Il Pesa-Nervi

«Lei parla a vanvera, giovanotto!
No, penso a dei critici con la barba».

Girolamo Cardano: vita quotidiana di un uomo del Rinascimento

Alcuni capitoli dell'autobiografia dell'illustre matematico, medico e astrologo del Cinquecento.

Girolamo, o Gerolamo, Cardano (1501-1576) fu un tipico uomo del Rinascimento: una personalità poliedrica e geniale, matematico, astrologo, medico, giocatore d'azzardo, teorizzatore del calcolo delle probabilità, inventore di meccanismi che hanno sfidato i secoli come la serratura a combinazione e il giunto cardanico.

Tra le altre cose, fu anche autore di un'autobiografia, scritta in tarda età, nella quale riporta minutamente aspetti della sua vita quotidiana, come le malattie e l'alimentazione, che sono interessanti da leggere oggi, perché danno la misura di quanto gli oltre quattro secoli trascorsi, dai tempi in cui visse Cardano fino a oggi, abbiano mutato profondamente le abitudini di vita delle persone, le malattie comuni, le cure e le opinioni sulla buona e la cattiva salute.

Per questa ragione, invece di parlare dei lavori di matematica, dei viaggi, delle disavventure e della genialità di Girolamo Cardano, preferisco riportare alcuni capitoli dell'autobiografia, in cui parla, più banalmente, di salute, sport e alimentazione, capitoli che riescono però a trasportarci di colpo nella vita quotidiana di un italiano del Cinquecento, contemporaneo di Leonardo e di Michelangelo.

Il testo riportato di seguito riproduce le pagine 15-24 dell'Autobiografia, a cura di Paola Franchetti, Einaudi, Torino 1945.

V
Statura e aspetto esteriore.

[Girolamo Cardano]Sono di statura media; ho i piedi corti, larghi all'attaccatura delle dita e assai arcuati, tanto che difficilmente trovo scarpe che mi calzino bene, prima anzi ero obbligato a farmele fare su misura. Ho il torace piuttosto stretto, braccia sottili, la mano destra grassoccia con dita tozze, tanto che i chiromanti mi qualificavano uomo rozzo e stupido: si vergognino della loro scienza! In essa la linea della vita è breve, quella detta saturnina lunga e molto marcata; la mano sinistra invece è bella, con dita affusolate, ben tornite, aggraziate e con unghie lucide. Ho il collo piuttosto lungo e sottile, il mento diviso, il labbro inferiore tumido e cascante, gli occhi piccoli e quando non fisso lo sguardo su un determinato punto, quasi chiusi; sulla palpebra sinistra ho una macchiolina come una lenticchia, ma poco appariscente. La fronte è spaziosa, calva alle tempie; quando vi erano, i capelli erano biondi, e cosí pure la barba. Uso tenere corti barba e capelli: un tempo portavo la barba bifida, come il mento, e sotto a questo la lasciavo crescere, tanto che li sembravo piú barbuto. Coll'età la barba ha cambiato colore, i capelli meno. Il mio modo di parlare è un po' superbo, e quelli che si dicevano miei amici me ne rimproveravano; la voce è aspra e forte, tuttavia, quando facevo lezione, non si sentiva bene da lontano. Parlo poco e senza dolcezza; ho lo sguardo fisso, meditabondo; gli incisivi superiori grandi, il colorito bianco e rubizzo, il volto un po' allungato, ma non tanto; il capo dietro si restringe a forma di palla.

A dir il vero non ho nella fisionomia nessun tratto spiccato e parecchi pittori venuti anche da lontano per farmi il ritratto non trovarono in me niente di caratteristico e di riconoscitivo.

Sulla gola, in basso, ho un tumoretto come una pallina, duro ma non molto grosso, che ho ereditato da mia madre.

VI
Mia salute.

Ho avute molte malattie: malattie costituzionali, accidentali e nervose.

Per costituzione naturale vado soggetto a raffreddori e qualche volta ho anche catarro di stomaco o catarro bronchiale, cosí che mi pare di star bene quando ho solo un po' di tosse e di raucedine; invece il catarro di stomaco mi dà anche diarrea e nausea, tanto che piú volte ho pensato d'essere stato avvelenato: poi tutto passava piú presto ch'io non sperassi. Ho sofferto anche di flussione ai denti per cui dal 1563 ho cominciato a perderne molti insieme, mentre prima me ne cadevano solo uno o due per volta. Ora me ne rimangono quattordici sani e uno malato, che però credo durerà a lungo, perché la cura gli ha giovato assai. Inoltre ho la digestione, difficile e soffro di stomaco: da quando ho passato i settantadue anni mi sento male ogni volta che mangio o bevo un po' piú del solito o prendo qualcosa fuori dei pasti o un cibo indigesto: la cura adatta l'ho esposta nel secondo libro del De tuenda sanitate. In gioventú ebbi anche palpitazione di cuore, disturbo questo per me ereditario, ma la medicina riuscí a liberarmene. Ho sofferto di emorroidi e di podagra e di quest'ultima sono guarito cosí completamente che in seguito ho piú spesso cercato di provocarne gli attacchi, quando non comparivano, che di farli cessare, quando si manifestavano spontaneamente. Poi ho avuto l'ernia: dapprima la trascurai e poi, passati i sessantadue anni, mi pentii di non averla contenuta abbastanza, soprattutto quando mi accorsi che l'avevo ereditata da mio padre. E lo straordinario fu che mentre l'ernia si era presentata da tutte e due le parti, a sinistra, nonostante l'abbia trascurata, è guarita perfettamente da sé; a destra invece, per quanto l'abbia curata con cinti e altri mezzi, è aumentata. Sono stato anche tormentato continuamente da malattie della pelle e da pruriti: ora da questi, ora da quelle. Già dal 1536 (chi lo crederebbe?) soffro di poliuria, e anche forte: benché siano ormai quasi quarant'anni che emetto ogni giorno da sessanta a cento once d'orina, sono vivo e non deperisco (la prova è che porto sempre gli stessi anelli) e non ho neppure sete. In quell'anno molti ebbero questa stessa malattia e coloro che non tentarono nessun rimedio vissero assai piú a lungo di quelli che ricorsero all'opera dei medici. Il decimo dei miei malanni è l'insonnia che mi prende a periodi di circa otto giorni alla volta: a primavera d'estate, d'autunno e d'inverno. Cosí ogni anno perdo un mese intero di sonno, e qualche volta anche due. La curo con una dieta qualitativa piú che quantitativa, ma ad onta di ciò non ha saltato neppure un anno.

Ebbi poi malattie dovute a cause accidentali; la prima fu la peste a due mesi; poi, a diciott'anni, non ricordo bene se compiuti o no, ma era d'agosto, mi accadde di rimanere quasi senza mangiare per tre giorni: andavo in giro per i dintorni e per i giardini: a sera tornavo a casa e dicevo (ma era una bugia) che avevo mangiato da un amico di mio padre, Agostino Lavizario. Ma non vi dico quanta acqua bevvi in quei tre giorni! L'ultima sera non riuscivo a dormire, avevo palpitazioni, febbre alta, mi sembrava di essere sul letto di Asclepiade, andavo continuamente su e giú dal letto e credevo proprio che sarei morto quella notte. Poi mi addormentai e mi si aprí un ascesso che avevo al livello della prima falsa costa destra: da principio buttò del pus, scuro e in poca quantità, forse perché vi applicai un medicamento che mi aveva dato mio padre che prendevo anche per bocca quattro volte al giorno; e dopo incominciai a sudare cosí abbondantemente che il sudore, passato il letto, colava per terra attraverso le tavole. A ventisette anni mi venne la terzana semplice: il quarto e il settimo giorno ebbi uno svenimento e, in quel giorno guarii. A quarantaquattro anni, a Pavia, ebbi un primo attacco di podagra. A cinquantacinque una febbre biquotidiana che mi durò quaranta giorni: me ne liberai con una crisi di centoventi once di orina, il 13 ottobre 1555. Nel 1559, quando tornai a Pavia, ebbi per due giorni una colica intestinale.

I disturbi nervosi sono stati vari; dai sette ai dodici anni circa la notte mi accadeva spesso di sollevarmi dal letto cacciando grida prive di senso e se la mamma e la zia, fra le quali dormivo, non mi avessero tenuto fermo, sarei caduto piú volte: il cuore mi batteva forte, ma si calmava comprimendolo con la mano, come si fa anche per l'affanno. In quello stesso periodo (ma questo mi durò fino ai diciott'anni) se camminavo contro vento, specialmente se era freddo, non riuscivo a prendere il fiato: se però stavo attento a trattenere il respiro, il disturbo cessava. Sempre in quel periodo, dal momento in cui andavo a letto fin'oltre la sesta ora di notte non riuscivo a scaldarmi dalle ginocchia in giú, e per questo fenomeno mia madre diceva che non potevo vivere a lungo. E poi ogni notte, quando mi ero riscaldato, incominciavo a sudare di un sudore cosí caldo e copioso, che a raccontarlo nessuno ci voleva credere. A ventisette anni mi venne una terzana doppia che si risolse al settimo giorno; a quarantaquattro una febbre biquotidiana che durò quaranta giorni. A cinquantasei anni, di novembre, per aver bevuto un po' di aceto scillitico, fui colto da forti disturbi urinari; stetti digiuno prima per trentaquattro ore, poi per altre venti e presi della lacrima d'abete: e cosí guarii.

Come ho detto a proposito della podagra ho avuto l'abitudine, di cui molti si meravigliano, di procurarmi, quando non ne avevo, delle sofferenze, esponendomi volontariamente alle malattie (l'unica che cercavo di sfuggire era l'insonnia). Penso che il piacere consista nel cessare di soffrire, e quando il dolore è provocato volontariamente è facile calmarlo. Ho sperimentato di non poter fare completamente a meno del dolore, e se talvolta ciò mi accade, mi viene addosso una tale irrequietezza che non c'è niente di peggio, tanto che preferisco il dolore o una causa di dolore, purché non vi sia pericolo o vergogna. E per questo mi mordo le labbra, o mi storgo le dita, o mi pizzico la pelle o il muscolo tenue del braccio sinistro fino alle lacrime: e con questo sistema tiro avanti.

Per la costituzione naturale ho la fobia dei luoghi alti, anche se hanno davanti molto spazio e di quelli dove sospetto ci possano essere cani idrofobi.

Ho sofferto talvolta di eroici amori a tal segno da pensare al suicidio; ma questo credo capiti anche ad altri, anche se non lo raccontano nei libri.

Infine nell'adolescenza sono stato oppresso per circa due anni dal sospetto di un carcinoma, e forse ne ho avuto un principio nella mammella sinistra, dove avevo un gonfiore rosso, scuro, duro, che mi dava dei dolori lancinanti; ad esso subentrarono, quando stavo per passare dall'adolescenza alla gioventú, delle varici, alle quali in gioventú seguí, come ho già detto, la palpitazione di cuore; di questa mi liberarono le emorroidi, molto sanguinolente, il prurito e le malattie della pelle, ma di tutto guarii contro ogni speranza e senza cure. Veramente per alcuni disturbi mi giovarono i rimedi, ma fu la natura a dare al male manifestazioni diverse.

VII
Gli sport.

Dapprima mi dedicai a ogni tipo di scherma, tanto che presso i migliori schermitori contavo qualcosa; tiravo di spada o senza scudo, o con quello oblungo, o con quello tondo grande o piccolo, oppure col pugnale e la spada, o con la lancia e il giavellotto. Sapevo saltar comodamente sul cavallo di legno con spada e mantello e strappare senz'armi a chi l'aveva in mano un pugnale sguainato; mi esercitavo nella corsa e al salto e in questi esercizi riuscivo abbastanza bene, mentre riuscivo meno in quelli che richiedono forza di braccia, perché le ho esili. Avevo poca confidenza con l'equitazione, col nuoto e con le armi da fuoco; anzi il loro scoppio mi faceva paura come l'ira degli dèi. Perché io di natura sono pauroso, ma ero diventato forte per la grande abilità nell'arte di combattere tanto che, quando raccolsero truppe arrolarono anche me.

Nelle città dove abitavo, di notte solevo girare armato, anche contro i decreti delle autorità locali. Di giorno uscivo armato, con delle suole di piombo del peso di otto libbre; di notte col volto coperto da un velo di lana nero e con scarpe di feltro.

A volte seguitavo a esercitarmi nelle armi per molti giorni dalla mattina alla sera, poi, tutto sudato, davo di piglio agli strumenti musicali. Spesso andavo girovagando tutta la notte fino al mattino.

Quando cominciai a fare il medico andavo a cavallo o sul mulo, ma piú spesso a piedi; dopo il 1562, a Bologna e a Roma, presi ad andare in carrozza e continuo ancora. La mattina esco in carrozza, poi ritorno a piedi: mi vesto piú leggero dopo pranzo, sempre piú pesante quando vado in carrozza.

VIII
Vitto e abitudini.

Ho l'abitudine di star coricato dieci ore e di dormirne quando sto bene otto, quando sono indisposto quattro o cinque, e di alzarmi due ore dopo il levar del sole. Quando ero tormentato dall'insonnia mi alzavo e passeggiavo intorno al letto, pensavo a « Orochilia» mi curavo col digiuno o riducendo il vitto alla metà e anche meno. Faccio poco uso di medicinali tranne che dell'unguento di gemme di pioppo o del grasso d'orso o dell'olio di ninfea coi quali mi ungo in diciassette punti: le cosce, le piante dei piedi, la nuca, i gomiti, i polsi, le tempie, il collo, la regione cardiaca e epatica, e il labbro superiore. L'insonnia mi tormentava specialmente al mattino.

A pranzo ho sempre fatto un pasto piú leggero che a cena; dopo i cinquant'anni la mattina mi sono contentato di pane inzuppato nel brodo e i primi tempi anche nell'acqua e di un po' di quell'uva di Creta dai chicchi grossi detta zibibbo. Poi cambiai, e il mio pranzo fu composto almeno di un torlo d'uovo, due once o poco piú di pane e un po' di vino puro, o anche senza. Di venerdí o di sabato prendo una zuppa di pane in un brodo di molluschi o di gamberi marini. Ho provato anche a mangiare un po' di carne: per me la cosa migliore è la vitella cucinata in cazzeruola senza sughi, ma pestata prima con la costa del coltello. Questa è la pietanza che ho adottato: butta fuori un sughino delizioso ed è meno risecchita e piú grassa della carne allo spiedo. A cena prendo una porzione di bietola o di riso o un'insalata di cicoria, ma preferisco il cardone a foglie larghe e la radice bianca della cicoria. Il pesce mi piace piú della carne, purché sia buono e fresco.

La carne (e anche la mammella di vitella e di maiale) mi piace cotta ai ferri a fettine sottili. A cena bevo volentieri circa mezza libbra di vino dolce, anche nuovo, e il doppio d'acqua e anche piú; mi piacciono moltissimo le ali del pollame giovane, il fegato di pollo e di piccione torraiolo e tutte le parti sanguigne. Mi piacciono anche i gamberi di fiume, perché mia madre ne era ghiotta quando io dovevo nascere, e anche i molluschi e le ostriche. Del resto, e mi fa anche meglio, preferisco il pesce alla carne: sogliole, passere, rombi, ghiozzi, testuggini di terra, lasche, triglie o mulli, capponi o cuculi, corvi, merluzzi o aselli, spigola o lupone, latterini, aterine, ombrine, ombre. Di pesci d'acqua dolce, lucci, carpe, persici, le due varietà di lasche cioè i sargoni, e poi cavedini, squali, tarantola, temoli, alici salate molli, e piú quelle dure. È strano che si mangino come cose squisite le telline, cioè i molluschi, mentre evitiamo come veleno le vongole e le arselle che sono tanto sane. Ben pulite mi piacciono anche le lumache, i gamberi e gli altri crostacei d'acqua dolce: quelli di mare sono troppo duri. Le anguille, le rane e i funghi sono dannosi. Mi piacciono le cose dolci: il miele, lo zucchero, l'uva fresca e matura, i poponi, dopo che ne ebbi sperimentato l'azione curativa, i fichi, le ciliege, le pesche, il mosto cotto: che non mi hanno mai fatto male.

Moltissimo mi piace l'olio, misto con un po' di sale e olive molli. Mi fa bene anche l'aglio, ma soprattutto mi sono servito della ruta, non solo come preventivo ma anche come mezzo curativo contro tutti i veleni, sia da giovane che da vecchio.

Ho provato anche, e me ne sono trovato bene, l'assenzio romano.

Non sono stato troppo dedito a Venere, né mi sono rovinato per l'abuso di tali piaceri.

Ora però il mio stomaco comincia a indebolirsi: mangio volentieri, e mi fa bene, il pesce, anche quello meno fine, purché sia tenero e fresco, cotto in gratella, e la carne bianca. Non disprezzo il formaggio pecorino ben grasso; ma una carpa da tre a sette libbre divisa in piú pasti, mi è piú gradita di ogni altro cibo. Dei pesci di grosso taglio prendo la testa e il ventre, dei piccoli il dorso e la coda. La testa la mangio sempre lessa (e dei pesci grossi anche le altre parti) oppure in tegame: i pesci piccoli fritti, quelli salati lessi o in gratella, quelli teneri fritti o appena lessi. Delle carni macellate le parti bianche, sono le migliori; quelle sanguigne, cuore, fegato, rognoni, un po' dure; il polmone è piú tenero; le interiora sono poco nutrienti: le parti rosse, eccetto il cuore, sono tenere; meno quelle bianche, eccetto i testicoli; quelle scure sono piuttosto dure.

Le cose essenziali sono sette: aria, sonno, esercizio, cibo, bevanda, medicamenti, moderazione. Le specie sono quindici e derivano dall'aria, dal sonno, dall'esercizio, dal pane, dalle carni, dal latte, dalle uova, dai pesci, dall'olio, dal sale, dall'acqua, dai fichi, dalla ruta, dall'uva o dall'acre cipolla. I mezzi per preparare i cibi sono quindici: fuoco, cenere, bagno, acqua, tegame, padella, spiedo, graticola, pestello, filo e costa del coltello, grattugia, prezzemolo, rosmarino e lauro. Gli esercizi sono: ruota molitoria, moto, equitazione, palla piccola, carrozza, fabbricazione di spade nota agli armaioli, equitazione, sella, navigazione, pulitura delle carte, frizione o lozione: in tutto quindici. Ma, come si fa per le cose sacre, io con una profonda meditazione e con un chiaro ragionamento ho ridotto tutto questo a poche cose essenziali (ché senza una lucida esposizione anche cose evidenti ti sembreranno oscure): cinque sono le cose che solo da vecchi si devono prendere con moderazione: pane, pesce, formaggio, vino e acqua; due come medicamenti: il mastice e il coriandolo, ma con molto zucchero; due i condimenti: lo zafferano e il sale: questo è anche un alimento; quattro con moderazione perché sono alimenti: la carne, i torli d'uovo, lo zibibbo e l'olio.

Quest'ultimo è un elemento occulto, che, quando brucia, corrisponde, fatte le debite proporzioni, all'elemento delle stelle.

Articolo di Michele Diodati pubblicato il  19/5/2006 alle ore 16,36.

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