Il Pesa-Nervi

«Lei parla a vanvera, giovanotto!
No, penso a dei critici con la barba».

Dove vai, Italia?

La traduzione in italiano di un articolo di Desmond Lachman, apparso sul «Financial Times» del 17 marzo 2006, con l'aggiunta di alcune considerazioni introduttive e di una serie di riferimenti bibliografici per approfondire il tema.

La pubblicazione, il 16 marzo scorso, del Bollettino Economico n. 46 prodotto dal Servizio Studi della Banca d'Italia, il primo del 2006 e della "gestione" Draghi, ha suscitato una grande eco negli ambienti politici, sulla stampa nazionale e anche su quella internazionale.

Il giorno dopo, infatti, il Financial Times è uscito con un breve articolo il cui titolo non potrebbe suonare più minaccioso: Italy follows Argentina down the same road to ruin («L'Italia segue l'Argentina sulla stessa china rovinosa»).

L'autore è l'economista Desmond Lachman, ex vice direttore del Policy and Review Department del Fondo Monetario Internazionale e membro dell'American Enterprise Institute (AEI), importante think-tank neoconservatore statunitense.

In verità, la sostanza dell'articolo non è del tutto nuova. Lachman la riprende da un suo precedente articolo scritto nell'agosto del 2005 quando, sulla base di considerazioni che parvero più politiche che economiche, l'agenzia di rating Standard & Poor's rivide al ribasso la sua stima (outlook, in gergo tecnico) sul debito pubblico italiano. Il titolo non fu allora meno malaugurante: Italy in Argentina's Shadow («l'Italia nell'ombra dell'Argentina»).

Come era ovvio, l'articolo sul Financial Times non è passato del tutto inosservato sui media italiani.

Giuliano Ferrara, in un argomentato editoriale su Il Foglio, ha accusato Lachman di avere preso una cantonata, letteralmente. Maurizio Blondet, invece, ha evocato senza mezzi termini un complotto ai danni dell'Italia da parte dei poteri forti della finanza internazionale, finalizzato a marginalizzare il paese e a farlo uscire dall'euro. Renzo Cianfanelli del Corriere della Sera ha preferito intervistare Lachman, consentendogli di chiarire ai lettori italiani il suo punto di vista.

D'altra parte, già nel 2003 e proprio dalle pagine del Corriere della Sera, Ennio Caretto aveva puntato il dito contro gli «squali di Wall Street», riprendendo una inchiesta pubblicata dal Washington Post che avvertiva che «L'Argentina non è caduta da sola».

Sulla scorta dell'esperienza argentina, per quanto grande e legittimo allora il sospetto con cui noi italiani possiamo accogliere le ricette, i consigli e le critiche che provengono dal FMI e dagli ambienti finanziari internazionali, tuttavia non dobbiamo dimenticare il mònito che, nel gennaio 2005, fu nel fulminante commento dell'economista Paolo Sylos Labini, recentemente scomparso.

«Gli articoli di Dario Di Vico e di Ennio Caretto sull'Argentina (Corriere, 28 dicembre) sono interessanti, ma non menzionano la corruzione, che ha avuto effetti devastanti sulla stessa economia.

Aveva ragione Adamo Smith: nell'epoca del capitalismo industriale fra morale ed economia non c'è contrapposizione. Edward Luttwak disse (Corriere, 22 dicembre 2001): "Ormai avete un problema grosso come una casa. (...) Berlusconi, il quale cura i suoi affari mentre è al governo (...), non s'accorge di violare tutti i punti più sacri del capitalismo".

George Bush, che non è uno stinco di santo, ha dovuto accettare la legge Sarbanes-Oxley che prevede fino a venticinque anni di galera per chi falsifica i bilanci: lo esige non la morale, ma il sistema. Da noi quel reato è stato depenalizzato. E l'elogio dell'evasione, fatto da Berlusconi, è deleterio per ragioni economiche, non morali.

Il nuovo Presidente argentino, Néstor Kirchner, è stato eletto soprattutto perché "tollerabilmente onesto": nessun uomo d'affari può progredire se ad ogni passo deve pagare tangenti, se la polizia è ampiamente corrotta. Le entrate fiscali non bastavano a finanziare le infrastrutture per lo sviluppo e il welfare a causa dell'enorme evasione dalle imposte dirette - l'aumento di quelle indirette di regola è inflazionistico.

Credo che la ripresa dell'economia argentina possa durare solo se Kirchner va avanti nella lotta alla corruzione e se introduce finalmente una riforma del sistema delle imposte dirette. In Italia ci stiamo avviando verso l'Argentina precedente Kirchner. Dobbiamo reagire: siamo ancora in tempo.»

Di seguito la mia traduzione dell'articolo di Desmond Lachman apparso sul Financial Times, il 17 marzo 2006.

L'Italia segue l'Argentina sulla stessa china rovinosa

[Didascalia:]
Desmond Lachman,
autore dell'articolo
qui tradotto

Un aspetto involontariamente comico del progressivo dramma economico e politico dell'Italia è che molti degli attuali detentori dell'eccessivo e sempre crescente debito pubblico del paese erano una volta fieri possessori di obbligazioni statali argentine, ora ridotte a carta straccia. Quando il nuovo governatore della Banca d'Italia, Mario Draghi, avverte che l'economia "si è arenata" e quando il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi dice che "l'euro è stato un disastro per l'Italia" a poco meno di un mese dalle elezioni, ci si deve domandare quando i detentori dei titoli di Stato italiani si renderanno conto di assistere a un triste film già visto.

A parte l'inquietudine che destano le debolezze della politica e delle istituzioni italiane - come esemplificate dall'attuale campagna elettorale, litigiosa e polemica, e da un altro grande scandalo bancario che rovina ulteriormente la reputazione del sistema finanziario italiano - la pericolosa situazione economica del paese è notevolmente simile a quella dell'Argentina verso la fine degli anni '90. Lo stesso Draghi riconosce implicitamente questa somiglianza quando afferma che l'Italia deve migliorare il proprio rendimento produttivo, se vuole avere qualche speranza di invertire la tendenza di relativo declino del paese.

La somiglianza più impressionante tra i due paesi è rappresentata dalle rigide disposizioni valutarie nelle quali si sono rinchiusi da soli. Per reazione all'esperienza di iperinflazione della metà degli anni '80, nel 1991 l'Argentina inchiodò la propria moneta alla croce del piano di convertibilità. Fece così nella speranza di spingere nel paese la bassa inflazione e la disciplina della politica fiscale di cui non aveva mai goduto prima.

In un simile sforzo di rigore macroeconomico, l'Italia abbandonò la lira per l'euro nel 1999. La speranza era che l'alta inflazione e le periodiche svalutazioni della lira lasciassero il passo alla disciplina fiscale e alle riforme strutturali. Con l'abbandono della propria moneta, l'Italia, come l'Argentina prima di essa, rinunciò alla flessibilità della politica macroeconomica per stabilizzare la propria economia. L'Italia non può più affidarsi a periodiche svalutazioni del tasso di cambio per compensare le perdite di competitività internazionale. E non avendo più una propria politica monetaria, deve accettare i tassi di interesse che sono decisi dalla Banca Centrale Europea (BCE) anche se questi non vengono necessariamente incontro alle condizioni finanziarie italiane. Quando Jean-Claude Trichet, il presidente della Banca Centrale Europea, recentemente ha stretto la politica monetaria europea a causa del rincaro del petrolio, ha dato molto peso alla ciclica debolezza dell'Italia?

Se ciò non fosse abbastanza negativo, con il patto europeo di stabilità fiscale, l'Italia si è impegnata al rinforzamento delle finanze pubbliche nella circostanza di un indebolimento ciclico. Come l'Argentina negli anni '90, le finanze pubbliche italiane sono veramente in un grande disordine. Con un rapporto tra il debito pubblico e il Prodotto Interno Lordo (PIL) di più del 105%, l'Italia è il più indebitato dei paesi europei. Con un deficit di bilancio pari a circa il 4% del PIL, è in una condizione di chiara violazione dei criteri di Maastricht.

Ancora più inquietante è la perdita di competitività internazionale dell'Italia. Negli ultimi cinque anni, l'Italia ha perso circa 15 punti percentuali di competitività nei confronti della Germania perché agli aumenti salariali non sono corrisposti guadagni di produttività. Il fallimento dell'Italia nella modernizzazione delle proprie industrie e nell'innovazione tecnologica l'ha pure lasciata esposta al forte vento della concorrenza cinese in una economia sempre più globalizzata.

Per l'Italia la perdita degli strumenti di politica macroeconomica non sarebbe di grande importanza se la sua economia fosse in grande espansione. Ma negli ultimi tre trimestri l'economia italiana è stata a tutti gli effetti in recessione. Sotto il peso degli alti prezzi internazionali del petrolio, questa recessione è probabilmente destinata soltanto ad aggravarsi.

Come fu nel caso dell'Argentina, l'unica via di uscita per l'Italia è recuperare competitività attraverso riforme strutturali di vasta portata, specialmente nel mercato del lavoro. Tuttavia, se l'attuale campagna elettorale è di qualche indicazione, uno si deve chiedere se tali riforme dolorose siano oggi tanto più probabili in Italia di quanto non lo siano state in Argentina sotto Carlos Menem. E' necessario anche ricordare quanto sarà difficile per l'Italia riguadagnare competività in un contesto di inflazione molto bassa.

Nell'assenza di riforme reali, lo scenario più probabile per l'Italia sarà un prolungato periodo di stagnazione economica, se non di recessione, e un debito pubblico sempre crescente. Ciò probabilmente porterà le agenzie di rating a rivedere al ribasso l'outlook per l'Italia e costringerà la BCE a garantire periodicamente il debito dell'Italia, nonostante l'obbligo di "non salvataggio finanziario" [1] che la banca dovrebbe rispettare. In ogni caso, nello stesso modo in cui l'Argentina sbagliò a far continuo assegnamento sulla benevolenza del Fondo Monetario Internazionale per aggiustare alla meglio i punti deboli della sua economia, l'Italia farebbe un grave errore se rinviasse le dolorose riforme del mercato del lavoro e si affidasse invece all'illimitata indulgenza della BCE.

[1] la clausola di "non salvataggio finanziario ("no bail-out" clause) proibisce alla BCE di acquistare direttamente il debito emesso da uno Stato membro (articolo 104b del Trattato di Maastricht e articolo 21 del Protocollo sul sistema delle banche centrali)

Riferimenti e approfondimenti sul web:

Commenti dei lettori

  1. Commento di Nicola Di Cesare - 5/4/2006 ore 12,22

    Non v'è dubbio che la situazione dell'economia Italiana possa essere oggi rappresentata dall'appesantimento congiunturale dei suoi indicatori macro, tuttavia ciò che trovo davvero comico non è la "sbadataggine" dei boat-people i quali sanno bene (dati i bassi tassi di interesse incamerati) quale sia il basso rischio in cui incorrono, quanto la semplicistica ricetta dettata dall'autore, il sig. Desmond Lachman. Egli riduce i mali Italiani alla rigidità del mercato del lavoro (!). Bhè, credo che neanche il più disinformato degli economisti possa ignorare che attualmente, quello del lavoro in italia, è il mercato più selvaggiamente libero da vincoli in Europa. Detto ciò non vedo come si possa paragonare il complesso strutturale economico-produttivo Italiano all'Argentina. Vorrei far presente a Lachman che la macroeconomia è ben più complessa dei pur complessi ma relativi meccanismi dell'economia finanziaria. Studi un poco di più e noterà che per un sistema economico la liberalizzazione dei fattori non risulta essere condizione ne necessaria ne sufficiente al fine di una strutturazione funzionale dello stesso. Saluti.
  2. Commento di angelo - 25/4/2006 ore 19,05

    "Non c'è niente di segreto che non sarà rivelato..."
    dall'apocalisse
  3. Commento di Il Tulipano Nero - 9/9/2006 ore 5,58

    Visco e il suo REGIME DITTATORIALE DI POLIZIA TRIBUTARIA


    A tutti gli uomini liberi che vivono in Italia

    Appena ad un mese dal varo della sua “cosiddetta” manovrina, il vice ministro dell’economia Vincenzo Visco sta mettendo a punto una sorta di anagrafe tributaria per schedarci tutti, per chiederci conto di ogni euro che spendiamo, per essere considerati tutti colpevoli a priori e costretti tutti a difenderci e a discolparci in ogni momento.
    Questo che sto scrivendo è un appello che rivolgo a TUTTI GLI ITALIANI LIBERI, SPERANDO CHE ANCORA C’E’ NE SIA QUALCUNO CHE NON PENSI CHE IL PROGETTO DI VISCO SIA UNA COSA BUONA PER IL PAESE E SOPRATTUTTO CHE SIA GIUSTO , LEGITTIMO , DEMOCRATICO E COSTITUZIONALE NEGARE TOTALMENTE A TUTTI LA LIBERTA’ ECONOMICA E LA PRIVACY COSI’ COME SONO A TUTTI GARANTITE DALLA COSTITUZIONE.

    Per il motivo di cui sopra, TUTTI GLI ITALIANI LIBERI, CHE CREDONO ANCORA NEI DIRITTI COSTITUZIONALI, NELLA DEMOCRAZIA E NELLA LIBERTA’ SONO ESORTATI FIN DA SUBITO A RECARSI A PIAZZA MONTECITORIO PER PROTESTARE CONTRO QUESTO GOVERNO E CONTRO SIFFATTO STATO, CHE ANZICHE’ RIDURRE GLI STRIPENDI MILIARDARI E I PRIVILEGI DA RE A TANTI MANGFIAFRANCHI CHE VIVONO SULLE SPALLE DELLA NAZIONE, LORO IN TESTA, VOGLIONO OPPRIMERE TOTALMENTE E SOFFOCARE LA LIBERTA’ ECONOMICA IN ITALIA. E’ DA 26 ANNI CHE FANNO FINANZIARIE, E CHE METTONO TASSE SU TASSE, OSTACOLI ECONOMICI E BUROCRATICI SOPRA OSTACOLI ECONOMICI E BUROCRATICI, CON LA VANA PROMESSA, MAI DEL RESTO FINO AD ORA MANTENUTA DI RISANARE IL DEFICIT PUBBLICO, QUANDO E’ ORMAI DA MOLTO TEMPO GIA’ PALESE E RISAPUTO CHE SONO LORO STESSI ED I LORO LUSSI SFRENATI GLI ARTEFICI DI COTALE DISASTRO ECONOMICO IN CUI VERTE L’ITALIA. LA SITUAZIONE CHE SI PROSPETTA E’ TERRIBILE, ANGOSCIOSA ED ANGOSCIANTE -COME AI TEMPI IN CUI C’ERANO IN ITALIA I BORBONI O GLI AUSTRIACI-.ORA BASTA!!!
    E’ ARRIVATO IL MOMENTO CHE LA NAZIONE CHIEDA FINALMENTE CONTO A CODESTI “INDIVIDUI” E AI LORO SORDIDI SATELLITI DEL LORO TURPE OPERATO E CHE SI ASSUMANO LA PIENA RESPONSABILITA’ DI TUTTO CIO’ CHE HANNO FATTO.

    P.S. A proposito... Mando un caloroso "BACIAMI IL CULO" a Prodi e compagni... Auguro a tutti loro che i soldi che ci rubano li spendano tutti in medicine! BASTARDI!!!

    IL TULIPANO NERO
  4. Commento di Marcello Novelli - 19/12/2006 ore 9,45

    Ciao, volevo solo fare i complimenti per l'ottima iniziativa e per la qualita' del testo e dei riferimenti.

    Continua cosi'.

    Marcello.

Articolo di Vittorio Bica pubblicato il  5/4/2006 alle ore 1,11.

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