturalmente il suo concetto di adduzione, come l'a priori biologico di Lorenz, ha un sapore fortemente kantiano, e deriva interamente dalla psicologia razionalista che si preoccupava delle forme, dei limiti e dei principi che forniscono "le energie e le connessioni" al pensiero umano, le quali sottintendono "quest'infinita quantità di conoscenza di cui non siamo sempre consci", di cui parla Leibnitz. È dunque naturale che dovremmo collegare questi sviluppi alla rinascita della grammatica filosofica, che è cresciuta dal medesimo terreno come tentativo, abbastanza fruttuoso e legittimo, di esplorare un aspetto fondamentale dell'intelligenza umana.

Nella discussione recente, i modelli e le osservazioni derivate dall'etologia sono stati frequentemente citati per fornire supporto biologico, o almeno analogo, ai nuovi approcci allo studio dell'intelligenza umana. Cito queste note di Lorenz soprattutto per mostrare che questo riferimento non distorce la visione di insieme di alcuni dei fondatori di questo dominio della psicologia comparativa.

È necessario usare parole prudenti riferendoci a Lorenz, ora che è stato scoperto da Robert Ardrey e Joseph Alsop e volgarizzato come profeta di sventura. Mi sembra che la visione di Lorenz sull'aggressività umana sia stata portata all'assurdo da qualcuno dei suoi commentatori. Non c'è dubbio che vi siano tendenze innate nella costituzione psichica umana che portino all'aggressività sotto specifiche condizioni sociali e culturali. Ma vi sono scarsi motivi per supporre che queste tendenze siano così dominanti da la lasciarci per sempre sospesi sull'orlo di un hobbesiana guerra di tutti contro tutti (di cui, incidentalmente, Lorenz è pienamente consapevole, se ho letto correttamente). Lo scetticismo è certamente normale quando una dottrina della "congenita aggressività" umana viene alla luce in una società che esalta la competitività, in una civiltà che si è distinta per la brutalità degli attacchi che ha condotto contro i popoli meno fortunati. È facile chiedersi in che misura l'entusiasmo per questa singolare visione della natura dell'uomo sia attribuibile al fatto e alla logica e in che misura rifletta solo il progresso limitato a cui il livello culturale generale è giunto dai giorni in cui Clive e gli esploratori portoghesi insegnarono il significato della vera barbarie alle razze inferiori che incontravano sul loro cammino.

In ogni caso non vorrei che quello che sto dicendo sia confuso con altri tentativi (completamente differenti) di far rivivere una teoria dell'istinto umano. Quello che mi sembra importante nell'etologia è il suo tentativo di esplorare le proprietà innate che determinano il modo con cui viene acquisita la conoscenza e il carattere di questa conoscenza. Ritornando a questo tema, dobbiamo considerare un'ulteriore domanda: come è giunta la mente umana ad acquisire la struttura innata che siamo portati ad attribuirgli? Non troppo sorprendentemente, Lorenz sostiene che questo è un semplice problema di selezione naturale. Pierce offre una speculazione piuttosto diversa, sostenendo che "la natura feconda la mente dell'uomo con idee che, quando cresceranno, somiglieranno al loro padre, la Natura". L'uomo è "provvisto di certe credenze naturali che sono vere" perché "certe uniformità ... prevalgono nell'universo, e la mente razionale è anch'essa un prodotto di questo universo. Queste stesse leggi sono così incorporate, per necessità logica, nell'essere dell'uomo". Qui sembra chiaro che l'argomento di Pierce è completamente senza forza, e che non offre un miglioramento rispetto alla teoria dell'armonia prestabilita che voleva presumibilmente rimpiazzare. Il fatto che la mente sia un prodotto delle leggi naturali non implica che sia preparata a comprendere queste leggi o a giungervi per "adduzione". Non sarebbe difficile progettare un dispositivo (programmare un computer) che sia un prodotto della legge naturale ma che, avuti i dati, arriverà ad una qualunque assurda teoria arbitraria per "spiegare" questi dati.

Infatti i processi con cui la mente umana ha raggiunto il suo stadio presente di complessità e la sua particolare forma di organizzazione innata sono un totale mistero, come le analoghe questioni sull'organizzazione fisica e mentale di ogni altro organismo complesso. È cosa perfettamente sicura attribuire questo sviluppo alla "selezione naturale", purchè ci rendiamo conto che non vi è fondamento per questa asserzione, il che equivale a nulla più di una credenza su una qualche spiegazione naturalistica di questi fenomeni. Il problema di giustificare lo sviluppo evolutivo è in qualche modo piuttosto quello di spiegare con successo l'adduzione. Le leggi che determinano la possibile mutazione riuscita e la natura degli organismi complessi sono sconosciute come le leggi che determinano la scelta delle ipotesi. Senza la conoscenza delle leggi che determinano l'organizzazione e la struttura dei sistemi biologici complessi, è senza senso chiedersi quale "probabilità" abbia la mente umana di aver raggiunto il suo stato presente, come è inutile esaminare la "probabilità" che una particolare teoria fisica sarà concepita. Ed è inutile, come abbiamo notato, speculare sulle leggi dell'apprendimento finchè non abbiamo qualche indicazione su quale tipo di conoscenza sia raggiungibile - nel caso del linguaggio, un'indicazione dei limiti nell'insieme delle potenziali grammatiche.

Nello studio dell'evoluzione della mente, non possiamo dire fino a che punto vi siano fisicamente possibili alternative alla grammatica generativa trasformazionale per un organismo che incontra condizioni fisiche caratteristiche degli esseri umani. Comprendiamo che non ve n'è alcuna - o molto poche, nel caso in cui il discorso sull'evoluzione della capacità del linguaggio non è pertinente. La vacuità di una tale speculazione, tuttavia, non ha alcuna relazione (in un modo o nell'altro) con questi aspetti del problema della mente che possono essere portati avanti. Mi sembra che questi aspetti, al momento, siano i problemi illustrati, nel caso del linguaggio, dallo studio della natura, dell'uso e dell'acquisizione della competenza linguistica.

C'è un problema finale che merita un commento. Ho usato la terminologia mentalistica abbastanza liberamente, ma senza pregiudizi, come per la questione di cosa può essere la realizzazione fisica dei meccanismi astratti postulati per giustificare i fenomeni del comportamento o dell'acquisizione della conoscenza. Non siamo obbligati, come lo era Descartes, a postulare una seconda sostanza quando ci occupiamo di fenomeni che non sono esprimibili in termini di materia in moto. E neppure vedo lo scopo di portare avanti la questione del parallelismo psicofisico in questo caso. È una questione interessante chiedersi se il funzionamento e l'evoluzione della mentalità umana si possono conciliare all'interno della struttura della spiegazione fisica, come si crede oggi, o se vi siano nuovi principi, ora sconosciuti, che devono essere invocati, forse principi che emergono solo a livelli più alti di organizzazione, che ora si possono affidare all'analisi fisica. Tuttavia possiamo essere abbastanza certi che ci sarà una spiegazione fisica per i fenomeni in questione, se si possono spiegare del tutto, per un motivo terminologico non rilevante, ovvero che il concetto di "spiegazione fisica" sarà senza dubbio esteso fino ad incorporare tutto ciò che viene scoperto in questo dominio, esattamente come fu esteso per rendere compatibili la forza gravitazionale e quella elettromagnetica, le particelle senza massa e le numerose altre entità e processi che avrebbero offeso il senso comune delle vecchie generazioni. Ma sembra chiaro che questo problema non ha bisogno di ritardare lo studio degli argomenti che ora sono aperti all'indagine, e sembra futile speculare su questioni così lontane dal presente discernimento.

Ho cercato di suggerire che lo studio del linguaggio, come si è tradizionalmente ritenuto, può fornire assai bene una vantaggiosa prospettiva per lo studio dei processi mentali umani. L'aspetto creativo dell'uso del linguaggio, quando viene analizzato con cura e rispetto dei fatti, dimostra che le attuali nozioni di abitudine e generalizzazione sono inadeguate come determinanti per il comportamento o per la conoscenza. L'astrattezza della struttura linguistica rinforza questa conclusione, e suggerisce inoltre che sia nella percezione che nell'apprendimento la mente gioca un ruolo attivo nel determinare il carattere della conoscenza acquisita. Lo studio empirico degli universali linguistici ha portato alla formulazione di ipotesi, credo, altamente restrittive e abbastanza plausibili sulla possibile varietà dei linguaggi umani, ipotesi che contribuiscono al tentativo di sviluppare una teoria dell'acquisizione della conoscenza che dia lo spazio dovuto alla attività mentale intrinseca. Mi sembra, dunque, che lo studio del linguaggio dovrebbe occupare un posto centrale nella psicologia generale.

Certamente le questioni classiche del linguaggio e della mente non ricevono una soluzione finale, e neanche una proposta per una soluzione finale, dai lavori che sono stati perseguiti oggi. Tuttavia questi problemi possono essere formulati in nuovi modi e visti in una nuova luce. Per la prima volta da molti anni mi sembra che vi sia un'opportunità reale per un sostanziale progresso nello studio dei contributi della mente alla percezione e alla base innata per l'acquisizione della conoscenza. Per molti aspetti non abbiamo ancora fatto il primo approccio verso una risposta reale ai problemi classici. Per esempio i problemi centrali relativi all'aspetto creativo dell'uso del linguaggio restano inaccessibili come sempre. E lo studio della semantica universale, sicuramente cruciale per l'analisi completa della struttura del linguaggio, ha fatto pochi progressi dal periodo medievale. Molte altre aree critiche possono essere citate, ove il progresso è stato lento o inesistente. Un reale progresso si è avuto nello studio dei meccanismi del linguaggio, i principi formali che rendono possibile l'aspetto creativo dell'uso del linguaggio e che determinano la forma fonetica e il contenuto semantico delle articolazioni. La nostra comprensione di questi meccanismi, sebbene solo frammentaria, mi sembra che abbia implicazioni reali per lo studio della psicologia umana. Seguendo i tipi di ricerca che sembrano ora fattibili e focalizzando l'attenzione su quei problemi che sono ora accessibili allo studio, possiamo essere in grado di decifrare in dettaglio le elaborate e astratte computazioni che determinano in parte la natura degli oggetti percepiti e il carattere della conoscenza che possiamo acquisire, nei modi altamente specifici di interpretare i fenomeni che sono, in larga misura, oltre la nostra consapevolezza e controllo, e che possono essere unici per l'uomo.

F I N E

Articolo di Gabriele Romanato pubblicato il  22/3/2006 alle ore 16,01.

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