Il Pesa-Nervi

«Lei parla a vanvera, giovanotto!
No, penso a dei critici con la barba».

L'ascesa e il declino di Berlusconi

La traduzione di un lungo servizio del settimanale Newsweek, dedicato a Berlusconi e alle prossime elezioni politiche italiane.

L'edizione internazionale di Newsweek, uno dei più importanti periodici americani, dedica nel suo ultimo numero la copertina e un importante servizio al presidente del Consiglio italiano. Nell'articolo di Christopher Dickey viene tracciato un deprimente bilancio dei cinque anni di governo Berlusconi ed un ancor più deprimente quadro della crisi italiana.

A fronte delle concordi analisi di tutta la più importante stampa internazionale, farebbe ridere - se non fosse tragica - la costanza con cui Berlusconi si ostina, ormai abbandonato anche dagli alleati, a propagandare il sogno di un'Italia che sta bene, mentre la crisi esisterebbe solo nelle parole di malaugurio delle cassandre della sinistra.

Non vale la pena di aggiungere altro. Spero che gli italiani leggano anche questo articolo, che presento di seguito nella mia traduzione italiana, e che il 9 aprile votino di conseguenza. Per il bene del nostro paese.

L'ascesa e il declino di Berlusconi

di Christopher Dickey, "Newsweek International"

[La copertina di Newsweek]Numero del 3 Aprile 2006 - Le luci erano state accese, la telecamera era pronta. Il primo ministro italiano Silvio Berlusconi era in posa davanti alle bandiere italiana ed europea, pronto per un ritratto, quando smise per un attimo di chiacchierare con un corrispondente americano. «Lei sa», disse, facendo le prove di una sceneggiatura che avrebbe seguito, di lì a qualche giorno, davanti alle sessioni unite del Congresso degli Stati Uniti, «che quando io vedo la bandiera americana, non vedo solo il simbolo di una nazione, ma vedo un simbolo di libertà e di democrazia». Sorrise soddisfatto. «E la bandiera europea?» chiese il giornalista. Berlusconi sembrò colto leggermente alla sprovvista. Fece una pausa di riflessione e rispose: "«Under construction» [«In costruzione»].

Se si dovesse prestar fede agli attacchi sempre più forsennati contro l'euro e Bruxelles, portati dal sessantanovenne miliardario divenuto politico, uno potrebbe pensare che «Under destruction» [«In fase di distruzione»] sarebbe stato più appropriato; specialmente se Berlusconi riuscirà a vincere la sua difficile scommessa per la rielezione, il 9 Aprile, contro l'ex Presidente della Commissione Europea Romano Prodi. Allo stato dei fatti, tuttavia, sembra improbabile. La macchina politica di Berlusconi è in pieno crollo. Il primo confronto televisivo con l'avversario si è risolto in un disastro. La sua coalizione e il suo governo sono fuori controllo. Invece di tendere una mano agli alleati, egli sta combattendo proprio contro quel ceto imprenditoriale che dovrebbe essere il suo principale sostenitore, e che è allarmato dal declino economico apparentemente inarrestabile dell'Italia. Insieme con gran parte dell'Europa, esso spera sempre più in una vittoria di Prodi. Ma, mentre molti dei mali italiani scomparirebbero con l'uscita di scena del suo ingombrante primo ministro, quelli che più pesano - e che più spaventano il resto d'Europa - persisteranno, non importa chi vincerà le ormai imminenti e importantissime elezioni di quest'anno.

Almeno dal punto di vista di Berlusconi, la situazione era vista in ben altro modo. Egli immaginava di vincere un secondo mandato con la sola forza della sua personalità, gettando se stesso sulla scena pubblica in modo da mettere in mostra le proprie qualità: esuberanza, fascino e capacità di ispirare fiducia. Ma questa strategia sembra aver sortito l'effetto opposto. Teso e sulla difensiva, egli appare in questi giorni così come probabilmente si sente: un uomo le cui speranze di rimanere un passo avanti (guidando il paese) agli implacabili pubblici ministeri italiani stanno per fare quella che potrebbe essere una brutta fine. Gli ultimi sondaggi lo danno indietro da 3,5 a 5 punti, una differenza che negli ultimi tempi si è andata allargando piuttosto che riducendo. Il sorriso vincente, che è stato per lungo tempo il suo emblema, assomiglia sempre più a un sogghigno. L'ultima grande speranza di Berlusconi è che il Prodi notoriamente soporifero dei Socialisti annoi così profondamente l'elettorato - o che le frange estremiste della abborracciata coalizione di sinistra di Prodi lo spaventino a tal punto - che all'ultimo momento gli italiani alzino le mani e decidano di ritornare al perenne carnevale politico che è stato il Circo di Silvio.

Naturalmente sarebbe prematuro ritenerlo fuori gioco. Come capo del governo italiano durato in carica più a lungo dai tempi della Seconda Guerra Mondiale, egli ha portato un'ammirevole stabilità politica in un paese famoso per non averne. Ciò nonostante l'Europa lo vuole finito, per buone ragioni. In parte per l'inspiegabile attitudine del suo governo nel far infuriare i leader europei, che a volte sembra quasi patologica. Al culmine della controversia sulle vignette satiriche su Maometto, all'inizio di quest'anno, uno dei ministri di Berlusconi indossò una T shirt su cui erano stampate caricature del profeta particolarmente offensive (il ministro si dimise, ma non prima che 14 persone fossero uccise, nel corso di sommosse anti-italiane in Libia). Senza tornare indietro fino al 2003, quando Berlusconi paragonò un membro tedesco del Parlamento Europeo a un "kapo" in un campo di concentramento, solo la settimana scorsa un membro del suo gabinetto ha paragonato la legalizzazione dell'eutanasia in Olanda all'eugenetica nazista. Persino il governo dell'alleato di Berlusconi Tony Blair è stato turbato da accuse, secondo le quali il magnate italiano avrebbe coinvolto il marito di un membro del governo britannico in affari di riciclaggio di danaro ed evasione fiscale, un'accusa che entrambi gli uomini negano.

Il vero pericolo che l'Italia di Berlusconi rappresenta per l'Europa è, tuttavia, economico. Durante il suo mandato, quella che era la quarta maggiore economia europea è diventata il suo anello più debole. Da un già anemico tasso di crescita dell'1,8 per cento nel 2001, l'Italia ha rallentato fino allo 0,0 di quest'anno. Niente [in italiano, nel testo. NdT]! Il paese si trova a fronteggiare così «profondi, seri problemi», ha detto questo mese il nuovo governatore della Banca Centrale Mario Draghi, che esso si è «arenato». E crescono le preoccupazioni che il paese diventi un peso sempre maggiore per il resto dell'Unione Europea. «Non c'è dubbio che l'Italia sia il malato d'Europa», sostiene Tito Boeri della prestigiosa scuola di economia dell'Università Bocconi di Milano.

[Berlusconi in piedi, fotografato davanti alle bandiere d'Italia e d'Europa]E' Berlusconi il colpevole? Ovviamente no, egli strombazza, puntando un dito accusatore contro la crisi seguita agli attacchi terroristici contro gli Stati Uniti nel Settembre 2001, pochi mesi dopo la sua entrata in carica. «L'Europa probabilmente ha sofferto di più, per la sua incapacità di correre ai ripari», ha detto Berlusconi a Newsweek il mese scorso. Nella sua versione della storia, le restrizioni sul debito e la crescente forza dell'euro sono il cuore del problema. «Quattro anni fa», dice Berlusconi, «per comprare un euro bastavano 82 centesimi di dollaro. Oggi occorrono 1,20 dollari. Che cosa significa questo? Che ogni prodotto europeo costa il 50 per cento in più!» Grazie a Bruxelles, «le nostre aziende hanno le mani legate, sono in crisi, schiacciate tra la supervalutazione dell'euro, le molte regole a cui devono obbedire e la concorrenza dei nuovi sistemi economici, guidati dalla Cina e dall'India, che, tra le altre cose, ricorrono ad una concorrenza sleale».

Berlusconi non si spinge fino al punto di dire che, se rieletto, dovrebbe andar fuori dall'euro-zona. Nella sua intervista, si esprime più ambiguamente: «Cercherò di convincere i miei colleghi ad aprire gli occhi e cambiare, cosa non molto semplice». A dispetto della vuota retorica di Berlusconi contro l'euro, egli conosce la fredda realtà delle cose. Quando c'era la lira, certo, Roma poteva svalutare ogni volta che servisse a far schizzare in alto le esportazioni. Ma quelle tattiche portarono a un'inflazione in doppia cifra, forzando le famiglie e i piccoli imprenditori a divenire speculatori valutari, se volevano sopravvivere. Il senso d'insicurezza che ciò creava è una delle ragioni per cui i precedenti governi erano così instabili e di breve durata. Il patto di stabilità dell'UE che sostiene l'euro è durato per tutto il mandato di Berlusconi; e lo ha aiutato probabilmente a rimanere in carica, non fosse altro che per aver costretto il suo governo a tenere la spesa sotto una certa sembianza di controllo. Berlusconi ammette come chiunque altro che il declino economico dell'Italia sarebbe stato probabilmente più veloce sotto politiche più populiste. «Il deficit andrebbe alle stelle», sostiene Antonio Missiroli, capo analista politico presso il Centro delle Politiche Europee in Bruxelles: «Potreste finire in una crisi sul tipo di quella argentina».

In effetti, l'Italia potrebbe finire lì comunque, con o senza Berlusconi. L'uomo che ha fatto miliardi costruendo un impero dei media privato ama presentare se stesso come il paradigma dell'imprenditore e un grande amico degli affari. Per essere imparziali, egli ha introdotto nuova flessibilità nel mercato del lavoro e ha varato un'ulteriore riforma delle pensioni. Ma quando parla dei punti essenziali, egli sta facendo in realtà nient'altro che una manovra pubblicitaria. Quelli che nel 2001, quando salì in carica, suonavano come concetti audaci - la riduzione delle tasse e del peso della burocrazia - ora ricordano piuttosto qualcosa chiamata "spaghetti-economia". Mentre l'economia italiana declinava, Il Cavaliere [in italiano nel testo] non ha fatto quasi nessuno sforzo per introdurre quel tipo di riforme serie che avrebbero potuto invertire la china. «Nei suoi cinque anni di governo non ci sono state né grandi privatizzazioni né riforme strutturali», dice Boeri. «La sua idea era semplicemente quella di far crescere la spesa pubblica e tagliare le tasse per rivitalizzare la domanda». Non ha funzionato. Molti uomini d'affari europei ora temono che, alla fine, l'economia italiana si deteriorerà a tal punto, che il paese potrebbe essere forzato ad uscire dall'euro-zona, anche se Berlusconi non vuole intraprendere realmente questa strada; ed anche se Prodi, Mr. Europa, venisse eletto.

In un certo senso, l'Italia è come la proverbiale mela che avvelena il carico. Basti pensare alla situazione in cui lo stesso Prodi si trova. Anche se vincesse con un largo margine, non sarebbe affatto facile compiere i passi di natura economica che egli considera necessari. La ragione? Grazie ai cambiamenti della legge elettorale fatti approvare da Berlusconi, l'Italia è ritornata al vecchio sistema di rappresentanza proporzionale, che aveva prodotto le instabili coalizioni del passato. «Il paese sarà molto meno governabile», dice John Harper del Centro di Bologna della Johns Hopkins University. Ma è fin troppo ovvio che delle decisioni dolorose devono pur essere prese. Il deficit commerciale dell'Italia per il 2005 ha superato i 10 miliardi di euro, in conseguenza sia del prezzo dell'energia schizzato alle stelle sia dell'aumento del costo del lavoro. I deficit di bilancio europei dovrebbero essere contenuti entro il 3% del PIL annuuale. Numerosi paesi hanno superato il tetto, ma l'Italia, con circa il 4 per cento, è tra i peggiori. E il suo esempio renderà più facile per altre nazioni giustificare lo sforamento del tetto.

Si confronti la crescita zero dell'Italia con quella di altre nazioni europee: la Spagna al 3,4 per cento, la Gran Bretagna all'1,8 per cento, la Francia all'1,4 per cento. Anche solo in base agli standard italiani una tale performance potrebbe essere considerata qualcosa meno che anemica. Proprio quando i cittadini europei avevano bisogno di credere in un cambiamento, Berlusconi ha in realtà contribuito a screditare quel tipo di riforme che, favorendo il libero mercato, avrebbero reso l'economia italiana, e quella europea, più dinamiche. A lui piace citare i successi di Ronald Reagan negli Stati Uniti e di Margaret Thatcher in Gran Bretagna, ma si è mostrato assolutamente restio a seguire le loro orme. In effetti le politiche economiche e industriali dell'Italia sono così sventurate, che la classe imprenditoriale del paese si trova in aperta rivolta. Uno dei più convinti critici di Berlusconi è Diego Della Valle, a capo del gigante globale dell'abbigliamento e delle scarpe più famoso per il marchio Tod's. Dopo che Della Valle chiese conto a Berlusconi dei suoi fallimenti, quest'ultimo lo ha accusato di essere un imprenditore che «è andato fuori di testa e che sostiene la sinistra». E non si è fermato qui. Della Valle «deve avere molti scheletri nell'armadio e molte cose da farsi perdonare», lo ha incalzato Berlusconi, apparentemente incurante delle accuse di essere stato proprio lui ad abusare della propria carica e del proprio potere nel corso della legislatura, allo scopo di bloccare o vanificare i processi penali che ruotavano intorno ai suoi affari. Da parte sua, Della Valle ha chiuso la questione definendo il presidente del consiglio come «un uomo sull'orlo di una crisi di nervi».

Il primo ministro italiano appare così sempre più isolato. «Berlusconi questa volta corre da solo», dice Gianfranco Pasquino, autore di una dozzina di libri sulla politica italiana. I suoi alleati nella coalizione non solo hanno preso le distanze da lui, ma hanno preso persino ad attaccarlo. I colleghi conservatori degli altri paesi europei sono chiaramente a disagio. L'ex cancelliere tedesco Helmut Kohl, uno dei principali artefici della costruzione europea e mentore dell'attuale cancelliere Angela Merkel, ha di recente sostenuto pubblicamente l'avversario di Berlusconi, definendolo «mio amico» e dicendo che solo Prodi è «in grado di restituire all'Italia il suo posto in Europa». In caso che qualcuno non avesse capito bene, Kohl ha voluto sottolineare: «Voglio essere chiaro: sono qui per appoggiare un grande europeo. [Prodi] è un eccellente campione dell'Italia cosmpolita, legato alle proprie radici ma capace di guardare oltre i confini».

Date le circostanze, è forse naturale che Berlusconi cercasse consolazione altrove. Il Presidente George W. Bush, per esempio, lo chiama ancora «amico mio». Per l'aperto supporto di Berlusconi alla democrazia, il suo discorso sulla libera iniziativa e per avere inviato migliaia di soldati italiani a sostegno dell'occupazione dell'Iraq del 2003 guidata dagli Americani, egli si guadagnò il mese scorso a Washington una standing ovation da parte di un Congresso dominato dai Repubblicani. Il momento ha segnato probabilmente il punto più alto della sua campagna elettorale, non fosse altro per il fatto che è accaduto raramente che gli Italiani abbiano visto un simile tipo di omaggio tributato ad uno dei loro leader. Per un giorno o giù di lì, egli è stato chiamato dalla stampa l'Americano [in italiano nel testo] con un'ammirazione di circostanza. Nel frattempo, il volubile capo del governo aveva cominciato lo scorso anno il ritiro di tutte le forze italiane dall'Iraq, nel mezzo delle preoccupazioni che l'Italia potesse divenire bersaglio dei terroristi, come lo fu la Spagna nel 2004 e la Gran Bretagna l'anno scorso.

Dopo il ritorno di Berlusconi in Italia, amici e avversari si aspettavano che desse il meglio di sé nel corso del primo confronto televisivo con Prodi. Ma la sua performance è stata scialba. Dopo di allora ha accusato mal di schiena ed è stato persino costretto ad una pausa forzata. Riuscirà Berlusconi a recuperare il suo slancio e la salute? Rimangono solo pochi giorni di campagna. Il 3 Aprile ci sarà un altro dibattito televisivo, in cui il capo del governo dovrà combattere per la propria sopravvivenza politica. Il confronto sarà seguito attentamente, in casa e all'estero. Ai detrattori che fanno il tifo per la sua caduta non sfugge, tuttavia, che la fine di Berlusconi potrebbe essere per vari aspetti solo il preludio di ulteriori guai. Le sue uscite e le sue coglionerie sono state per troppo tempo il diversivo che ha stornato l'attenzione dai preoccupanti, e crescenti, problemi dell'Italia. E davvero le difficoltà del paese sono così formidabili che qualsiasi successore dovrebbe possedere poteri quasi sovrumani per riuscire a fronteggiarle. E' Prodi quell'uomo? O piuttosto egli scoprirà che, nel suo sforzo di fare il lavoro che Berlusconi ha eluso, gli Italiani non vorranno seguirlo? La stabilità che Berlusconi ha portato sulla scena politica potrebbe molto facilmente cedere il passo alla frammentata, micidiale politica del passato, con poco accordo su dove il paese dovrebbe andare e su come arrivarvi. Questa, alla fine, potrebbe essere l'eredità di Berlusconi. Che vinca o perda, l'Europa dovrà fare i conti con lui e con il suo lascito per molti anni a venire.

Commenti dei lettori

  1. Commento di Gabrriele Romanato - 27/3/2006 ore 17,20

    Io parlerei più che altro di stasi politica. Dal 1994 ad oggi le idee nuove sono state relativamente poche. Si è cominciato con 1 milione di posti di lavoro e si sta concludendo con un milione di precari (dunque il patto è stato mantenuto). Le idee economiche sono quelle solite, ovvero un modello americano senza le risorse americane, dunque un modello vuoto. L'evoluzione più che altro c'è stata nel contorno a Berlusconi: Fini che ha visitato Auschwitz (magari per ricordare un suo parente morto cadendo da una torretta), Bossi che non vuole più fare la secessione, e così via. Offer me solutions, offer me alternatives and I decline. :-)
  2. Commento di pasquale - 30/3/2006 ore 18,28

    povera italia ,comunque io voto prodi
  3. Commento di Lorenzo Trinchini - 8/4/2006 ore 11,59

    Madonna dell' Incoronata! Pensaci tu! Illumina le menti degli elettori! Metti fine a questa stagione politica, frivola e assurda. Pensa al tuo Popolo!

Articolo di Michele Diodati pubblicato il  27/3/2006 alle ore 0,28.

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