Il Pesa-Nervi

«Lei parla a vanvera, giovanotto!
No, penso a dei critici con la barba».

Un sistema politico degenerato

Nel nostro Paese l'interesse pubblico è sempre minacciato dagli interessi privati dei politici e della politica.

Didascalia:
L'avvocato Pecorella

Nella giornata in cui l'Italia piange i nuovi caduti di Nassiriya, altri due avvenimenti di non secondaria importanza rischiano di passare in secondo piano. Il primo è la decisione della Corte d'Appello di Milano di respingere tutte le eccezioni contro l'inappellabilità della sentenza di assoluzione a favore di Berlusconi nel processo SME, in osservanza di quanto stabilisce la cosiddetta "legge Pecorella". Il secondo è la decisione dell'Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni di dichiarare il direttore generale della RAI Alfredo Meocci incompatibile con la carica che ricopre.

Il primo avvenimento è la logica conseguenza di un groviglio incredibile e inaccettabile tra interesse pubblico e interessi privati. Gaetano Pecorella, il deputato promotore della legge sull'inappellabilità delle sentenze di assoluzione, presidente della Commissione Giustizia della Camera, è anche - che coincidenza! - avvocato difensore di Berlusconi. Quest'ultimo è allo stesso tempo capo del governo (uscente), presidente di Forza Italia, lo stesso partito di Pecorella, e beneficiario, come privato cittadino, del provvedimento promosso dal suo avvocato.

Quale miscuglio di interessi privati e pubblici converga nei ruoli istituzionali ricoperti dall'avvocato Pecorella è ben spiegato in un vecchio articolo di Gianni Barbacetto, uscito su Diario nel 2002, del quale cito uno stralcio (l'articolo è disponibile in rete sul sito Societacivile.it):

Primo officiante della celebrazione autunnale del funerale della giustizia italiana sarà Gaetano Pecorella, che dovrà guidare il dibattito sul «legittimo sospetto» in quanto presidente della commissione Giustizia della Camera dei deputati. Pecorella è anche difensore di Silvio Berlusconi, e proprio nel processo di Milano che potrebbe essere subito spostato a Brescia dalla Cassazione (e quindi inghiottito dalla prescrizione) non appena il «legittimo sospetto» diventerà legge dello Stato. Insomma, Pecorella è un Giano Bifronte: avvocato nelle aule di Tribunale e al tempo stesso legislatore che confeziona e spinge in Parlamento le leggi utili a ottenere successi professionali in Tribunale.

L'opposizione ha chiesto che, almeno questa volta, Pecorella si astenga dal presiedere la commissione. «Non solo è l'avvocato dell'Imputato e contemporaneamente è colui che pensa e scrive le leggi utili a risolvere i problemi processuali dell'Imputato stesso, che è anche suo Capo politico», argomenta il senatore Nando dalla Chiesa, «ma questa volta dovrebbe perfino stabilire le procedure di approvazione parlamentare di una di quelle leggi. Dovrà selezionare e stabilire le priorità nell'ordine del giorno, decretare il numero e gli orari delle sedute, decidere a colpi di maggioranza le interpretazioni del regolamento: e questo in una situazione in cui la legge deve passare prima che inizino a Milano le requisitorie finali dell'accusa contro il suo cliente e i suoi coimputati».

Pecorella ha già promesso che (alla Camera) non tollererà manovre ostruzionistiche per rallentare l'approvazione della legge. Proprio lui che (in Tribunale) è ricorso a ogni tipo di ostruzionismo per rallentare il processo.

La notizia della non impugnabilità dell'assoluzione di Berlusconi nel processo SME è stata data stasera dal TG1 alle 20,26, cioè quattro minuti prima della chiusura, a ridosso dei servizi di costume e di sport. La lettura della notizia è durata esattamente tre secondi e non c'è stato alcun servizio di approfondimento sulla vicenda, come è normale che sia per il più filoberlusconiano dei telegiornali (forse anche più di quello di Rete 4). Solo una smorfia quasi impercettibile della conduttrice Maria Luisa Busi ha suggerito allo spettatore attento il disgusto che suscita l'intera vicenda di un presidente del consiglio che, grazie alla legge proposta dal suo avvocato, deputato e presidente della Commissione Giustizia, sfugge al ricorso in appello avverso la sua assoluzione, in un processo per corruzione di giudici nel quale un altro suo avvocato, Cesare Previti, è stato invece condannato a cinque anni di reclusione per non aver avuto il beneficio delle attenuanti generiche, che però è stato concesso a quello che per la pubblica accusa era il beneficiario ultimo della corruzione, cioè lo stesso Presidente del Consiglio. Incredibile, vero? Ma siamo in Italia, dove il peggio gode di tutte le agevolazioni possibili per diventare realtà...

Altro caso in cui gli interessi di parte svolgono un ruolo non secondario è quello dell'attività delle Autorità di garanzia. E' interessante leggere il resoconto della decisione odierna dell'Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni, a proposito dell'incompatibilità del direttore generale della RAI Meocci. Scrive Repubblica:

Il Consiglio dell'Autorità per le garanzie nelle Comunicazioni si è pronunciato sul caso del direttore generale della Rai Alfredo Meocci, che è stato dichiarato incompatibile con la carica che ricopre in viale Mazzini in quanto per sette anni aveva fatto parte proprio dell'organismo preposto alla vigilanza sul settore. L'Autorità ha anche comminato alla Rai una multa da 14.379.307 milioni di euro e allo stesso Meocci di 373.923 euro, come era stato proposto dagli uffici incaricati dell'istruttoria. Il procedimento aveva avuto inizio il 21 dicembre scorso.

L'Autorità garante delle Comunicazioni si è riunita nella sede istituzionale di Napoli e la decisione è stata sofferta, come dimostra il fatto che è stata assunta a maggioranza. Per l'incompatibilità di Meocci hanno votato i quatro consiglieri di espressione del centrosinistra (Michele Lauria, Nicola D'Angelo, Sebastiano Sortino, Roberto Napoli) e il presidente dell'Authority, Corrado Calabrò, il voto del quale è stato dunque determinante. Dall'altra parte c'erano infatti i consiglieri di espressione del centrodestra (Giancarlo Innocenzi, Gianluigi Magri e Roberto Mannoni). Al momento del voto il commissario Enzo Savarese ha lasciato la riunione.

L'incompatibilità di Meocci è stata dichiarata in base alla legge 481 del 1995, che vieta per un periodo di quattro anni immediatamente successivo alla cessazione del ruolo di componente dell'Agcom di intrattenere, direttamente o indirettamente, rapporti di collaborazione o di impiego con le imprese operanti nei settori che sono di competenza del Garante. E la Rai rientra in questo ambito. Meocci ha ricoperto il ruolo di componente dell'Autorità dal 1998 al 2005.

Cosa abbiamo qui? Il caso di un direttore generale della RAI proposto dal centrodestra, che arriva direttamente dall'Autorità Garante per le Comunicazioni, nella quale ha prestato servizio per sette anni. La nomina di Meocci era stata già fin dall'inizio molto controversa, perché il problema di incompatibilità dovuto alla legge del 1995 era ben noto. Ma la «ragion politica» (leggi lottizzazione) aveva prevalso su qualsiasi altra considerazione di opportunità: gli sponsor politici di Meocci confidavano nella possibilità di farla franca grazie a una scappatoia legale.

Didascalia:
Il direttore generale
della RAI Alfredo Meocci

Ma la scappatoia non ha funzionato e l'Autorità preposta ha emesso oggi una decisione conforme a quello che sarebbe lecito attendersi in un Paese normale: multa per la RAI e per Meocci e dichiarazione di incompatibilità del direttore generale. Solo che, a leggere tra le righe, si vede che la decisione dell'Autorità, più che l'esito di un consulto di tecnici esperti della materia (le norme che disciplinano il mondo delle telecomunicazioni) e privi di interessi di parte, è stata una battaglia politica: quattro membri dell'Autorità in quota al centrosinistra hanno votato per sanzionare il direttore generale della RAI proposto dal centrodestra, mentre tre membri dell'Autorità in quota al centrodestra erano evidentemente di opinione opposta, sicché è risultato decisivo il voto di Corrado Calabrò, presidente dell'Authority.

La cosa secondo me è assurda, oltre che scandalosa. Le autorità di garanzia dovrebbero essere composte da tecnici, specialisti del diritto privi di una riconoscibile matrice politica. Soprattutto non nominati da politici. Se la lottizzazione dispiega le sue spire mefitiche anche sui membri delle commissioni di garanzia, è inevitabile che la garanzia scada. Le decisioni che hanno valore politico diventano una questione di maggioranza politica nel seno dell'autorità e non più una questione di diritto: vince il partito che ha la maggioranza nella commissione, perdono il diritto e i cittadini.

I due avvenimenti odierni, passati in secondo piano a causa della tragedia di Nassiriya, sono lo specchio fedele della malattia morale e civile del nostro Paese: l'interesse privato prima di tutto. Quando impareremo che a far vincere il diritto e l'interesse pubblico ci guadagnano tutti, sarà sempre troppo tardi. Temo che la parola "lottizzazione" sarà ancora per lungo tempo il simbolo e il sigillo della politica italiana.

Articolo di Michele Diodati pubblicato il  27/4/2006 alle ore 23,56.

Indice del Pesa-Nervi | Diodati.org

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