Il Pesa-Nervi

«Lei parla a vanvera, giovanotto!
No, penso a dei critici con la barba».

Non è una sana e robusta Costituzione (quella nuova)

Alcuni articoli del politologo Giovanni Sartori, scritti nel 2004, spiegano perché la riforma costituzionale voluta univocamente dal centrodestra è una cattiva riforma.

[La copertina del libro di Giovanni Sartori 'Mala Costituzione e altri malanni']Fra poco più di una settimana, gli italiani sono chiamati a votare per un referendum costituzionale di grandissima importanza. Se votano "sì", approvano la riforma del centrodestra votata alla fine della passata legislatura, che cambia oltre cinquanta articoli della Costituzione vigente. Se votano "no", abrogano la riforma del centrodestra e lasciano in vigore l'attuale Costituzione.

Per un cittadino che non fa il politico di professione è molto, molto difficile farsi un'idea corretta della riforma costituzionale attuata dal centrodestra, perché si tratta di una legge che modifica (secondo molti stravolge) in modo molto pesante, complesso e articolato il testo della Costituzione. Sia capire cosa dicono esattamente le modifiche sia capire, o meglio immaginare, l'impatto che esse avranno sul futuro del nostro Paese è tutt'altro che facile. E la televisione, principale strumento d'informazione degli italiani, non aiuta certamente: le reti Mediaset facendo propaganda, come al solito, a favore del padrone; la RAI professando una neutralità di facciata che, nei fatti, non fa capire un bel niente, perché non basta indicare cosa cambia, ma occorre spiegare ai cittadini cosa significano e cosa comportano quei cambiamenti.

Prima di andare a votare, è importante che gli italiani sappiano che la stragrande maggioranza dei costituzionalisti ha già espresso un parere totalmente negativo sulla riforma votata a maggioranza dal centrodestra.

Per quanto mi riguarda, non avendo la competenza per giudicare nel dettaglio le modifiche apportate ai singoli articoli, esprimo un giudizio di carattere generale, che ritengo però fondato e condivisibile. La Costituzione rappresenta la legge fondamentale dello Stato, quella che esprime l'identità di una nazione e ne garantisce l'unità e la continuità nel tempo. Ciò premesso, non solo io, ma milioni di italiani non si riconoscono nel federalismo e nel premierato forte (due concetti peraltro antitetici), che sono i cardini della riforma voluta dal centrodestra.

La Costituzione, proprio perché tocca gli aspetti più profondi dell'identità nazionale, lo spirito democratico, le garanzie a sostegno della democrazia, non può essere solo l'espressione del volere di una parte politica. Dovrebbe essere piuttosto il frutto dell'accordo, maturato magari in anni di confronti duri ma leali, di un'Assemblea Costituente appositamente creata, che rappresenti in modo paritario la volontà di tutti i cittadini e di tutte le parti politiche.

Adesso tuttavia è troppo tardi. Ora occorre soltanto votare al referendum in modo informato.

Sulla riforma, vedi anche:

I cinque articoli di seguito riportati sono stati scritti nel 2004, cioè prima dell'approvazione definitiva della riforma costituzionale, da Giovanni Sartori per il Corriere della Sera. Sartori, che insegna tra le altre cose alla Columbia University di New York ed è autore di un'infinità di saggi e pubblicazioni sulla scienza politica, è di certo tra i commentatori più autorevoli e qualificati per giudicare il valore della riforma costituzionale su cui siamo chiamati a votare. E il suo giudizio, come quello di tanti altri esperti, è inequivocabilmente e totalmente negativo. Mi auguro che la lettura dei suoi articoli possa aiutare i lettori di questo blog a capire, almeno per linee generali, i difetti della riforma che dovranno approvare o bocciare.

Gli articoli seguenti sono tratti da un volume che raccoglie vari scritti di argomento politico: Giovanni Sartori, Mala Costituzione e altri malanni, Laterza, Bari, gennaio 2006.

I CONTROPOTERI ANNICHILITI
Il pericolo di uno strapotere del premier

Qualche giorno fa scrivevo della riforma costituzionale in corso e promettevo un seguito. In quell'articolo accettavo la dizione di Giuliano Amato di «dittatura della maggioranza», ma la raddoppiavo, per così dire, dicendo che la riforma prefigurava una dittatura del premier sulla dittatura della sua maggioranza. Esageravo? Mica tanto.

La dittatura della maggioranza era già una preoccupazione dei costituenti di Filadelfia del 1787-1788. Ma allora non si diceva dittatura; allora si diceva dispotismo e tirannide. E quei costituenti usarono i due termini per distinguere tra due cose diverse. Il primo problema è di eliminare il «dispotismo» costruendo un sistema politico nel quale ogni potere è limitato da contropoteri: e quindi un sistema di checks and balances, di freni e contrappesi. La loro soluzione fu un sistema presidenziale fondato sulla netta separazione tra potere esecutivo e potere legislativo. Nei sistemi parlamentari la soluzione è diversa; ma è pur sempre fondata sul principio che il potere deve essere limitato e controllato da altri poteri.

Il secondo problema è di impedire una «tirannide della maggioranza» intesa come la tirannide della maggioranza parlamentare che vince le elezioni sulla minoranza che le perde. A questo effetto la teoria della democrazia stabilisce che il principio maggioritario deve essere applicato «nei limiti», e cioè rispettando i diritti della minoranza. E qui l'argomento è che un esercizio assoluto (illimitato) del potere maggioritario porta alla autodistruzione della democrazia.

Così la teoria. Ma la protezione delle minoranze può anche essere assicurata da meccanismi costituzionali. Per esempio stabilendo che una serie di «decisioni decisive» non possono essere prese a maggioranza semplice, ma soltanto da maggioranze qualificate (per esempio di due terzi). Dunque, la democrazia liberale - che fa tutt'uno con la democrazia costituzionale - è data da un sistema di poteri limitati da contropoteri e da regole di comando che limitano il diritto di maggioranza. Invece il governo Berlusconi ci propone - con il disegno di legge 2544 - lo smantellamento dei contropoteri e regole di comando che schiacciano l'opposizione. L'esatto contrario, allora, di tutti i dettati del costituzionalismo.

Prendiamo il caso emblematico di come viene trasformata la figura del capo dello Stato. In primo luogo, l'elezione diretta del premier - dichiarata o camuffata che sia - priva il presidente della Repubblica del potere di designarlo (su indicazione, beninteso, della maggioranza parlamentare). Inoltre Berlusconi chiede per il capo del governo il potere di sciogliere la Camera dei rappresentanti. E queste due amputazioni già bastano a configurare il capo dello Stato come un potere senza potere (che conti). Aggiungi che il prossimo capo dello Stato sarà eletto, con ogni probabilità, a maggioranza semplice, e quindi che sarà scelto da Berlusconi.

Anche la Costituzione del '48 prevedeva che dopo il terzo scrutinio il presidente della Repubblica venisse eletto a maggioranza semplice. Ma l'applicazione «moderata» del principio maggioritario ha sempre fatto cercare una più ampia maggioranza. È chiaro che questa remora non esiste più. Il futuro capo dello Stato sarà un «signorsì». Il che capovolge il problema e rende stupido (al fine di frenare il premier) rafforzare il capo dello Stato. Per esempio, se potrà nominare 4-5 giudici costituzionali aiuterà Berlusconi a catturare la Consulta. Sarebbe un altro contropotere che se ne va. E così via. Alla fine restiamo con un «premier assoluto» caratterizzato da un potere soverchiante. Il Re Sole diceva «lo Stato sono io». Hitler diceva «la Costituzione sono io». La differenza è che Berlusconi si sottomette a elezioni. Ma se le vincesse tutte?

Corriere della Sera, 27 gennaio 2004

RIFORMA GRANDE SOLO NEI DIFETTI
La devolution di Bossi sfascia il Paese

[Foto di Giovanni Sartori]È stata una corsa frenetica contro il tempo. Vittoriosa (la corsa). Bossi aveva stabilito motu proprio che la riforma costituzionale che include la sua bramatissima devolution doveva essere approvata «incontaminata» al Senato entro e non oltre giovedì 25 marzo (sennò guai). E così ieri è stato. Tutti al galoppo, minuti contati, per accontentare la Lega.

Ma, leghisti a parte, nessuna persona seria e sensata dovrebbe essere contenta. Sul federalismo bossiano una larghissima maggioranza di costituzionalisti ha sempre espresso montagne di perplessità e di riserve. Vedi, per esempio, l'indagine conoscitiva effettuata al Senato tra l'ottobre e il dicembre 2001; indagine della quale il bossismo si è fatto un baffo. Di baffo in baffo, l'altro giorno, il 22, Sabino Cassese ha scritto sul «Corriere» che «la questione del federalismo si sta caricando di una gran quantità di contraddizioni», che poi elenca perché si deve sapere «ín quale gínepraio ci stiamo andando a ficcare» [Il labirinto del federalismo, «Corriere della Sera», 22 marzo 2004]. È il minimo che si possa dire.

Persino la ferrea disciplina di maggioranza imposta da Berlusconi in questa occasione non riesce a impedire che il vice-presidente del Senato Fisichella, di An, continui a esprimere il suo dissenso (di studioso), e che il ministro della Difesa Martino (che nasce economista) scriva che le proposte federaliste «produrranno con ogni probabilità l'aumento della fiscalità, della spesa pubblica e della complessità burocratica, amministrativa e istituzionale». Paolo Mieli commenta: «Stiamo freschi». Sì, freschissimi. Stiamo sfasciando un Paese che di sfascio costituzionale non ha certo bisogno.

Ma è ancora peggio di così. Perché la riforma della Costituzione approvata ieri dal Senato non verte soltanto sulla forma di Stato (il federalismo), ma investe anche la forma di governo, e cioè la trasformazione di un sistema parlamentare in un diversissimo sistema di premierato elettivo, e pertanto di premierato di tipo israeliano (già defunto in Israele ma che a Berlusconi piace lo stesso). Il relatore D'Onofrio (Udc) si affanna a smentire che il disegno di legge affidato alle sue cure sia di tipo israeliano. Se lo era - argomenta - nel testo di iniziativa governativa, ora non lo è più nel testo da lui ríproposto. Davvero? Anche a costo di tediare il lettore, questo è un punto che deve essere chiarito perché ne dipende tutta la interpretazione del nuovo sistema di governo.

Il testo di partenza, articolo 26, conteneva questo disposto: che la candidatura alla carica di primo ministro è assicurata dalla «pubblicazione del nome del candidato primo ministro sulla scheda elettorale». Il che ammetteva senza infingimenti che eravamo al cospetto di una elezione diretta; ma perciò stesso esponeva il progetto a un diluvio di critiche. D'Onofrio, che è un ex dc di lunga navigazione, capisce che se cancella queste due righe tutto si annebbia; e quindi tutto va a posto. Abracadabra. Ma no.

Rileggiamo assieme tutto il testo residuo dell'articolo 26: «La candidatura alla carica di primo ministro avviene mediante il collegamento con i candidati alla elezione della Camera dei deputati secondo modalità stabilite dalla legge. La legge disciplina l'elezione dei deputati in modo da favorire la formazione di una maggioranza collegata al candidato alla carica di primo ministro. Il presidente della Repubblica, sulla base dei risultati delle elezioni alla Camera dei deputati, nomina il primo ministro». Il trucco è di rinviare e far dire alla legge ordinaria quel che non si dice più nella legge costituzionale. Ma la sostanza (annebbiata) resta che ci viene propinato un premierato diretto di tipo israeliano ingigantito nei suoi difetti. Chi lo vota deve capire che cosa sta votando.

Corriere della Sera, 26 marzo 2004

QUANTO COSTA RIFARE L'ITALIA
Calderoli e i miliardi della devolution

Finalmente, davvero finalmente (con tre anni di ritardo, e anche più) arrivano i conti. Si è mai visto progettare una casa senza un preventivo, senza calcolare quanto costerà e senza sapere se i soldi ci sono? No, non si è mai visto. Eppure noi stiamo per varare un radicale rifacimento della «casa Italia» - la cosiddetta devolution - senza che mai nessuno si sia preoccupato di prevedere cosa costerà, senza fare i conti. I progettisti di Lorenzago non se ne sono mai occupati, e nemmeno in Parlamento nessuno se ne è preoccupato più di tanto. I conti cominciano ad arrivare soltanto ora, e cioè a giochi quasi fatti. Comunque, meglio tardissimo che mai. E ancora in tempo, volendo, per metterli in conto.

Pochi sanno che la Presidenza del Consiglio è assistita da un dipartimento economico diretto da Gianfranco Polillo. Che l'altro giorno ha valorosamente parlato citando, però, dati non suoi (esistono?) ma dati forniti dall'Isae (Istituto di analisi economiche, controllato dal ministero del Tesoro). Dati dai quali Polillo ricava che «se il titolo V della Costituzione venisse applicato integralmente, i trasferimenti delle competenze dello Stato alle Regioni comporterebbero un aumento della spesa pubblica pari al 40%». Forse un leghista non batterà ciglio, ma io ho avuto un soprassalto e mi sono precipitato a guardare lo studio Isae. Nel quale si legge che il federalismo avviato da noi nel 1997 ha comportato un aggravio per i conti dello Stato di almeno 61 miliardi di euro. E dico almeno perché non si sa quanti finiranno per essere i dipendenti dello Stato che si trasferiranno dal centro alle Regioni. Certo è che quando fu fatta la prima riforma regionalista, allora da città a città si trasferirono in pochi. E davvero mi stupirei se la devolution non ripeterà questa esperienza. Eppure, come ha sottolineato sul «Corriere della Sera» Sabino Cassese (17 agosto), il nodo del problema dei «costi aggiuntivi» sta qui.

Esistono anche studi di tutto rispetto di Massimo Bordignon e Floriana Cerniglia dell'Università Cattolica di Milano che contabílizzano, anche loro, attorno ai 60 miliardi di euro le spese aggiuntive per le autonomie che possono lievitare ulteriormente, in misura ancora da determinare con sufficiente sicurezza, se mettiamo in conto anche i costi in più della devolution. E siccome queste faccende scappano sempre di mano, il maggior costo burocratico della devolution è evidentemente un costo non sostenibile.

Finora il governo fa finta di niente. Finora abbiamo soltanto saputo dal ministro delle Riforme Calderoli che il problema non esiste perché «tutti gli Stati federali costano meno di quelli centrali». Davvero? La tesi è sicuramente indimostrabile. Gli Stati federali sono nati federali, e quindi non sappiamo quale ne sia il costo «centralizzato». Pertanto nemmeno possiamo sapere se costano meno. Coraggio, signor ministro: i conti si controbattono soltanto con altri conti fatti meglio. Aspettiamo i suoi. E li dobbiamo assolutamente aspettare. Se Bossi ha fretta, se la tenga. Se farà cadere il governo (ammesso e non concesso che abbia i numeri per farlo), male; ma affossare il Paese nel baratro di una devolution senza copertura è un male infinitamente peggiore. La maggioranza sembra rassegnata (salvo Follini, onore al merito) a subire il ricatto della Lega illudendosi che poi in qualche modo si rimedierà. Invece il danno sarà irreparabile. Una volta insediate, le quasi venti nuove burocrazie di fabbricazione regionale ce le dovremo godere per sempre, con i loro costi non solo di spesa ma anche di appesantimento e disfunzione burocratica.

Corriere della Sera, 3 settembre 2004

FEDERALISMO, I CONTI INESISTENTI
Replica al ministro Calderoli

La risposta del ministro Calderoli al mio editoriale del 3 settembre [vedi articolo precedente], «Quanto costa rifare l'Italia», è istruttiva. Il mio era un quesito specifico e molto concreto: quanto costerà, in soldi sonanti e ballanti, la devolution bossiana? E citavo cifre e calcoli. La risposta del ministro delle Riforme è istruttiva perché non cita nessun numero, non richiama nessun calcolo. Il che conferma il sospetto che già avevo, e cioè che il futuro costo della riforma che caldeggia è ignoto, ignotissímo, anche a lui. E allora poveri italiani. Per dire che siamo destinati, a quanto pare, a una povertà crescente.

Calderoli non dà numeri perché, sostiene, «i conti (quelli veri) del federalismo sono già stati fatti». Talvolta sì; e in taluni casi, per esempio il Brasile, risultano disastrosamente paralizzanti. Ma a noi interessano i conti italiani; conti che noi non abbiamo e che non possono essere sostituiti da vaghe generalizzazioni (spesso false o comunque opinabili), che raccontano che «gli elementi di federalismo che sono stati introdotti negli ultimi venti anni nei Paesi dell'Ocse hanno portato a una diminuzione della spesa pubblíca». I nostri conti ce li dobbiamo fare noi - con buona pace del ministro e del ministero che li dovrebbe fare - perché noi siamo il primo e unico caso, ad oggi, di radicale riconversione di un sistema centralizzato in un sistema federale.

Sul punto Calderoli mi pizzica osservando che «quanto uno Stato sia federale o centralizzato è una caratteristica che ammette una continuità di misurazioni. Non è una dicotomia rigida». Sì e no. La questione dipende dal principio del terzo escluso della logica di Aristotele. Per esempio Calderoli è uomo o donna? La domanda è giustamente dicotomica, e la risposta è che è uomo (e non in che misura sia uomo). Calderoli ha la febbre? Qui è bene ricorrere a un termometro e misurarla in gradi. Di queste cose mi intendo anch'io, e certo non mi lascio spaventare dalla obiezione «continuista». A dispetto della quale la contrapposizione tra federalismo e centralismo tiene benissimo.

Sia chiaro: in teoria io non sono contrario al federalismo. Ma la teoria è una cosa e la pratica (l'attuazione pratica di una teoria) è tutt'altra cosa. E le mie obiezioni vertono sull'attuazione, su come il nostro federalismo è stato progettato. Calderoli lo sostiene citando «tre fatti fondamentali». «Il primo è che il decentramento federale permette di produrre dei 'beni pubblici' come la sanità, l'istruzione, i servizi sociali che meglio corrispondono alle vere esigenze dei cittadini. Il secondo e che un sistema federale è più favorevole allo sviluppo dell'economia di mercato... Il terzo è che una amministrazione federale è più trasparente e diminuisce notevolmente il grado di corruzione».

Rispondo nell'ordine. Sul primo punto osservo che il miglior servizio (di beni pubblici) ci viene da burocrazie competenti e da uffici adeguatamente finanziati. Invece tutta la tradizione del nostro decentramento è caratterizzata da un reclutamento clientelare di partito (o peggio) di un personale poco qualificato.

Ed è altamente probabile che i soldi (sicuramente insufficienti) che andranno a finanziare i servizi decentrati verranno assorbiti da stipendi più che dalla erogazione di servizi migliorati di sanità e di istruzione regionale. Il secondo punto - che il federalismo favorisce l'economia di mercato - è davvero campato in aria: tra le due cose non c'è nessun nesso. E sul terzo punto - maggiore trasparenza e minore corruzione - posso solo esprimere forti perplessità. Una amministrazione regionale può benissimo battere, in opacità, una amministrazione centrale. E non vedo perché sia più facile controllare una corruzione dispersa tra venti regioni piuttosto che concentrata a Roma. Previsioni contabili a parte (visto che non ci sono), il ministro Calderoli crede davvero che i suoi argomenti siano fondati sulla «ricerca scientifica e l'evidenza empirica». Mi permetto di dubitarne. A me proprio non risulta.

Corriere della Sera, 9 settembre 2004

I CATTIVI COSTITUENTI
Senato federale e coda di paglia della sinistra

L'altro giorno, giovedì 16, ho letto quasi dappertutto questo titolo: la Camera vota il Senato federale. E mi è venuta in mente l'Araba fenice immortalata dal verso di Metastasio: «Che vi sia ciascun lo dice, dove sia nessuno lo sa». Che si adatta così al nostro cosiddetto Senato federale: che ci sia ciascun lo dice, ma in Italia proprio non c'è. Non c'è perché il nostro sbandierato Senato federale tale (federale) non è.

La rappresentanza può essere individuale oppure territoriale; e in questo secondo caso l'eletto rappresenta il territorio, e cioè la regione o lo Stato nel quale viene eletto. Questa architettura è nitidissima nel primo Stato federale dell'evo moderno, gli Stati Uniti. Lì la Camera bassa esprime la rappresentanza individuale (ogni cittadino pesa eguale) e il Senato la rappresentanza territoriale (ogni Stato pesa eguale, con due senatori ciascuno, a prescindere dalla sua popolazione). Il che equivale a dire che la natura federale di un'assemblea è stabilita dalla sua composizione, cioè dal criterio con il quale viene eletta.

Questa elezione può essere diretta (negli Stati Uniti) oppure indiretta e di secondo grado, come in Austria o Germania, dove il Bundesrat accoglie i rappresentanti delle assemblee regionali oppure dei governi regionali eletti come tali. In Italia invece no. Noi abbiamo escogitato un Senato che dovrebbe essere delle regioni senza rappresentanza territoriale, e che dunque non riflette la struttura federale alla quale si reclama.

Ma se il nostro Senato federale è finto, riesce lo stesso a creare molte più complicazioni di un Senato federale vero. A parte le materie scorporate e passate alla potestà legislativa esclusiva delle regioni - la ben nota devolution di sanità, scuola e polizia (amministrativa?) -, nel nuovo sistema avremo: 1) leggi monocameralí a volontà prevalente della Camera; 2) leggi monocamerali a volontà prevalente del Senato; 3) leggi bicamerali a partecipazione paritaria; una tripartizione fondata su lunghi elenchi di materie. Che è come avere una vasca piena di anguille che scappano di mano e che aprono una voragine di conflitti di giurisdizione e di competenze.

E già molto se il lettore mi avrà seguito sin qui; e quindi gli risparmio le molte (moltissime) bellurie restanti. Dalle quali emerge un insieme di incredibile macchinosità che nasce già grippato. Dunque i nostri legislatori sono dei pessimi costituenti. Ma questo si sapeva, la loro incompetenza non è una sorpresa.

La sorpresa è, invece, che nel voto di giovedì scorso il grosso dei Ds e della Margherita si sia astenuto. Resto stecchito (dalla sorpresa). Possibile? La riforma costituzionale è ormai in dirittura di arrivo. Ed è stata interamente disegnata da una maggioranza che per anni si è chiusa a riccío. Pertanto l'opposizione sa che l'unica battaglia che può vincere è quella del referendum. Eppure la sua prima mossa è un voto di astensione. A me sembra incredibile. Tanto più che risulta che Fassino e Violante si proponevano addirittura di votare sì, e che è stato Rutelli a fermarli.

Fassino e Violante hanno spiegato di voler soltanto dimostrare, votando a favore, «di non avere pregiudizi». Pregiudizi? Direi che la sinistra sta sempre più dimostrando di non avere «giudizi», cioè di non avere più capacità di giudicare e di pensare. La verità è che la sinistra ha la coda di paglia: i guastí del federalismo (e altri) cominciano da lì, da loro. Ricordo che ad un convegno Cesare Salvi disse: ammetto di avere sbagliato, e quindi cambio idea. Perché D'Alema, Fassino (e altri) non sottoscrivono, e non si liberano così della falsa coscienza che li obnubila?

Corriere della Sera, 21 settembre 2004

Articolo di Michele Diodati pubblicato il  16/6/2006 alle ore 12,16.

Indice del Pesa-Nervi | Diodati.org

Inizio pagina.