Il Pesa-Nervi

«Lei parla a vanvera, giovanotto!
No, penso a dei critici con la barba».

Riflessioni pre-elettorali di un perfetto «coglione»

Le imminenti elezioni politiche del 9 e 10 aprile sono l'occasione per ripensare pubblicamente gli avvenimenti politici di questi ultimi anni, nel tentativo di fare la miglior scelta di voto possibile.

Sommario

Premessa

Il 4 Aprile Berlusconi ha costretto giornali e televisioni a sdoganare per dovere di cronaca la parola "coglioni", che, fino a quel momento, non aveva avuto diritto di cittadinanza nell'informazione politica. Il presidente del Consiglio aveva infatti dichiarato testualmente: «Ho troppa stima per l'intelligenza degli italiani per credere che ci possono essere in giro tanti coglioni che votano per il proprio disinteresse».

L'Italia e il mondo intero, superata la sorpresa ed un certo imbarazzo iniziali, hanno recepito l'esternazione come un'implicita offesa agli elettori di centro-sinistra: se, per Berlusconi, votare facendo i propri interessi significa votare a destra, è evidente che "coglioni" sono per lui gli elettori di sinistra.

Avendo deciso di votare questa volta per il centro-sinistra, ecco che mi sono trovato imbarcato di diritto nella schiera dei "coglioni". Non voglio fare però di quest'articolo una disquisizione sulla volgarità pronunciata dal presidente del Consiglio né sui significati che la sua dichiarazione adombra. Lo hanno già fatto benissimo Ezio Mauro su la Repubblica e Claudio Magris sul Corriere della Sera.

Quel che m'interessa, invece, è scandagliare tutte le ragioni che m'inducono a votare per il centro-sinistra, affinché i lettori possano giudicare liberamente, alla fine, se queste sono proprio le ragioni di un coglione o se invece non si rischi di essere più coglione, data l'attuale situazione del Paese, a votare per l'altra parte.

Credo infatti che la politica, in una democrazia, abbia come suo elemento caratteristico ed essenziale la discussione pubblica delle ragioni pro e contro una qualsiasi scelta di campo. La discussione è perciò aperta e, anche passate le elezioni ed acquisito il risultato finale, sarà sempre interessante per me discutere di queste ragioni con chiunque trovi utile un simile dibattito.

Parto dunque indicando i tre argomenti su cui svolgerò le mie riflessioni:

E' dalla somma più o meno algebrica delle valutazioni condotte ragionando su questi tre temi che nasce la mia decisione di voto finale.

Le ragioni ideologiche [1]

[Simboli elettorali per le politiche 2006]E' evidente che viviamo in un'epoca in cui le grandi contrapposizioni ideologiche del passato non hanno più lo stesso valore e la stessa forza di una volta.

Per quanto riguarda il nostro Paese, non esiste più da anni, per esempio, la contrapposizione tra sinistra comunista e centro democristiano, che ha caratterizzato i primi decenni della nostra storia repubblicana. Con l'esplosione del terziario e di una classe di lavoratori precari nel settore dei servizi (privi di una comune estrazione sociale di provenienza), la cosiddetta "classe operaia" non è più una massa riconoscibile: ha perso la sua natura di fenomeno sociale imponente. I partiti che ancora oggi si definiscono comunisti non hanno né la forza numerica né gli obiettivi politici del passato: non possono più aspirare a portare il proletariato al potere, a scapito dei "padroni", perché non c'è più un proletariato socialmente omogeneo e numericamente rilevante come nei decenni passati; di conseguenza, la lotta di classe ha perso il suo ruolo di idea guida. I valori che guidano i comunisti contemporanei sono sicuramente imparentati con i valori che ispiravano il PCI, ma sono stati adeguati ai tempi: lotta contro il precariato, lotta contro i privilegi dei ricchi, perciò tassazione delle rendite finanziarie, lotta per una più equa distribuzione della ricchezza e quindi per uno Stato e un settore pubblico più forti, in grado di proteggere le classi sociali deboli.

Il centro democristiano, dal canto suo, è stato costretto dalla fine della Democrazia Cristiana e dalla nascita del bipolarismo basato sul sistema elettorale maggioritario a spezzarsi in più tronconi che, attraverso varie vicissitudini, sono migrati in parte a destra e in parte a sinistra. In seguito a tali migraziani e sconvolgimenti interni, si è arrivati a contrapposizioni in cui risulta difficile, al non esperto, cogliere ragioni, differenze e parentele: l'UDEUR di Mastella, per esempio, s'ispira a valori cristiani e moderati, ma sta a sinistra, mentre l'UDC di Casini, che pure s'ispira a valori cristiani e moderati, sta a destra. A valori cristiani si ispirano anche la Margherita, che però pende nettamente a sinistra, avendo costituito insieme ai DS il nucleo portante del nuovo Ulivo, e la rinata Democrazia Cristiana di Rotondi, che si pone invece come alleato di ferro di Berlusconi e della destra. E' innegabile, insomma, che i valori cristiani non costituiscono più ragion sufficiente per dar vita a una formazione politica unica e unitaria.

A questo progressivo sfaldarsi dei due principali blocchi contrapposti, si sono accompagnati, a partire dagli anni '90, altri fenomeni politici di rilievo:

[Simboli elettorali per le politiche 2006]Attualmente la scena politica italiana è occupata, così come durante la Prima Repubblica, da una nutrita serie di partiti e di partitini, ma a fare da collante tra tanta diversità c'è, a differenza che in passato, il sistema delle coalizioni: superando le rispettive diversità ideologiche, partiti di centro-destra e partiti di centro-sinistra stringono nei rispettivi schieramenti alleanze elettorali e di governo, basate su programmi comuni. E' questo l'aspetto più debole del sistema politico italiano: soprattutto con il ritorno al proporzionale, voluto a tutti i costi dal centro-destra, che ha votato a larga maggioranza la legge-"porcata" dell'ex ministro Calderoli, diventa fondamentale per la stabilità di governo non solo che una coalizione prenda nettamente più voti dell'altra, ma anche che i partiti che la costituiscono tengano fede al patto di alleanza e accettino gli indispensabili compromessi richiesti dall'azione di governo: partiti alleati, infatti, spesso la pensano su una stessa materia in modo profondamente differente. Ma questa necessità di mediazione è, tutto sommato, la vera essenza della democrazia rappresentativa.

Quali sono, dunque, a livello ideologico gli elementi caratteristici delle due coalizioni?

Per la coalizione di centro-destra:

Per la coalizione di centro-sinistra:

Non costituisce, invece, un vero elemento di differenza tra le coalizioni l'atteggiamento verso l'economia: il centro-sinistra, infatti, ha da tempo accettato i princìpi del libero mercato; anzi, si devono proprio ai passati governi di centro-sinistra le più ingenti privatizzazioni di imprese pubbliche.

Quale coalizione scegliere, a questo punto, se ci vogliamo limitare alla sola considerazione delle differenze ideologiche?

Una scelta basata su simili ragioni non può che dipendere dalle inclinazioni personali e dalla cultura dell'elettore. Per quanto mi riguarda, ci sono varie ragioni che mi spingono a preferire la coalizione di centro-sinistra:

I programmi delle due coalizioni

[Simboli elettorali per le politiche 2006]Confrontare i programmi delle due coalizioni significa mettere a paragone un libro di 281 pagine, il programma dell'Unione, con uno striminzito opuscolo di 22 pagine, il programma della Casa delle Libertà. Non che questa differenza vada necessariamente a scapito del programma del centro-destra, anzi: la sintesi è quasi sempre una dote e c'è da mettere le mani sul fuoco che pochissimi elettori avranno la forza di leggere integralmente il voluminoso programma del centro-sinistra.

Tuttavia la genesi dei due programmi la dice lunga sul loro valore di cemento all'interno delle rispettive coalizioni. L'Unione ha creato la cosiddetta "Fabbrica del programma", nella quale hanno lavorato per mesi, fianco a fianco, i rappresentanti di tutti i partiti della coalizione. Il programma uscito fuori da questo lavoro è sì molto lungo, ma è anche molto dettagliato (per i suoi detrattori invece è vago, dice tutto e il contrario di tutto) e, cosa più importante, rappresenta un impegno sottoscritto da tutti i partiti della coalizione, che, firmandolo, si sono impegnati a rispettarlo per cinque anni.

Il programma della Casa delle libertà, invece, vede la luce alcuni giorni dopo il programma dell'Unione come frutto non di un lungo e condiviso lavoro di preparazione, ma come una sorta di imposizione di Berlusconi agli alleati, costretti a fare buon viso a cattivo gioco. Sul Corriere della Sera appaiono persino le correzioni a margine del Cavaliere, apportate a penna sulle ultime bozze: un programma, insomma, che nasce dall'alto, non dal basso.

Non starò ora a confrontare punto per punto i due programmi, per alcuni motivi: a) non ho il tempo né le conoscenze tecniche per giudicare la fattibilità di alcune proposte accettabili di entrambi i programmi; b) sto provando a ragionare come un qualsiasi cittadino, quale sono, il quale, facendo un lavoro che non ha nulla a che fare con la politica, deve decidere chi votare in un tempo relativamente breve, non avendo giornate intere da dedicare allo studio di fattibilità dei programmi elettorali delle due coalizioni.

Ciò premesso, vi sono elementi che saltano all'occhio, che rimarcano le differenze tra i due programmi e che, a seconda delle inclinazioni personali, aiutano a decidere per l'uno o per l'altro. Nel programma della Casa delle libertà, per esempio, si prevede la costruzione del ponte sullo Stretto di Messina, come parte integrante del piano decennale "per il superamento della questione meridionale". Nel programma dell'Unione, invece, è scritto: «riteniamo inutile e velleitario il progetto del Ponte sullo Stretto: per il suo rilevantissimo costo, che annullerebbe la possibilità di altre opere, e per il suo impatto economico assai limitato, per la Sicilia e la Calabria, rispetto al potenziamento dell'accessibilità marittima e aerea». Sono del tutto d'accordo con la posizione espressa dall'Unione: in un Paese in cui le ferrovie sono allo sfascio, con ritardi continui dei treni e viaggiatori sempre più insoddisfatti, in cui le autostrade in alcune regioni sono ancora a una corsia oppure inesistenti, è veramente inconcepibile investire miliardi di euro in un'opera che rischia di diventare una costosissima cattedrale nel deserto, costruita per giunta in uno dei punti a più elevato rischio sismico del pianeta. Anche Saddam Hussein costruiva gigantesche opere edili, spettacolari palazzi presidenziali con i bagni in oro massiccio, mentre negli ospedali iracheni mancavano persino le garze e i fili chirurgici per suturare le ferite. Per fortuna non ci troviamo, qui da noi, in una situazione così disperata, ma è vero tanto per l'Iraq di Saddam quanto per l'Italia di oggi che non esiste alcuna relazione necessaria, alcuna diretta corrispondenza tra grandi opere, buona amministrazione della cosa pubblica e progresso economico-sociale della nazione. Le "grandi opere" sono grandi soltanto se servono veramente alla popolazione.

L'affidabilità e la credibilità dei due candidati premier

Nel giudicare i due candidati non si può prescindere dal fatto che entrambi sono già stati presidenti del Consiglio. La loro credibilità dipende anche e soprattutto, perciò, da come si giudicano i risultati che hanno conseguito come capi del governo.

Prodi

[Simboli elettorali per le politiche 2006]Prodi è stato in carica poco meno di due anni, dal '96 al '98. In quel periodo, sia pure con sacrifici e tasse, riuscì a far rientrare il nostro paese nell'eurozona, cosa che alcuni giudicano una sciagura, ma che a me (e per fortuna a molti e autorevoli esperti) pare invece un risultato meritorio. Purtroppo il cammino di Prodi fu presto interrotto dalla fine dell'appoggio esterno fornito da Rifondazione comunista, sicché il suo governo cadde prematuramente, non riuscendo a completare quello che era il programma di allora dell'Ulivo. Chi giudica inaffidabili Prodi e l'attuale coalizione di centro-sinistra si rifà immancabilmente allo spiacevole episodio che segnò la fine di quel governo. Manca tuttavia di considerare che la situazione odierna è completamente differente: Rifondazione comunista, al pari di tutti gli altri partiti della coalizione, ha liberamente sottoscritto il programma dell'Unione. Offre stavolta, cioè, un appoggio dall'interno, è pienamente partecipe delle intenzioni di governo della coalizione; non c'è più un semplice e fragile accordo di "desistenza" (cioè il non remare contro, sostanzialmente), come capitò due legislature fa. Bertinotti ha più volte garantito che non verrà meno alla parola data, e lo stesso è stato in più occasioni ribadito da tutti gli altri leader politici, firmatari del programma dell'Unione. Mi sembra una forma di legittimazione ben diversa, rispetto a quella del 1996.

Non può essere taciuto, poi, che Prodi ha ricevuto anche un'imponente legittimazione popolare. Le elezioni primarie svoltesi il 16 ottobre 2005, alle quali hanno partecipato oltre quattro milioni di elettori del centro-sinistra, hanno sancito senza ombra di dubbio l'investitura popolare di Prodi, che ha ricevuto oltre il 74% dei voti: molti più del secondo classificato, Bertinotti, che ne ha avuti il 14,7%. La forza di una simile legittimazione dal basso è dunque più di un monito, per gli alleati dell'Unione, a tener fede per tutti i cinque anni della prossima legislatura alle linee programmatiche stabilite insieme: si sono confrontati democraticamente per scegliere il candidato premier e il popolo ha scelto Prodi.

Berlusconi

Ben diversa è la situazione di Berlusconi: è il capo della coalizione di centro-destra, non in virtù di una legittimazione popolare (non ha voluto neppure sentir parlare di elezioni primarie del centro-destra), ma solo grazie ad un accordo firmato all'ultimo momento, obtorto collo, dagli alleati. Ma che l'accordo sia estremamente fragile lo dimostrano gli stessi alleati più importanti, Fini e Casini, che hanno più volte ribadito la cosiddetta teoria delle "tre punte": cioè chi di loro riceverà più voti dagli elettori sarà il candidato premier. La Lega addirittura minaccia l'uscita dalla coalizione in caso di sconfitta alle elezioni, definendosi - per bocca del ministro Maroni - formazione né di destra né di sinistra ed interessata soltanto a raggiungere il proprio scopo istituzionale: il federalismo.

Se la legittimazione di Berlusconi a guidare il prossimo governo appare traballante persino per i suoi alleati, ancor più traballante è la credibilità che egli può vantare, di fronte ai cittadini elettori, se si esamina il risultato complessivo conseguito dal suo governo - il più lungo nella storia della Repubblica italiana - nei cinque anni di legislatura appena trascorsi.

Il "contratto" con gli italiani

Come si ricorderà, l'asso nella manica, calato sul tavolo di ciliegio di Bruno Vespa alla fine della scorsa campagna elettorale (8 maggio 2001), fu il cosiddetto "contratto con gli italiani", nel quale Berlusconi si impegnava solennemente a non ripresentare la propria candidatura, se, al termine dei cinque anni del suo futuro governo, almeno quattro dei cinque punti su cui era articolato il "contratto" non fossero stati rispettati.

Questo impegno preso di fronte agli italiani, al di fuori di qualsiasi schema istituzionale ma nel posto più sacro per lui, cioè uno studio televisivo con le telecamere accese, è stato per Berlusconi una spada di Damocle perennemente sospesa sulla sua testa. Una volta resosi conto che l'economia italiana era in grave crisi e che le ricette economiche del suo governo non riuscivano minimamente a stimolarne il rilancio, si deve essere reso conto che non sarebbe riuscito a rispettare il famoso "contratto".

Un altro al posto suo avrebbe ammesso di fronte al Paese che le circostanze ora erano cambiate e che le cose promesse non si sarebbero potute realizzare, almeno non integralmente. Ma per Berlusconi pronunciare la parola "fallimento", o qualcosa che gli assomigli, è semplicemente impossibile. Ecco allora che ha cominciato ad arrampicarsi sugli specchi, a volte con piroette ai limiti del fantascientifico: la sua tesi costante è stata che l'Italia non è in crisi, che la situazione è drammatica solo nelle parole della sinistra, che, con il suo catastrofismo interessato, sarebbe riuscita addirittura ad influenzare anche i giornali stranieri - molto numerosi per la verità - che in questi anni si sono affannati a scrivere l'orazione funebre per l'economia italiana. Qui l'arroganza e la faccia tosta di Berlusconi hanno toccato il limite: accusare per esempio giornali come l'Economist, da sempre sostenitore del libero mercato, di essere organici alla sinistra è qualcosa che non aveva, e non ha, alcun fondamento. Eppure il capo del governo non ha esitato a farlo, non sapendo come ribattere alle durissime inchieste su di lui e sulla situazione dell'economia italiana («Addio dolce vita»), pubblicate rispettivamente nell'aprile 2001 e a novembre dell'anno scorso dall'autorevole giornale inglese.

Al di là delle raffiche di cifre trionfalistiche, sparate da Berlusconi in ogni occasione nel tentativo di dimostrare al Paese che tutto va bene e che il capo rispetta sempre le promesse, esiste una vasta letteratura di studi e statistiche ufficiali, che dimostrano senza ombra di dubbio che il governo in carica non è riuscito a mantenere gli impegni contenuti nel "contratto" del 2001, almeno non in misura tale da dare al presidente del Consiglio il diritto di ricandidarsi (secondo l'impegno da lui stesso sottoscritto).

Ecco cosa scrive in proposito il Sole 24 Ore del 15 gennaio 2006:

«Obiettivi centrati a metà»

Gli elementi positivi di certo non mancano ma il «contratto con gli italiani», firmato da Silvio Berlusconi nel 2001 alla vigilia delle elezioni, non può dirsi pienamente rispettato. A sostenerlo sono autorevoli economisti, che la pensano diversamente rispetto a quanto il presidente del Consiglio afferma sul sito Internet di Forza Italia. «Se non manterrò le promesse non mi ripresenterò» era stata la frase pronunciata in Tv da Berlusconi. Il Presidente del Consiglio è convinto di aver brillantemente superato la prova. Il Sole-24 Ore, in una inchiesta apparsa nei giorni scorsi, ha verificato promesse e risultati sui cinque punti del contratto: fisco, sicurezza, pensioni, infrastrutture e lavoro.

Sul fisco la riforma è rimasta a metà del guado: non sono state realizzate le due aliquote del 23% fino a 200 milioni e del 33% sui redditi superiori e la pressione fiscale è stata alleggerita di mezzo punto. Gli interventi sulla sicurezza sono stati poco percepiti dagli italiani, mentre sulle infrastrutture c'è stata una spinta alla macchina delle opere pubbliche, grazie alla legge obiettivo, ma non si è arrivati ad aprire cantieri per una cifra pari al 40% degli investimenti previsti dal Piano decennale per le grandi opere. Dove il Governo è andato bene è stato il capitolo dell'occupazione: Berlusconi aveva promesso almeno un milione e mezzo di posti di lavoro, il saldo dell'Istat parla di un milione di più.

Indubbiamente positivo, ma è difficile, dicono le voci critiche, attribuirne tutti i meriti al Governo, dal momento che si tratta soprattutto di regolarizzazione di immigrati e degli effetti della riforma Treu. Quanto alle pensioni, il Governo ha mantenuto la promessa di aumentare le minime, ma per il sistema sarebbe servita una riforma più incisiva.

Secondo altri commentatori, il bilancio del governo nell'attuazione del "contratto con gli italiani" è ancora peggiore di quello presentato dal Sole 24 Ore. Ma non voglio insistere sulla questione: chiunque desideri esaminare obiettivamente i fatti non potrà che ammettere che esiste una grande differenza, in negativo, tra la realtà e i trionfalismi sbandierati da Berlusconi ad ogni pie' sospinto.

Stiamo meglio oggi o stavamo meglio nel 2001?

In fondo è questa la domanda a cui rispondere, per quanto riguarda la credibilità delle promesse elettorali di Berlusconi. Al di là delle acrobazie numeriche con cui si è tentato di dimostrare che il "contratto" con gli italiani è stato onorato, e della mancanza di parola del Cavaliere (che, stando alle cifre ufficiali pubblicate dal Sole 24 Ore, non si sarebbe dovuto ricandidare), è inevitabile che, prima di ridare il voto all'"uomo dei sogni", anche chi lo ha votato nel 2001 si chieda se quei sogni promessi si sono realizzati: se oggi nel 2006 quell'elettore fiducioso sta meglio di come stava nel 2001, sarà più facile che si fidi anche delle promesse per il 2006 (che parlano di varie altre riduzioni fiscali, tra le quali l'eliminazione dell'ICI sulla prima casa).

La realtà dei numeri, anche in questo caso, è impietosa verso Berlusconi; e la migliore dimostrazione di quanto lui stesso ne sia al corrente, e tenti invece disperatamente di nasconderlo ai suoi elettori, è contenuta a pag. 154 dell'agiografia del suo governo (La vera storia italiana), che - con grande esborso finanziario - ha inviato a tutte le famiglie italiane. Si legge in quella pagina che il reddito medio degli italiani era nel 2001 di 24.670 dollari pro capite, mentre è diventato nel 2006 di 27.119 dollari pro capite. Guardando le nude cifre, così come sono riportate, si è ingenuamente portati a credere che l'italiano medio sia diventato più ricco nel corso degli ultimi cinque anni, migliorando il proprio reddito medio annuale di ben 2.449 dollari.

Niente di più falso, invece. Il valore dell'euro rispetto al dollaro, dal 2001 ad oggi, si è letteralmente rovesciato: oggi ci vuole più di un dollaro per comprare un euro, mentre nel 2001 ci voleva più di un euro per comprare un dollaro. Ciò significa che, con i 27.119 dollari di oggi, al cambio del 2006, il famoso italiano medio può scialare molto meno di quanto potesse fare con i 24.670 dollari che aveva a disposizione nel 2001. Il trucco volgare è dunque quello di presentare la differenza di reddito medio in dollari, senza spiegare che il potere d'acquisto del dollaro è oggi, in Italia, nettamente minore che nel 2001.

Una risposta professionale alla domanda se si sta meglio oggi oppure si stava meglio nel 2001 la fornisce Nicola Borzi, giornalista del Sole 24 Ore, in una e-mail inviata al Diario.

L'Unione Europea utilizza per questo calcolo [il calcolo comparato del reddito medio pro capite nei singoli paesi della zona euro] un indicatore chiamato Purchase Power Standard (PPS), che funziona così: si calcola il potere d'acquisto del prodotto nazionale lordo per capita (cioé pro capite, a testa, per cittadino) del Paese e lo si compara con quello medio dell'Unione Europea a 25 membri.

Ciò consente di capire se il reddito medio annuo dei cittadini di un Paese, espresso in termini di potere d'acquisto medio annuo pro capite, sia cresciuto o diminuito NON in astratto, ma rispetto alla tendenza media dei 25 Stati che compongono l'Unione Europea.

Ecco una tabella con i dati PPS per l'Italia e l'Eurozona, cioè i 12 Paesi che utilizzano l'euro, dal 1999 al 2004 (ultimo dato disponibile). Per comprendere occorre tenere presente che se la differenza è in positivo l'Italia sta MEGLIO della media Ue, mentre se è in negativo l'Italia sta PEGGIO della media Ue.

PPS 1999 2000 2001 2002 2003 2004
Italia 111.0 110.0 109.7 107.6 105.5 103.4
Eurozona
(media dei 12 Paesi che utilizzano l'euro)
109.0 108.5 108.5 107.6 107.2 106.6
Differenza 2.0 1.5 1.2 0.0 -1.7 -3.2

In sostanza fino al 2001 (fine governo Prodi, inizio governo Berlusconi) l'Italia stava MEGLIO - sebbene fosse già in fase calante, del resto come anche il dato medio dell'Eurozona - quanto a ricchezza personale MEDIA ANNUA dei suoi cittadini rispetto alla media dei cittadini dei 12 Paesi dell'euro, nel 2002 non stava più meglio ma era in linea con la ricchezza media procapite, dal 2003 invece è iniziata a stare PEGGIO e dal 2004 il peggioramento si è ulteriormente aggravato.

Questo dato è importante: innanzitutto la comparazione è effettuata a parità di POTERE d'ACQUISTO, in secondo luogo è effettuata a parità di moneta di cambio (con la media dei dodici Paesi che hanno TUTTI l'euro).

Ciò dà un'idea chiara dell'impoverimento dell'Italia non in astratto, ma rispetto a Paesi che hanno avuto TUTTI gli STESSI PROBLEMI (euro, 11 settembre, frenata economica mondiale).

Infatti il calo del potere d'acquisto medio annuo dei cittadini riguarda sia l'Italia che la media della zona euro, ma per l'Italia è MOLTO PIU' MARCATO: abbiamo perso 7,6 punti dal 1999 al 2004 di cui 6,3 dal 2001 al 2004 a fronte di un calo medio dell'eurozona di APPENA 2,4 punti dal 1999 al 2004, di cui 1,9 dal 2001 al 2004.

Potrei citare altre statistiche, tutte ugualmente sconfortanti, relative alla caduta del Prodotto Interno Lordo (PIL), alla nuova crescita del debito pubblico, all'erosione dell'avanzo primario, ecc. Potrei ricordare numerose storie disperate e disperanti di nuovi poveri. Ma non serve. Bastano i dati forniti da Borzi per avere la certezza matematica, al di là delle percezioni e delle storie individuali, che l'Italia nei cinque anni di governo Berlusconi, lungi dal realizzare un nuovo miracolo economico, si è gravemente impoverita, anche solo rispetto ai paesi europei che hanno condiviso il passaggio all'euro.

Riforme e leggi ad personam

[Simboli elettorali per le politiche 2006]Un altro elemento fondamentale per scegliere a chi dare il proprio voto è la valutazione delle leggi approvate nel corso della legislatura che sta finendo. Nel programma della Casa delle Libertà si vantano «Le 36 grandi riforme del governo Berlusconi». Non ho le competenze giuridiche (e come me non le ha la stragrande maggioranza di coloro che il 9 e 10 aprile andranno a votare), per dare un giudizio professionale sulle riforme che affollano l'elenco. Alcune sono probabilmente buone o discrete, per esempio la patente a punti, il Codice dell'amministrazione digitale, l'istituzione del poliziotto di quartiere, la legge antifumo; altre, benché molto controverse, potrebbero contenere elementi positivi, come la riforma delle pensioni, la legge 30 sulla flessibilità del lavoro, la riforma Moratti: sarà il tempo a dare la piena misura dei loro difetti e dei loro pregi.

Ma numerosi provvedimenti presi nel corso di questa legislatura, non solo in base al giudizio degli esperti, ma anche in base a ragionamenti alla portata del cittadino comune, sono delle vere jatture. Innanzitutto la riforma della Costituzione: il federalismo e il premierato forte sono stati introdotti a colpi di maggioranza, alterando oltre 50 articoli della legge più importante dello Stato, senza alcun serio dibattito sui contenuti e nella totale incuria del fatto che la Costituzione dovrebbe esprimere compiutamente l'identità e il senso di appartenenza degli italiani: cosa che dopo la riforma è stata messa in forse, visto che questo stravolgimento della Carta costituzionale è stato compiuto solo per venire incontro ai desiderata dei rappresentanti di una parte molto ristretta della popolazione italiana.

Come non citare poi la legge Frattini sul conflitto d'interessi e la legge Gasparri per la riforma del sistema radiotelevisivo? Sono entrambe due monumenti al servilismo nei confronti di Berlusconi. Non fanno, infatti, quello che invece dovrebbero fare: impedire che uno stesso soggetto diventi un monopolista assoluto e, come tale, blocchi di fatto la possibilità di una sana concorrenza e, nel campo dell'informazione, il dispiegarsi di un vero pluralismo. Le nomine tutte politiche del consiglio d'amministrazione della RAI e della commissione parlamentare di vigilanza hanno fatto il resto...

Tra le leggi-vergogna di questo governo mi sembra doveroso ricordare l'abolizione della tassa di successione non solo sulle piccole eredità ma anche sui grandi patrimoni (dov'è la giustizia contributiva?), una legge che sembra fatta apposta per il capo del governo; e poi la legge che depenalizza un certo tipo di falso in bilancio (un viatico perfetto per gli scandali Cirio e Parmalat); la legge Cirami sul legittimo sospetto; la legge che stabilisce l'immunità per le cinque più alte cariche dello Stato (poi bocciata dalla Corte Costituzionale); la legge ex Cirielli, cosiddetta salva-Previti, che non è più servita a salvare Previti per l'opposizione anche degli alleati, ma che rappresenta comunque un obbrobrio giuridico (da un lato accorcia i tempi di prescrizione per chi delinque la prima volta annullando un'infinità di processi, dall'altro inasprisce le pene per i recidivi); il cosiddetto scudo fiscale, che consente di far ritornare in Italia capitali accumulati illecitamente all'estero, pagando una penale miserrima che è una vera offesa per chi paga normalmente le tasse in patria; la riforma dell'ordinamento giudiziario, che - a detta degli esperti - asservisce completamente i giudici alla politica, privandoli dei mezzi e della motivazione per perseguire quella che dovrebbe essere la loro unica missione: l'accertamento della verità. E infine, come ciliegina sulla torta, la legge di riforma elettorale, che, in barba al referendum con il quale gli italiani scelsero a larghissima maggioranza il maggioritario, decide di riportare in vita il proporzionale, ma lo fa con criteri così balordi da essersi meritata il ridicolo nome di proporzionellum, coniato per l'occasione dal politologo Giovanni Sartori.

Non pretendo di aver fatto un elenco completo delle leggi-vergogna approvate negli ultimi cinque anni (è un elenco piuttosto lungo), perché non era questo il mio scopo. Mi interessa piuttosto portare all'attenzione dei lettori due fatti senza precedenti, uno spiegabile ed uno, almeno per me, relativamente inspiegabile. Il fatto spiegabile è che un magnate in possesso di un potere economico e politico senza precedenti nel nostro paese, trovatosi a capo del governo e gravato da una serie infinita di guai giudiziari, abbia deciso di usare il Parlamento, in forza di una maggioranza schiacciante, per risolvere quei guai, modificando le leggi per la propria utilità (ad personam cioè, come è venuto di moda dire). Il fatto inspiegabile è, invece, come sia possibile che una massa compatta di deputati e senatori della maggioranza di governo, anche appartenenti a partiti diversi da Forza Italia, abbia votato senza cedimenti tutte queste leggi stracolme di elementi di palese iniquità. Non se ne accorgevano? Bastavano le convenienze della ragion politica a tacitare le loro coscienze? Non lo so. Quel che è certo è che l'hanno fatto. E' impressionante in proposito la testimonianza del senatore Dalla Chiesa: «Ho visto la commissione giustizia del Senato prolungare i suoi lavori dopo la mezzanotte solo per 3 leggi in 5 anni: per il falso in bilancio, per la Cirami, per l'immunità delle più alte cariche dello Stato». Guarda caso, tre leggi che non interessano la massa degli italiani, ma che interessano invece molto da vicino i casi giudiziari del presidente del Consiglio. Credo che non serva aggiungere altro.

L'atteggiamento dei due candidati premier verso gli avversari politici e verso le regole della democrazia

[Simboli elettorali per le politiche 2006]Ecco un altro fattore importante nella formazione della scelta elettorale. Come cittadino amante della democrazia e del pluralismo, io pretendo che la persona che assumerà l'incarico di capo del governo, non solo abbia un buon programma e alleati affidabili, ma che sia anche, egli stesso, un garante dell'unità nazionale e dei valori democratici su cui si fonda la Repubblica.

Da questo punto di vista, mi sembra che tra Prodi e Berlusconi vi sia una differenza abissale. Le cadute di stile di Prodi in questa campagna elettorale si possono contare sulle dita di una mano (l'accusa di delinquenza politica rivolta a Tremonti, l'invito a Berlusconi a salire su una sedia per sembrare più alto): si tratta di un uomo che si comporta in generale in modo più che rispettoso verso gli avversari politici e soprattutto verso le regole della democrazia.

Non si può dire lo stesso di Berlusconi. Sono anni che attacca sistematicamente la sinistra, dando senza distinzioni a tutti i suoi rappresentanti del "comunista", termine che, nel suo linguaggio, diventa una colpa imperdonabile. Infatti, in virtù di un salto logico stupefacente, il Cavaliere attribuisce al "comunista" italiano la complicità, se non la responsabilità diretta, dei milioni di morti causati da Stalin e da Mao in Unione Sovietica e in Cina. È diventato proverbiale, a questo proposito, l'anatema lanciato da Berlusconi, nel corso di un intervento telefonico a una manifestazione di Forza Italia: «Se la sinistra andasse al governo il risultato sarebbe miseria, terrore e morte, come accade in tutti i posti dove governa il comunismo» (Corriere della Sera, 17/1/2005). Non mi pare che, durante la legislatura 1996-2001, quando il centro-sinistra era al potere, l'Italia sia stata messa a ferro e fuoco né che siano stati aperti dei gulag sul nostro territorio. In quel periodo, anzi, gli affari del capo del governo proseguirono indisturbati e ciò gli consentì di moltiplicare di alcuni ordini di grandezza il suo già ingente patrimonio. È evidente, insomma, che i suoi anatemi continui contro il comunismo sono o una forma di paranoia oppure, più probabilmente, un modo molto sleale per influenzare l'opinione pubblica, cercando di spaventare gli ingenui con descrizioni orrorifiche di pericoli inesistenti.

Il fatto che anche lui sia spesso oggetto di attacchi personali da parte degli avversari politici non è una giustificazione: chi riveste una carica istituzionale così alta ha il dovere di mantenersi al di sopra delle parti e di conservare una dignità confacente alla propria carica, sia in patria che all'estero, astenendosi da offese triviali e da comportamenti smaccatamente partigiani: l'epiteto «coglioni», di cui sono ancora pieni tutti i notiziari, e che ha stupito e imbarazzato la stampa estera nel tentativo di riferirne ai propri lettori, la dice lunga sulla dignità istituzionale e sulla capacità di autocontrollo del presidente del Consiglio.

Ancora più grave è, a mio parere, il martellamento continuo di Berlusconi contro le cosiddette "toghe rosse". Il principio è molto semplice: se un magistrato intraprende un'azione legale contro di lui o contro i suoi collaboratori, non lo fa in base a una notizia di reato che merita l'accertamento giudiziario della verità, ma perché sarebbe organico alla sinistra (il cui scopo sarebbe appunto quello di eliminare l'avversario politico usando l'arma della giustizia invece che quella del confronto democratico).

Non voglio entrare nel merito della disputa. Non ho elementi sufficienti per affermare o negare con certezza che i processi che hanno coinvolto, e ancora coinvolgono, Silvio Berlusconi e i suoi più stretti collaboratori (Previti, Dell'Utri) siano stati determinati, in tutto o in parte, da un'affinità politica alla sinistra dei magistrati che li hanno istruiti piuttosto che da notizie di reato meritevoli di essere perseguite. Sono convinto che siano processi giusti gestiti da magistrati onesti, ma questa è appunto solo una mia convinzione.

Resta il fatto che un capo del governo che, spalleggiato da alleati irresponsabili, delegittima gravemente, un giorno sì e l'altro pure, uno dei tre poteri sovrani su cui si regge lo Stato democratico, è qualcosa che, nella nostra storia repubblicana, non si era ancora visto. Il continuo attacco alla magistratura rappresenta per me un fatto gravissimo, che denota un'arroganza senza limiti e la totale mancanza di senso dello Stato. Altri esponenti politici che, mentre si trovavano al governo, sono stati oggetto di indagini della magistratura si sono comportati in modo molto più serio e responsabile, rimettendo il mandato nell'attesa di chiarire la propria posizione, non solo di fronte ai giudici ma anche di fronte all'opinione pubblica: mi riferisco alle immediate dimissioni di Di Pietro e a quelle recenti di Storace, indagati mentre erano entrambi ministri.

Alla fine, l'unico risultato del comportamento sleale e irresponsabile del capo del governo e di chi lo spalleggia è quello di aver alimentato come mai in passato le divisioni nel nostro Paese, fino quasi al punto di farmi dubitare se esista oggi un'identità comune nella quale possano riconoscersi tutti i cittadini italiani. Si è creata una frattura quasi insanabile tra "loro" e "noi", tra chi è da una parte e chi è dall'altra. La politica è diventata ormai un'arena di tifo calcistico, e lo si vede nei dibattiti politici televisivi, nei quali il pubblico, schierato dietro i propri rappresentanti di partito, applaude sguaiatamente qualsiasi cosa quelli dicano, mentre contesta rumorosamente tutto ciò che dicono gli avversari. Solo che per l'Inter o il Milan è accettabile fare il tifo per fede; per un partito politico e per i suoi rappresentanti, occorrerebbe invece nutrire un distacco emotivo maggiore e conservare sempre la capacità di critica razionale degli argomenti esposti.

Se tutto ciò è un segno del declino del nostro Paese, non penso di sbagliare affermando che l'attuale presidente del Consiglio ha una responsabilità non piccola, e in ogni caso molto maggiore di quella di Prodi, nell'aver accelerato e indirizzato questo declino.

L'onestà e la trasparenza dei candidati

Nella mia personale, e certamente discutibile, visione del mondo, l'onestà e la trasparenza dei candidati sono in assoluto gli elementi più importanti che orientano la mia decisione di voto.

Anche in questo caso la differenza tra Prodi e Berlusconi non potrebbe essere più marcata.

I guai giudiziari di Prodi, se confrontati con quelli di Berlusconi, sono incommensurabilmente minori. Cito da Wikipedia:

Romano Prodi è stato coinvolto in alcuni procedimenti giudiziari, in ciascuno di essi è stato riconosciuto non colpevole delle accuse e non si è andati oltre le udienze preliminari: in alcuni casi è stata disposta l'archiviazione, in un caso si è prodotta sentenza, dichiarando il «non luogo a procedere» perché «il fatto non sussiste».

Se c'è un'ombra nel passato di Prodi, non va cercata nei processi senza conseguenze in cui è stato coinvolto, ma, almeno a giudicare dalle accuse formulate dal senatore Guzzanti, vicedirettore del Giornale, in un'altra vicenda, avvenuta 28 anni fa: si tratta della seduta spiritica del 2 aprile 1978, a cui Prodi partecipò, nel corso della quale venne fuori il nome "Gradoli", che avrebbe fuorviato verso il paese di Gradoli le indagini per scoprire il covo in cui le Brigate Rosse tenevano sequestrato Aldo Moro. Anche su questo riferisce con dovizia di particolari Wikipedia, citando le parole dello stesso Prodi.

[Simboli elettorali per le politiche 2006]Secondo Guzzanti, che è anche presidente della Commissione Mitrokhin, Prodi sarebbe stato addirittura un collaboratore del KGB, accusa che dice di poter provare grazie alla disponibilità a testimoniare, fornita da due ex ufficiali del servizio segreto russo, informati dei presunti fatti e attualmente residenti in Francia e negli Stati Uniti.

Non so quanto ci sia di vero nelle accuse di Guzzanti. Certo, se fossero dimostrate, si tratterebbe di colpe molto gravi. Quel che è sicuro, però, è che Prodi non ha attualmente carichi pendenti con la giustizia e, in forza di questo, si presenta alle elezioni come un candidato sufficientemente credibile dal punto di vista dell'onestà personale e della trasparenza.

La situazione personale di Berlusconi è invece completamente diversa. Ha a che fare con la giustizia da decenni, ed è stato coinvolto in una serie impressionante di processi, ampiamente documentati dalla stampa italiana ed estera (non altrettanto, per ovvi motivi, dalle televisioni).

Non mi interessa entrare nel merito dei singoli processi, ma è evidente che le imputazioni dalle quali Berlusconi si è dovuto difendere nel corso degli anni sono gravissime: si va dalla corruzione di giudici al finanziamento illecito di partiti politici, dal falso in bilancio all'appropriazione indebita di capitali, dalle tangenti alla guardia di finanza alla falsa testimonianza. E non ne è uscito sempre pulito: per alcuni reati è stata accertata la colpevolezza con sentenza definitiva, anche se poi quei reati sono stati dichiarati estinti in seguito alla prescrizione, sopravvenuta più rapidamente grazie alla concessione delle attenuanti generiche (corruzione giudiziaria nel processo Lodo Mondadori; tangenti a Craxi nel processo All Iberian; falso in bilancio nel processo sul caso Lentini), o per via di un'amnistia (falsa testimonianza nell'affare dell'iscrizione alla loggia P2; falso in bilancio per la compravendita di terreni a Macherio).

Insomma, di ombre nel passato di Berlusconi ve ne sono non poche e, per quella che è la mia visione della politica e della cosa pubblica, pesano come macigni: fidarsi di un politico non è mai facile, neppure quando non ha mai varcato la soglia di un tribunale in vita sua; figuriamoci poi quando un candidato ha, come Berlusconi, una vera e propria carriera da imputato. Con tutta la buona volontà di non dare mai nulla per scontato, è veramente difficile per il comune cittadino pensare che le disavventure giudiziarie di Berlusconi siano tutte frutto della persecuzione mossagli dalle "toghe rosse". E come la mettiamo con quei reati commessi e arrivati alla sentenza definitiva prima che il Cavaliere si desse alla politica, come per esempio la falsa testimonianza sull'iscrizione alla loggia P2, resa davanti al tribunale di Verona? Quale affidabilità possono avere le dichiarazioni e le promesse odierne di un uomo che non ha avuto timore di testimoniare il falso sotto giuramento? Penso che questi siano legittimi interrogativi di un elettore, non tentativi di «demonizzare» Berlusconi, come invece lui e i suoi alleati amano definire qualsiasi critica che metta in dubbio l'onestà e l'affidabilità del capo del governo.

Considerazioni conclusive

E' del tutto comprensibile che chi ha avuto la pazienza di leggere fin qui possa aver tratto l'impressione che io sia un comunista di ferro o comunque un elettore di sinistra di vecchia data. Mi dispiace deluderlo.

La mia collocazione politica è sempre stata molto difficoltosa in passato, perché, a fianco di idee sicuramente progressiste, ne ho altre invece conservatrici, se non addirittura profondamente conservatrici. Non sono quindi il classico elettore di sinistra. Posso anzi votare indifferentemente a destra o a sinistra a seconda di quanto mi sembrino convincenti i candidati e i programmi del momento.

Ciò che stavolta mi ha spinto a scegliere senza ombra di dubbio la coalizione di centro-sinistra è la somma di tutti i ragionamenti svolti nelle sezioni precedenti di questo scritto. È ciò che è oggi il centro-destra che mi spinge a fuggire a gambe levate e a sperare che la maggioranza degli italiani sia giunta alle mie stesse conclusioni.

Non potrei mai votare, infatti, per:

Tutto ciò non vuol dire che la sinistra italiana sia esente da colpe e difetti. Tutt'altro. Solo che, di fronte a una destra del genere, che è una vera sciagura per l'Italia, gli avversari politici fanno la figura degli statisti. Mi auguro perciò che, domenica sera, si scopra che il Paese è abitato da un numero di «coglioni» ben superiore alla metà degli elettori. Non voglio neanche pensare ad altri cinque anni di governo del centro-destra come quelli appena trascorsi, il cui fallimento, per colmo d'ironia, viene venduto dalla propaganda di parte come una sorta di cavalcata trionfale.

[1] L'analisi svolta in questa sezione non ha alcuna pretesa di completezza e di scientificità: rappresenta solo un personale tentativo di tirare le somme in vista del voto, rivisitando alcuni dei più noti fatti politici degli ultimi quindici anni.

[2] Come dimenticare il «meglio fascista che frocio» di Alessandra Mussolini?

[3] Il ritorno al proporzionale, voluto - non appena ha avuto il sentore di perdere le prossime elezioni - proprio da chi ha governato cinque anni grazie alla stabilità consentita dal sistema maggioritario, è forse l'esempio più clamoroso di anteposizione dell'interesse di parte all'interesse collettivo degli italiani.

Commenti dei lettori

  1. Commento di Valerio - 7/4/2006 ore 8,40

    Sei un mito! Un'analisi stupenda che fotografa esattamente il mio pensiero e nella quale mi identifico perfettamente, anche nelle scelte.
    Complimenti.

    P.S. L'ho letta tutta fino alla fine!
  2. Commento di Michele Diodati - 7/4/2006 ore 9,42

    Caro Valerio, grazie davvero per i tuoi complimenti e per aver linkato l'articolo sul tuo blog. Ma definirmi "mito" è veramente eccessivo: magari "coglione" di questi tempi rende meglio l'idea ;-)
  3. Commento di Dicke - 7/4/2006 ore 10,9

    Carissimo, come al solito eccelli in chiarezza.
    Lieta che ti Valerio ti abbia linkato a noi.
    Il nostro comune amico(non so se ti è capitato di leggerlo) invece prosegue in battaglie a dir poco perse in partenza.
    Non lo invidio proprio, ma gli riconosco la costanza.

    Un caro saluto
  4. Commento di Gabriele Romanato - 7/4/2006 ore 10,16

    L'analisi è esatta e corretta. Avrei aggiunto anche qualche riflessione sull'elettorato, del tipo: quanti fra quelli che lo voteranno guardano il grande fratello? un sondaggio per capire come è messa l'Italia...

    ciao :-)
  5. Commento di Michele Diodati - 7/4/2006 ore 10,43

    Grazie anche a Dicke e a Gabriele per i commenti positivi. Un chiarimento per i lettori del blog. Il comune amico di cui parla Dicke è Gabriele Paradisi, che scrive sul blog "Cieli limpidi". Sì, Dicke, Gabriele ha davvero una grande costanza :-) Ma chi lo sa? A volte la testardaggine viene premiata.

    Per quanto riguarda i sondaggi di cui parla Gabriele Romanato: capisco cosa vuoi dire, Gabriele. Il mio scritto si rivolge naturalmente a persone diverse da quelle che costituiscono il target principale del Grande Fratello. So che quelle voteranno, se voteranno, senza aver perso tempo a preoccuparsi di bilanci analitici sulla passata legislatura e senza neppure conoscere l'esistenze di amene letture che informano sui tanti processi del Cavaliere. E' per questo che sono così preoccupato dagli ultimi appelli populistici, che promettono nuove riduzioni fiscali e abolizione dell'ICI, ben consapevole com'è Berlusconi che vi sono molti milioni di elettori che non sospettano che il beneficio di uno sgravio fiscale si paga con la perdita di un servizio o con l'aumento del costo della vita. Ma può anche darsi che mi sbagli: forse il mago Do Nascimiento ha rivelato a Berlusconi dove ha nascosto la bacchetta magica...
  6. Commento di daniele - 7/4/2006 ore 11,29

    complimenti. Non avevo bisogno di essere convinto ma il suo articolo mi ha permesso di ordinare per bene molti pensieri, fondare convinzioni intuitive, arricchirmi di informazioni che non avevo ancora o in modo frammentario. Ora sono più convinto di aver votato bene (circoscrizione estero). Mi auguro che il Csx vinca le elezioni ma ancor più mi auguro che oltre al risanamento della situazione economica, operi in maniera responsabile per favorire il superamento delle divisioni non solo al suo interno ma soprattutto nel paese. Mi auguro in particolare che possa nascere anche una destra credibile che in certo seno non abbiamo mai avuto.
  7. Commento di Michele Diodati - 7/4/2006 ore 11,58

    Daniele, la ringrazio per i complimenti. Mi auguro anch'io che possa nascere in futuro una destra credibile. Per quelle che sono le mie convinzioni politiche, giudicherei credibile una destra (moderata) che:

    • troncasse ogni rapporto con Berlusconi e i suoi conflitti d'interesse;
    • troncasse ogni rapporto con fascisti, neonazisti, razzisti e xenofobi;
    • troncasse ogni rapporto con partiti anti-italiani e anti-europei come la Lega;
    • ammettesse l'infamia di aver votato compattamente una serie di leggi assolutamente vergogonose;
    • cominciasse a difendere seriamente l'indipendenza dello Stato dalla Chiesa, invece di fomentare le intromissioni di quest'ultima;
    • la smettesse di spalleggiare Berlusconi nella continua delegittimazione dei giudici;
    • la smettesse di candidare individui condannati con sentenze definitive ed altri in odore di mafia.

    Dubito fortemente che vedrò mai la nascita in Italia di una simile destra illuminata.

    Saluti,
    Michele Diodati

    P.S.: una curiosità: da dove scrive?

  8. Commento di daniele - 7/4/2006 ore 12,27

    Be una condizione è penso la ripresa del cammino verso il bipolarismo e soprattutto che non riesca l'impresa della costituzione di un grande centro, che in realtà sarebbe una riedizione della balena, con imprimatur.

    Digito dall'africa zona CEMAC. Nel mio paese di residenza ci sono 200 aventi diritto, ma nelle liste solo una sessantina erano registrati. Bah... dicono che era la prima volta che si votave. Per le politiche si ma ci sono stati le europee e i referendum.
  9. Commento di Alessandro Ferri - 7/4/2006 ore 14,48

    Ciao Michele,
    complimenti per l'articolo, se non ti conoscessi penserei ad un plagio ;-)
    Credo che questo Paese abbia realmente bisogno di diventare normale, abbiamo necessità di almeno una legislatura per dacantare tutti i veleni di questi ultimi anni.
    Anni in cui non abbiamo potuto avere l'alternanza di governo perchè c'era ancora il muro di Berlino, poi caduto il muro ci siamo accorti che quasi tutto il mondo politico era corrotto, per ultimo arriva un personaggio che in "stile sudamerica" tratta il Paese come se fosse di sua proprietà.
    Ma la cosa più grave è che gli italiani detestano la politica, o nel migliore dei casi non si appassionano. Questa campagna elettorale, ad esempio, è stata una vergogna, sembrava di vedere una gara di insulti, roba da riunioni di condominio. Spero che mia figlia, che ora ha 14 anni, alle prossime politiche possa vedere persone nuove, persone capaci di dare un progetto di sviluppo e giustizia a questo Paese, questo porterebbe -a mio avviso- ad una nuova ondata di genuina passione civile che è la linfa di ogni paese democratico.

    Saluti Carissimi
  10. Commento di Michele Diodati - 7/4/2006 ore 15,35

    Ciao Alessandro, grazie per i complimenti (ma perché mai un plagio, poi? :-)).

    Le cose che dici sono condivisibili. Personalmente credo che i veleni nella politica italiana diminuiranno solo quando Berlusconi ci farà la grazia di ritirarsi. Ho visto la conferenza stampa che ha fatto ieri, nel silenzio annichilito dei giornalisti: è stato impressionante. E' talmente nuova la situazione di un presidente del Consiglio che usa il suo potere per attaccare frontalmente un altro potere dello Stato, che il Paese non è ancora in grado di reagire opportunamente. Guardando Berlusconi si ha la percezione di una determinazione assolutamente feroce a conservare il potere: per me rappresenta veramente l'antitesi di come dovrebbe essere un governante. Più Berlusconi si affanna a recitare la parte del leader illuminato, che lavora indefessamente (per la precisione dalle 7,30 di mattina alle 2,30 di notte. C'era qualcun altro che, prima di lui, lasciava perennemente accesa la luce del suo studio in Palazzo Venezia...) per il bene degli italiani, più traspare invece dai suoi comportamenti un attaccamento formidabile all'interesse personale. La sua convinzione che il suo bene sia il bene dell'Italia è una minaccia continua alla democrazia. Io ieri ho avuto paura. Quella rabbia furibonda contro i giornalisti e i giudici mi faceva temere che, contemporaneamente, fosse già partito l'ordine ai carri armati di uscire dai depositi militari e che la conferenza stampa si sarebbe conclusa con la dichiarazione della legge marziale...
  11. Commento di Mario - 7/4/2006 ore 16,28

    In Italia ce la cantiamo e ce la suoniamo tra di noi...

    Le barricate non mi interessano e non mi divertono nemmeno: stimo o disistimo le persone guardando prima altri parametri della loro sensibilità politica.

    Non ho ancora deciso per chi voterò: sono tentato da Per il Sud-L'altra Sicilia, che si presenta fuori dai due schieramenti ed affronta la peggiore tra le anomalie italiane: la questione meridionale. Ma non escludo di poter cambiare idea quando avrò la scheda in mano. Potrei segnare un partito di sinistra. O uno di destra. Buone ragioni per votare di qua e di là ce ne sono. E, mi spiace per Michele, anche al di fuori della sua analisi.


    Ah, un'ultima cosa: non ho mai guardato il Grande Fratello. Così, giusto nel caso dovessi votare per la destra. Se votassi per la sinistra non avrei problemi, le mie capacità di giudizio non sarebbero messe in dubbio, quindi questo mio outing non sarebbe necessario.
  12. Commento di Michele Diodati - 7/4/2006 ore 16,33

    Mario, non ho mai affermato che possono votare per il centro-destra solo gli spettatori del Grande Fratello. Anzi, se tu pensi che vi siano dei buoni motivi per votare il 9 aprile per il centro-destra, mi piacerebbe conoscere questi motivi: il mio scritto, che qui stiamo commentando, non esclude affatto altri pareri e altre convinzioni.
  13. Commento di Michele Diodati - 7/4/2006 ore 17,25

    Mi sembra opportuno riportare qui un articolo di Domenico Fisichella, che è stato vicepresidente del Senato con Alleanza Nazionale, e che, subito dopo l'approvazione della riforma in senso federalista della Costituzione, ha lasciato il partito che aveva contribuito a fondare.

    Adesso Fisichella è passato alla Margherita e questo cambiamento di schieramento politico così radicale, fatto da un uomo così serio e di studi così profondi, la dice lunga sul valore dell'attuale coalizione di centro-destra e su quello che ci possiamo aspettare se, sventuratamente per l'Italia, dovesse rivincere le elezioni.

    Grazie a Vittorio Bica per la segnalazione.

    Data: venerdì 3 marzo 2006 ore 09.26

    Il quotidiano "Il Riformista" ha pubblicato in data 3 marzo 2006 il seguente articolo di Domenico Fisichella

    LE RAGIONI DI UNA SCELTA

    Perché, dopo aver contribuito alla nascita di Alleanza Nazionale e della Casa delle Libertà nei primi anni Novanta del secolo scorso, ho ritenuto di lasciare lo schieramento di centro-destra?

    La risposta rinvia essenzialmente ai cinque anni della legislatura che si sta concludendo, alle scelte compiute dalla coalizione guidata da Silvio Berlusconi, agli esiti che ne sono derivati. Molti aspetti problematici si potrebbero richiamare, dalle difficoltà crescenti della Difesa alla mortificazione dei Beni Culturali, dall'Università che non ha tregua alla improvvida delega sull'Ordinamento giudiziario. Adesso, però, vorrei soffermarmi su cinque aspetti che giudico di particolare gravità dal punto di vista del funzionamento complessivo del sistema politico e del sistema sociale.

    Il primo riguarda la riforma costituzionale, per la quale fortunatamente sarà cruciale il prossimo appuntamento referendario. Fermi restando i gravi errori di metodo e di merito compiuti dal centro-sinistra nella precedente legislatura, e sui quali occorrerà ritornare, sta poi di fatto che la riforma imposta dalla Lega non soltanto si pone in rotta di collisione con la storia nazionale ma, se confermata, renderebbe l'avvenire del Paese assai più difficile di quanto già oggi non sia. Essa, infatti, introduce e alimenta un principio di continua conflittualità tra i diversi livelli istituzionali in cui si articola la vita della Repubblica. In tal modo, essa indebolisce drasticamente la capacità dell'Italia sia di competere sia di realizzare sinergie nei mercati economici e nelle arene politiche dell'Europa e del globo. Un'Italia in stato di costante rissa interna è una realtà debole, marginale, tendenzialmente inetta. Né vale l'argomento che la riforma voluta dalla Lega reintroduce il concetto di interesse nazionale colpevolmente cancellato dal centro-sinistra. È sufficiente considerare l'articolo della Costituzione in cui tale concetto è stato ora inserito, nonché le modalità previste ai fini della sua applicazione, per avere chiaro che di fatto tale presunto recupero si riduce a una finzione giuridica.

    Il secondo aspetto riguarda la nuova legge elettorale. Pur con tutti i limiti ad essa imputabili, la precedente normativa per tre quarti maggioritaria aveva assolto alle sue funzioni fondamentali: dotare la coalizione vincente di maggioranze numeriche adeguate, incoraggiare l'alternanza al Governo tra le coalizioni in concorrenza, consentire la scelta popolare sia dei partiti in competizione sia (nei collegi uninominali) dei candidati delle coalizioni contrapposte. La legge proporzionale ora vigente, viceversa, incrementa la conflittualità interna alle coalizioni, ostacola gravemente la governabilità, sottrae al cittadino elettore qualunque possibilità di scelta dei candidati, incentiva la radicalizzazione delle ali estreme dell'intero schieramento politico. Essa, in definitiva, nuoce gravemente alla stabilità del sistema politico e aumenta fortemente il rischio che si riapra quella faticosa transizione politico-istituzionale che appariva in via di superamento.

    Il terzo aspetto riguarda la politica estera. L'Italia è e deve rimanere una leale alleata degli Stati Uniti. Ciò premesso, è peraltro evidente che, a dispetto di tutte le difficoltà dell'Unione Europea, la vocazione italiana non può che essere vocazione europea. Non esiste nessuna condizione seria e realistica - né di tipo culturale, né di forza economica, né di capacità militare - per una politica alternativa a tale vocazione. Viceversa, le scelte compiute in vari campi dalla coalizione di governo - dalle ricorrenti polemiche sull'euro alla guerra in Iraq - hanno a più riprese assunto un carattere velleitario, contribuendo potentemente a indebolire sulla scena europea e internazionale l'immagine dell'Italia e la sua attitudine a perseguire con concrete possibilità di successo i suoi interessi nazionali e insieme gli equilibri continentali.

    Il quarto aspetto riguarda la politica economica e sociale. Praticamente tutti gli indicatori evidenziano una caduta della capacità competitiva dell'Italia e una inefficacia degli interventi di politica economica posti in essere dalla maggioranza di governo. Bilancia dei pagamenti, debito pubblico, turismo, produttività, carenze della pubblica amministrazione, ritardi nel comparto infrastrutturale, sono altrettanti momenti di un percorso che non può essere giudicato positivamente. E anche il vantato incremento dei posti di lavoro in realtà somma tutti quei rapporti di precariato che tanto contribuiscono all'incertezza specie delle giovani generazioni, così come vi contribuisce la crescita ormai vistosa delle disuguaglianze socio-economiche.

    Il quinto aspetto riguarda la normativa di impronta particolaristica e ad personam che per tanto tempo, e su iniziativa della maggioranza, ha impegnato il calendario parlamentare. Se si aggiungono la questione non risolta del conflitto di interessi e un quadro del sistema mediatico assai preoccupante anche in punto di pluralismo delle opinioni, si avverte il senso di una società civile e politica che si allontana dalla cultura delle regole e dell'interesse generale.

    Ho sollecitato per anni l'attenzione specie di Alleanza Nazionale su tutto ciò, anche attraverso esplicite espressioni di dissenso parlamentare. Oggi ritengo doveroso continuare nel mio impegno pubblico su una diversa frontiera. Penso di conoscere abbastanza bene, in ragione di mezzo secolo di lavoro come studioso di scienza politica e di un trentennio come editorialista politico, contraddizioni, antinomie, limiti dello schieramento di centro-sinistra nel nostro Paese. E quindi ci sarà molto da lavorare, per affermare un tracciato politico e governativo. Ma intanto le elezioni hanno un compito primario. Giudicare ciò che in cinque anni di governo si è fatto, i risultati ottenuti. Sul terreno delle promesse tutti sanno essere disinvolti, e la serietà delle promesse è in genere inversamente proporzionale alla loro disinvoltura. In altri termini, le cose fatte, da fare e non fatte, ben fatte, mal fatte, possono essere valutate con maggiore cognizione di causa rispetto alle ipotesi su un futuro che non c'è ancora. E il giudizio sul quinquennio passato ha un suo fondamento empirico che l'elettorato responsabile non può sottovalutare.

    I problemi di una società variano nel tempo, e ciò pone un'esigenza di selezione, che di volta in volta individui, in una sorta di graduatoria per qualità, quantità, intensità, estensione, profondità, il problema principale da affrontare e di cui farsi carico. Agli inizi degli anni Novanta, il problema principale per l'Italia era impedire che la coalizione politica incentrata sulla "gioiosa macchina da guerra" di Achille Occhetto, allora del tutto impropria alla direzione del Paese, conquistasse il governo nazionale.

    Oggi molte cose sono cambiate. Il problema principale è rappresentato dai costi troppo elevati imposti all'Italia dal governo del cosiddetto centro-destra. Di qui il senso della mia odierna scelta politica. Il segno della sua coerenza sta nel costante riferimento all'interesse della nazione.

  14. Commento di Dati e Fatti - 7/4/2006 ore 17,31

    Ho scoperto, purtroppo, il pesa-nervi solo oggi, grazie a una segnalazione di Valerio e Dicke, che non ringrazierò mai abbastanza.

    Ciò che scrivi è da me condiviso al 100%, non avrei saputo scriverlo meglio e anche mia sorella ne sarebbe entusiasta se fosse ancora tra noi.

    Ho riportato uno stralcio sul mio blog operazioneverita.spilnder, scusa se non ho avuto tempo di avvisarti prima.

    Mi associo ai complimenti di tutti.

  15. Commento di Michele Diodati - 7/4/2006 ore 17,51

    Ciao "Dati e fatti" (un nome, un programma :-)), grazie anche a te per i complimenti e per la citazione. E anzi complimenti a te per l'interessantissimo e utile blog, che non conoscevo.
  16. Commento di Alessandro Ferri - 7/4/2006 ore 20,50

    Michele:
    Ciao Alessandro, grazie per i complimenti (ma perché mai un plagio, poi? :-)).

    Alessandro:
    Perchè è un'analisi degna di un politologo di professione, quindi avrei potuto pensare che non fosse farina del tuo sacco ;-)

    Michele:
    Personalmente credo che i veleni nella politica italiana diminuiranno solo quando Berlusconi ci farà la grazia di ritirarsi.

    Alessandro:
    Già, sarebbe un buon inizio. Per il resto condivido appieno le tue paure... scaccio i cattivi pensieri dicendo "no non è possibile dai, roba da primavera di Praga..."
    Non oso pensare alle dichiarazioni del giorno dopo... brogli, golpe....
    Speriamo bene

    Saluti
  17. Commento di Antonio Viesti - 8/4/2006 ore 15,54

    Michele, io invece difendero' le ragioni del mio non-voto.

    Io non riesco a pensare al 'prodismo' come alternativa al 'berlusconismo', quanto piuttosto ad una piu' banale alternanza di ceto politico, con storie e tradizioni diverse, con diverse culture 'civiche' della partecipazione e dei diritti, ma con terribili identita' di 'visione' e di progettualita' politica complessiva.

    I tratti distintivi, non culturali ma politici, di questo quinquennio berlusconiano - tolta l'involuzione ad personam della produzione legislativa - sono in assoluta continuita' con quelli del governo precedente.

    L'adesione alle neoguerre coloniali occidentali e' dalemiana, non berlusconiana. I CPT detentivi per i migranti - come luoghi di annullamento totale (totalitario, stavo per scrivere!) dei diritti elementari di cittadinanza in spregio della Carta Costituzionale e di tutte le convenzioni internazionali - sono della Turco-Napolitano, non della Bossi-Fini, come pure le politiche di riduzione in clandestinita' (in schiavitu', stavo per scrivere!) dei migranti che vivono nel nostro paese. La precarizzazione delle condizioni di lavoro e, quindi, di vita, di tutti (che non e' un discorso 'generazionale': ventenni, trentenni-quarantenni, e perfino cinquantenni oggi sono 'precari', con difficolta' nel reddito, nell'accesso al credito, ai servizi, all'assistenza sanitaria, ...) e' la riforma del lavoro e della previdenza del vecchio governo, non di questo, che la ha appena continuata. La dismissione di qualunque idea - non dico di pratica - di intervento pubblico nell'economia, anzi proprio la dismissione concreta (regalia, stavo per scrivere!) dell'immenso patrimonio delle partecipazioni statali e' una cosa prodiana, non tremontiana. L'avvilimento della scuola, dell'universita' e della ricerca scientifica e' di Giovanni Berlinguer, non di Letizia Moratti. Politiche energetiche e trasporti? Energie non rinnovabili, e grandi opere: il passante dell'alta velocita' in Val di Susa e' un progetto approvato dal vecchio governo Prodi, non da questo. E l'esclusione dalla rappresentanza politica di tantissimi cittadini - attraverso l'abolizione del proporzionale e la riforma uninominale, di chi e'? Alle passate elezioni, avendo la mia residenza a Bari, sono stato costretto a scegliere nell'uninominale tra un candidato del centro-destra inquisito e condannato in primo grado per partecipazione in associazione mafiosa, ed un candidato del centro-sinistra inquisito e condannato in primo grado per partecipazione in associazione mafiosa: bella alternativa! E infine, chi ha dato avvio al progressivo svilimento della Carta Costituzionale, partorita nei valori dell'antifascismo, della resistenza, e del ripudio della guerra? Te li ricordi i buoni propositi di Violante a proposito dei 'ragazzi' di Salo' e della 'riconciliazione' nazionale e del 25 aprile come 'festa di tutti'?

    Vuoi che continui? Riempirei pagine!

    La questione, a mio avviso, e' questa: manca alla classe dirigente del centro-sinistra una 'visione del mondo', autonoma e critica, la capacita' di comprendere il presente, di produrre, in questo, progettualita' politica 'forte', e non mera gestione, o 'governo', di quel che e'.

    Questa classe dirigente il piu' meglio che sa pensare e' ancora quel modello socialdemocratico europeo di 'welfare', che nella particolare coniugazione italiana era quello delle regioni 'rosse': coop + asili nido + trasporti pubblici = socialismo.
    I processi di globalizzazione hanno in via definitiva reso inattuale tale modello.
    Buona parte del lavoro si delocalizza, quello che resta si precarizza, si blindano i confini dell'occidente contro i migranti in esodo da fame, miseria e guerra, si torna - dal neocolonialismo morbido del dopoguerra alle vecchie brutali conquiste coloniali di un tempo, con tutto l'armamentario ideologico neocon/teocon ferrariano e fallaciano che conoscevamo: i civili e i selvaggi, lo scontro di civilta', l'esportazione della democrazia e della civilta', i nostri bravi ragazzi in Iraq.
    Per comprendere il presente occorre tirar giu' dagli scaffali i romanzi impolverati della nostra infanzia: Dickens ci racconta la miseria delle nostre metropoli occidentali, e Salgari ci racconta le nostre contemporanee guerre umanitarie e civilizzatrici. Eccolo, il nostro presente.

    Occorre davvero ripensare in termini globali il presente, e le culture e le pratiche della politica, staccandosi dalla coda di quel carro trionfale della 'fine delle ideologie' e 'fine della storia' che ci tiene incatenati dalla caduta del muro di Berlino in poi.

    Allora io domani non voto.

    Tutte le volte, in tutti questi anni, sono andato al seggio elettorale con commozione.
    Per i riti della democrazia: i carabinieri a presidiare i seggi, le schede ripiegate, le matite indelebili, i manifesti 'Ogni elettore ricordi che...' con il monito dei diritti e dei doveri elettorali, i simboli di partito, le liste dei candidati, le cabine elettorali di truciolato, le notti di spoglio e scrutinio delle schede cui tante volte ho partecipato come rappresentante di lista o scrutatore.
    Che ad ogni passo nel seggio mi ripetevo nei pensieri la retorica che la nostra e' una democrazia 'giovane', da difendere come un alberello, e mi vedevo Gramsci a morire in una cella di Turi, e Pertini, e Matteotti, e Gobetti.
    Mi da tristezza pensare che domani non saro' parte, per la prima volta, di questo rito civile.
    Ma pazienza, mi resta la piu' grigia e deprimente assemblea condominiale di dopodomani, per votare.
  18. Commento di Michele Diodati - 8/4/2006 ore 17,19

    Antonio, grazie innanzitutto per il bel commento, da cui trapela, pur nella dichiarazione di non voto, una passione civile non comune di questi tempi.

    Tu scrivi:

    La questione, a mio avviso, e' questa: manca alla classe dirigente del centro-sinistra una 'visione del mondo', autonoma e critica, la capacita' di comprendere il presente, di produrre, in questo, progettualita' politica 'forte', e non mera gestione, o 'governo', di quel che e'.

    Forse ti sorprenderà, ma io la penso allo stesso modo, o quasi. Prendiamo la battaglia di Bertinotti per eliminare la precarietà dal mercato del lavoro italiano: mi sembra una reazione - giusta e comprensibilissima, per carità - a una situazione globale della quale, però, gli sfugge forse la vera chiave di comprensione. Le trasformazioni sociali avvenute in questi ultimi venti anni sono immense e hanno cambiato le persone, e di conseguenza il mondo del lavoro, innanzitutto psicologicamente. Io credo che oggi gli italiani siano del tutto impreparati a confrontarsi con la concorrenza dei paesi orientali e con le sfide poste dalla forza lavoro proveniente dall'Est e dal Sud del mondo, qualsiasi sia la legislazione del lavoro posta in essere.

    Voglio dire che la precarietà moltissimi se la portano dentro come connotato psicologico; non è solo la conseguenza di una vessazione operata da datori di lavoro senza scrupoli (oppure schiacciati dal famoso cuneo fiscale).

    Potrei citare molte storie di famiglie della mia città natale, Caserta, in cui da genitori di umili origini e umile lavoro, ma seri e laboriosi, sono venuti fuori negli anni '60 e '70 schiere di figli divenuti professionisti di un certo livello, i quali hanno studiato e si sono laureati grazie non solo alla relativa tranquillità economica offerta dai genitori, ma grazie soprattutto a una disciplina interiore acquisita in famiglia. Non potevano, cioè, esimersi dal migliorare le loro condizioni rispetto a quelle dei genitori: era quasi un debito che sentivano di avere verso la famiglia, che gli aveva consentito di poter studiare e affermarsi, mentre ai loro genitori, usciti dalla guerra e figli di un'Italia molto più povera, non era toccata una simile fortuna.

    La società italiana di oggi è invece completamente diversa: ci sono trentenni e quarantenni che sono cresciuti per così dire nella bambagia; che hanno avuto poca concorrenza perché nati in famiglie poco numerose; che hanno avuto più soldi da spendere da ragazzi e da giovani, e molti più modi in cui impiegarli rispetto ai loro genitori. Questa generazione, forse per la prima volta nella storia italiana, si è potuta permettere il lusso di avere problemi psicologici e di fallire per problemi psicologici.

    Penso che di questo non si possa non tener conto, se si deve progettare un futuro possibile. Ecco perché sono d'accordo con la tua diagnosi: penso che nessun politico italiano, né di destra né di sinistra, possieda la ricetta giusta per dare all'Italia di oggi quella spinta, soprattutto morale, che le manca per uscire fuori dal pantano in cui ci troviamo. Io vedo una massa di persone depresse, che fanno lavori insoddisfacenti, precari o non precari, e che non riescono a trovare un senso profondo da dare alle loro vite. Sono convinto che l'enorme aumento degli omicidi familiari apparentemente insensati, soprattutto di madri verso i figli piccoli, abbia la sua radice in questa mancanza di senso, che fa vivere le persone giorno per giorno con una specie di ombra sul cuore. Di fronte a questa debolezza interiore degli italiani, gli stranieri che riescono a trovare lavoro qui, anche se oggi versano in condizioni spesso disumane e quasi sempre di indegno sfruttamento, sono comunque destinati ad essere i vincitori di domani: questo perché non hanno gravi zavorre psicologiche con cui combattere; la loro lotta è tutta verso l'esterno, per arrivare alla fine del mese, per comprare ciò che serve, per mandare qualche soldo ai parenti lontani.

    Riguardo a questa situazione psicologica in cui versano milioni di italiani, la politica è al momento senza risposte e - temo - senza neppure una vera capacità di comprensione.

    Posto dunque che concordo con la tua diagnosi (manca una visione del mondo anche nel centro-sinistra), tuttavia non concordo affatto con la tua conclusione. L'astensione dal voto mi sembra un grosso errore; mi sembra un modo un po' qualunquista di dire: tanto sono tutti uguali, destra e sinistra; che io voti o non voti non cambia proprio nulla. Personalmente non penso affatto che destra e sinistra siano uguali né per quanto riguarda il valore delle "ricette" che propongono oggi agli italiani né per quanto riguarda la "dignità istituzionale" dei leader delle due coalizioni.

    E' vero, nessuno di loro ha la ricetta giusta. Nessun politico ha capito, per esempio, che occorre un cambio di filosofia radicale, che mostri agli italiani (e non solo) una via per il futuro fatta non più di ricerca del profitto personale o familiare, ma fatta invece di progresso culturale, progresso interiore, educazione e autoeducazione, capacità di vivere con meno ricchezze ma in maggiore armonia con la natura e con gli altri popoli.

    Tuttavia, il centro-sinistra propone oggi agli italiani "ricette" che, pur con tutti i loro limiti, sono a mio avviso moralmente migliori di quelle proposte dal centro-destra. I comizi di Berlusconi (e in minor misura quelli dei suoi alleati) sono stati qualcosa che mi ha fatto stringere il cuore: tutto incentrato sul possesso individuale di ricchezze; tutto incentrato sul risparmio delle tasse; tutto incentrato sull'evitare il rischio che i partiti mettano le mani nelle "tasche del ceto medio". Dio mio che squallore infinito!!! Si è visto in questa campagna elettorale qual è la filosofia di Berlusconi: stringi stringi, si tratta di una lotta senza quartiere per mettere lo Stato in un angolo, affinché gli individui più forti possano prevalere nella guerra per il profitto. Non c'è una vera aspirazione umanitaria, non c'è alcuna consapevolezza della necessità morale di invertire la rotta e non pensare più l'economia solo come una corsa verso l'arricchimento degli individui, ma piuttosto come un modo, più sano e armonico di quanto non sia oggi, di integrare la popolazione nell'ambiente locale e globale. Non è un caso che, sotto il governo Berlusconi, gli aiuti umanitari italiani siano crollati sotto il livello di guardia, molto al di sotto di quello che era l'impegno contratto con le altre nazioni.

    Tu mi dirai che la sinistra non è migliore. Sarà, ma un Di Pietro che sostiene la campagna "Parlamento pulito" e non candida nell'Italia dei Valori nessun condannato, mentre UDC e Forza Italia riservano posti d'onore all'indagato per frequentazioni mafiose Cuffaro e al condannato a 9 anni Dell'Utri, a me pare che faccia una grossa differenza. Tra la propaganda berlusconiana di abolire l'ICI e la tassa sui rifiuti, lanciata alla fine della campagna elettorale senza spiegare come i comuni potranno fare fronte al minore introito evitando di tagliare i servizi, e la proposta prodiana di tassare di più le rendite finanziarie di chi ha di più, io francamente preferisco la seconda ricetta. Mi sembra che vi sia in essa, e di gran lunga, una visione di maggiore giustizia sociale.

    Per non parlare, poi, del comportamento di Berlusconi, pronto a trasgredire qualsiasi regola della democrazia (vedi l'ultima agghiacciante conferenza stampa, in cui ha attaccato la libertà dei giornali e quella dei giudici, facendolo non come privato cittadino, ma con tutto il peso della presidenza del consiglio alle spalle). Vuoi davvero che si rischi questo per altri cinque anni?

    Il tuo dire "non voto" mi sembra una forma di rifiuto totale della situazione attuale, che, in virtù dello sdegno che ti anima, ti impedisce però anche di fare le necessarie differenze tra l'una e l'altra parte. Per quanto io pensi, come te, che occorra oggi una nuova visione politica per il futuro, completamente diversa dalle politiche attuali, pure sono disposto, però, a concedere a chi si presenta oggi per governare la possibilità di progredire per piccoli passi. Solo per questa ragione, credo che oggi votare centro-sinistra sia preferibile non solo a votare centro-destra, ma anche rispetto all'astensione.

  19. Commento di Gabriele Romanato - 8/4/2006 ore 19,1

    Premetto che anch'io fino a qualche tempo fa la pensavo come Antonio. Le ragioni che mi hanno spinto a cambiare idea sono da ricercare nel bisogno di rovesciare una situazione che si è fatta insostenibile. In questi cinque anni l'Italia ha perso prestigio a livello culturale, politico ed economico. Cito un esempio che mi è vicino: la mia università lotta da anni contro una scandalosa mancanza di fondi che le impediscono di svolgere quel ruolo culturale che le compete. Mancano attrezzature, manca personale, manca organizzazione. Ci si sente rispondere che non ci sono i soldi. Questo perchè il presente governo nelle sue finanziarie ha destinato solo briciole all'università ed alla ricerca. La maggior parte dei nostri ricercatori va all'estero. La "fuga di cervelli" è una triste realtà. Qui in Italia un giovane che vuole farsi conoscere non ha la possibilità materiale di farlo. E a questa frustrazione si aggiunge la precarietà di una condizione lavorativa che mette il datore di lavoro nelle condizioni di abusare della legge sul lavoro per i suoi fini economici. E il giovane sta a guardare, impotente. In questi cinque anni i costi per le famiglie sono arrivati alle stelle. E' inutile tagliare tasse se gli stipendi sono sempre gli stessi e se il costo della vita aumenta (acqua, luce, gas, benzina, alimenti, ecc). Quindi io vado a votare. I'm proud to be a dork. ciao :-)
  20. Commento di Andrea Paiola - 9/4/2006 ore 13,46

    Votato! ciao ciao Berlusca! :D
  21. Commento di Giuseppe Giordano - 7/8/2006 ore 23,18

    Bellissimo articolo,obiettivo,senza prese di posizioni,anche se a ragioni,meglio Prodi, che Berlusconi,imputato di infiniti processi, Diodati è 1 ottimo giornalista,serio e sincero
  22. Commento di Michele Diodati - 8/8/2006 ore 9,10

    Grazie, Giuseppe, per il "serio e sincero". Un'unica precisazione: non sono un giornalista, ma solo una persona che ha esposto pubblicamente le sue riflessioni politiche.
  23. Commento di Andrea - 1/12/2006 ore 11,22

    Ma alla luce di quanto sta succedendo ora (finanziaria ecc. ecc.) avresti ancora il coraggio di mantenere le tue posizioni mentre tuo compare Prodi ci và in.....do a destra e a sinistra?
  24. Commento di Michele Diodati - 1/12/2006 ore 16,9

    Premesso che con Prodi non ho nulla di personale da spartire (compare?! ma che ti sei fumato?), ti rispondo senza alcun problema: sì, la penso ancora adesso esattamente come prima delle elezioni. Se vuoi sapere in dettaglio perché, leggi (o rileggi) questa mia risposta di qualche mese fa, in questa stessa pagina dei commenti.

    Sull'attuale finanziaria, che evidentemente ti fa tanto indignare, penso che la destra abbia avuto buon gioco scatenando tutta la demagogia di cui è capace, fatta di slogan e frasi fatte ("la peggiore finanziaria dal dopoguerra", ecc.).

    La verità è che in Italia nessuno vuole rinunciare ai propri privilegi e comportarsi secondo onestà e giustizia: quelli che lucrano all'interno dell'amministrazione pubblica - vedi scandalo perenne della sanità siciliana - vogliono continuare a farlo, e purtroppo ci riusciranno; quelli che godono delle cosiddette "pensioni d'oro" non vogliono contribuire neppure con un misero 3% più degli altri (notizia di oggi) al risanamento dei conti pubblici; gli ordini professionali non vogliono neppure sentir parlare di liberalizzazione delle tariffe (che sarebbe un tema di destra, in un paese normale...); quelli che hanno rendite finanziarie enormi portano i soldi all'estero oppure fanno le barricate contro il rischio che vi sia finalmente una tassazione equa su quei soldi; i professionisti che evadono il fisco tutti i giorni (so di medici da 200 euro a visita che non rilasciano una ricevuta fiscale neppure con un coltello alla gola) non vogliono accettare di ricevere pagamenti col bancomat, naturalmente non per continuare ad evadere, ma per difendere la "povera vecchina" che non ha il conto corrente... E potrei continuare per ore.

    Ma in un paese simile è logico che la destra più demagogica e cialtrona che esista al mondo riscuota consensi e vada in piazza!

Articolo di Michele Diodati pubblicato il  7/4/2006 alle ore 0,49.

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