Il Pesa-Nervi

«Lei parla a vanvera, giovanotto!
No, penso a dei critici con la barba».

Giornalismo vero e presunto

Il cittadino italiano Piero Ricca incorre nell'ennesimo maltrattamento da parte delle forze dell'ordine per aver supplito ai doveri di corretta informazione trascurati dai cosiddetti giornalisti.

[Piero Ricca, foto tratta dal suo blog]Piero Ricca, quello che alcuni anni fa aveva dato del "buffone" a Berlusconi all'uscita del tribunale di Milano invitandolo a farsi processare come un comune cittadino, ha fatto ieri un'insolita intervista al senatore a vita Andreotti; il resoconto dell'intervista, e soprattutto dei suoi incredibili postumi, narrato da Ricca sul proprio blog, è stato ripreso e amplificato da Beppe Grillo sul suo conosciutissimo blog.

Riporto di seguito anche io il racconto in questione, perché ciò che è accaduto a Ricca, non per la prima volta, è così insopportabile e indegno di un paese civile, che voglio aiutare a conservarne perenne memoria. Invito chiunque legga e abbia un blog a fare la stessa cosa: visto che i giornali e la televisione non fanno il loro dovere di informare, non resta che assumere direttamente noi cittadini quest'onere.

Nel primo pomeriggio di ieri, nell'aula magna dell'Università Bicocca, a Milano, ho rivolto qualche domanda al senatore a vita Giulio Andreotti, sul tema di quella sua strana assoluzione per prescrizione del reato di associazione a delinquere, ritenuto dai giudici "concretamente ravvisabile" almeno fino al 1980. Per aver osato tanto, sono stato identificato e minacciato da agenti di polizia, e trattenuto in commissariato per quasi due ore. E m'è andata ancora bene.

Nell'aula magna della Bicocca alcuni cronisti stavano intervistando il nostro dipendente a vita su altri temi: il calcio, Moggi, la Nazionale, "la caduta della moralità pubblica come si evince dalle recenti intercettazioni", il rapporto fra aspiranti attrici e uomini di potere e via leccando. Andreotti era comodamente seduto, rilassato. Ogni tanto faceva una battuta e i cronisti ridevano di gusto. I docenti della Bicocca, intorno, componevano una festosa corona.

A un certo punto mi sono inserito, ho consegnato ad Andreotti un foglio con l'estratto della sentenza della corte d'appello di Palermo, poi confermata dalla Cassazione e con il tono più pacato possibile gli ho chiesto di commentarlo. Ne è nato un dialogo, che ho videoripreso a meno di un metro di distanza, di tre o quattro minuti. L'ho interpellato sulle responsabilità a lui addebitate dalla giustizia italiana, gli ho chiesto se ritenesse una cosa normale la presenza in Parlamento in qualità di senatore a vita di un personaggio così descritto da una sentenza definitiva, gli ho fatto presente che nei giudizi di molte testate internazionali il "caso Andreotti" era considerato uno scandalo, e così via intervistando. Lui ha risposto invitandomi a leggere per intero la sentenza, visto che "dagli estratti si capisce poco", ha affermato che la prescrizione nasce solo dal dubbio della corte su un singolo incontro (per lui mai avvenuto) con il mafioso Bontade ("un certo Bontade"), ha aggiunto che all'estero incontra solo rispetto e solidarietà. E così via, minimizzando e svicolando, con quei tipici occhi a fessura.

Già mentre gli rivolgevo le domande alcuni agenti in borghese della sua guardia personale mi premevano e tiravano da dietro. Al che mi sono ribellato subito ad alta voce. Ho chiesto ad Andreotti se fosse ancora possibile in questo Paese fare domande ai politici e lui mi ha risposto che nessuno me lo stava impedendo, che fare domande era un diritto "e anche dare le risposte", poi ha aggiunto: "Ma se lei è qui per fare un numero, allora...". Le sue guardie intanto mi piantonavano e tenevano da dietro. Ma il principale non s'è accorto di nulla.

A intervista finita i gendarmi, agenti della polizia di Stato, hanno cercato di portarmi via tirandomi con forza. Ho protestato a voce alta in mezzo alla sala, mentre iniziava la conferenza. I gendarmi sono spariti. Nessuno dei presenti ha fiatato.

Sono rimasto altri venti minuti in aula magna, seduto tranquillamente, continuando a videoriprendere. Poi sono uscito per andarmene via, da solo, e sono stato trattato come un delinquente.

Una guardia privata della Bicocca ha cominciato a inveire in modo minaccioso, urlandomi addosso come un pazzo e cacciandomi a forza da una porta laterale, le guardie personali di Andreotti mi hanno trattenuto, strattonandomi e minacciandomi di sequestrami la videocamera e ordinandomi di mostrare i documenti. Il tono era concitato, nevrotico, da pessimo telefilm americano. Era evidente il tentativo di intimidire. Mentre il guardiano privato continuava a inveire e a minacciarmi, mi sono divincolato e me ne sono andato via. I poliziotti e la guardia privata mi hanno inseguito, mi hanno immobilizzato in un luogo dove non passava nessuno e a nulla sono valse le mie buone ragioni, del tipo: "Io non ho fatto nulla di male, ho semplicemente rivolto delle domande a un politico, riprendere eventi e personaggi pubblici è consentito, se commettete abusi vi denuncerò".

Gli agenti continuavano a ripetermi: "Tu non puoi comportarti così con il senatore, le tue domande non c'entravano nulla, tu non puoi riprendere senza permesso e hai ripreso anche noi, e poi ti conosciamo già, eri tu a Roma davanti al Senato, tu ora ci dai tutto il materiale e poi ti portiamo in commissariato". Mentre dicevano questo, uno mi teneva fermo contro un muro e l'altro mi tratteneva lo zaino con la videocamera e un registratore audio.

Ho obiettato: "Lasciamo decidere a un giudice chi ha ragione, voi state commettendo un abuso e comunque esigo di conoscere i vostri nomi".

Un agente ha risposto: "La legge sono io ora, il giudice sono io". Poi, rivolto al collega ha aggiunto: "Ora gli prendiamo le impronte digitali, così l'amico inizia ad abbassare la cresta". I danni dei telefilm americani sono incalcolabili.

Poi sono stato portato in auto da altri agenti di polizia al commissariato di Greco, dove sono stato trattenuto per oltre un'ora e mezza. Lo zaino lo hanno preso in consegna loro. Per puro caso, gravissimo reato, non avevo con me la carta d'identità (mentre ho mostrato un tesserino identificativo di tipo elettorale che, sempre per caso, avevo con me) e abbiamo dovuto attendere che fosse trasmesso un fax da Parma con la fotocopia del mio documento. La qual cosa ha evitato la ventilata pratica della fotosegnalazione con impronte digitali in Questura: che certo sarebbe stata un'esperienza divertente per uno dei cittadini più identificati di Milano.

Per tutto il tempo mi è stato impedito di telefonare al mio legale e di effettuare o ricevere qualsiasi altra chiamata, come chiedevo di poter fare. "Il cellulare lo deve tenere spento".

Ho notato che gli agenti di Greco si consultavano con altre persone al telefono, compresi gli agenti di guardia ad Andreotti, per decidere se sequestrami il materiale o meno. A margine delle complesse trattative ho fatto presente di essere ben noto negli ambienti della Questura e altrove per le mie attività di cittadino impegnato in politica, citando nomi e fatti, compresi esposti e interrogazioni parlamentari contro la polizia di Milano.

Alla fine sono stato rilasciato, con videocamera e tutto il resto. Gli agenti hanno redatto un verbale "per uso interno", che non mi hanno fatto leggere.

Ecco tutto. Sono stato trattato in questo modo perché, nel silenzio della gran parte degli operatori dell'informazione, ho rivolto due o tre domande a un senatore a vita giudicato dalla giustizia del mio Paese un colluso con la mafia, salvatosi da una condanna per intervenuta prescrizione del reato. Io, che non ho mai preso una multa in vita mia.

Coerentemente, al tg3 regionale della sera, le mie domande - di pura supplenza giornalistica - sono state definite come l'intervento di un "contestatore". E il Corriere della Sera odierno, in un riquadrino, riporta la notizia del mio trasferimento coatto in commissariato, "a seguito di una discussione con Andreotti". Nell'occhiello la "discussione" diventa "lite".

Come accade che un importante quotidiano rinunci ai propri doveri

Le intimidazioni che Piero Ricca subisce ogni volta che tenta di fare le domande che i giornalisti non osano rivolgere, pongono una fondamentale questione: com'è che i giornali italiani, anche i più importanti quotidiani, sono diventati così impotenti e succubi dei politici e di linee editoriali imposte per convenienza?

La risposta è diversa caso per caso, ma aiuta a capire il fenomeno l'esempio de «La Stampa» di Torino, storico quotidiano di casa Agnelli. Il testo che riporto di seguito è tratto da quello stesso libro di Alexander Stille, «Citizen Berlusconi», di cui ho citato l'introduzione in un precedente articolo. Dalle pagine di Stille (Alexander Stille, «Citizen Berlusconi. Vita e imprese», Garzanti, Milano, febbraio 2006, pagine 364-69) esce un ritratto impietoso, che rappresenta in modo inequivocabile lo stato di disfacimento del giornalismo italiano.

Se la diagnosi è sotto gli occhi di tutti, la cura lo è molto meno: coraggio e indipendenza non sono purtroppo generi di facile reperibilità. Non li si trova al negozio dietro l'angolo.

Nel corso dei tardi anni Ottanta e primi Novanta, quando Gianni Agnelli era vivo e vegeto e il gruppo proprietario in discreta salute, il «Corriere della Sera» era relativamente libero da influenze politiche. Mio padre, Ugo Stille, che fu direttore del «Corriere» tra il 1987 e il 1992, mi disse che nei cinque anni della sua direzione non subì mai alcuna interferenza editoriale. A volte riceveva delle lamentele da parte di politici arrabbiati, ma con il sostegno di un proprietario forte si trovava nella posizione di ignorarle. In quel periodo era Agnelli, e non Berlusconi, l'uomo più ricco d'Italia e si trovava nella posizione di proteggere i propri direttori. Mio padre si ammalò gravemente nel febbraio 1992, il mese in cui esplose il caso di Mani pulite, e cedette le redini del giornale al suo vicedirettore Giulio Anselmi. Sotto la direzione di Anselmi il «Corriere», come la maggior parte della stampa italiana, accolse l'indagine come una salutare e necessaria pulizia del sistema politico italiano. I partiti politici esplosero in proteste sfrenate. «Io ti faccio buttare giù dalle scale!», gridò Bettino Craxi ad Anselmi. Mio padre, che seguiva gli eventi da lontano mentre si riprendeva da un intervento al cuore a New York, invitò Anselmi a essere un po' più cauto, soprattutto se voleva succedergli quando fosse stato nominato un sostituto permanente. Non aveva niente in contrario alla copertura giornalistica dello scandalo ma pensava che il tono dovesse essere meno celebrativo. I proprietari del giornale, compresa la Fiat di Agnelli, erano innervositi dagli sviluppi dello scandalo di Mani pulite, dato che anche le loro aziende erano sotto indagine. Bisogna dire però che la proprietà non impedì ad Anselmi di continuare la propria copertura aggressiva dello scandalo, ma quando venne nominato il nuovo direttore del «Corriere» Anselmi venne messo da parte a favore di Paolo Mieli, all'epoca direttore della «Stampa», il quotidiano di Torino di diretta proprietà della Fiat. «La Stampa» di Mieli aveva accolto con favore l'operazione Mani pulite, ma era riuscita a farlo con maggiore moderazione e senza alienarsi chi deteneva il potere.

[La prima pagina di un vecchio numero de 'La Stampa']Lo scandalo di Mani pulite, la debolezza dei grandi gruppi industriali italiani e l'ingresso sulla scena politica di Berlusconi lasciarono gradualmente i direttori dei principali quotidiani italiani in una posizione molto più vulnerabile. Ezio Mauro, che aveva assunto la direzione della «Stampa» quando Mieli era passato al timone del «Corriere», sostiene di non avere mai subito alcuna interferenza politica, con un'unica quanto notevole eccezione. All'epoca delle elezioni del 1994 venne convocato per una riunione con Gianni Agnelli e Cesare Romiti. Romiti disse a Mauro che «La Stampa» avrebbe dovuto sostenere la coalizione di centrodestra di Berlusconi e fare sì che anche gli editorialisti che scrivevano per il giornale facessero altrettanto. Agnelli mantenne un silenzio imbarazzato. Mauro spiegò che non poteva farlo, che i giornalisti e gli editorialisti del giornale non erano i soldati di un esercito a cui si potessero imporre decisioni del genere. La discussione si concluse e restò un incidente isolato, ma chiarì che la protezione e l'indipendenza che la Fiat e Agnelli erano stati in grado di fornire si stavano riducendo. La Fiat all'epoca aveva fatto un grande investimento per uno stabilimento ultramoderno a Melfi, in Basilicata, totalmente dipendente da un generoso sussidio governativo mirato a incoraggiare la creazione di posti di lavoro al Sud.

Due anni dopo, nel 1996, Mauro lasciò «La Stampa» per andare a Roma ad assumere la direzione di «Repubblica» e la Fiat poté scegliere un direttore più malleabile. Quando chiesero a Mauro di suggerire un successore, la sua prima scelta fu Anselmi. «Avresti dovuto vedere la faccia che ha fatto Romiti», disse Agnelli a Mauro. Anselmi, benché fosse un centrista che era riuscito a rimettere in buona salute il «Messaggero» di Roma dopo avere lasciato il «Corriere», si era fatto dei nemici sostenendo la causa delle indagini per corruzione nel 1992. La proprietà scelse Carlo Rossella, un giornalista di Berlusconi che difficilmente avrebbe causato problemi simili. Rossella era stato vicedirettore di «Panorama» ed era diventato direttore del Tg1 dopo la discesa in campo di Berlusconi nel 1994. Benché anche Rossella fosse nella lista di Mauro, la sua scelta al posto di Anselmi garantiva che «La Stampa» non diventasse una fonte di tensioni tra il gruppo Fiat e Berlusconi.

Grazie in parte alla sua affidabilità politica Rossella divenne in seguito direttore di «Panorama». Qui si distinse per un atto di piaggeria giornalistica che dovrebbe finire negli annali del giornalismo italiano. Quando Berlusconi si presentò in tribunale a Milano per il suo processo per corruzione, le fotografie che lo ritraevano rivelavano la sua crescente calvizie, un problema che gli stava molto a cuore. Rossella fece ritoccare al computer le fotografie utilizzate da «Panorama» per mostrare un premier con più capelli e per questo fu denunciato all'ordine del giornalisti. E quando Berlusconi dovette cercare un nuovo direttore per il telegiornale del suo canale di maggior successo, Canale 5, si rivolse a Rossella. La vertiginosa ascesa di Rossella negli ultimi dieci anni è esemplare: un uomo che concepisce il ruolo di giornalista come parrucchiere del presidente del consiglio è passato da un trionfo all'altro (dirigendo il Tg1, «La Stampa», «Panorama» e il Tg5). Questo dà l'idea dell'abisso in cui è precipitato il giornalismo italiano. «La Stampa» è stata diretta da alcuni dei migliori giornalisti d'Italia e d'Europa (Alberto Ronchey, Arrigo Levi, Gaetano Scardocchia, Paolo Mieli ed Ezio Mauro) e nessuno di essi si sarebbe mai sognato di rimettere i capelli sulla testa di un premier.

«Con Paolo Mieli e poi con Ezio Mauro abbiamo avuto due leader giornalistici nella copertura prima di Tangentopoli e poi del fenomeno Berlusconi», ha detto Pino Corrias, che si è occupato di entrambe le vicende per la redazione milanese della «Stampa» ed è coautore di uno dei primi libri su Berlusconi. «I politici protestavano ma avevamo due direttori che ci difendevano. Ma con l'arrivo di Rossella su tutto questo è calato il silenzio. Non abbiamo solo smesso di seguire le indagini giudiziarie con lo stesso rigore, abbiamo smesso anche di seguire Berlusconi come fenomeno culturale - le sue anomalie, la politica-spettacolo, gli aspetti comici di Berlusconi - che costituisce una parte importante di tutta la faccenda. Quel modo di scrivere su Berlusconi a quel punto era off-limits. Spesso la soluzione era pubblicare soltanto un breve lancio d'agenzia su Berlusconi, anziché un vero articolo. Era il modo più sicuro di procedere. Io me ne andai dopo il 1999, quando la direzione venne assunta da Marcello Sorgi e capii che lo stesso atteggiamento servile nei confronti di Berlusconi era destinato a continuare».

Anche l'ex condirettore di Sorgi, Gianni Riotta, riconosce che il giornale aveva iniziato a perdere colpi a causa delle enormi pressioni a cui era sottoposto. «La nostra soluzione al problema di come affrontare il fenomeno Berlusconi consisteva nell'essere noiosi e sicuri», dice. «Non che non pubblicassimo degli articoli al riguardo, ma lo facevamo in modo spento e incolore in modo da non crearci problemi. Ci rendevamo conto di non poter pubblicare più pezzi leggeri, coloriti, satirici. Se l'avessimo fatto sulla destra, avremmo dovuto pagare un prezzo salatissimo, e per una questione di integrità giornalistica non sentivamo di poterci prendere gioco solo della sinistra, per cui praticamente smettemmo di pubblicare pezzi divertenti.»

La situazione peggiorò dopo il trionfo di Berlusconi nelle elezioni del 2001. Sorgi disse ad alcuni intimi: «Questa gente governerà l'Italia per trent'anni, dobbiamo tenere la testa bassa». Sorgi confidò anche ad alcuni amici di essere candidato alla presidenza della Rai, un ulteriore motivo per evitare di alienarsi il governo Berlusconi. Il sindacato dei giornalisti presso il giornale iniziò a lamentarsi della tendenza ad annacquare gli articoli e i titoli. Quando il governatore della Banca d'Italia Antonio Fazio definì il ministro dell'Economia di Berlusconi Giulio Tremonti, che era anche il commercialista del premier, un «esperto di paradisi fiscali», la citazione ebbe un grande risalto sulla maggior parte dei quotidiani ma fu tolta dal titolo dell'articolo della «Stampa».

Nel frattempo gli editorialisti antiberlusconiani furono allontanati e spesso sostituiti con giornalisti che collaboravano anche con «Panorama». Un quotidiano che in passato era noto per avere alcuni tra i migliori commentatori italiani ora condivideva la maggior parte delle proprie penne con il settimanale di informazioni del presidente del consiglio, apparendo così come un debole satellite nell'orbita di Berlusconi anziché il grande giornale indipendente che era spesso stato. Anche questo scatenò una protesta da parte del sindacato: «Per un giornale che fino a pochi anni fa dava grande importanza all'esclusività e all'originalità del proprio materiale, non c'è un'eccessiva condivisione di risorse tra "La Stampa" e "Panorama"? Un lettore attento potrebbe individuare una politica editoriale allineata a quella di un settimanale che fa parte di un gruppo di proprietà di Silvio Berlusconi, il capo del governo. Non potremmo essere più indipendenti? Più autorevoli?»

Spenta e inoffensiva, priva di colore e della maggior parte dei suoi grandi giornalisti, «La Stampa» è l'ombra di ciò che era e non stupisce che i lettori l'abbiano abbandonata a frotte. Nei tre anni passati dall'elezione di Berlusconi la tiratura è scesa da 413.000 a sole 364.000 copie, una perdita superiore al 10 per cento. «"La Stampa" di Torino con la Fiat in una situazione critica non si mette a criticare Berlusconi, il cavaliere, e questo vale per molti giornali», dice Giulio Anselmi, che oltre a essere stato vicedirettore del «Corriere» ha diretto «Il Messaggero» di Roma, l'agenzia di stampa Ansa e il settimanale «L'Espresso». «In fondo tra le tv e i giornali, in due cerchi concentrici, ci sono le cose che sono del Cavaliere, e le cose su cui il Cavaliere può influire.»

Commenti dei lettori

  1. Commento di La pulce d'acqua - 23/6/2006 ore 19,20

    Che ne penso? solo un grande "MHA!", non ho parole.

    M.
  2. Commento di Andrea Paiola - 25/6/2006 ore 10,49

    Ho seguito il tuo consiglio e riportato sul mio blog.
    Giornalismo vero e presunto sul blog di Andrea Paiola
  3. Commento di Michele Diodati - 25/6/2006 ore 13,23

    Hai fatto bene. Questa schifosa classe politica che abbiamo in Italia può essere eliminata solo grazie alla massima diffusione di tutte le informazioni che televisione e giornali accuratamente nascondono.
  4. Commento di Mario - // ore ,

    Ottimo!

Articolo di Michele Diodati pubblicato il  22/6/2006 alle ore 1,14.

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