Il Pesa-Nervi

«Lei parla a vanvera, giovanotto!
No, penso a dei critici con la barba».

Libertà d'espressione sì, ma con criterio

Un sondaggio a cui hanno partecipato 350 votanti ha cercato di capire se i lettori del Pesa-Nervi siano a favore della libertà di espressione sempre e a qualunque costo oppure se ritengano che in certi casi l'autocensura sia la scelta migliore.

E' ancora viva l'eco dei disordini accaduti recentemente in vari paesi di religione musulmana a seguito della pubblicazione su un giornale conservatore danese, il Jyllands-Posten (e a seguire su numerosi altri giornali di tutto il mondo) delle ormai celeberrime vignette satiriche sul profeta Maometto.

La storia è raccontata con dovizia di particolari in un lungo articolo in inglese su Wikipedia (al momento in cui scrivo il corrispondente articolo in italiano è molto più scarno).

[La pagina del sito del Jyllands-Posten che contiene l'articolo su Maometto]Tutto comincia il 30 settembre 2005, quando il Jyllands-Posten pubblica un articolo intitolato Muhammeds ansigt, cioè «Il volto di Maometto», all'interno del quale compaiono dodici vignette satiriche, alcune delle quali mostrano ritratti caricaturali del profeta.

La ragione alla base di una simile iniziativa è ben spiegata in un passo del citato articolo, uscito sul quotidiano danese a firma di Flemming Rose:

La moderna società secolare è rifiutata da alcuni musulmani. Essi pretendono una posizione speciale, insistendo sulla speciale considerazione dei loro propri sentimenti religiosi. Ciò è incompatibile con la democrazia contemporanea e con la libertà d'espressione, in virtù della quale bisogna essere pronti a far buon viso a cattivo gioco, accettando l'insulto, l'ironia e il ridicolo. [...] noi ci troviamo su una china scivolosa, dove nessuno sa dire fino a che punto giungerà l'autocensura. Ecco il motivo per cui il Morgenavisen Jyllands-Posten ha invitato dei membri dell'unione editoriale dei vignettisti danesi a disegnare Maometto così come essi lo vedono.

L'affare delle vignette esplose producendo un incendio di inimmaginabile potenza, con conseguenze che sicuramente sono andate molto oltre quello che i giornalisti del Jyllands-Posten avrebbero mai potuto supporre.

Le ambasciate di molti paesi musulmani cercarono di indurre il primo ministro danese, Anders F. Rasmussen, a prendere le distanze dall'iniziativa del Jyllands-Posten, chiedendogli di condannare pubblicamente l'offesa inflitta ai musulmani e alla religione musulmana. Ma Rasmussen non si prestò al giocò. Come capo del governo di una nazione che faceva - e fa - della libertà di espressione un cardine irrinunciabile della sua democrazia, non poteva cedere al ricatto delle diplomazie dei paesi musulmani. Così si limitò a rispondere seccamente: «Il governo rifiuta di scusarsi perché il governo non controlla né i media né le singole testate; ciò sarebbe in violazione della libertà d'espressione.»

Ai musulmani offesi non restava che adire la via della giustizia e dei tribunali danesi, ma anche in questo caso avevano sbagliato i loro conti. Il giudice competente al quale era stata inoltrata la denuncia stabilì infatti, con decisione del 6 gennaio 2006, che non vi era luogo a procedere. Nelle vignette satiriche pubblicate dal Jyllands-Posten non ravvisava la violazione di quegli articoli del codice penale danese che puniscono l'offesa e la discriminazione ai danni di gruppi a causa della loro religione: ciò sia per il fatto che ai giornalisti, in virtù del lavoro che svolgono, è concessa un'estesa libertà di stampa sia per l'interesse pubblico che l'argomento trattato dall'articolo del Posten rivestiva.

Intanto il fuoco della protesta diventava violenza in molti paesi di religione musulmana, con veri e propri assalti alle ambasciate e ai consolati danesi, con l'incendio delle bandiere danesi nel corso di infuocate manifestazioni di piazza, con slogan e minacce di morte. In men che non si dica, la Danimarca si trovò a fronteggiare quella che fu definita come la peggior crisi internazionale che il Paese aveva vissuto dalla fine della Seconda Guerra Mondiale in poi.

In un contesto internazionale così esplosivo, toccò anche all'Italia di recitare una parte non secondaria, grazie ad una discutibile iniziativa dell'ineffabile ministro per le riforme Calderoli, il quale, nel corso di un'intervista televisiva andata in onda nell'ora di massimo ascolto, pensò bene di mostrare alle telecamere una maglietta che aveva sotto la camicia, sulla quale si era preso la briga di far stampare alcune delle vignette satiriche pubblicate dal Jyllands-Posten. Tra le gravissime conseguenze del gesto provocatorio di Calderoli, vi fu una sorta di sollevazione popolare a Bengasi, in Libia, contro gli italiani e il consolato italiano. La rivolta, sedata a fatica dalla polizia, lasciò undici morti libici sul campo. Per Calderoli, a quel punto, le dimissioni da ministro furono l'unica scelta possibile.

* * *

Basti questo come stringato (e parziale) resoconto dei fatti. Quel che mi preme mettere in luce è che la questione sollevata dal Jyllands-Posten è di importanza capitale. La libertà di espressione è infatti garantita da tutti i paesi realmente democratici, perché è considerata il fondamento del pluralismo; ma è evidente che l'esercizio di una completa libertà di espressione può portare a conseguenze molto spiacevoli, se non addirittura tragiche. Solo che bilanciare la libertà di espressione con i veti necessari a far sì che non se ne faccia un uso pericoloso (per esempio per l'ordine pubblico) è cosa tutt'altro che semplice.

La nostra stessa Costituzione dimostra quanto sia difficile far coesistere libertà di espressione e tutela del sentire comune senza cadere in contraddizione. L'articolo 21 della Costituzione italiana comincia infatti con una grandiosa affermazione di principio: «Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione». Ma termina poi con una pesante restrizione di quella libertà: «Sono vietate le pubblicazioni a stampa, gli spettacoli e tutte le altre manifestazioni contrarie al buon costume. La legge stabilisce provvedimenti adeguati a prevenire e a reprimere le violazioni». Vi si legge tra le righe che chi ha un pensiero contrario al "buon costume" non è poi così libero di esprimerlo, come è libero invece chi ha pensieri conformi alla pubblica decenza o, comunque, rispetto a quella indifferenti.

La libertà di espressione garantita per legge può trovare due diversi limiti alla sua attuazione, uno esterno ed uno interno. Il limite esterno sta nelle stesse leggi, che prevedono delle fattispecie in cui la libertà di espressione non è concessa. Un esempio di limite esterno alla libertà di espressione è la legge 645 del 20 giugno 1952, che, tra le altre cose, proibisce l'apologia del fascismo.

Il limite interno sta invece nella volontaria autocensura: per evitare le conseguenze sgradevoli, ma non illegali, della pubblicazione (sotto forma di scritti, disegni o altro) delle proprie opinioni, si decide di rinunciare autonomamente alla libertà di espressione. E' contro questa possibilità che i giornalisti del Jyllands-Posten hanno ritenuto di dover insorgere, pubblicando le dodici vignette sul profeta Maometto e la religione islamica.

I limiti che l'autocensura pone alla libertà di espressione non sono definiti da leggi universali o da regole di comportamento unanimemente riconosciute e condivise. Non c'è, anzi, materia più opinabile. Ecco il perché di questo sondaggio del Pesa-Nervi. Era interessante scoprire l'opinione dei lettori del blog: cosa avrebbe fatto ciascuno di loro se si fosse trovato di fronte al dilemma di pubblicare o non pubblicare le famose vignette satiriche? Di seguito le risposte dei 350 lettori che hanno partecipato al sondaggio.

Se fosse dipeso da te, avresti pubblicato le vignette satiriche su Maometto?
N. Opzioni % Voti
1 No. La libertà di espressione non può essere assoluta: non è giusto offendere i valori fondamentali in cui credono interi popoli 46,6 163
2 Sì, la libertà di espressione è un diritto inviolabile, da preservare a qualsiasi costo 39,4 138
3 No, ma per mere ragioni di opportunità (evitare violenze e ritorsioni a mio danno) 11,4 40
4 Non so 2,6 9

Come si vede dalla tabella, c'è una percentuale di lettori abbastanza alta, pari a quasi il 40 per cento dei votanti, che ha detto «Sì» alla pubblicazione delle vignette, perché la libertà d'espressione va difesa a qualsiasi costo. Se a questo 40 per cento sommiamo l'11,4 per cento di lettori che ha detto «No» solo per ragioni di opportunità (evitare ritorsioni a proprio danno), abbiamo oltre il 50 per cento di lettori che avrebbe pubblicato le vignette, incurante dell'offesa che esse arrecano al sentire religioso degli islamici. (Sarebbe interessante, però, scoprire quale sarebbe stata la percentuale di «Sì», se invece di vignette satiriche sulla religione musulmana si fosse trattato di vignette blasfeme che irridevano i simboli più importanti del cristianesimo.)

A fronte di questo 50 per cento, c'è una percentuale di lettori poco più bassa (46,6 per cento) che è disposta ad autocensurarsi, in nome del principio che non è giusto offendere i valori fondamentali in cui credono i popoli. Qui sarebbe stato interessante scoprire quale sarebbe stata la percentuale di votanti favorevoli al «No», se le vignette, invece di toccare una religione diffusissima come l'islamismo e di urtare la violenta reattività dei suoi fedeli, avessero toccato una minoranza religiosa costituita da pochi individui non violenti. In un caso simile il rischio sociale della pubblicazione sarebbe stato pari a zero, ma il principio da difendere - o da violare - sarebbe stato esattamente il medesimo: non offendere le credenze profonde degli altri (ho l'impressione che in questo caso la percentuale dei «No» sarebbe stata significativamente minore).

I sondaggi del Pesa-Nervi danno la possibilità ai partecipanti di corredare il proprio voto con opinioni, chiarimenti o proposte alternative: la loro lettura fornisce un quadro abbastanza indicativo delle reali motivazioni che ispirano i votanti (non sempre corrispondenti alle opzioni che il sondaggio mette a disposizione). Ecco di seguito i pareri aggiunti dai lettori in coda a questo sondaggio. Cominciamo da quelli che sono classificabili come favorevoli al «Sì»:

Il primo appunto sembra scritto da Borghezio in persona, tanto è truce nel suo irriducibile razzismo. Il secondo, il terzo e il quarto mi sembra che estendano impropriamente al resto del mondo la percezione di quelle vignette avuta da chi li ha scritti: non avendole giudicate offensive, costoro credono che non dovrebbe giudicarle offensive nessun altro (cosa evidentemente smentita dai fatti). Mi sembra che solo gli ultimi due testi esprimano posizioni appropriate alla questione e degne di considerazione.

Ecco ora invece i pareri dei lettori favorevoli al «No»:

In questi tre pareri emergono da un lato la volontà di preservare la pace anche a costo di autocensurarsi e dall'altro la consapevolezza che un cristiano può essere offeso allo stesso modo di un musulmano da una satira che ridicolizzi i simboli della propria fede.

* * *

In conclusione, si può dire che il sondaggio abbia fotografato una situazione di profonda incertezza e spaccatura. Vi sono due posizioni inconciliabili e di peso quasi uguale: una che sostiene che la libertà di espressione deve trovare un limite nel non arrecare offesa agli altri (il 46,6% dei votanti) ed una, opposta, che sostiene che la libertà di espressione va esercitata (il 39,4%), o almeno che si vorrebbe esercitarla (l'11,4% che ha votato "no" per mera convenienza), anche a costo di offendere qualcuno.

Ragionando astrattamente, è possibile stabilire se uno dei due partiti ha ragione, o almeno ha più ragione dell'altro?

Se si dovesse giudicare col senno di poi e usando come misura del "bene" il principio della riduzione dei conflitti, verrebbe da dire che hanno ragione i "no", indipendentemente dalla motivazione ("no" per questione di principio o "no" per convenienza): se il Jyllands-Posten non avesse pubblicato l'articolo e le vignette, il mondo avrebbe evitato una grave crisi internazionale, con morti e incidenti.

Giudicando, invece, come cittadini di democrazie mature che hanno come misura del "bene" la conservazione e l'esercizio del pluralismo, abituati come siamo a un dibattito pubblico in cui coesistono opinioni e posizioni diametralmente opposte, dovremmo concludere che il Jyllands-Posten ha fatto bene a dare spazio alla satira religiosa sull'Islam: sono i cittadini musulmani che vivono in Occidente a doversi abituare alle regole del pluralismo e non gli Occidentali a dover rinunciare ad esse in nome della pacifica convivenza.

Ma se vogliamo essere onesti fino in fondo, dobbiamo riconoscere che la vicenda è complessa ed in essa c'è di più del semplice desiderio di difendere la libertà di satira e di critica. Possiamo giustificare, per esempio, l'esibizione televisiva di Calderoli, considerandola nient'altro che un tentativo ragionevole di difendere la libertà di espressione? O non è stata piuttosto, la sua, una stupida provocazione, non solo inopportuna per il momento (la crisi internazionale era già nel suo pieno svolgimento), ma anche sgradevole per il modo? Non c'era forse in quel gesto di Calderoli anche e soprattutto l'espressione di una malcelata aria di superiorità e di sfida, in cui il contenuto satirico delle vignette non aveva più alcuna importanza in sé, ma contava solo il bisogno di offendere il "nemico", l'"invasore" musulmano? Credo che per Calderoli le vignette satiriche su Maometto non fossero tanto un problema di libertà d'espressione, quanto l'occasione di mettere in mostra il suo (pre)giudizio culturale contro gli stranieri, nel caso specifico i musulmani.

Non sarebbe difficile avere una riprova di questa mia affermazione. Basterebbe diffondere in Italia e in Occidente un articolo contenente vignette satiriche ultrablasfeme su ciò che c'è per noi di più sacro nel cristianesimo. Mi piacerebbe a quel punto contare quanti sarebbero i conservatori, e gli occidentali in generale, che insorgerebbero a difesa della libertà d'espressione e di satira. Temo molto pochi...

Cosa dobbiamo fare, allora? Dire tutto e sempre in nome della libertà d'espressione, anche a costo di provocare una guerra di religione, oppure praticare l'autocensura per non offendere gli "altri", chiunque siano questi "altri"?

La mia idea è che si debba fare di tutto per preservare la libertà d'espressione, anche a costo di offendere qualcuno, ma... c'è un ma: solo quando ne vale veramente la pena. Nel caso delle vignette pubblicate dal giornale danese, ne valeva la pena? La questione si potrebbe mettere anche in questo modo: siamo minacciati oggi dai musulmani nella nostra libertà d'espressione? In certa misura sembrerebbe di sì. Il regista Theo Van Gogh è stato ucciso, in Olanda, per il suo cortometraggio di denuncia della condizione della donna nell'Islam. Qui da noi, a Bologna, la polizia deve tenere costantemente sotto controllo la chiesa di San Petronio, dove c'è un affresco in cui il profeta Maometto è rappresentato in un modo che ai musulmani non piace.

Se il nostro scopo, in quanto democratici e pluralisti, è non perdere la libertà d'espressione nonostante gli attacchi a cui quella libertà è sottoposta, dobbiamo chiederci però quale sia il modo migliore di conservare ed esercitare tale libertà. Offendere pesantemente i musulmani per affermare il nostro diritto di critica e di satira è un modo intelligente di esercitare la nostra libertà d'espressione? Non credo. Penso che il modo più intelligente sia quello di dire ciò che si vuole dire senza aggiungervi il carico dell'offesa gratuita.

La libertà d'espressione non dovrebbe essere licenza di dire e fare qualsiasi cosa in qualsiasi modo ci passi per la testa (altrimenti la pazzia diventerebbe la regola della convivenza sociale). Nei casi più controversi, la libertà d'espressione dovrebbe esercitarsi soprattutto come ricerca dell'obiettività: dire solo ciò che possiamo dire in base alle informazioni in nostro possesso; non dare giudizi avventati; esprimere sì le nostre opinioni, ma con lo scopo della verità, non con quello della prevaricazione a danno di qualcuno. Forse neppure questo sforzo di obiettività basterebbe a placare i più fanatici e facinorosi, ma resto convinto che la vera libertà d'espressione si raggiunga scoprendo ed eliminando innanzitutto i propri pregiudizi. Occorre, cioè, essere liberi prima di tutto da se stessi, se si vuole esercitare una libertà di pensiero che sia eticamente accettabile, e che non sia solo una delle tante forme che assumono la prevaricazione e la violenza.

Articolo di Michele Diodati pubblicato il  26/4/2006 alle ore 1,23.

Indice del Pesa-Nervi | Diodati.org

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