Il Pesa-Nervi

«Lei parla a vanvera, giovanotto!
No, penso a dei critici con la barba».

Giordano Bruno, eretico e martire della libertà di pensiero

Corrado Augias, nel libro «I segreti di Roma», ripercorre le tappe del processo intentato al filosofo Giordano Bruno dal tribunale dell'Inquisizione, dall'incriminazione avvenuta nel 1592 fino alla condanna al rogo, eseguita a Roma in Campo de' Fiori il 17 febbraio 1600.

[La copertina del libro 'I segreti di Roma' di Corrado Augias]Oggi il Pesa-Nervi compie un anno: anche se vi compaiono articoli risalenti al 2002, la prima volta che è stato messo in rete e sottoposto al giudizio dei lettori è stato appunto un anno fa, il 5 maggio del 2005.

In questi dodici mesi, i lettori sono stati tanti e ne sono positivamente sorpreso: oltre 107.000 visitatori unici e oltre 481.000 accessi registrati fino ad oggi; numeri decisamente alti per un blog personale. Le ragioni di questo piccolo successo sono probabilmente due: la natura in realtà poco personale del Pesa-Nervi, che ospita articoli di vari autori e tratta i temi più disparati, e i criteri di accessibilità utilizzati, che favoriscono una buona indicizzazione degli articoli da parte dei motori di ricerca.

Dal punto di vista dei contenuti, la caratteristica essenziale del Pesa-Nervi è di essere una voce a sostegno di ideali di progresso scientifico, di giustizia sociale, di diffusione popolare del sapere e della cultura: è un blog profondamente laico, che cerca di combattere col ragionamento e l'esposizione di fatti documentati ogni forma di dogmatismo.

Ho pensato che il personaggio migliore per celebrare questo primo compleanno del Pesa-Nervi fosse un uomo che ebbe il coraggio di affrontare una morte atroce, pur di non rinnegare la propria ragione e le proprie idee. Quest'uomo fu Giordano Bruno, frate domenicano e filosofo, nato a Nola, vicino Napoli, verso la metà del 1500 e morto bruciato sul rogo a Roma, per mano dell'Inquisizione, il 17 febbraio 1600.

Il racconto seguente, che narra la storia del processo e della condanna di Giordano Bruno, è tratto dalle pagine 117-125 de I segreti di Roma. Storie, luoghi e personaggi di una capitale, di Corrado Augias, edito da Mondadori nel 2005.

Pochi mesi dopo l'orribile morte di Beatrice Cenci e dei suoi complici, c'è a Roma un'altra esecuzione, ben più feroce, crudelmente motivata, destinata a suscitare un'eco non ancora spenta: il filosofo Giordano Bruno viene bruciato vivo in Campo de' Fiori. L'orribile vicenda comincia a Venezia, dove il filosofo, originario di Nola, è arrivato dopo lunghe peregrinazioni, Londra, Parigi, Ginevra, Francoforte, Praga, Zurigo, perennemente ramingo, mai davvero accettato né dai cattolici, lui che è un domenicano dissidente ed «eretico», né dai calvinisti o da altri riformati. «Academico di nulla academia» come egli stesso si definisce nella commedia Il candelaio. Un nobiluccio veneziano, Giovanni Mocenigo, lo ha invitato a dargli lezioni, diremmo oggi, di mnemotecnica. La fama di repubblica liberale e indipendente, di cui la Serenissima gode, rassicura il filosofo, tanto più che a Roma Gregorio XIV sembra garantire una certa apertura anche nei confronti di ribelli come lui. Purtroppo si sbaglia. Il rapporto con Mocenigo si incrina per ragioni forse futili: nel maggio 1592 il nobile veneziano, definito nelle carte processuali «delator», denuncia Bruno al Sant'Uffizio. Il filosofo viene arrestato la notte del 24 maggio e tradotto nel carcere di San Domenico.

[Ritratto di Giordano Bruno]Il Sant'Uffizio, o tribunale dell'Inquisizione, è una magistratura competente per i reati contro la fede. Giudica chi manifesti opinioni difformi da quelle della Chiesa su argomenti di dottrina, ma anche filosofici e scientifici purché collegabili alla fede, un confine labile, come si vede, che dà all'istituzione una larga discrezionalità. Sulle prime, Bruno non dà molta importanza alle accuse, le giudica dei pettegolezzi, essendo le sbiadite dicerie del Mocenigo sorrette da pochi testimoni scarsi e di poco spessore. In luglio, dopo sette udienze, il filosofo taglia corto: chiede perdono in ginocchio davanti ai giudici, confidando che una blanda condanna metterà fine al tutto.

Non è così. Il tribunale veneziano è solo un organo periferico del Sant'Uffizio e gli atti devono essere trasmessi a Roma. I giudici romani leggono quei documenti con altro spirito e in vista di scopi che solo in parte riguardano l'imputato. Esaminati gli atti, l'Inquisizione chiede che Bruno sia trasferito a Roma per essere nuovamente processato. Il filosofo arriva alla fine di febbraio del 1593, ed è subito rinchiuso nelle carceri del Sant'Uffizio, presso San Pietro. Sa che la sua posizione adesso è più grave, ma inizialmente continua a non darsene troppo pensiero, anche perché conta sul misticismo di Clemente VIII. Di lui si dice che sia comprensivo con i filosofi per via di certe amicizie giovanili tra i neoplatonici padovani. In realtà Ippolito Aldobrandini, arrivato al soglio di Pietro, s'è circondato di consiglieri e confessori che si ostinano a ripetergli quanto pericolosa sia per la Chiesa ogni corrente di pensiero diversa dalla scolastica.

All'inizio il tribunale non mostra alcuna fretta di concludere l'istruttoria. La corte pontificia è divisa, l'Europa è lacerata dalla Riforma, in politica estera il papa deve fare miracoli di equilibrio per non essere travolto. Su Bruno vengono acquisite nuove testimonianze, compresa quella di un certo frate Celestino, cappuccino, al secolo Lattanzio Arrigoni, veronese, anch'egli giudicato eretico, probabilmente afflitto da turbe psichiche, che è stato in cella con Bruno a Venezia. Il frate rivela che l'imputato in carcere formulava eresie, prorompeva in oscene bestemmie. Di particolare efficacia viene considerata la deposizione di un certo Francesco Graziano, un copista udinese che sa di latino ed è quindi considerato persona colta, capace di conversare con Bruno in una lingua ormai ignota ai più. Secondo Graziano, il filosofo ha messo in dubbio dogmi rilevanti della dottrina cristiana. Aggiunge che il Nolano s'abbandonava a pratiche occulte ed esorcismi, negando il valore della messa.

Passano i mesi, gli interrogatori si susseguono: dieci, quindici, diciotto, alla fine saranno ventidue, alcuni stricte, cioè accompagnati da tortura. L'imputato si difende, ribatte alle accuse: Mosè «mago» certo, ma c'è nella «magia» una forte potenzialità conoscitiva che non è giusto trascurare; molteplicità dei mondi certo, ma l'ipotesi non contrasta con l'onnipotenza divina, anzi la esalta; il mondo nella sua forma attuale è stato creato certo, ma questo non vieta di considerare che la materia, al pari di Dio, sia eterna, vale a dire essa stessa immortale e immutabile. E poi: se la materia fosse davvero così, non vorrebbe dire che altri mondi potrebbero essere abitati da creature intelligenti simili all'uomo? Se Adamo ed Eva non avessero commesso il peccato originale, non sarebbero stati essi stessi immortali?

Nella sua teoria c'è il superamento dell'ipotesi copernicana che mette il Sole, immobile, al centro dell'universo. Una teoria che era stata formulata per la prima volta addirittura nel IV secolo a.C. da Aristarco di Samo, anch'egli accusato di empietà. S'era dovuto attendere il 1543 perché l'eliocentrismo ricomparisse nel libro che segna l'inizio dell'astronomia moderna, il De rivolutionibus orbium coelestium di Copernico. È proprio lui, Giordano Bruno, a dargli risalto nel suo capolavoro del 1584, La cena delle ceneri. In quelle pagine non solo difende Copernico ma delinea un universo nuovo, non si limita a porre il Sole al centro di un sistema di stelle fisse, arriva a intuire uno spazio infinito con infiniti mondi in evoluzione per un tempo infinito. Nel suo De l'infinito universo et mondi scrive: «Esistono innumerevoli soli e innumerevoli terre ruotano attorno a questi». Una teoria che anticipa di secoli le scoperte degli astronomi, ma che in sostanza rende eterno l'universo, esclude l'idea di un Dio creatore, s'avvicina semmai a quello che sarà il buddismo. Bruno è uscito dall'ufficialità del cristianesimo, e pagherà caro.

Pochi anni dopo il suo martirio, nel 1609, un oscuro professore di matematica di Padova di nome Galileo Galilei viene a sapere che in Olanda è stato inventato il cannocchiale. Ne costruisce uno, lo punta verso il cielo e scopre, attonito, che la Luna ha monti e valli, Venere ha fasi simili a quelle lunari, Giove ha quattro satelliti che gli girano attorno, Saturno presenta strane anomalie (i famosi anelli), il Sole ruota su se stesso, le costellazioni e la Via Lattea sono composte di innumerevoli stelle. Le scoperte entusiasmano la gente ma inquietano la Chiesa. Il 25 febbraio 1616 il Sant'Uffizio, «per provedere al disordine e al danno», stabilisce per sentenza «che il Sole sia centro del mondo e imobile di moto locale è proposizione assurda e falsa in filosofia, e formalmente eretica, per essere espressamente contraria alla Sacra Scrittura». Galileo viene imprigionato e processato dal Sant'Uffizio, che il 22 giugno 1633 gli ordina (sette voti a favore, tre contro) di abiurare. Vestito di un lungo saio da penitente, lo scienziato capitola, chiede perdono in ginocchio, baratta l'onore con la vita. Rimarrà fino alla morte agli arresti domiciliari.

Giordano Bruno invece non si piega. Passano i mesi e gli inquisitori si rendono conto di essersi cacciati in un vicolo cieco. L'imputato non reagisce come ci si sarebbe aspettati. Isolato davanti alla corte di un regime assolutistico, Bruno avrebbe in teoria soltanto due modi per salvarsi: abiurare le sue idee o dimostrare di essere stato frainteso, che era un altro modo di abiurare salvando, per così dire, la forma. In realtà, egli confuta le accuse più grossolane, per il resto difende la sua filosofia, cercando di dimostrare che si tratta di un'ortodossia compatibile con quella ufficiale. Tergiversa, schiva, ribatte, duella con la corte, noncurante del fatto che i suoi giudici hanno già pronto lo strumento per chiudergli una volta per tutte la bocca.

Didascalia:
La statua di Giordano Bruno
in Campo de' Fiori a Roma

All'inizio del 1599, il cardinale Roberto Bellarmino afferra con decisione le redini del processo. È un toscano (è nato a Montepulciano nel 1542) entrato a diciotto anni nell'ordine dei gesuiti, dove si è subito messo in luce per acutezza d'ingegno e sottigliezza dialettica. Bellarmino è più un pensatore politico che un esperto delle Sacre Scritture, anche se è stato da pochi mesi nominato teologo della Santa Penitenzieria e consultore del Sant'Uffizio. La sua visione del processo è sintetica e, appunto, politica. Le delazioni e le dicerie calunniose non gli interessano. Ha intuito che l'imputato, con la sua visione di un «infinito aperto a una pluralità di mondi», ha inaugurato un'era nuova per la libertà del pensiero; che se si mette in discussione l'edificio costruito sull'interpretazione canonica delle Scritture, molte cose rischiano di precipitare.

La Chiesa di Roma è una cittadella assediata. In tutta Europa ancora risuonano minacciosi i colpi di martello con cui un altro prete ribelle, Martin Lutero, ha inchiodato le sue «95 tesi» alla porta della chiesa di Wittenberg (1517). Roma sta perdendo il controllo di intere province: i paesi scandinavi, giunti tardi alla fede cattolica, si avviano per primi verso il riformismo protestante; se n'è andata l'Inghilterra, tagliata via con un colpo netto assestato da Enrico VIII; nei paesi di lingua tedesca la protesta è degenerata in guerra aperta; l'Olanda e la Svizzera covano sette ereticali, perfino la Francia e la Polonia risentono dell'evangelizzazione protestante. C'è voluta la Controriforma perché la Chiesa riacquistasse un certo controllo sui fedeli, soprattutto in Italia. Adesso Bellarmino vuole frenare le eresie, ridare alla Chiesa il suo prestigio anche negli ambienti che oggi definiremmo «intellettuali». L'occasione offerta da Giordano Bruno sembra creata apposta per raggiungere questi obiettivi.

Per prima cosa il cardinale condensa la materia di un processo diventato quasi ingestibile in otto proposizioni nette da sottoporre all'imputato. Questi le esamina, afferma di essere disposto ad abiurare, ma alla condizione che le sue affermazioni siano definite dalla Chiesa errori solo a partire da quel momento. È un espediente: vorrebbe far ammettere alla corte che la sua interpretazione contrasta non con la Scrittura, ma solo con il dettato del pontefice, in altre parole con le necessità politiche del momento. Bellarmino naturalmente rifiuta e la corte ribadisce che l'abiura dev'essere completa e senza termini a quo. Bruno tergiversa, tenta di restare in vita senza tradire il cuore della sua filosofia. Commuove profondamente che un uomo incarcerato da anni, senza protettori né amicizie influenti, abbandonato da tutti, opponga una tale resistenza e tutta la giochi sulla forza logica dei suoi argomenti.

Il 9 settembre 1599 si apre la seduta conclusiva, alla quale assiste Clemente VIII in persona. La corte vorrebbe di nuovo sottoporre l'imputato alla tortura, ma il papa si oppone. Al termine di altre controversie, Bellarmino manda al filosofo un ultimatum: o un'abiura netta e senza condizioni o la morte. Il 21 dicembre il filosofo dà alla corte la risposta definitiva: egli «non deve né vuole ritrattare, che non ha da ritrattare e che non ha materia di ritrattazione, e che non sa su cosa debba ritrattare». La sentenza di morte viene pronunciata l'8 febbraio 1600 negli appartamenti del cardinale Madruzzo, alla presenza della corte inquisitoria, di un notaio e di alcuni spettatori. Il documento comincia con queste parole:

Essendo tu, fra' Giordano, figliolo del quondam Giovanni Bruno da Nola nel Regno di Napoli, sacerdote professo dell'ordine di San Domenico, dell'età tua de anni cinquanta doi in circa, stato denunziato nel Santo Offizio di Venezia già otto anni sono ...

Bruno ascolta la lettura in ginocchio, senza battere ciglio. Lo si incolpa d'aver dubitato della verginità di Maria, d'esser vissuto in paesi eretici secondo costumi eretici, d'aver scritto contro il papa, sostenuto l'esistenza di mondi innumerevoli ed eterni, affermato la trasmigrazione delle anime, ritenuto la magia cosa lecita, identificato lo Spirito Santo con l'anima del mondo, dichiarato che la Scrittura non è che sogno e che perfino i demoni si salveranno...

Solo a lettura finita Bruno pronuncia le tremende parole divenute simbolo di ogni martire della libertà: «Forse con più timore pronunciate voi la sentenza contro di me, di quanto ne provi io nell'accoglierla». I giudici non si lasciano impressionare, non considerano di stare scrivendo una pagina vergognosa della storia umana, sono uomini politici, badano agli interessi immediati della Chiesa e non alzano gli occhi da lì. Anche i libri del Nolano «heretici et erronei et continenti molte heresie et errori» sono destinati a esser «guasti et abbrugiati» in un secondo rogo che avverrà sul sagrato di San Pietro.

Didascalia:
Vista laterale della statua di Giordano
Bruno in Campo de' Fiori a Roma

Da quel momento il reo viene consegnato al braccio secolare nella persona del governatore di Roma Ferdinando Taverna. Durante la settimana che precede l'esecuzione, confessori e confortatori si alternano nella sua cella. Se in extremis abiurerà, avrà non salva la vita ma una morte meno atroce: impiccato anziché bruciato vivo. Roma è piena di pellegrini per l'Anno santo appena cominciato (alla fine del Giubileo se ne conteranno un milione), si pensa che il rogo pubblico di un eretico abbia un alto valore di ammonimento per chi tornerà in un paese minacciato dalla Riforma. Per di più Enrico IV, re di Francia e da poco riammesso nel seno di santa madre Chiesa, ha deluso il papa concedendo libertà di culto ai protestanti col suo editto di Nantes (1598). Forse anche per questo il supplizio di Bruno viene ordinato in Campo de' Fiori, in pratica sotto le finestre dell'ambasciatore francese (allora a palazzo Orsini, all'inizio di via de' Giubbonari) che si è più volte lamentato per l'orrore, il disgusto e il puzzo di quegli spettacoli.

All'alba del 17 febbraio, sette religiosi entrano nella cella del condannato esortandolo per l'ultima volta al pentimento. Bruno rifiuta e anzi continua a sostenere le sue idee, forse maledice i suoi persecutori talché si rende necessario legargli «la lingua in giova», vale a dire imporgli una specie di morso che lo zittisca. È ancora buio quando il sinistro corteo si avvia. Lo scortano i confratelli di San Giovanni Decollato con i lunghi cappucci calati sul viso, tunica nera, una torcia in mano. Per confortare il condannato gli mostrano tavolette con scene di martirio dalle vite dei santi. Intonano lugubri litanie, la gente assiste muta, segnandosi al passaggio. Dal carcere di Tor di Nona, percorrendo via dei Banchi e via del Pellegrino, il condannato giunge sul luogo del supplizio, dove viene denudato e legato a un palo sotto il quale sono state accumulate fascine ben secche. Subito le fiamme divampano. Per via del morso applicato alla bocca, le urla strazianti della vittima si trasformano in strani muggiti subito soffocati dal fumo, sopraffatti dal crepitio del fuoco.

Il rogo del 1600 segna il culmine degli sforzi della Chiesa cattolica di esorcizzare il nascente pensiero moderno. Il tentativo è poi proseguito, in modo meno cruento, fino al Sillabo (1864) nel quale Pio IX, rifiutando la «moderna civiltà», definiva un errore «la libertà di culto e d'opinione». Quando nel 1889 venne inaugurato il monumento a Bruno in Campo de' Fiori, papa Leone XIII indirizzò ai fedeli una lettera d'ammonimento in cui il filosofo veniva ancora una volta diffamato. Il Vaticano ha continuato anche in seguito a premere per far demolire il monumento. Torna a onore di Benito Mussolini, allora capo del governo, aver resistito a quei tentativi. Pio XI reagì facendo proclamare il grande inquisitore, cardinale Bellarmino, prima santo (1930) quindi dottore della Chiesa universale (1931), da venerarsi come patrono dei catechisti. Recita il suo epitaffio: «La mia spada ha sottomesso gli spiriti superbi».

Due giorni dopo l'esecuzione, nell'«Avviso di Roma», una specie di bollettino di notizie, si poteva leggere questa cronaca:

Giovedì mattina in Campo di Fiore fu abbrugiato vivo quello scelerato frate domenichino di Nola ... heretico ostinatissimo, et havendo di suo capriccio formati diversi dogmi contro nostra fede, et in particolare contro la Santissima Vergine et Santi, volse ostinatamente morir in quelli lo scelerato; et diceva che moriva martire et volentieri, et che se ne sarebbe la sua anima ascesa con quel fumo in paradiso. Ma hora egli se ne avede se diceva la verità.

In anni più recenti, papa Giovanni Paolo II ha affidato al segretario di Stato, cardinale Angelo Sodano, un messaggio per il convegno tenutosi a Napoli in occasione del quattrocentesimo anniversario del martirio di Giordano Bruno. Vi si afferma che quel «triste episodio della storia cristiana moderna ci invita a rileggere anche questo evento con spirito aperto alla piena verità storica». Il cardinale ha ricordato che il pensiero del filosofo maturò nel XVI secolo, quando la cristianità era divisa perché Lutero, Calvino ed Enrico VIII avevano staccato da Roma intere nazioni. Ha aggiunto che le «scelte intellettuali» del filosofo rimangono «incompatibili con la dottrina cristiana». Non c'è dubbio - concludeva - che «aspetti delle procedure» seguite dai tribunali dell'Inquisizione di Venezia e di Roma per giudicare il frate accusato di «eresia» e «il loro esito violento per mano del potere civile non possono non costituire oggi per la Chiesa motivo di rammarico». Il rammarico, almeno.

Commenti dei lettori

  1. Commento di Gabriele Romanato - 8/5/2006 ore 11,8

    Semplicemente per aver pensato diversamente. Vero che non si può giudicare con la mentalità di oggi, ma altrettanto vero che non si può restare indifferenti. ottimo articolo.
  2. Commento di Daniele - 28/12/2006 ore 16,57

    Un pensiero diverso da tanti altri oggi non significa nulla, un pensiero diverso da tanti nel passato poteva portare alla morte.

    Il nolano questo pensiero lo ha portato avanti fino alla morte, e leggendo qualche libro mi sono accorto che il suo pensiero è quello di un uomo moderno e senza nessun tipo di freno. Leggendo Il primo libro della Clavis Magna, mi accorgo che la mia mente è sfruttata veramente al minimo indispensabile mentre come un "computer" potrebbe essere sfruttata di più.

Articolo di Michele Diodati pubblicato il  5/5/2006 alle ore 18,13.

Indice del Pesa-Nervi | Diodati.org

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