Il Pesa-Nervi

«Lei parla a vanvera, giovanotto!
No, penso a dei critici con la barba».

«Citizen Berlusconi»

L'introduzione del libro che il giornalista americano Alexander Stille ha dedicato a ricostruire «vita e imprese» di Silvio Berlusconi.

[La copertina del libro di Alexander Stille, 'Citizen Berlusconi']Ho trovato estremamente interessante il libro di Alexander Stille non solo perché ripercorre in modo molto documentato gli ultimi venticinque anni di storia italiana, offrendo una serie di informazioni che ogni cittadino dovrebbe conoscere per poter esprimere in modo informato il proprio voto politico, ma soprattutto perché l'analisi e i giudizi sull'Italia, e su Berlusconi in particolare, sono offerti da un esterno, da uno straniero, da una persona che non è direttamente coinvolta con interessi di parte nelle nostre vicende politiche, da uno che ragiona come un americano, non come un italiano. E' insomma un ritratto che a me pare obiettivo e spassionato, oltre che acuto, in quanto capace di cogliere il buono e il cattivo nell'ascesa personale e politica di Berlusconi, inquadrandola nel contesto sociale in cui è avvenuta (scrive Stille: «La storia di Berlusconi è una delle grandi avventure politiche del tardo Novecento, un esempio stupefacente di ciò che accade quando i mezzi di comunicazione, il denaro e la politica uniscono le proprie forze in una società pressoché priva di regole»).

Il testo seguente riproduce l'introduzione del libro (pagine 7-20), i cui riferimenti completi, per chi volesse cercarlo in libreria, sono: Alexander Stille, «Citizen Berlusconi. Vita e imprese», Garzanti, Milano, febbraio 2006.

Nell'estate del 1993 Silvio Berlusconi, l'uomo più ricco d'Italia nonché il proprietario del più grande impero televisivo ed editoriale del paese, condusse una serie di sondaggi per valutare la possibilità di fondare un suo partito politico e candidarsi alla carica di presidente del consiglio. Secondo uno di questi sondaggi il nome di Berlusconi era noto al 97 per cento dei potenziali elettori, mentre quello del presidente del consiglio dell'epoca, Carlo Azeglio Ciampi, era conosciuto solo dal 51 per cento del campione.

Il magnate dei media che aveva portato in Italia Dallas, La ruota della fortuna e Baywatch, il presidente che aveva fatto vincere diversi scudetti al Milan, il miliardario i cui yacht, le cui ville e la cui bella moglie comparivano spesso sui rotocalchi, era molto più interessante di qualsiasi politico tradizionale presente sul mercato. Un altro sondaggio condotto tra i giovani rivelava che Berlusconi era il «più amato» di un lungo elenco di nomi: Arnold Schwarzenegger era al secondo posto e Gesù Cristo al terzo.

La fine della guerra fredda aveva spazzato via i partiti politici tradizionali che avevano dominato l'Italia nei cinquant'anni precedenti. Le vecchie ideologie del xx secolo stavano svanendo e l'istituzione più influente ancora salda tra le macerie del Muro di Berlino era un'azienda televisiva.

Berlusconi, ben consapevole di avere un'opportunità di colmare il vuoto così creatosi, si lanciò in quella che sarebbe stata una delle campagne elettorali più straordinariamente innovative della nostra era, forse il primo esempio in assoluto di campagna elettorale postmoderna. Nel giro di pochissimo tempo tutte le divisioni del grande impero berlusconiano - dai canali televisivi ai giornali fino ai grandi magazzini e alle società assicurative e finanziarie - furono convertite in ingranaggi di un'immensa macchina politica. I dirigenti pubblicitari contattarono le società che acquistavano spazi sui canali di Berlusconi. I mediatori finanziari e gli agenti assicurativi che lavoravano per le società di Berlusconi vennero arruolati nella campagna elettorale e furono messi al lavoro per trasformare le centinaia di migliaia (forse addirittura milioni) di clienti in elettori e sostenitori del partito. L'ufficio del personale dell'azienda pubblicitaria televisiva selezionò più di cento tra i suoi migliori venditori per candidarli alle elezioni parlamentari. I prescelti vennero sottoposti a provini negli studi televisivi, ricevettero lezioni di politica e si verificò come si sarebbero comportati sotto il fuoco di fila di una campagna elettorale. Vennero tutti obbligati ad acquistare un kit che comprendeva un libretto di 35 pagine, undici videocassette che spiegavano il programma del partito e alcune lezioni su come parlare in pubblico e in televisione. Alcuni consulenti dell'azienda, esperti nella valutazione di programmi televisivi, condussero dei focus groups per calibrare il messaggio di Berlusconi in modo che facesse presa sull'audience più vasta possibile. Il partito-azienda creò dei numeri telefonici a pagamento (circa 50 centesimi al minuto) grazie ai quali i cittadini potevano ascoltare gli ultimi interventi di Berlusconi e il movimento era in grado di raccogliere ulteriori fondi.

All'inizio questo lavoro venne svolto relativamente in segreto. Berlusconi negò con energia di avere intenzione di presentarsi alle elezioni. Secondo la versione ufficiale stava contribuendo alla fondazione di un movimento politico che avrebbe promosso i valori di libertà e democrazia attraverso una serie di club. Il movimento venne chiamato «Forza Italia», l'urlo dei tifosi durante le partite della nazionale. Buona parte della fama e della popolarità di Berlusconi derivava proprio dal fatto di possedere una squadra di calcio, il Milan. Il patriottismo in Italia aveva toccato un minimo storico e il calcio era tra le pochissime cose in grado di suscitare sentimenti di intenso orgoglio nazionale. Per sfruttare questi sentimenti, Berlusconi ne assorbì gli slogan e i simboli. I componenti della sua «squadra» si sarebbero chiamati «azzurri», come i giocatori della nazionale.

L'obiettivo di Berlusconi e dei suoi dirigenti era creare 8000 club Forza Italia, quasi uno per ogni città italiana di discreta grandezza. Neppure il numero era stato scelto a caso: in Italia ci sono 8000 parrocchie. Alla fine della seconda guerra mondiale, dopo il crollo del regime fascista, con le sue parrocchie la chiesa cattolica aveva costituito la spina dorsale della neonata Democrazia cristiana. Ma il potere della chiesa, come quello dei partiti, era in declino. «L'azienda della fede», come Berlusconi chiamava la chiesa, «non è in buone condizioni», disse a un pubblico aziendale nei tardi anni Ottanta, annunciando che intendeva acquistare una serie di monasteri e conventi abbandonati per farne dei luoghi di ritiro per le sue forze vendita, come in una sorta di trasferimento di potere simbolico dalla vecchia alla nuova chiesa. Con un club Forza Italia per ogni parrocchia, avrebbe completato il trasferimento.

Il terreno venne preparato alla perfezione, come per il lancio di un nuovo prodotto, con voci sempre più pressanti sul progetto di Berlusconi e una serie di smentite che non facevano altro che dare una visibilità sempre maggiore alla sua figura.

Poi, il 26 gennaio 1994, Berlusconi comparve sulle sue tre reti televisive private per annunciare che stava fondando un nuovo partito politico e si sarebbe candidato alla presidenza del consiglio.

L'annuncio si presentava in tutto e per tutto come quelli che i presidenti americani trasmettono dalla sala ovale della Casa Bianca. Berlusconi era inquadrato nello studio della sua sontuosa villa settecentesca, seduto dietro a un'imponente scrivania. Sullo sfondo alcune fotografie di famiglia. Si rivolse alla nazione in tono solenne e autorevole. Pur essendo solo un privato cittadino e un neofita della politica, aveva già l'aspetto di un presidente. «Berlusconi [...] era il presidente "virtuale"», dice Giuliano Ferrara, uno dei suoi principali consiglieri politici e ghostwriter del discorso. «In quel momento ho capito che aveva cambiato la politica italiana.»

Nel giro di soli due mesi Berlusconi sarebbe diventato presidente del consiglio anche nella «realtà».

* * *

Nel 1980, quando venni a vivere in Italia per la prima volta, il paese era molto diverso rispetto alla ricca società dei consumi dell'era Berlusconi.

Roma era relativamente povera e trasandata, con l'intonaco che si staccava dalle sue case color ocra. Molti, anziché l'italiano, parlavano il dialetto della propria regione, un legame vivente con l'Italia preunitaria e con la sua vita contadina, radicata in una tradizione millenaria. Passeggiando per Trastevere, prima che fosse trasformato in un quartiere alla moda, si trovavano vicoli pieni di donne adagiate sulle sedie disposte sui marciapiedi, dove passavano il pomeriggio a sventagliarsi, chiacchierare e parlare con le vicine, come succede ancora oggi in città come Napoli o Palermo. Quasi nessuno parlava inglese ed erano ancora di meno quelli che erano stati oltreoceano. Gli italiani di sinistra, per non portare denaro ai paesi capitalisti, andavano in vacanza in Iugoslavia e in Unione Sovietica.

Benché l'Italia fosse in crescita economica, conservava le vestigia di una cultura precapitalista. Io rimasi due anni senza telefono perché ottenere un allacciamento in meno di nove mesi era considerato quasi impossibile e il gioco sembrava non valere la candela. C'era penuria di spiccioli, per cui i negozianti come resto ti davano manciate di caramelle. Alla fine della settimana avevi le tasche gonfie di mentine e gomme da masticare. Ad agosto negozi e ristoranti erano quasi tutti chiusi, perché i proprietari non rinunciavano alle ferie nemmeno davanti alla certezza di grossi guadagni. Il paese era lacerato dalla violenza politica e ideologica di sinistra e di destra. Non passava quasi giorno senza che le Brigate rosse uccidessero, gambizzassero o rapissero qualcuno, o i terroristi di destra non facessero esplodere qualche bomba. A Palermo era in corso una violenta guerra di mafia che sarebbe costata centinaia di vite. Quando mi trasferii a Milano, conobbi persone con guardie del corpo e auto blindate, persone le cui madri o i cui parenti erano stati rapiti o che da anni non sapevano nulla dei propri fratelli maggiori, presumibilmente discesi negli inferi di una qualche organizzazione terroristica. Era già evidente che la lotta armata era destinata a fallire, che aveva perso ogni sostegno popolare, ma i terroristi, come animali feriti e messi all'angolo, a mano a mano che il movimento procedeva verso il declino scatenarono un crescendo di violenza: la rivoluzione armata degenerò in un vero e proprio bagno di sangue.

Il terrorismo era un fenomeno sconcertante, se si pensava che l'Italia era un posto decisamente piacevole in cui vivere, e non solo per i ricchi. E quella violenza era esplosa dopo venticinque anni di una crescita economica che non aveva precedenti nella storia moderna del paese.

Una volta andai a trovare un amico di famiglia, un vecchio giornalista che viveva con la moglie in un bellissimo appartamento sopra piazza Navona. All'improvviso qualcuno bussò alla porta e tutti rimanemmo con il fiato sospeso. Il nome del giornalista - che pure aveva fatto il partigiano durante la seconda guerra mondiale - era stato trovato nell'elenco degli obiettivi delle Brigate rosse. A bussare per fortuna era un'amica, una ragazza che volevano presentarmi. «Tu al liceo eri in Lotta continua?», chiese la moglie del giornalista alla ragazza. Lotta continua, come molti gruppi estremisti degli anni Settanta, si era sciolta qualche anno prima, quando l'entusiasmo rivoluzionario aveva iniziato a perdere abbrivio. Molti giovani italiani che conobbi venivano ancora identificati con i gruppi politici di cui avevano fatto parte al liceo o all'università, un po' come accade ai giovani americani con le università che hanno frequentato.

Vivere in un ambiente così intensamente politicizzato era tonificante. Quando andai all'università, nel 1974, la guerra del Vietnam era agli sgoccioli e i campus americani erano perlopiù depoliticizzati. In Italia, invece, nella casa editrice per cui lavoravo si tenevano spesso degli scioperi per protestare contro un omicidio o una legge governativa. Questi scioperi facevano a pugni con le mie americanissime idee di efficienza ed etica lavorativa, ma apprezzavo il fatto che le persone si appassionassero tanto e parlassero così animatamente di politica.

A Milano la domenica pomeriggio andavo spesso in piazza del Duomo, dove si trovavano, immersi in accesi dibattiti politici, capannelli di anziani - a volte composti anche da trenta o quaranta persone - assiepati come gli stormi di piccioni attorno alle briciole sul sagrato della chiesa. Di solito erano uomini che avevano abbondantemente superato i sessant'anni, i cui cappelli, baffi, bretelle e abiti grigi parevano usciti da un'altra epoca. Discutevano animatamente usando il linguaggio di un'era perduta: erano anarchici e liberali giolittiani, monarchici e fascisti, che ricordavano gli oratori improvvisati dell'Italia del primo Novecento. Io trovavo il loro linguaggio corporeo - l'oratoria accalorata, i gesti animati, la natura della folla simile a quella di uno stormo che si spingeva in avanti per assistere al dibattito politico come se ci fosse stato un premio in palio - più interessante delle idee su cui si dibatteva. Questo stormo di vecchi ingrigiti con i loro cappelli, le loro bretelle e i loro baffi a manubrio era l'ultima reliquia di un'era in cui le piazze delle città erano piene di persone che volevano discutere. Per questi vecchi, nati molto prima della televisione, uscire di casa e parlare di politica era una forma di divertimento e socializzazione.

Ma c'erano già alcuni segni che le cose stavano cambiando. Erano i primi anni del cosiddetto «riflusso», del rifiuto dell'impegno politico. I ranghi dispersi della sinistra rivoluzionaria si stavano sparpagliando in varie direzioni: alcuni si trasformavano in Hare Krishna, altri si mettevano ad allevare polli, altri ancora iniziavano ad arricchirsi con la pubblicità o con la finanza, molti finivano tra le braccia delle droghe pesanti. I parchi, le strade e i bagni pubblici delle città italiane in quegli anni erano pieni di siringhe e si calcolava che vi fossero circa 200.000 tossicodipendenti e che ogni anno ne morisse per overdose un migliaio.

Nello stesso anno del mio arrivo in Italia, il 1980, Silvio Berlusconi creò Canale 5, la prima rete televisiva nazionale privata. Dato che non avevo neanche il televisore, non me ne accorsi. Poi un giorno la portinaia del mio palazzo, impietosita da questo giovane straniero che viveva senza telefono e senza tv, insistette per regalarmi un vecchio ed enorme apparecchio a colori di cui un altro inquilino voleva sbarazzarsi. Doveva essere uno dei primi televisori a colori venduti in Italia, dove il colore era approdato solo nel 1977; quell'apparecchio infatti aveva già l'aria di un pezzo di antiquariato: era grande quasi come un frigorifero, ci metteva qualche minuto a riscaldarsi e dava a tutti i volti una tonalità arancione o violacea.

Non prestai molta attenzione al canale di Berlusconi, perché per me era solo una riproposizione in italiano dei lati peggiori della mia cultura americana: soap-opera e sitcom dozzinali, General Hospital, Love Boat, Dallas, Magnum P.I., repliche di ignobili B-movie americani. I programmi originali coinvolgevano invariabilmente delle soubrette seminude e un pubblico di italiani vestiti in modo orribile che battevano le mani a ritmo o salutavano la telecamera. Ma di fatto i colori sgargianti del mondo televisivo di Berlusconi, pur in tutta la loro apparente stupidità e frivolezza, rappresentarono una rivoluzione nel mondo in bianco e nero della vita italiana. Nei tardi anni Settanta gli italiani non passavano molto tempo davanti all'apparecchio, al punto che la Rai non teneva nemmeno il conto di quante persone guardassero la tv e di quanto tempo ci dedicassero.

Oggi gli anziani non si trovano più in piazza del Duomo. I vecchi italiani restano a casa molto di più e guardano in media cinque ore di televisione al giorno. E più televisione guardano, più probabilità ci saranno che votino per Silvio Berlusconi. Il calcio ha sostituito la politica come principale argomento di conversazione.

Gli anni Ottanta, il decennio di Reagan e della Thatcher, costituirono un punto di svolta tanto negli Stati Uniti quanto in Europa. Fu il decennio in cui il consenso sullo stato assistenziale che proseguiva dal secondo dopoguerra iniziò a sbriciolarsi. I governi si misero a privatizzare e deregolamentare le industrie, la vecchia economia manifatturiera cedette il passo a un'economia postindustriale e il lavoro sindacalizzato a un tipo di occupazione più flessibile e precaria, le contrapposizioni politiche del xx secolo (comunismo contro democrazia capitalista) e i tradizionali partiti politici di massa si atrofizzarono e furono sostituiti da una forma politica più personalizzata. La cultura della solidarietà (il New Deal e la Great Society negli Stati Uniti, il Sessantotto e lo stato assistenziale in Europa) fu sostituita da un nuovo insieme di valori basati sul successo personale e sulla ricchezza. Le vecchie virtù piccolo-borghesi del risparmio e della frugalità, che avevano contribuito a finanziare l'economia manifatturiera, cedettero il passo a un'economia dei consumi alimentata da una cultura del debito basata sulla carta di credito e da un approccio del tipo «shopping o morte».

Berlusconi, con l'introduzione della televisione commerciale in Italia, fu forse il principale agente di questi cambiamenti nella vita del paese. Prima degli anni Ottanta quasi tutto il settore televisivo europeo era controllato dai governi. In Italia Berlusconi spezzò il monopolio statale della Rai e creò un proprio monopolio televisivo personale e privato.

La vecchia Rai era sostanzialmente uno specchio fedele dell'Italia del dopoguerra. I partiti politici controllavano i diversi canali e i telegiornali erano letteralmente cronometrati, assegnando i minuti e i secondi dei commenti in modo che ciascun partito politico avesse voce in misura proporzionale alla sua forza numerica in parlamento. Era una forma di pluralismo piuttosto grezza, ma comunque di pluralismo si trattava.

La Rai conteneva in sé gli aspetti migliori e quelli peggiori dell'ancien régime italiano. Da una parte c'era una nutrita messe di sprechi, inefficienze e corruzione, raccomandazioni politiche e personale assunto che faceva poco o nulla. I contenuti erano spesso noiosi ma improntati a elevati principi. Al posto delle soap-opera e dei quiz americani, gli spettatori potevano assistere alla messa domenicale del papa e rivedere i classici del cinema italiano. La Rai commissionò a Roberto Rossellini una serie di film sulla storia della scienza e finanziò diverse delle ultime pellicole di Fellini. Ma la Rai rifletteva per molti versi la cultura italiana delle «due chiese», quella cattolica e quella del Pci, entrambe caratterizzate da un certo sospetto nei confronti del libero capitalismo e della cultura commerciale; ed entrambe sostenitrici di una certa cultura della solidarietà in contrapposizione a quella della concorrenza sfrenata.

Berlusconi scatenò una rivoluzione culturale introducendo i valori commerciali americani in questo mondo all'antica, lento e paternalistico. Prima di lui la televisione italiana era tecnicamente arretrata: per esempio i conduttori dei telegiornali tenevano lo sguardo basso per consultare i propri testi anziché leggerli da un gobbo e guardare in camera. Berlusconi, un venditore nato libero da queste idee antiquate, prendeva a modello Hollywood. E iniziò ad acquistare intere libraries di film e programmi televisivi, aggiungendovi un tocco italiano con programmi originali come Colpo grosso, forse il primo gioco televisivo al mondo in cui comparvero dei nudi. Erano programmi che rispondevano allo spirito dei tempi: la piccola borghesia, stanca del terrorismo e del parossismo ideologico degli anni Settanta, era pronta a godersi un periodo di prosperità in mezzo a prodotti di consumo smerciati sulle reti di Berlusconi.

Il calcio - un altro dei settori strategici in cui Berlusconi fece il proprio ingresso e destinati a diventare dominanti - ha sostituito la politica come argomento di conversazione. Televisione e calcio hanno proceduto fianco a fianco in una marcia inarrestabile. Ai vecchi tempi la Rai aveva in programmazione una partita di calcio alla settimana, mandava in onda solo uno dei due tempi e lo faceva in differita nella convinzione che nessuno sarebbe andato allo stadio se le partite fossero state trasmesse in diretta. Berlusconi infranse anche questo tabù, trasmettendo ogni settimana diverse partite di calcio, oltre a numerosi talk-show in cui allenatori da Bar Sport parlavano delle partite la domenica sera, il lunedi e per buona parte della settimana. Berlusconi acquistò la squadra di calcio più vincente del paese, il Milan, che forse ancora più delle reti televisive fu in larga parte la fonte della sua popolarità. Non è affatto una coincidenza il fatto che Berlusconi abbia chiamato il suo partito Forza Italia. Se i richiami alla rivoluzione e alla patria si sono indeboliti, la nazionale di calcio è più o meno l'unica cosa che sappia ingenerare potenti sentimenti nazionalisti nella maggior parte degli italiani, e Berlusconi è stato molto astuto nell'incanalare questi sentimenti verso i propri obiettivi politici.

Ricordo un episodio particolarmente strano dell'estate del 1994, durante il primo governo Berlusconi, che coincise con i mondiali di calcio. Berlusconi aveva appena sostituito il consiglio di amministrazione e i direttori delle tre reti Rai - i principali concorrenti del suo network televisivo privato - con persone vicine ai suoi interessi (molte delle quali erano o erano state alle sue dipendenze), ma questo evento - esattamente il genere di sfacciato conflitto di interessi che in campagna elettorale Berlusconi aveva giurato non si sarebbe mai verificato - passò senza che vi fosse alcuna reazione di rilievo; intanto le vie di Roma si riempivano di auto strombazzanti e folle giubilanti si assiepavano per strada fino a tarda ora urlando a squarciagola: «Forza, Italia! Forza, Italia!» e sventolando il tricolore. Si trattava di un brillante esempio di pubblicità gratuita, per un valore di decine di miliardi di lire. Fu un momento surreale di politica postmoderna: dalla miscela di intrattenimento, sport, televisione e politica, nasceva un potere nuovo e terrificante.

Berlusconi contribuì a far passare l'Italia da quella che Marshall McLuhan chiamava la Galassia Gutenberg, la cultura basata sulla stampa del XIX e xx secolo in cui la politica era uno scontro di ideologie, a un mondo postmoderno in cui le forze motrici della politica sono la personalità, la celebrità, il denaro e il controllo dei mezzi di comunicazione.

Una conseguenza positiva ci fu: gli italiani smisero di morire per la politica. A fronte di un effetto negativo: non c'erano più idee politiche per cui valesse la pena di lottare o di discutere.

La storia di Berlusconi è una delle grandi avventure politiche del tardo Novecento, un esempio stupefacente di ciò che accade quando i mezzi di comunicazione, il denaro e la politica uniscono le proprie forze in una società pressoché priva di regole.

* * *

L'elezione dell'uomo più ricco del paese e del più grande proprietario di mezzi di comunicazione (peraltro imputato in numerosi processi penali) alla più importante carica pubblica ha creato una situazione strana e anomala e ha condotto a un nuovo modello di potere nel cuore dell'Europa.

Sarebbe semplicistico liquidare Berlusconi come il prodotto bizzarro di una sottocultura italiana. L'Italia ha dei precedenti di tutto rispetto nel XX secolo come fucina di pessime idee che si sono poi diffuse in altre parti del mondo. Il fascismo è stato inventato in Italia, così come la mafia; e nella penisola il terrorismo di sinistra si è sviluppato più che in qualsiasi altra nazione europea. Con questo non si vuol dire che Berlusconi sia un fascista, un mafioso o un terrorista, ma che tutti questi fenomeni sono prodotti secondari di una democrazia debole con pochi controlli ed equilibri istituzionali. L'Italia, un paese giunto tardi all'unificazione e all'industrializzazione, è un luogo dove pur essendo presenti tutte le tensioni e i problemi della modernità, vi sono poche delle salvaguardie che esistono in nazioni più antiche e stabili; le idee vengono portate alle loro estreme conseguenze, e possono essere così osservate con particolare chiarezza. I rapporti sempre più stretti tra denaro, politica e televisione, ovunque estremamente importanti, in Italia, dove una grande azienda di comunicazione ha preso direttamente il potere, hanno raggiunto una sorta di apoteosi.

Se Forza Italia contiene in sé le vestigia del passato del paese, Berlusconi è anche uno spiazzante personaggio d'avanguardia, una sorta di Citizen Kane al nandrolone. Non è un caso che anche il presidente della Thailandia sia l'uomo più ricco del paese, vi detenga il controllo della maggior parte dei mezzi di comunicazione e sia interessato all'acquisto di una squadra di calcio. O che Vladimir Putin, spesso ospite della villa di Berlusconi in Sardegna, abbia vinto agevolmente elezioni in apparenza democratiche, dopo avere assunto in pratica il controllo di tutti i canali televisivi russi. Vi sono di fatto anche dei forti parallelismi tra il fenomeno Berlusconi e il paese che ama definirsi la più antica democrazia senza soluzione di continuità del mondo, gli Stati Uniti.

La personalizzazione della politica attraverso la televisione e il declino dei partiti politici tradizionali, l'ascesa di politici miliardari (Ross Perot, Steve Forbes, Jon Corzine e Mike Bloomberg, per citarne solo alcuni) che eludono le organizzazioni partitiche acquistando grandi quantità di spazio televisivo, sono tutte realtà ben presenti in America. Inoltre la deregulation e la politicizzazione dell'emittenza statunitense - a partire dall'eliminazione sotto Reagan della fairness doctrine e dei requisiti di interesse pubblico, e dalle recenti decisioni sotto Bush di allentare ulteriormente le restrizioni sulla concentrazione dei mezzi di comunicazione - seguono (con una certa ironia) il modello ital iano. L'informazione è sempre più concentrata nelle mani di sei o sette conglomerati mediatici internazionali, uno dei quali è quello di Berlusconi, improntati perlopiù a interessi estremamente conservatori che spesso cooperano tra loro. Berlusconi ha lavorato gomito a gomito con il tedesco Leo Kirch e con Rupert Murdoch, usando proprietà intrecciate di aziende di comunicazione per dribblare le leggi antitrust dei diversi paesi. Lo stile più aggressivo e partigiano dei murdochiani Fox News e Rush Limbaugh Show ricorda in modo inquietante i tendenziosissimi canali di Berlusconi.

Le affinità tra l'Italia di Berlusconi e l'America contemporanea non sono certo una coincidenza. Nell'arco di buona parte della sua carriera, il successo di Berlusconi, dal settore immobiliare alla televisione alla politica, è dovuto all'importazione in Europa di modelli americani. «Io sono a favore di tutto ciò che è americano ancora prima di sapere cos'è», ha dichiarato Berlusconi al «New York Times» nel 2001. «Al punto che mi chiamavano "americano"». Ha portato in Italia i quartieri residenziali suburbani, Dallas e Dynasty, Chi vuol essere milionario? e L'isola dei famosi, i focus group, gli spot politici da 30 secondi e un «Contratto con gli italiani» basato sul «Contratto con l'America» di Newt Gingrich. Ma soprattutto, come altri politici-businessmen (Ross Perot) e candidati-celebrità (Arnold Schwarzenegger e il campione di wrestling Jesse «the Body» Ventura), ha attinto alla sfiducia e all'avversione profonda nei confronti della politica tradizionale, caratteristiche della democrazia moderna in un'epoca di declino della partecipazione politica. Ha contribuito a creare un modello continentale di anti-politica, l'idea resa popolare da Ronald Reagan che «il governo non è la soluzione, ma il problema».

Se a prima vista può apparire un fenomeno bizzarro, incomprensibile e squisitamente italiano, osservandolo più da vicino Berlusconi sembra una figura d'avanguardia, che esprime molte delle tendenze principali della politica dei nostri giorni.

Articolo di Michele Diodati pubblicato il  14/6/2006 alle ore 10,06.

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