Il Pesa-Nervi

«Lei parla a vanvera, giovanotto!
No, penso a dei critici con la barba».

Il messaggio inaugurale di Luigi Einaudi alle Camere

Il discorso di insediamento di Luigi Einaudi, secondo Presidente della Repubblica Italiana, il 12 maggio del 1948, alle Camere riunite in seduta comune.

Come augurio per Giorgio Napolitano, eletto due giorni fa undicesimo Presidente della Repubblica, riporto di seguito il testo del giuramento e del messaggio inaugurale, rivolto esattamente cinquantotto anni fa, il 12 maggio 1948, da Luigi Einaudi, secondo Presidente della Repubblica, alle Camere riunite in seduta comune.

Possa la nobiltà delle parole di Einaudi, un grande Presidente, ispirare non solo Napolitano, persona degnissima, ma soprattutto i neoeletti deputati e senatori, tra le cui file abbondano ancora una volta - purtroppo - i pregiudicati.

Il Parlamento è, o meglio dovrebbe essere, il vero tempio della democrazia. Chi siede sui suoi banchi non dovrebbe dimenticare mai che si trova lì come rappresentante del popolo, non per combattere guerre private, al servizio di interessi di bottega o del potente di turno, ma per servire il Paese e i suoi cittadini.

Senza memoria del passato e senza il dovuto rispetto per le istituzioni repubblicane, di cui ogni deputato e ogni senatore è parte e rappresentante, il lavoro del parlamentare rischia di diventare uno squallido mercato di voti e di favori personali. La legislatura appena conclusa ce ne ha dato l'esempio più triste e degradante, con i pacchetti di leggi ad personam, votati compattamente, senza vergogna, da una maggioranza priva di coscienza civile e di rispetto per il ruolo ricoperto: uno spettacolo di arroganza e di incultura che vorremmo davvero non vedere mai più.

PARLAMENTO NAZIONALE
SEDUTA COMUNE DELLA CAMERA DEI DEPUTATI E DEL SENATO DELLA REPUBBLICA
MERCOLEDÌ 12 MAGGIO 1948
PRESIDENZA DEL PRESIDENTE DELLA CAMERA GRONCHI

GIURAMENTO E MESSAGGIO DEL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA

Il Presidente della Repubblica entra nell'Aula - L'Assemblea sorge in piedi tra vivissimi, reiterati, generali applausi cui si associa il pubblico delle tribune - Si grida: Viva il Presidente della Repubblica! - Nuovi ripetuti calorosi applausi e grida di Viva la Repubblica! Viva l'Italia!

[Luigi Einaudi]PRESIDENTE. Onorevoli Deputati, onorevoli Senatori, invito il Presidente della Repubblica a prestare giuramento davanti al Parlamento a norma dell'articolo 91 della Costituzione.

Leggo la formula:

"Giuro di essere fedele alla Repubblica e di osservarne lealmente la Costituzione".

Il Presidente della Repubblica risponde: Giuro! (Vivissimi reiterati generali applausi).

PRESIDENTE. Il Presidente della Repubblica rivolgerà ora il Suo Messaggio al Parlamento.

Cede il suo Seggio al Presidente della Repubblica, che finora è rimasto alla sua destra, mentre alla sinistra è il Presidente del Senato.

PRESIDENTE. Il Presidente della Repubblica invita gli onorevoli Deputati e gli onorevoli Senatori a sedere.

Il Presidente della Repubblica legge il seguente Messaggio:

Signori Senatori, Signori Deputati!

Il giuramento che ho testé pronunciato, obbligandomi e dedicare gli anni, che la Costituzione assegna al mio ufficio, all'esclusivo servizio della nostra comune Patria, ha una significazione la quale va al di là della scarna solenne sua forma.

Dinnanzi a me ho l'esempio luminoso dell'uomo insigne che per il primo ha coperto, con saggezza grande, con devozione piena e con imparzialità scrupolosa, la suprema magistratura della nascente Repubblica italiana. (Vivissimi, prolungati, generali applausi - L'Assemblea si leva in piedi - Nuovi reiterati applausi ai quali si associa il pubblico delle tribune). Ad Enrico De Nicola va il riconoscente affetto di tutto il popolo italiano, il ricordo devoto di tutti coloro i quali hanno avuto la ventura di assistere ammirati alla costruzione quotidiana di quell'edificio di regole e di tradizioni senza le quali nessuna Costituzione è destinata a durare.

Chi gli succede ha usato, innanzi al 2 giugno 1946, ripetutamente del suo diritto di manifestare una opinione, radicata nella tradizione e nei sentimenti suoi paesani, sulla scelta del regime migliore da dare all'Italía; ma, come aveva promesso a se stesso ed ai suoi elettori, ha dato poi al nuovo regime repubblicano voluto dal popolo qualcosa di più di una mera adesione. (Vivissimi, prolungati, generali applausi). Il trapasso avvenuto il 2 giugno dall'una all'altra forma istituzionale dello Stato fu non solo meraviglioso per la maniera legale, pacifica del suo avveramento, ma anche perché fornì al mondo la prova che il nostro Paese era oramai maturo per la democrazia; che se è qualcosa, è discussione, è lotta, anche viva, anche tenace fra opinioni diverse ed opposte; ed è, alla fine, vittoria di una opinione, chiaritasi dominante, sulle altre.

Nelle vostre discussioni, signori del Parlamento, è la vita vera, la vita medesima delle istituzioni che noi ci siamo liberamente date; e se v'ha una ragione di rimpianto nel separarmi, per vostra volontà, da voi è questa: di non poter partecipare più ai dibattiti, dai quali soltanto nasce la volontà comune; e di non potere più sentire la gioia, una delle più pure che cuore umano possa provare, la gioia di essere costretti a poco a poco dalle argomentazioni altrui a confessare a se stessi di avere, in tutto od in parte, torto e ad accedere, facendola propria, alla opinione di uomini più saggi di noi. (Vivissimi applausi). Giustino Fortunato, uno degli uomini che maggiormente onorarono il Mezzogiorno e questa Camera, sempre fieramente si levò contro le calunnie di coloro i quali, innanzi al 1922, avevano in spregio il Parlamento perché in esso troppo si parlava; ed ascriveva a sua somma ventura di aver molto imparato ascoltando colleghi, di lui tanto meno dotti, ed a merito dei dibattiti parlamentari di aver creato un ceto politico, venuto su dal suffragio a poco a poco allargato e già divenuto quasi universale, un ceto politico migliore di quello che, all'alba del Risorgimento, era stato fornito dal suffragio ristretto.

Or qui si palesa il grande compito affidato a voi, che avete il grave dovere di attuare i principi della Costituzione ed a me, che la legge fondamentale della Repubblica ha fatto tutore della sua osservanza.

Tra le due date, del 1848 e del 1948, ricordate nel giorno centenario da ambedue i vostri Presidenti, è nato un problema nuovissimo, che nel secolo scorso grandi pensatori politici avevano dichiarato insolubile: quello di far durare sistemi democratici quando a votare ed a deliberare sono chiamate non più ristrette minoranze di privilegiati ma decine di milioni di cittadini tutti uguali dinnanzi alla legge.

Il suffragio universale pareva ed ancor pare a molti incompatibile con la libertà e con la democrazia. La Costituzione che l'Italia si è ora data è una sfida a questa visione pessimistica dell'avvenire. (Vivissimi applausi). Essa afferma due principi solenni: conservare della struttura sociale presente tutto ciò e soltanto ciò che è garanzia della libertà della persona umana contro l'onnipotenza dello Stato e la prepotenza privata; e garantire a tutti, qualunque siano i casi fortuiti della nascita, la maggiore uguaglianza possibile nei punti di partenza. (Vivissimi applausi).

A quest'opera sublime di elevazione umana noi tutti, Parlamento, Governo e Presidente, siamo chiamati a collaborare. Venti anni di governo dittatoriale avevano procacciato alla Patria discordia civile, guerra esterna e distruzioni materiali e morali siffatte che ogni speranza di redenzione pareva ad un punto vana. Invece, dopo aver salvata, pur nelle diversità regionali e locali e pur dolorosamente mutilata, la indistruttibile unità nazionale dalle Alpi alla Sicilia, stiamo ora tenacemente ricostruendo le distrutte fortune materiali e per ben due volte abbiamo dato al mondo una prova ammiranda della nostra volontà di ritorno alle libere democratiche competizioni politiche e della nostra capacità a cooperare, uguali tra uguali, nei consessi nei quali si vuole ricostruire quell'Europa donde è venuta al mondo tanta luce di pensiero e di umanità.

Signori Senatori, Signori Deputati,

volto lo sguardo verso l'alto, intraprendiamo umilmente il duro cammino lungo il quale la nostra tanto bella e tanto adorata patria è destinata a toccare mete ognor più gloriose di grandezza morale, di libera vita civile, di giustizia sociale e quindi di prosperità materiale. Ancora una volta si elevi in quest'Aula il grido di Viva l'Italia!

L'Assemblea si leva in piedi plaudendo più volte a lungo, vivissimamente - Il pubblico delle tribune si associa agli applausi - Grida ripetute di Viva la Repubblica!

PRESIDENTE. Avverto che ciascuna Camera sarà convocata a domicilio.

L'Assemblea si scioglie al grido di Viva la Repubblica! Viva l'Italia!

Articolo di Michele Diodati pubblicato il  12/5/2006 alle ore 1,51.

Indice del Pesa-Nervi | Diodati.org

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