Il Pesa-Nervi

«Lei parla a vanvera, giovanotto!
No, penso a dei critici con la barba».

L'Antidoto

Il libro di Luigi Crespi, ex sondaggista di Berlusconi, contiene una serie di informazioni interessantissime per chi voglia conoscere il "dietro le quinte" della macchina elettorale del presidente del Consiglio.

[La copertina del libro di Luigi Crespi, 'L'antidoto']Luigi Crespi ha una responsabilità importante nelle vicende italiane degli ultimi anni. E' colui che ha materialmente progettato il famoso "contratto con gli italiani", firmato da Berlusconi in una puntata di Porta a porta, una trovata che è stata di certo l'elemento di maggior peso nella vincente campagna elettorale del 2001. Come sondaggista ed esperto di comunicazione, Crespi è stato inoltre uno strettissimo collaboratore di Berlusconi per sette lunghi anni, dal 1998 al 2004. Nel 2005, poi, la sua parabola personale tocca il punto più basso, con l'arresto per bancarotta fraudolenta: una fine ingloriosa, alla quale - secondo quanto racconta nel suo libro l'autore - Berlusconi non è stato estraneo, avendolo indotto a compiere un passo determinante sulla strada verso il disastro (vendere tutto alla Banca Popolare di Lodi, che avrebbe dovuto - e non lo fece - rimettere in sesto i conti delle imprese di Crespi).

Si potrebbe dunque immaginare che L'Antidoto, che contiene una condanna senza appello dell'opera politica e della strategia di comunicazione seguite da Berlusconi nei suoi cinque anni di governo, rappresenti la vendetta di un uomo deluso nei confronti del suo ex datore di lavoro. A leggere il libro attentamente, si capisce però che non è proprio così. Le cose che racconta Crespi si appoggiano a dati oggettivi, come le numerose tabelle di un sondaggio condotto nel luglio 2004 e nel gennaio 2006 sul grado di realizzazione delle promesse contenute nel "contratto con gli Italiani", e soprattutto su dati precedenti alla fine del rapporto di lavoro col presidente del Consiglio, come la relazione Povera patria, scritta da Crespi e presentata a Berlusconi a fine 2003, la quale rappresenta, almeno a detta dell'autore (e c'è da credergli), il fattore decisivo che portò il capo del governo ad interrompere la collaborazione con il suo sondaggista di fiducia.

I sondaggi come vaticinio

Che i sondaggi siano da sempre importantissimi per Berlusconi è cosa fin troppo nota. Ma è interessante leggere ciò che scrive in proposito Luigi Crespi, uno che conosce bene i fatti dall'interno (Luigi Crespi, "L'Antidoto", Il Clandestino. Anima Edizioni, Milano 2006, pagg. 31 e seguenti):

Per quanto riguarda il periodo della nostra collaborazione esisteva tra noi un patto: di fronte a sondaggi con risultati negativi non mi venne mai chiesto di falsificarli, bensì di non renderli noti, di non pubblicarli. Mi sono conquistato questo privilegio anche grazie al fatto che in sette anni ad Arcore, sondaggi così negativi non ne ho mai dovuti registrare. Quando poi lo sono diventati sappiamo come la storia è finita.

Quindi i sondaggi sono una importante chiave nelle battaglie elettorali a cominciare dalla prima, quella fatta con Gianni Pilo per le elezioni politiche del 1994. In quell'occasione sono stati proprio i sondaggi a determinare l'esistenza prima ed a legittimare poi Forza Italia come un movimento. Durante la campagna elettorale delle politiche del 2001, quando lo seguivo io, gli ho sempre posto la questione della rappresentazione dei sondaggi come elemento simbolico del leader Berlusconi. Ho sempre tentato di spiegargli che se il leader Berlusconi dava un dato e questo non trovava riscontro nella realtà indeboliva la sua immagine e la sua credibilità, perché se mentiva sui sondaggi poteva mentire su tutto.

In questa prima fase di campagna elettorale per il voto dell'8 e 9 Aprile 2006, il Premier in materia di sondaggi ha superato se stesso. Visto che unanimemente gli istituti di ricerca italiani, in questo mese di febbraio 2006, danno la Casa delle Libertà in svantaggio rispetto all'Unione, e visto che al suo fianco non c'è più nessun istituto o sondaggista autorevole con il quale lavorare sui dati perché li ha fatti fuori tutti, Berlusconi ha tirato fuori un asso dalla manica, la PSB, azienda americana che opera nel marketing politico e che pare abbia fatto un sondaggio che dà i due schieramenti in sostanziale parità. Per giustificare la differenza rispetto ai dati nostrani ha inoltre dichiarato che i sondaggisti americani hanno scoperto che i loro colleghi italiani "sono tutti comunisti". Si sono accorti applicando il loro metodo, anche se nessuno sa quale sia, che c'è un accordo tra gli istituti italiani per uscire con gli stessi dati, perché molti fanno riferimento alla sinistra...

Berlusconi ha con i sondaggi un rapporto maniacale, poiché imputa ad essi un valore che va oltre il marketing, un valore evocativo e di vaticinio. Berlusconi sa che un sondaggio che annuncia una vittoria, favorisce l'evento della stessa. Non ha un approccio sociologico o scientifico, non ha un criterio metodologico, non gliene frega niente. Il sondaggio è propaganda, pubblicità. E nessuna campagna pubblicitaria ha l'obiettivo di dire la verità, l'unico obiettivo è valorizzare il prodotto che deve vendere. Il sondaggio è il veicolo per consegnare agli elettori-consumatori la sua percezione di uomo vincente. Un sondaggio che lo dà perdente mina la costruzione del significato che lui stesso ha di sé.

Significa cioè che è disponibile anche a truccare i dati. Del resto qualcuno dubita che un politico non sia pronto a dire bugie? Berlusconi è un politico populista pronto a dire bugie sui sondaggi come su qualunque altra cosa, perché questo fa parte della sua dimensione di politico.

Il grillo parlante

Quando i risultati dei sondaggi sono diventati meno favorevoli, anzi negativi, Crespi si è ritrovato di fronte al problema di come affrontare la questione: nel rapporto con Berlusconi, infatti, la verità, se è spiacevole, può diventare molto pericolosa (pag. 39-40. Il grassetto è mio):

Quando le cose sono cambiate ed il clima del Paese si è modificato mi sono trovato di fronte a un bivio, continuare a prevedere successi contro ogni evidenza, oppure continuare a fare il grillo parlante, mettendo Berlusconi di fronte ad una realtà che stava cambiando, girando contro di lui, ma che poteva ancora in quel momento essere controvertita. Bastava dire la verità agli italiani. Ed è proprio sul tema della verità che si è venuto a creare la frattura tra Berlusconi e il Paese. Dopo le Torri Gemelle, lo scandalo Enron, il crollo della Borsa, l'impennata del petrolio era assolutamente evidente a tutti che il programma politico, soprattutto quello economico, non poteva essere realizzato. Non poteva avverarsi l'idea di rendere migliore la vita degli italiani perché oggettivamente si era aperta una fase di congiuntura internazionale molto negativa. In quel momento il Premier avrebbe dovuto avere il coraggio di archiviare le promesse elettorali, il contratto, la propaganda e dire agli italiani come stavano le cose. Invece no, benché fossero in tanti a sostenere questa mia tesi, lui coadiuvato da un miope Tremonti, per anni ha ostentato un ottimismo paradossale. Ha continuato a elencare dati, cifre che contrastavano con il comune sentire, che non è solo una percezione di disagio e che non riguarda solo il nostro Paese. Tutto questo per una personalissima questione di principio, di puntiglio, di ego, non poteva tradire la parola data. Però poi è stato costretto a rimangiarsi tutto e utilizzare il pretesto della crisi economica come motivazione della sconfitta alle regionali. Un problema di rappresentazione del sé che ha condizionato un'intera coalizione, un intero Paese e che ancora oggi lo porta a dire che il malessere e le difficoltà della quotidianità degli italiani sono frutto di una propaganda catastrofista dei suoi oppositori politici che ha causato una falsa percezione negli italiani. Su questa menzogna che forse racconta anche a se stesso, ha fondato la campagna elettorale del 2006 che lo porterà ad un clamoroso naufragio.

Il "Contratto con gli Italiani"

E veniamo al punto centrale del libro di Crespi, il "contratto con gli Italiani", o meglio le conseguenze sul comportamento di Berlusconi dell'evidente impossibilità di attuarlo (pagg. 63-65):

[Immagine del foglio protocollo su cui è stampato il contratto con gli italiani]Il contratto è diventato così l'archetipo del berlusconismo, la prova del nove, se Berlusconi lo avesse realizzato avrebbe avuto la possibilità di avere in mano il Paese avendo vinto la sua sfida con la storia. Ma se non lo avesse rispettato sarebbe diventato nell'immaginario collettivo, un politico come tutti gli altri se non peggiore, un burattino nel teatrino della politica. Ed è proprio in questa chiave che sta il più grave errore fatto da Berlusconi che è diventato esso stesso l'esecutore testamentario del suo contratto. Lo ha interpretato in modo letterale, ha giocato con le parole, più del 40%, meno del 18%, più del 37%. Ha passato gli ultimi due anni e ancora oggi si affanna, a raccontare al mondo che il contratto lo ha rispettato, che la sinistra ribalta la realtà e falsifica le cose. Come se gli italiani nel firmare quel contratto attraverso il loro voto, gli avessero chiesto di eseguirlo alla lettera; non era certo questo lo spirito con il quale lo avevano sottoscritto, si trattava di un patto d'onore con gli elettori che Berlusconi tenta oggi di ingannare perché il senso era uno solo: "Vi renderò più felici, vi renderò una vita migliore, vi renderò più ricchi e riuscirò a fare per il mio Paese quello che ho fatto per me, la mia famiglia, le mie imprese". Per questo gli italiani hanno firmato con il voto quel contratto, in questo consisteva il sogno, ed a questo hanno creduto. Oggi il Premier dopo cinque anni di governo si ripresenta a un popolo che ha meno soldi, che sta peggio di prima, capace solo di dire che il contratto lo ha rispettato pienamente e che se la gente non sta bene è solo una questione di "percezione" perché la sinistra continua a raccontare che tutto va male. Il suo problema è che non può concepire di fallire ed è per questo che andrà incontro a un disastro. Ma tale disfatta non è nata oggi, ha radici lontane, nel 2003 quando era chiaro che il terrorismo e le crisi economiche avrebbero reso la vita degli italiani più difficile, raccontando per due anni che non c'era crisi che tutto andava bene, negando l'evidenza, fino a che l'evidenza gli è crollata sulla testa. A tutto questo ha fatto seguito un suo indiscutibile arricchimento, un aumento del potere in tutti i settori, dalla televisione al calcio, che ha costituito il più grande tradimento verso gli italiani. Berlusconi non ha diviso il suo successo, la sua fortuna con gli italiani e chi non divide non moltiplica.

Il risultato che l'Italia ci ha consegnato nelle urne nel 2001 portava in sé il seme della crisi del berlusconismo. Infatti la vittoria netta sul proporzionale con Forza Italia al 29,4% faceva il paio con un quasi pareggio sull'uninominale, 45,4% per la Casa delle Libertà e il 43% per l'Ulivo che ci sorprese molto, e in seguito al quale qualche eretico come il sottoscritto aveva ipotizzato che non si trattava del solito rifiuto per la classe dirigente paracadutata a Roma per la Casa delle Libertà, ma si trattava di un rifiuto al nome che era presente su tutte le liste uninominali: Silvio Berlusconi presidente.

L'unico nella fase post elettorale a condividere la mia analisi, che poi si rivelò fondata, come hanno dimostrato le sconfitte subite nelle successive tornate amministrative, è stato Claudio Scajola, su cui però ha pesato la diffidenza di tutti gli idioti "berluscones" di cui Silvio ama circondarsi, una pletora di ebeti incapaci di articolare un solo pensiero che non sia adulante e scimmiottante.

La carenza di dibattito politico post elettorale e di analisi dei dati è stata grave, perché nessuno comprese che stava avvenendo "l'effetto Aiazzone": sette anni di campagna pubblicitaria pressante cominciavano a stancare gli italiani che da quel momento non avrebbero avuto più pietà per Berlusconi e avrebbero preteso tutto, veramente tutto ciò che era stato loro promesso perché, come disse Jacques Seguela, Berlusconi aveva venduto un sogno, una speranza e se non lo avesse realizzato lo avrebbero cacciato da palazzo Chigi con i forconi e a calci nel sedere.

Il sondaggio sull'attuazione del contratto

A questa impietosa diagnosi, seguono nel libro numerose tabelle che riportano i dati del sondaggio condotto da Ekma Ricerche su un campione di 3000 persone, interrogate su numerosi aspetti relativi alla loro percezione dell'attuazione da parte del governo dei cinque punti previsti dal "contratto con gli Italiani". Leggendo i risultati del sondaggio, appare indubitabile che per i comuni cittadini Berlusconi è ampiamente insolvente. Se nel luglio 2004 il 70,5% degli intervistati asseriva che il contratto non era stato rispettato, nel gennaio 2006 la percentuale dei "no" è salita al 74,8%: cioè i tre quarti del campione. E se è ampiamente comprensibile che il 96,1% degli intervistati che si sono detti elettori del centro-sinistra abbia risposto che il contratto non è stato rispettato, è invece apparentemente strano, e perciò rivelatore, che ben il 52,3% di quelli che si sono detti elettori di centro-destra abbia giudicato ugualmente non rispettato il "contratto con gli italiani". Insomma: Berlusconi ha fallito anche per la metà abbondante dei suoi elettori. Da tutto ciò, Crespi tira delle conclusioni (pag. 90):

La bocciatura degli italiani è senza appello e la sconfitta elettorale, di conseguenza dovrebbe essere ancora più pesante di quella che i sondaggi oggi riescono a certificare. Questa ricerca dimostra in modo perentorio il fallimento di Silvio Berlusconi benché abbia continuato e continui a dichiarare di avere rispettato il contratto. Magari lo potrebbe avere anche fatto sul piano formale, ma uno dei due contraenti, cioè il popolo italiano non se ne è accorto. Se questo sondaggio è stato capace di fotografare in modo articolato il sentimento dei cittadini, così come nel 2001 sottoscrissero il contratto dando fiducia a Berlusconi con il loro voto, oggi lo stracceranno negandoglielo. Ed è così che l'ardita teoria che l'antidoto a Berlusconi sia proprio il contratto, quello stesso che non voleva firmare e che firmò solo sotto l'incalzante recupero elettorale di Rutelli, sancirà l'inizio della fine dell'era berlusconiana nella politica del nostro Paese. Non è detto che ciò che seguirà sarà necessariamente migliore, però questo lo vedremo nei fatti e appartiene al futuro.

Capire l'imbroglio

Alla fine del racconto e della sua analisi tecnico-politica, Crespi tenta di tirare le somme e di dare un significato collettivo, se mai fosse possibile, alla sua pluriennale esperienza di lavoro con Berlusconi (pagg. 96-97. Il grassetto è mio):

Berlusconi non mi ha ferito, non mi ha scalfito, non tutto ciò che viene umiliato perde dignità. Ma questo è l'epilogo, anzi, l'inizio che attiene alla mia persona, alla mia umanità. Anche se so che per me non è finita e forse non finirà mai. Per molti anni ancora dovrò trascinarmi il marchio del berlusconiano, io che in fondo berlusconiano non lo sono mai stato. Ma questo libro oltre a servire a me, spero serva a chi lo legge per capire l'imbroglio e per poter andare oltre quel Berlusconi che c'è dentro ognuno di noi. Questo libro l'ho scritto per chi è stato o ancora oggi è berlusconiano, magari solo per convenienza, per chi pensa che stare in quel sistema produca dei vantaggi che sono veramente pochi (e sono in grado di testimoniarlo), per quelli che credono che Berlusconi stia dalla parte giusta. Ma questo libro ha un senso anche per chi è sempre stato anti-berlusconiano, per chi lo ha odiato, per chi lo ha sempre combattuto, ottenendo quasi sempre il risultato di rafforzarlo. Parlare male di Berlusconi, così come odiarlo lo rende più forte e può renderlo invincibile. Berlusconi va dimenticato, così come si sono dimenticate le vecchie star del cinema muto e così come l'ho dimenticato io.

"Povera Patria"

[Luigi Crespi]Nell'appendice del libro trova posto il testo dell'ultima relazione scritta da Luigi Crespi per Berlusconi. E' del 2003 e s'intitola significativamente Povera Patria. La riporto qui di seguito, fatta eccezione per le prime pagine che contengono un tentativo di ricostruzione storica degli anni della Repubblica precedenti l'avvento in politica del Cavaliere. L'interesse di questo testo sta nel suo mostrarci quel dietro le quinte che Berlusconi, ancora oggi, tenta disperatamente di nascondere. Infatti, insieme al tono agiografico del relatore, ancora imbevuto di un berlusconismo per molti versi oggi inaccettabile (critica radicale dei giudici, misconoscimento del peso del conflitto d'interessi, lodi sperticate al Berlusconi innovatore e imprenditore prestato alla politica, ecc.), questa relazione ci mostra al di là di ogni dubbio che anche all'interno del sancta sanctorum di Arcore c'era già da tempo chi diceva a chiare lettere al Cavaliere che le cose non andavano bene per il Paese e che sarebbe stato necessario uscire allo scoperto, raccontando onestamente la verità ai cittadini. Ma Berlusconi da quest'orecchio non ci ha mai voluto sentire e, se perderà come mi auguro le elezioni del 9 aprile prossimo, lo dovrà soprattutto al suo ormai insopportabile sforzo di sostenere, con un armamentario di cifre e di argomentazioni stantie, ripetute al di là di ogni evidenza e ragionevolezza, che l'Italia è un paese sano, ricco e felice.

Il testo seguente riproduce il contenuto delle pagine 121-130 del libro di Crespi (il grassetto è mio. Si tenga conto che il contenuto va contestualizzato in riferimento alla situazione com'era nell'anno 2003. Oggi è, se possibile, ancora peggiore):

Berlusconi è il cambiamento, la discontinuità con il passato, la concretezza, il pragmatismo, è l'uomo del fare, e con lui nasce l'Italia della speranza. Tuttavia dopo l'agguato perpetrato dai partiti nel 1994 e la conseguente vittoria delle sinistre che governano il Paese in modo plutocratico, Berlusconi ritorna con il suo carico rivoluzionario alla guida del Paese ed è in quel momento che gli italiani si aspettano il radicale cambiamento che oggi, però, non si è ancora inveterato.

Silvio Berlusconi si divide tra il suo partito, zeppo di seconde file colluse con la prima repubblica, ed un suo elettorato che da lui pretende assolutamente che sia mantenuta la promessa più importante: la discontinuità della gestione politica di questo Paese. Una discontinuità che risani quel deficit di diritto, che gli italiani non sentono più sopportabile. Ammalarsi a Bologna offre maggiori garanzie di guarigione che ammalarsi a Catanzaro. È un Paese dove la Giustizia non garantisce i diritti fondamentali dei cittadini e delle imprese. È un Paese dove le possibilità per un giovane di costruirsi un futuro è radicalmente diversa a seconda di dove vive. È un Paese dove esiste un sistema previdenziale da regime socialista che ha la presunzione di garantire molti e rischia di danneggiare tutti. È un Paese che è in ritardo sull'innovazione tecnologica e sulla ricerca scientifica. È un Paese che non rispetta il proprio territorio, che non ha saputo valorizzare il suo patrimonio di cultura unico al mondo, un Paese dove grandi opere e infrastrutture sono inadeguate alle ambizioni di sviluppo e dove le opere pubbliche sono sinonimo di inefficienza e sperpero del denaro pubblico. È un Paese che non garantisce la sicurezza in modo omogeneo sul proprio territorio. È un Paese che ha ancora troppi poveri. È un Paese che aspetta dal 1910 una riforma federalista che tenga conto delle differenti identità culturali, economiche e territoriali. È un Paese di privilegi e privilegiati. È un Paese oppresso da leggi, decreti, burocrati e burocrazia. E un Paese opulento e insoddisfatto, inquieto e rassegnato. È un Paese che aspetta un segnale in cui identificarsi, una guida sicura verso un futuro che nessuno ha ancora disegnato.

Uno scopo unitario, un senso comune.

[...]

Dopo l'Italia del riscatto, del rancore, dell'odio e della speranza, ora è il tempo maturo per l'Italia del futuro, un futuro che va costruito, pragmaticamente, pezzo per pezzo, senza fughe in avanti, lontani da sogni irrealizzabili e da utopie senza forma. Le cose fin qui dette sono dominio profondo del cuore degli italiani. Se qualcuno pensa, ancora oggi, che sia sufficiente fare pagare meno tasse, fare un paio di condoni in più, non pagare i ticket, andare in pensione prima, difendere in maniera indistinta privilegi e diritti, lascerà lo spazio ad un'onda che travolgerà tutta questa rappresentazione che vuole gli italiani un popolo avvilito e appiattito esclusivamente sui propri interesse personali.

È diffuso il bisogno di un nuovo contesto ove sia compresa una reale tutela dell'ambiente, un quadro certo di diritti equivalenti per tutti, come condizione primaria per garantirsi un mondo sempre meno complesso e conflittuale.

Questa visione apparentemente "alta" emerge solo se sollecitata ma quando è sollecitata la risposta è un'esplosione castrata dalla convinzione che nessuno se ne farà carico.

Non si tratta di disegnare un nuovo socialismo, o un nuovo stato liberale, un nuovo presidenzialismo, un nuovo cancellierato, si tratta, molto realisticamente, di predisporre una serie di riforme radicali e vitali come: una riforma della giustizia, una riforma elettorale che tenga conto della volontà dei cittadini e non degli interessi dei partiti, una riforma della burocrazia che dia strumenti di difesa ai cittadini, una riforma sanitaria che costruisca percorsi dinamici che garantiscano a tutti i cittadini pari diritto alla salute, una riforma della scuola, che abbia al centro il futuro dei giovani, una riforma dell'economia che riscriva il rapporto con l'accesso al credito, il ruolo delle imprese e che limiti e regoli il dominio illegittimo di un sistema bancario sclerotizzato, una riforma istituzionale che elimini tutti quegli istituti inutili che la gente non comprende (enti, partecipazioni, province, ecc) che definisca il ruolo delle regioni, dello Stato, della difesa, una riforma previdenziale che dica il vero, con chiarezza e responsabilità, e che tuteli tutti allo stesso modo; una riforma delle imprese e dell'accesso al lavoro; la riforma federale che dia voce alla diversità dei nostri territori.

Insomma, non si tratta di costruire uno stato utopico ma di incorniciare e di condurre il quadro delle riforme in una rifondazione dello Stato che deve andare oltre i valori della resistenza e dell'antifascismo che ormai sono incarnati solo nel "Ciampismo" e che rappresentano un baluardo della conservazione.

Silvio Berlusconi ha ora un appuntamento con la storia: deve decidere se essere ricordato come un contraddittorio leader politico o come uno statista e fondatore della Patria.

Il suo Governo per il tipo di maggioranza che ha in Parlamento può, ora, attraverso un sistema di riforme coordinato essere il fondatore dell'Italia del futuro.

Il primo passo per alimentare questa grande speranza è, non tanto riacquistare fiducia o voti, ma riacquistare credibilità. Quindi bisogna prendere le distanze da quella percezione di infallibilità che viene rappresentata agli italiani da un modello di comunicazione che rifiuta sempre ogni forma di negatività, che nega errori, crisi e difficoltà, rappresentandosi sempre come ottimisti, felici, uniti e senza mai problemi. Non è più sufficiente richiamarsi ad un'opposizione demonizzatrice o alla mala fede dei giornali. Questa rappresentazione di perfezione perseguitata non genera affetto e simpatia ma fa apparire Silvio Berlusconi come un maniaco di sé, incapace di gestire il conflitto e il dissenso.

Oggi, un leader dell'armonia esprime sé stesso nella ricerca dell'armonia ad ogni costo anche attraverso il conflitto. È solo così che si acquisisce il ruolo carismatico di guida, abbandonando la dimensione dell'Amministratore Delegato del Paese che viene misurato solo sui numeri e sui risultati di bilancio.

Dire la verità anticipa l'avvento della verità stessa. Se il contratto con gli italiani avrà un solo punto che non potrà essere rispettato o che potrà risultare controverso, va detto ora, così come è importante segnalare tutta l'attività legislativa propedeutica e preparatoria alla realizzazione dei punti del contratto; occorre un gesto di coraggio e di trasparenza, ma un messaggio di tale portata non può essere affidato ai media ed ai giornalisti. Bisogna che Berlusconi ritorni a comunicare direttamente con i cittadini.

Se Silvio Berlusconi renderà conto della sua attività di Governo direttamente e personalmente agli italiani, non verrà certamente misurato su contratti o programmi ma sulla capacità di dare forma ad un paese avvilito e tradito dalla classe politica. Berlusconi ha vinto le elezioni facendo sognare gli italiani; non può pensare di rivincere diventando l'esecutore testamentario del proprio programma. Berlusconi vincerà se sarà capace di segnare, da statista, il decennio che l'ha visto protagonista, e solo se saprà identificare il governo del Paese con il sogno e la speranza che ha saputo generare negli italiani.

Il suo Governo è stato vissuto dalla gente in modo contraddittorio. La sintesi oggi è la seguente. Tutti riconoscono a Silvio Berlusconi grandi meriti ma anche i suoi elettori più fedeli ritengono che se non fosse vincolato/condizionato, potrebbe fare molto meglio. In particolare appare vincolato/condizionato da: i suoi interessi personali, le questioni giudiziarie, una gruppo dirigente inadeguato, una coalizione conflittuale e preoccupata dei propri interessi di "bottega", il suo partito che rappresenta solo problemi e contraddizioni.

Silvio Berlusconi è andato al Governo in un momento di grande difficoltà: la crisi internazionale, il terrorismo.

Silvio Berlusconi appare un uomo che dice quello che pensa, che lavora per dare dignità al suo Paese, che sa dirigere e comandare, nonostante tutta la negatività generata in questi due anni e ancora oggi appare l'unico uomo politico credibile/possibile per il nostro Paese.

Il vantaggio di Berlusconi è che oggi non ha concorrenti credibili. Oggi, come ieri, non viene percepito come un problema il conflitto di interessi, non è stata, e non è una discriminante, la sua condizione di "imputato" per la scarsa credibilità che oggi hanno acquisito i giudici, ma è sicuramente una discriminante la modalità con cui gli italiani attribuiscono la gestione del tema giustizia da parte del Governo. Infine, i ministri, i partiti e le coalizioni, vengono vissuti come il grande limite del sogno di Berlusconi.

Silvio Berlusconi oggi, nel Paese, è il protagonista assoluto, nel bene e nel male, della scena politica e non è comprensibile quindi perché conduca una comunicazione sempre in difesa e, fatta esclusione per la politica estera, sempre con tempi e modalità dettate dagli avversari.

Non ci uniamo al coro degli indignati per le affermazioni relative ai giudici o a Mussolini, poiché al netto di quanto le esternazioni più o meno opportune producano come consenso, fanno passare l'immagine di un uomo che dice quello che pensa e non ha paura di pensare quello che dice.

L'errore di grammatica comunicazionale, semmai, sta nelle smentite. Se Berlusconi dice che i giudici sono pazzi non può smentirlo il giorno dopo. Meglio il silenzio!

Non c'è da preoccuparsi neanche del coro indignato della sinistra o dei giornali, che sta perennemente con il fucile puntato, né tanto meno delle divergenze nel centrodestra.

Se tutti gli uomini politici si alzassero ponendo la propria differenza con Berlusconi, il consenso del premier salirebbe alle stelle perché radicale e irreversibile è la distanza che la politica ha con la gente. Bicamerali, premierato, finanziaria, convergenze, tavoli, cabine di regia, distinguo, precisazioni, smentite, coalizioni, alleanze, programmi, promesse, la congiuntura, il DPF, il PIL, l'ISTAT, il CSM, i portavoce, le segreterie, i coordinatori, i moniti, e tutta la retorica liturgica della politica, fa sembrare gli uomini politici italiani tutti uguali, tutti distanti, titolari di un linguaggio chiuso e volutamente incomprensibile, lontanissimi da quel linguaggio merceologico, dominio di Berlusconi, che rende tutto più comprensibile: cioè meno Cicerone e più McDonald.

Non dobbiamo nascondere che esiste una crisi di fiducia, o ancor meglio di credibilità in Silvio Berlusconi che riguarda soprattutto il suo governo e che l'attività politica e governativa di questi anni offre agli occhi della gente un saldo negativo.

[...]

Appare urgente recuperare subito quelle classi di lavoratori, di professionisti che, diffusamente, si sentono traditi dal Governo Berlusconi: i medici, i notai, i commercialisti, gli avvocati, ecc. Chi opera nella libera professione ha dato un forte contributo alla vittoria del centrodestra; se non si può dare loro ciò che chiedono almeno bisogna spiegarglielo con chiarezza e trasparenza.

Questo vale anche per tutti gli italiani: ora occorre mettere in relazione le promesse (meno tasse per tutti, ripresa economica, ecc.) con la necessità che queste si realizzino. Non può più reggere a lungo la giustificazione del condizionamento internazionale nella situazione economica del nostro Paese, anche se tutto questo attiene ai macro scenari dell'economia, le cui teorie poco coinvolgono gli italiani, per cui economia significa occupazione, l'Euro che vale 1.000 lire, il controllo dei prezzi e soprattutto le tasse.

Gli italiani si sentono più poveri di due anni fa, sentono, soprattutto per colpa dell'Euro, il denaro meno pesante nelle proprie tasche, e a questo bisogna rendere conto perché nessuna tranquillizzazione del Governo, oggi, e ancor più domani, convincerà gli italiani di essere più ricchi o ricchi come due anni fa.

Tutto questo può minare la credibilità di Berlusconi perché è sull'economia che ha accentrato buona parte della sua popolarità. Una rappresentazione non coerente con la realtà, sancirebbe la fine di ogni relazione su qualsiasi altro argomento anche con il proprio elettorato.

Commenti dei lettori

  1. Commento di Luigi Crespi - 18/10/2006 ore 0,39

    complimenti

Articolo di Michele Diodati pubblicato il  29/3/2006 alle ore 0,13.

Indice del Pesa-Nervi | Diodati.org

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