Il Pesa-Nervi

«Lei parla a vanvera, giovanotto!
No, penso a dei critici con la barba».

Pasquale, Angelina Jolie e il mercato

Il libero mercato ai tempi dell'industria globale (in nero) dell'abbigliamento, magistralmente raccontato da Roberto Saviano.

[La copertina del libro di Roberto Saviano 'Gomorra']Uno dei libri più belli che mi sia capitato di leggere negli ultimi anni è Gomorra, di Roberto Saviano. "Bello", per la verità, dice molto poco, se non che mi è piaciuto. Ma "sconvolgente" è in questo caso molto più esatto di "bello". Roberto Saviano, che ha solo 27 anni, scrive con vero talento letterario cronache raccontate, ma soprattutto vissute, in prima persona, dal sottomondo dell'hinterland napoletano, dominato dal "Sistema", cioè dalla camorra (i veri camorristi non usano la parola "camorra", ma "Sistema", come ho imparato appunto leggendo il libro di Saviano).

Gomorra si apre con il racconto epico e grottesco di corpi di cinesi congelati che cadono da un container oscillante, sollevato da una gru nel porto di Napoli. Continua con storie quasi incredibili di imprenditori cinesi e napoletani che riforniscono il mondo intero con il meglio della moda italiana, prodotto in minuscole fabbriche la cui esistenza è celata con ogni cura e i cui operai, talvolta sarti di sensazionale abilità, sopravvivono lavorando in nero a seicento euro al mese, mentre gli abiti da loro tagliati procurano guadagni milionari e vestono le più famose dive di Hollywood.

La Las Vegas di cui si parla nel brano del libro di Saviano che riporto più sotto è un territorio a nord di Napoli, caratterizzato da un'imprenditoria tenace e dinamica, che cresce e si sviluppa in una sorta di Far West dominato da poche regole, pochi scrupoli e in cui la parola "Stato" è appunto solo una parola. Ma Roberto Saviano conosce quella zona meglio di me e lascio che sia lui a descriverla: «Qui chiamano Las Vegas questa zona per diverse ragioni. Come Las Vegas del Nevada è edificata in mezzo al deserto, così anche questi agglomerati sembrano spuntare dal nulla. Si arriva qui da un deserto di strade. Chilometri di catrame, di strade enormi che in pochi minuti ti portano fuori da questo territorio per spingerti sull'autostrada verso Roma, dritto verso il nord. Strade fatte non per auto ma per camion, non per spostare cittadini ma per trasportare vestiti, scarpe, borse. Venendo da Napoli questi paesi spuntano d'improvviso, ficcati nella terra uno accanto all'altro. Grumi di cemento. Le strade che si annodano ai lati di una retta su cui si avvicendano senza soluzione di continuità Casavatore, Caivano, Sant'Antimo, Melito, Arzano, Piscinola, San Pietro a Patierno, Frattamaggiore, Frattaminore, Grumo Nevano. Grovigli di strade. Paesi senza differenze che sembrano un'unica grande città. Strade che per metà sono un paese e per l'altra metà ne sono un altro. (...) Qualsiasi persona avesse voluto tentare una scalata imprenditoriale in questo territorio, per anni avrebbe potuto farlo. Realizzare il sogno. Con un prestito, una liquidazione, un forte risparmio, metteva su la sua fabbrica. Puntava su un'azienda: se vinceva riceveva efficienza, produttività, velocità, silenzi, e lavoro a basso costo. Vinceva come si vince puntando sul rosso o sul nero. Se perdeva chiudeva in pochi mesi. Las Vegas. Perché nulla era dato da precise pianificazioni amministrative ed economiche. Scarpe, vestiti, confezioni erano produzioni che si imponevano al buio sul mercato internazionale. Le città non si facevano fregio di questa produzione preziosa. I prodotti erano tanto più riusciti quanto assemblati in silenzio e clandestinamente. Territori che da decenni producevano i migliori capi della moda italiana. E quindi i migliori capi di moda del mondo. Non avevano club di imprenditori, non avevano centri di formazione, non avevano nulla che potesse essere altro dal lavoro, dalla macchina per cucire, dalla piccola fabbrica, dal pacco imballato, dalla merce spedita. Null'altro che un rimbalzare di queste fasi. Ogni altra cosa era superflua. La formazione la facevi al tavolo da lavoro, la qualità imprenditoriale la mostravi vincendo o perdendo. Niente finanziamenti, niente progetti, niente stage. Tutto e subito nell'arena del mercato. O vendi o perdi. Col crescere dei salari le case sono migliorate, le auto acquistate tra le più care. Tutto senza una ricchezza definibile collettiva. Una ricchezza saccheggiata, presa con fatica da qualcuno e portata nel proprio buco.»

Xian è un imprenditore cinese dalle mille attività, infaticabile, Nino per i napoletani. Roberto Saviano, lavoratore in nero infiltrato in quel sottomondo, lo stuzzica con domande sulla mafia cinese e la triade. Xian «Bevve della birra e poi alzò metà sedere dalla sedia, tirò il portafogli dalla tasca dei pantaloni, frugò con le dita senza guardare e poi cacciò tre monete. Le stese sul tavolo fermandole sulla tovaglia con un bicchiere rovesciato. "Euro, dollaro, yüan. Ecco la mia triade."»

Una risposta secca e memorabile, che dà la misura del personaggio e della sua funzione in quel buco di mondo. Ma ciò che Nino Xian aggiunge subito dopo chiarisce ancor meglio il concetto: «L'economia ha un sopra e un sotto. Noi siamo entrati sotto e usciamo sopra.»

Il brano che riporto qui di seguito è tratto dalle pagine 39-47 del libro di Saviano (Gomorra. Viaggio nell'impero economico e nel sogno di dominio della camorra, Mondadori, Milano 2006). E' un libro che vale la pena di leggere. In un certo senso è il No logo italiano. Lo consiglio a tutti come cura, o almeno diagnosi, per l'insensibilità e l'indifferenza.

Tra gli operai dell'imprenditore vincente ne incontrai uno particolarmente abile. Pasquale. Aveva una figura allampanata. Alto, magrissimo e un po' "scuffato": la sua altezza si piegava sulle spalle, dietro il collo. Un fisico a uncino. Lavorava su capi e disegni spediti direttamente dagli stilisti. Modelli inviati solo per le sue mani. Il suo stipendio non fluttuava ma variavano gli incarichi. In qualche modo aveva una certa aria di soddisfazione. Pasquale mi divenne simpatico subito. Appena fissai il suo nasone. Aveva una faccia anziana, anche se era un ragazzone. Una faccia ficcata sempre tra forbici, tagli di stoffe, polpastrelli strusciati sulle cuciture. Pasquale era uno dei pochi che poteva comprare direttamente la stoffa. Alcune griffe - fidandosi della sua capacità - gli facevano ordinare direttamente i materiali dalla Cina, e lui stesso poi ne verificava la qualità. Per questo motivo Xian e Pasquale si erano conosciuti. Al porto dove una volta ci trovammo a mangiare insieme. Finito il pranzo Xian e Pasquale si salutarono e noi subito salimmo in macchina. Stavamo andando verso il Vesuvio. Di solito si rappresentano i vulcani con colori scuri. Il Vesuvio è verde. Un manto infinito di muschio, sembra a vederlo da lontano. Prima però di prendere la strada per i paesi vesuviani, l'auto entrò nell'androne di una casa. Lì c'era Pasquale ad aspettarci. Non capivo cosa stesse accadendo. Uscì dalla sua auto e direttamente si ficcò nel portabagagli dell'auto di Xian. Tentai di chiedere spiegazioni:

«Cosa succede? Perché nel cofano?»

«Non preoccuparti. Adesso andiamo a Terzigno, alla fabbrica.»

Alla guida si mise una specie di Minotauro. Era uscito dall'auto di Pasquale e sembrava sapesse a memoria cosa fare. Fece marcia indietro, uscì dal cancello, e prima di immettersi sulla strada cacciò una pistola. Una semiautomatica. Scarrellò e se la mise tra le gambe. Io non fiatai, ma il Minotauro, guardando nello specchietto retrovisore, vedeva che lo fissavo preoccupato:

«Una volta ci stavano facendo la pelle.»

«Ma chi?»

Cercavo di farmi spiegare tutto dall'inizio.

«Sono quelli che non vogliono che i cinesi imparino a lavorare sull'alta moda. Quelli che dalla Cina vogliono le stoffe, punto e basta.»

Non capivo. Continuavo a non capire. Intervenne Xian col suo solito tono tranquillizzante.

«Pasquale ci aiuta a imparare. A imparare a lavorare sui capi di qualità che ancora non ci affidano. Impariamo da lui come fare i vestiti...»

Il Minotauro, dopo la sintesi di Xian, cercò di motivare la pistola:

«Allora... una volta uno è sbucato lì, proprio lì vedi, in mezzo alla piazza, e ha sparato contro la macchina. Hanno colpito il motore e il tergicristalli. Se volevano farci fuori ci facevano fuori. Ma era un avvertimento. Se lo rifanno questa volta però sono pronto.»

Il Minotauro poi mi spiegò che quando si guida tenere la pistola tra le cosce è la tecnica migliore poggiarla sul cruscotto rallenterebbe i gesti, i movimenti per prenderla. Per arrivare a Terzigno la strada era in salita, la frizione gettava un odore puzzolentissimo. Piuttosto che temere per qualche sventagliata di mitra temevo che il rinculo dell'auto potesse far sparare la pistola nello scroto dell'autista. Arrivammo tranquillamente. Appena ferma la macchina Xian andò ad aprire il cofano. Pasquale uscì. Sembrava un kleenex appallottolato che tentava di stiracchiarsi. Mi si avvicinò e disse:

«Ogni volta questa storia, manco fossi un latitante. Però meglio che non mi vedono in macchina. Altrimenti...»

E fece il gesto della lama sulla gola. Il capannone era grande. Non enorme. Xian me lo descriveva orgoglioso. Era di sua proprietà, ma all'interno c'erano nove microfabbriche affidate a nove imprenditori cinesi. Entrando infatti sembrava di vedere una scacchiera. Ogni singola fabbrica aveva i propri operai e i propri banchi da lavoro ben circoscritti nei quadrati. A ogni fabbrica Xian aveva concesso lo stesso spazio delle fabbriche di Las Vegas. Ogni appalto lo concedeva per asta. Il metodo era lo stesso. Aveva deciso di non far stare i bambini nella zona di lavorazione, e i turni li aveva organizzati come facevano le fabbriche italiane. In più, quando lavoravano per altre aziende, non chiedevano liquidità anticipata. Xian insomma stava diventando un vero e proprio imprenditore della moda italiana.

Le fabbriche cinesi in Cina stavano facendo concorrenza alle fabbriche cinesi in Italia. E così Prato, Roma, e le Chinatown di mezza Italia stavano crollando miseramente: avevano avuto un boom di crescita così veloce da rendere la caduta ancora più repentina. In un unico modo si sarebbero potute salvare le fabbriche cinesi: fare diventare gli operai esperti dell'alta moda, capaci di lavorare in Italia sull'eccellenza. Imparare dagli italiani, dai padroncini sparsi per Las Vegas, divenire non più produttori di paccottiglia ma referenti nel sud Italia delle griffe. Prendere il posto, le logiche, gli spazi, i linguaggi delle fabbriche in nero italiane e cercare di fare lo stesso lavoro. Solo a un po' di meno e a qualche ora in più.

* * *

Pasquale cacciò della stoffa da una valigetta. Era un vestito che avrebbe dovuto tagliare e lavorare nella sua fabbrica. Invece fece l'operazione su una scrivania davanti a una telecamera, che lo riprendeva rimandando l'immagine su un enorme telone appeso alle sue spalle. Una ragazza con un microfono traduceva in cinese ciò che diceva. Era la sua quinta lezione.

«Dovete avere massima cura delle cuciture. La cucitura dev'essere leggera, ma non inesistente.»

Il triangolo cinese. San Giuseppe Vesuviano, Terzigno, Ottaviano. E il fulcro dell'imprenditoria tessile cinese. Tutto quello che accade nelle comunità cinesi d'Italia è accaduto prima a Terzigno. Le prime lavorazioni, le qualità di produzione, e anche i primi assassinii. Qui è stato ammazzato Wang Dingjm, un immigrato quarantenne arrivato in auto da Roma per partecipare a una festa tra connazionali. Lo invitarono e poi gli spararono in testa. Wang era una testa di serpente, ovvero una guida. Legato ai cartelli criminali pechinesi che organizzano l'entrata clandestina di cittadini cinesi. Spesso le diverse teste di serpente si scontrano con i committenti di merce-uomo. Promettono agli imprenditori un quantitativo di persone che poi in realtà non portano. Come si uccide uno spacciatore quando ha tenuto per sé una parte del guadagno, così si uccide una testa di serpente perché ha barato sulla sua merce, sugli esseri umani. Ma a crepare non sono solo mafiosi. Fuori della fabbrica c'era una foto appesa su una porta. La foto di una ragazza piccola. Un bel viso, zigomi rosa, occhi neri che sembravano truccati. Era proprio posta nel punto in cui, nell'iconografia tradizionale, ci si aspetta il volto giallo di Mao. Era Zhang Xiangbi, una ragazza incinta uccisa e gettata in un pozzo qualche anno fa. Lei lavorava qui. Un meccanico di queste zone l'aveva adocchiata; lei passava davanti alla sua officina, a lui era piaciuta e questo credeva fosse condizione sufficiente per averla. I cinesi lavorano come bestie, strisciano come bisce, sono più silenziosi dei sordomuti, non possono avere forme di resistenza e di volontà. L'assioma nella mente di tutti, o quasi tutti, è questo. Zhang invece aveva resistito, aveva tentato di scappare quando il meccanico l'aveva avvicinata, ma non poteva denunciarlo. Era cinese, ogni gesto di visibilità è negato. Quando c'ha riprovato, questa volta l'uomo non ha sopportato il rifiuto. L'ha massacrata di calci sino a farla svenire e poi le ha squarciato la gola gettando il suo cadavere in fondo a un pozzo artesiano, lasciandolo gonfiare di umido e acqua per giorni. Pasquale conosceva questa storia, ne era rimasto sconvolto; ogni volta che teneva la sua lezione aveva infatti l'accortezza di andare dal fratello di Zhang e chiedere come stava, se aveva bisogno di qualcosa e si sentiva perennemente rispondere: «Niente, grazie».

* * *

Io e Pasquale legammo molto. Quando parlava dei tessuti sembrava un profeta. Nei negozi era pignolissimo, non era possibile neanche passeggiare, si piantava davanti a ogni vetrina insultando il taglio di una giacca, vergognandosi al posto del sarto per il disegno di una gonna. Era capace di prevedere la durata della vita di un pantalone, di una giacca, di un vestito. Il numero esatto di lavaggi che avrebbero sopportato quei tessuti prima di ammosciarsi addosso. Pasquale mi iniziò al complicato mondo dei tessuti. Avevo cominciato anche a frequentare casa sua. La sua famiglia, i suoi tre bambini, sua moglie, mi davano allegria. Erano sempre attivi ma mai frenetici. Anche quella sera i bambini più piccoli correvano per la casa scalzi. Ma senza fare chiasso. Pasquale aveva acceso la televisione, cambiando i vari canali era rimasto immobile davanti allo schermo, aveva strizzato gli occhi sull'immagine come un miope, anche se ci vedeva benissimo. Nessuno stava parlando ma il silenzio sembrò farsi più denso. Luisa, la moglie, intuì qualcosa, perché si avvicinò alla televisione e si mise le mani sulla bocca, come quando si assiste a una cosa grave e si tappa un urlo. In tv Angelina Jolie calpestava la passerella della notte degli Oscar indossando un completo di raso bianco, bellissimo. Uno di quelli su misura, di quelli che gli stilisti italiani, contendendosele, offrono alle star. Quel vestito l'aveva cucito Pasquale in una fabbrica in nero ad Arzano. Gli avevano detto solo: «Questo va in America». Pasquale aveva lavorato su centinaia di vestiti andati negli USA. Si ricordava bene quel tailleur bianco. Si ricordava ancora le misure, tutte le misure. Il taglio del collo, i millimetri dei polsi. E il pantalone. Aveva passato le mani nei tubi delle gambe e ricordava ancora il corpo nudo che ogni sarto immagina. Un nudo senza erotismo, disegnato nelle sue fasce muscolari, nelle sue ceramiche d'ossa. Un nudo da vestire, una mediazione tra muscolo, ossa e portamento. Era andato a prendersi la stoffa al porto, lo ricordava ancora bene quel giorno. Gliene avevano commissionati tre, di vestiti, senza dirgli altro. Sapevano a chi erano destinati, ma nessuno l'aveva avvertito.

In Giappone il sarto della sposa dell'erede al trono aveva ricevuto un rinfresco di Stato; un giornale berlinese aveva dedicato sei pagine al sarto del primo cancelliere donna tedesco. Pagine in cui si parlava di qualità artigianale, di fantasia, di eleganza. Pasquale aveva una rabbia, ma una rabbia impossibile da cacciare fuori. Eppure la soddisfazione è un diritto, se esiste un merito questo dev'essere riconosciuto. Sentiva in fondo, in qualche parte del fegato o dello stomaco, di aver fatto un ottimo lavoro e voleva poterlo dire. Sapeva di meritarsi qualcos'altro. Ma non gli era stato detto niente. Se n'era accorto per caso, per errore. Una rabbia fine a se stessa, che spunta carica di ragioni ma di queste non può far nulla. Non avrebbe potuto dirlo a nessuno. Neanche bisbigliarlo davanti al giornale del giorno dopo. Non poteva dire "Questo vestito l'ho fatto io". Nessuno avrebbe creduto a una cosa del genere. La notte degli Oscar, Angelina Jolie indossa un vestito fatto ad Arzano, da Pasquale. Il massimo e il minimo. Milioni di dollari e seicento euro al mese. Quando tutto ciò che è possibile è stato fatto, quando talento, bravura, maestria, impegno, vengono fusi in un'azione, in una prassi, quando tutto questo non serve a mutare nulla, allora viene voglia di stendersi a pancia sotto sul nulla, nel nulla. Sparire lentamente, farsi passare i minuti sopra, affondarci dentro come fossero sabbie mobili. Smettere di fare qualsiasi cosa. E tirare, tirare a respirare. Nient'altro. Tanto nulla può mutare condizione: nemmeno un vestito fatto ad Angelina Jolie e indossato la notte degli Oscar.

Pasquale uscì di casa, non si curò neanche di chiudere la porta. Luisa sapeva dove andava, sapeva che sarebbe andato a Secondigliano e sapeva chi andava a incontrare. Poi si buttò sul divano e immerse la faccia nel cuscino come una bambina. Non so perché, ma quando Luisa si mise a piangere mi vennero in mente i versi di Vittorio Bodini. Una poesia che raccontava delle strategie che usavano i contadini del sud per non partire soldati, per non riempire le trincee della Prima guerra, alla difesa di confini di cui ignoravano l'esistenza. Faceva così:

Al tempo dell'altra guerra contadini e contrabbandieri / si mettevano foglie di Xanti-Yaca sotto le ascelle / per cadere ammalati. / Le febbri artificiali, la malaria presunta / di cui tremavano e battevano i denti, / erano il loro giudizio / sui governi e la storia.

Il pianto di Luisa mi sembrò anch'esso un giudizio sul governo e sulla storia. Non uno sfogo. Non un dispiacere per una soddisfazione non celebrata. Mi è sembrato un capitolo emendato del Capitale di Marx, un paragrafo della Ricchezza delle Nazioni di Adam Smith, un capoverso della Teoria generale dell'occupazione di John Maynard Keynes, una nota dell'Etica protestante e lo spirito del capitalismo di Max Weber.

Una pagina aggiunta o sottratta. Dimenticata di scrivere o forse scritta continuamente ma non nello spazio della pagina. Non era un atto disperato ma un'analisi. Severa, dettagliata, precisa, argomentata. Mi immaginavo Pasquale per strada, a battere i piedi per terra come quando ci si toglie la neve dagli scarponi. Come un bambino che si stupisce del perché la vita dev'essere tanto dolorosa. Sino ad allora ci era riuscito. Era riuscito a trattenersi, a fare il suo mestiere, a volerlo fare. E a farlo come nessun altro. Ma in quel momento, quando ha visto quel vestito, quel corpo muoversi dentro alle stoffe da lui carezzate si è sentito solo. Solissimo. Perché quando qualcuno conosce una cosa solo nel perimetro della propria carne e del proprio cranio è come se non la sapesse. E così il lavoro quando serve solo a galleggiare, a sopravvivere, solo a se stessi, allora è la peggiore delle solitudini.

* * *

Rividi Pasquale due mesi dopo. L'avevano messo sui camion. Trasportava ogni tipo di merce - legale e illegale - per conto delle imprese legate alla famiglia Licciardi di Secondigliano. O almeno così dicevano. Il miglior sarto sulla terra guidava i camion della camorra tra Secondigliano e il Lago di Garda. Mi offrì un pranzo, mi fece fare un giro nel suo enorme camion. Aveva le mani rosse e le nocche spaccate. Come a tutti i camionisti che per ore reggono i volanti, le mani gelano e la circolazione si ingolfa. Non aveva un viso sereno, aveva scelto quel lavoro per dispetto, per dispetto al suo destino, un calcio in culo alla sua vita. Ma non si poteva sempre sopportare, anche se mandare tutto al diavolo significava vivere peggio. Mentre mangiavamo si alzò per andare a salutare qualche suo compare. Lasciò il portafogli sul tavolo. Vidi uscire dal fagotto di cuoio una pagina di giornale piegata in quattro parti. Aprii. Era una foto, una copertina di Angelina Jolie vestita di bianco. Il completo cucito da Pasquale. La giacca portata direttamente sulla pelle. Bisognava avere il talento di vestirla senza nasconderla. Il tessuto doveva accompagnare il corpo, disegnarlo facendosi tracciare dai movimenti.

Sono sicuro che Pasquale, da solo, qualche volta, magari quando ha finito di mangiare, quando a casa i bambini si addormentano sfiancati dal gioco a pancia sotto sul divano, quando la moglie prima di lavare i piatti si mette al telefono con la madre, proprio in quel momento gli viene in mente di aprire il portafogli e fissare quella pagina di giornale. E sono sicuro che, guardando quel capolavoro che ha creato con le sue mani, Pasquale è felice. Una felicità rabbiosa. Ma questo non lo saprà mai nessuno.

Commenti dei lettori

  1. Commento di Nicola - 18/9/2006 ore 11,49

    Ma è legale riportare capitoli di un libro?
  2. Commento di Michele Diodati - 18/9/2006 ore 12,16

    Nei limiti in cui non si viola la legge sul diritto d'autore, sì. Le mie citazioni non sono a scopo di lucro, menzionano correttamente autore, titolo ed editore e sono ridotte a una piccola parte dell'opera complessiva. Vedi in proposito l'art.70 della legge 22 aprile 1941, n.633 sul diritto s'autore:

    Art. 70

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  3. Commento di stili - 9/10/2006 ore 17,35

    penso che sarebbe interessante se si conducesse un inchiesta giornalistica seria (oltre che giudiziaria)sullo sfruttamento della mano d'opera tessile in campania e in puglia per conto delle amate griffe italiane che non fanno altro se non cucire col sangue dei lavoratori i loro abiti esclusivissimi!! Non sono giornalista, ma indignata si!
    Bravo Saviano ok, ma non basta.

Articolo di Michele Diodati pubblicato il  23/5/2006 alle ore 11,28.

Indice del Pesa-Nervi | Diodati.org

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