Il Pesa-Nervi

«Lei parla a vanvera, giovanotto!
No, penso a dei critici con la barba».

Le libertà negate. Come gli italiani stanno perdendo i loro diritti

Michele Ainis, ordinario di Istituzioni di diritto pubblico all'Università di Teramo, racconta la progressiva perdita di rappresentanza dei partiti politici e la conseguente perdita di un'autentica libertà di scelta politica da parte dei cittadini.

[La copertina del libro di Michele Ainis 'Le libertà negate']Oggi e domani gli italiani sono chiamati a votare per abrogare o confermare la riforma costituzionale voluta e approvata dal centrodestra nel corso della passata legislatura.

La consultazione elettorale di oggi, che si annuncia ad alto astensionismo a causa del caldo estivo e della poca informazione degli italiani sull'argomento, è occasione per riflettere sui meccanismi della rappresentanza elettorale, sui partiti, sul loro rapporto con i cittadini, sulla deriva della politica contemporanea verso il populismo, grazie anche alla grossa mano che le televisioni danno a politici avventuristi, che si presentano agli elettori forti non tanto di idee innovative e socialmente utili, quanto piuttosto di un portafogli oltremodo rigonfio.

Michele Ainis, ordinario di Istituzioni di diritto pubblico presso l'Università di Teramo, editorialista de La Stampa e autore di numerosi libri sul rapporto tra leggi e libertà (è di questi giorni l'uscita per l'editore Laterza di Vita e morte di una Costituzione), ha scritto due anni fa un interessantissimo libro, intitolato «Le libertà negate». Da questo libro è tratto il capitolo che riporto di seguito, intitolato Gli elettori (Michele Ainis, «Le Libertà negate. Come gli italiani stanno perdendo i loro diritti», Rizzoli 2004, pagine 151-161).

La sua lettura aiuta a capire come negli ultimi anni la politica e i partiti si siano trasformati in peggio, perdendo progressivamente la capacità di rappresentare gli elettori e diventando più che altro sistemi autoreferenziali, impegnati a sopravvivere a se stessi grazie all'uso, sempre più cinico e spregiudicato, delle leggi e della corruzione.

Nota bene. Poiché il libro è vecchio di ormai due anni, l'autore considera ancora come vigente in Italia la legge elettorale maggioritaria.

Gli elettori

«Il popolo inglese crede di essere libero» recita un celebre passo di Rousseau «ma si sbaglia di grosso. Lo è soltanto durante l'elezione dei membri del parlamento; appena questi sono eletti, esso diventa schiavo, non è più niente. Nei brevi momenti della sua libertà, l'uso che ne fa merita di fargliela perdere.»

Dopo più di due secoli da questa critica al sistema parlamentare (la più totale, la più radicale che sia mai stata pronunciata), la realtà è diventata anche più sconfortante di come Rousseau la dipingeva: oggi non siamo più liberi nemmeno il giorno delle votazioni. Non tanto perché un potere dispotico ci impedisca di votare: se è per questo, di elezioni (alle Camere, alle regioni, alle province, ai comuni, ai quartieri, senza contare i referendum) ne abbiamo in calendario pure troppe. Né perché il nostro voto sia falsificato mediante brogli elettorali, o estorto con la forza; anche se, di tanto in tanto, succede pure questo. Così come capita che molti referendum siano votati e poi del tutto disattesi: in Italia questa sorte è toccata al referendum sulla responsabilità dei magistrati (nel 1987), a quello sul finanziamento pubblico ai partiti (nel 1993), a quello sulla cancellazione di alcuni ministeri (sempre nel 1993). Né perché alcuni di noi siano privi del diritto di voto, come accadeva in Italia fino al 1882, quando votava il 2% appena della popolazione. Ormai il censo, il patrimonio, non costituisce più da tempo il principale requisito per venire ammessi al voto. Quanto alle donne, escluse dalla cabina elettorale per tutto l'Ottocento e durante la prima metà del Novecento, votano al pari dei maschietti. E semmai qua e là capita talvolta d'incontrare qualche esclusione bizzarra e immotivata: in Italia è il caso dei falliti, cui una norma del 1967 vieta di recarsi alle urne per i 5 anni successivi al fallimento. Come dire? Oltre al danno, anche la beffa. E oltretutto le vittime di quest'esclusione formano un numero elevato: i fallimenti dichiarati erano 6.367 nel 1950, sono diventati 12.718 nel 1999.

Sono però altre le insidie da cui deve guardarsi l'elettore. Intanto, circa gli effetti del suo voto, circa la capacità di decidere davvero i destini del Paese. Giocano difatti in questo caso due istituti del diritto costituzionale, rispettivamente intesi a tutelare le ragioni del parlamento e quelle del governo. Nel primo viene in campo il «divieto di mandato imperativo», ossia la regola enunziata dall'articolo 67 della Costituzione italiana (ma anche dall'articolo 38 di quella tedesca, dall'articolo 67 di quella spagnola, nonché in molte altre carte costituzionali vecchie e nuove), che assicura l'indipendenza dei parlamentari rispetto alle attese di chi a suo tempo li ha votati, e dunque rispetto alle promesse da essi stessi formulate in campagna elettorale. Col risultato che non si contano più i voltagabbana, gli specialisti del salto della quaglia. Come il senatore Grillo, che è volato leggero come un grillo dai popolari al Polo, un minuto dopo le elezioni del 1994. Quella giravolta fu determinante per guadagnare al Senato una maggioranza risicata, e infatti con un altro salto Grillo volò immediatamente a un posto di sottosegretario. Ma tant'è: «Alcuni uomini cambiano partito per amore delle proprie idee, altri cambiano le proprie idee per amore del loro partito», diceva Winston Churchill. Sicché i ribaltoni sono sempre dietro l'angolo: il record assoluto, in Italia, si è toccato durante la XIII legislatura, quando oltre un terzo dei parlamentari (343 su 956) strada facendo ha cambiato gruppo.

La seconda regola tende a procurare governi stabili e durevoli, e ha dunque a che vedere con il modo di computare i voti. In Italia (come del resto in molte altre democrazie contemporanee), è stato adottato a questo scopo un sistema maggioritario, che distribuisce tutti i seggi in palio a chi ottiene più consensi all'interno di ogni collegio elettorale, lasciando le minoranze a secco. Il vantaggio è quello di ridurre il numero dei partiti, rendendo perciò più agevole la vita dei governi. Lo svantaggio consiste tuttavia nella distorsione della rappresentanza, che in qualche caso può falsare l'esito del voto. È accaduto per esempio circa la vittoria artificialmente riportata dal Partito nazionale in Nuova Zelanda dopo le elezioni del 1981: ebbe il 38,8% dei suffragi, conquistando la maggioranza assoluta dei seggi e dunque il potere di governo; mentre il Partito laburista, col 39% di voti, rimase in minoranza.

Didascalia:
Michele Ainis, autore di "Le libertà negate"

Insomma se in democrazia pesa la volontà degli elettori, o meglio della maggioranza del corpo elettorale, con il maggioritario (nonostante la parola) quest'aurea massima è diventata meno vera. Anche perché si possono adottare vari trucchi per orientare l'esito del voto: per esempio ritagliando i collegi elettorali in modo da favorire questo o quel partito (è la tecnica del Gerrymandering, sperimentata a più riprese nella storia delle elezioni inglesi). E perché inoltre, quando la vittoria elettorale corre sul filo di lana, l'arbitro diventa di gran lunga più importante dei giocatori in campo: valga per tutti l'esempio delle presidenziali americane del 2000, vinte da Bush su Gore per uno scarto di 327 voti, e dopo un estenuante contenzioso giudiziario. Ma del resto nella più grande democrazia contemporanea può ben accadere che un barboncino resti iscritto per due anni nelle liste elettorali, senza che nessuno se ne accorga: è successo in California, dove Donald Miller (un anziano cittadino di Lafayette), per dimostrare il lassismo delle norme sulla registrazione dei nuovi elettori, è riuscito a registrare Barnabas, il suo amato quadrupede. Finché nel maggio 2002 il barboncino ha ricevuto una citazione in giudizio, e Miller ha allora raccontato alla stampa la vicenda.

E poi, vale davvero l'espressione del voto individuale, in un'epoca di sondaggi a getto continuo, che anticipano i risultati elettorali e al tempo stesso li influenzano? Come ha scritto Herstgaard, «500 americani vengono continuamente interrogati per dire a noi, cioè agli altri 250 milioni di americani, quello che dobbiamo pensare». Inoltre in un sondaggio (così come in un referendum) chi formula il quesito è assai più determinante di chi deve rispondergli: ciò che conta infatti non è tanto la domanda in sé, bensì come viene posta, e quando, e con quali risposte alternative. Al limite, basta infatti rovesciare l'ordine dei nomi per ottenere un esito diverso. Da un sondaggio Roper del settembre 1988 sui candidati alle presidenziali americane, emerse che quando il nome di Dukakis (il candidato democratico) veniva menzionato per primo, il suo avversario Bush finiva sotto di 12 punti percentuali; invertendo (ordine, lo scarto si riduceva a soli 4 punti. Ciò nonostante, nel settembre 2001 la Corte di cassazione francese ha disapplicato il divieto di pubblicazione dei sondaggi elettorali nella settimana antecedente le elezioni, reputandolo in contrasto con la Convenzione europea dei diritti dell'uomo.

Inoltre il guaio è che di rado siamo perfettamente consapevoli delle questioni su cui di volta in volta esprimiamo il nostro voto: ed è un guaio grosso, perché mina alla radice le basi sulle quali poggia ogni democrazia antica e moderna. Sta di fatto che la tecnopolitica, insieme alla complessità del mondo in cui viviamo, ha rovesciato il fondamento delle consultazioni elettorali: anziché «conoscere per poi deliberare», sempre più spesso ci troviamo a deliberare senza conoscere granché.

E quel poco che sappiamo lo abbiamo appreso dalla televisione, dato che leggiamo poco e male (nel 1998 due italiani su tre non hanno mai letto un libro, e soltanto il 18% dei giovani ha acquistato un quotidiano); dato che nel 1992 è stata raggiunta la cifra d'un miliardo di televisori in tutto il mondo; dato che negli Usa l'ascolto televisivo dei nuclei familiari è passato dalle 3 ore quotidiane del 1954 alle 7 ore del 1994; dato che per informarci sulla vita politica accendiamo la televisione (in Italia lo fa il 94,6% della popolazione, secondo una stima dell'Eurispes); e dato infine che in Tv passano messaggi per lo più semplificati, banalizzanti, che mettono l'accento sugli aspetti spettacolari dell'informazione, anziché sollecitare una riflessione seria sui problemi. Questo vale anche - e forse soprattutto - per la comunicazione politica, costretta suo malgrado ad adottare tempi e linguaggi del mezzo televisivo, col risultato di ridursi il più delle volte a slogan, a spot pubblicitario. Una ricerca sulle news televisive negli Stati Uniti ha dimostrato la progressiva erosione del tempo concesso ai candidati nelle elezioni presidenziali, ovviamente a tutto scapito dei contenuti del messaggio: nel 1968 la media individuale era di 42,3 secondi; sono diventati 9,8 secondi nel 1988, 7,3 secondi nel 1992.

Insomma la partecipazione alla vita democratica o è informata o non è vera partecipazione. Ma l'informazione a propria volta è pilotata - e non di rado manipolata - dai media, e specialmente dalla televisione. Che ha il formidabile potere non soltanto di plasmare gli eventi che racconta, ma altresì d'inventarli, di crearli di sana pianta. Un solo esempio, tratto da una vicenda che si è consumata in Francia nella primavera del 2002. Qualche mese dopo l'attentato alle Twin Towers e agli edifici del Pentagono, Thierry Meyssan (un sedicente giornalista d'inchiesta) ha scritto un libro sostenendo la spericolata tesi che quell'attentato non fosse mai avvenuto: 11 septembre, l'effroyable imposture. Con quale argomento? Perché non esistono filmati dell'aereo che si è schiantato contro il ministero della Difesa americano, e dunque - siccome ciò che sfugge alle telecamere semplicemente non esiste - l'attacco dei kamikaze al Pentagono sarebbe una balla, un'invenzione dei servizi segreti. Di più: anche il crollo delle Torri gemelle sarebbe stato provocato dalla Cia, al solo scopo di rilanciare l'industria militare. Ma il bello è che il libro di Meyssan era stato completamente ignorato dai francesi, quando è apparso in libreria. Poi però il suo autore è stato invitato come ospite nel salotto televisivo di Thierry Ardisson (una specie di Maurizio Costanzo francese), ne è nato un battage d'interviste e di polemiche, e in conclusione 130.000 francesi in poco più d'una settimana sono corsi in libreria ad acquistare il suo volume. Fornendo così un'ulteriore e decisiva prova del potere di mamma Tv.

Sennonché questo potere poggia su una realtà falsificata, come dimostra nel modo più eloquente il meccanismo dell'Auditel, da cui dipendono fiaschi e successi dei programmi televisivi, e soprattutto la divisione della torta della pubblicità: le 5.000 famiglie italiane che formano il campione possono beffare facilmente il sistema di rilevamento (nel 2002 un attore che ne faceva parte ha confessato di gonfiare i propri ascolti tenendo sempre accesa la Tv quando andava in onda la sua soap opera), né più né meno dei progettisti dei programmi (Antonio Ricci, creatore di Striscia la notizia, pone artificiosamente fine alla sua trasmissione prima della pausa pubblicitaria, in modo che gli ascolti vengano misurati quando toccano il picco più elevato). Eppure la Tv può ben decidere le sorti di un'elezione. A parte il caso di Fernando Collor de Mello - diventato presidente del Brasile dopo che la Rede Globo lo aveva inventato come candidato, e successivamente appoggiato con una campagna martellante - basta citare il caso di Ross Perot, il miliardario americano che nel 1992 ha raggiunto il 18,9% dei consensi alle presidenziali, pur essendo estraneo sia al partito democratico che a quello repubblicano, pur essendo stato inoltre assente dalle elezioni primarie, e pur essendo infine un perfetto sconosciuto prima che un uso sapiente delle tecniche di comunicazione lo imponesse all'opinione pubblica. O ancora - per venire al caso forse più eclatante - basta ricordare la vittoria di Silvio Berlusconi alle elezioni italiane del marzo 1994: un imprenditore televisivo che per l'appunto, grazie alla Tv, è riuscito in un paio di mesi a imporsi come leader politico sulla scena nazionale.

Ecco perché un gruppo di studiosi americani (il cui capofila è James S. Fishkin) ha elaborato la teoria della «democrazia deliberativa», proponendo di selezionare un campione rappresentativo di cittadini, di registrarne in prima battuta gli umori su questioni di grande interesse popolare, di sottoporlo poi a una serie di incontri e seminari d'approfondimento sugli stessi temi, e infine di ripetere il sondaggio sul medesimo campione che a questo punto risulterà davvero informato e competente, e potrà dunque fungere da bussola per le decisioni di governo. Dal tempo della sua prima concezione (nel 1988), il deliberative polling è stato sperimentato 18 volte in varie parti del mondo: in 10 casi negli Stati Uniti, 5 in Gran Bretagna, 2 in Australia, uno in Danimarca. E con un'unica eccezione ha sempre fatto registrare uno spostamento d'opinione del 15-20% fra il primo e il secondo sondaggio (e talvolta anche del 50%): la prova provata, insomma, di quanto siano fragili le nostre scelte elettorali. E soprattutto la prova della nostra (incolpevole) ignoranza.

Da qui il dominio sempre più incontrastato dei professionisti dell'urna elettorale (di chi vive della politica, non già per la politica), e in conclusione dei partiti. La «partitocrazia», insomma: termine coniato nel 1949 dal costituzionalista Giuseppe Maranini per indicare il ferreo controllo dei partiti in tutti i gangli della vita politica organizzata, ma che oggi - in Italia come altrove - si carica di nuovi significati. In primo luogo per l'eclissi del fenomeno che aveva contrassegnato il Novecento, ossia la militanza politica di massa, sicché attualmente i partiti sono come altrettante teste senza corpo. E così per esempio nel 1990 la Dc contava 2.109.670 iscritti; 8 anni dopo il Ppi, suo erede politico, ne aveva appena 197.000. A sua volta, in Francia il numero dei militanti attivi è diminuito del 64,6% in un ventennio (dal 1978 al 1999); del 50,4% negli Stati Uniti; del 47,5% in Norvegia; e così via. In secondo luogo - e di riflesso - la partitocrazia ha cambiato pelle a causa della proliferazione di partiti «personali», le cui fortune s'identificano con quelle del leader: dagli anni Novanta in poi, in Italia possono annoverarsi nella categoria in questione le liste Dini, Bonino, Pannella, Segni, Di Pietro, oltre che ovviamente Forza Italia, il partito creato nel 1994 in quattro e quattr'otto, come un vestito su misura, da Silvio Berlusconi.

Ormai privi di consenso popolare (nel 2000 un'indagine del Censis ha calcolato che soltanto il 4,4% degli italiani si sente rappresentato dai partiti), i partiti politici non sono più i corpi intermedi destinati a fare da «ossatura politica» del popolo - come teorizzava Montesquieu - ma piuttosto corpi burocratici autoreferenziali, ancora più famelici e invadenti che in passato. Ne è prova lo spoils system, che dalle coste americane è approdato anche in Europa, e che in Italia ha sigillato la fedeltà dei vertici amministrativi ai partiti di governo, con buona pace del principio d'imparzialità prescritto nelle tavole costituzionali; sostituendo così la vecchia pratica della lottizzazione, che se non altro finiva col premiare anche i dirigenti vicini all'opposizione. E soprattutto ne è prova la storia del finanziamento pubblico ai partiti, che negli ultimi decenni si è diffuso nella legislazione di tutte le democrazie occidentali, con modalità decise dai partiti stessi, e con effetti di ulteriore concentramento di potere nelle loro mani, nonché nelle mani dei loro esperti e funzionari. Sta di fatto che i partiti vengono foraggiati dall'erario un po' dovunque nel vecchio continente, dalla Francia all'Austria, dalla Spagna alla Svezia, dai Paesi Bassi alla Grecia. Ma l'appetito non è mai del tutto sazio, come dimostra per esempio il caso della Germania (dove nell'aprile 2002 l'ottava legge di riforma del Parteiengesetz ha elevato l'entità del finanziamento pubblico); quello della Gran Bretagna (dove in base alla riforma del 2000 bastano 2 seggi parlamentari perché scatti il contributo dello Stato); e in ultimo il caso dell'Italia. Qui infatti, nell'estate del 2002, l'ennesima legge di riforma ha deciso di premiare anche i partiti che ottengono l'l% alle elezioni (prima occorreva il 4%); ma soprattutto ha fatto lievitare l'importo dei contributi pubblici del 968% in dieci anni (dal 1993 in avanti). Un incremento strabiliante, deciso all'unisono dalle forze politiche di destra e di sinistra, e benché 7 italiani su 10 siano radicalmente ostili a ogni forma di finanziamento alla politica da parte dello Stato.

Ciò nonostante, la corruzione della classe politica non è stata affatto debellata. Nel 1992, in Giappone, le inchieste giudiziarie sul leader liberaldemocratico Kanemaru Shin hanno rivelato un immenso sistema nazionale di corruzione. Nello stesso anno in Italia divampava Tangentopoli (1.150 miliardi di lire in pagamenti illeciti, secondo la guardia di finanza; 2.319 persone delle quali è stato chiesto il rinvio a giudizio dalla sola procura di Milano; 11 suicidi illustri; 1.069 uomini politici coinvolti; la chiusura di antichi partiti, dalla Dc al Psi). Fra il 1997 e il 1998 tre grossi scandali di corruzione politica si sono verificati in Irlanda, coinvolgendo ministri in carica e alcuni loro predecessori. In Germania violenti scandali finanziari hanno scosso l'Unione dei cristianodemocratici (dal 1999) e il Partito socialdemocratico (dal marzo 2002). Il Partito socialista del Portogallo, dopo le elezioni del marzo 2002, non è stato riconfermato al governo in seguito alle accuse di corruzione e di cattiva gestione dei fondi pubblici. In Canada uno scandalo ha coinvolto il governo liberale del primo ministro Jean Chretien nel maggio 2002. Sempre nel 2002, negli Usa è esploso il caso Enron, dopo la bancarotta della società texana finanziatrice occulta del Partito repubblicano e del presidente Bush. Insomma una casistica nutrita, cui il Global Corruption Report 2003 aggiunge le inchieste giudiziarie contro i collaboratori del presidente francese Jacques Chirac, nonché quelle dirette verso il presidente del Consiglio italiano Berlusconi.

E infatti, secondo uno studio della Banca mondiale, più di 150 alti funzionari intervistati in oltre 60 nazioni ritengono la corruzione il più grave ostacolo allo sviluppo del proprio Paese. Mentre un sondaggio del 2000 basato su oltre 30.000 interviste in tutto il mondo rivela che, a parere del 75% del campione, i politici sono irrimediabilmente corrotti; e la percentuale raggiunge il 90% in America del Sud e in Estremo Oriente.

Ma se la politica tende sempre più a legarsi con gli affari, questi affari a loro volta parrebbero un'opportunità riservata in esclusiva ai ricchi, a chi ha già le tasche gonfie di quattrini. Sta di fatto che negli ultimi decenni i costi delle competizioni elettorali sono cresciuti enormemente, sull'una e sull'altra sponda dell'Atlantico. Secondo lo Human Development Report 2002 delle Nazioni Unite, nel 1980 i candidati alle presidenziali Usa hanno speso 92 milioni di dollari; questa cifra è salita a 211 milioni di dollari nel 1988, a 343 milioni di dollari nel 2000. Mentre a sua volta Michael Bloomberg, candidato sindaco nella città di New York, nel 2001 ha impegnato 74 milioni di dollari per la propria campagna elettorale. Ovunque, d'altra parte, s'infoltisce la schiera degli uomini d'affari che decidono di presentarsi alle elezioni. E di contro la qualità del dibattito pubblico s'immiserisce progressivamente su temi che riguardano il passato remoto dei vari candidati, quando non il loro aspetto fisico: emblematica la polemica divampata in Germania prima delle elezioni del 2002, quando il cancelliere Schröder ha citato in giudizio l'agenzia di stampa Dpd, che lo aveva accusato di tingersi i capelli. Ma è forse ancora più emblematica la vittoria (nell'ottobre 2003) dell'attore Arnold Schwarzenegger alle elezioni in California: un candidato inventato su due piedi, e in precedenza noto solo per la sua massa muscolare.

Sarà per questo, per il solco che si è via via scavato fra i cittadini e i loro rappresentanti nella roccaforte delle istituzioni, che i primi appaiono sempre più disinteressati alle sorti della competizione elettorale. E infatti nelle elezioni politiche italiane si è passati da un'astensione del 9,38% nel 1979 al 17,09% nel 1996; nelle regionali il 10,39% di astenuti nel 1980 è divenuto 18,74% nel 1995; nelle europee dal 1979 al 1999 gli astenuti sono più che raddoppiati (dal 14,67% al 29,19%). Un dato in linea con la tendenza ormai consolidata in tutti i Paesi occidentali, dato che negli Stati Uniti i votanti alle presidenziali si sono dimezzati fra il 1960 e il 2000 (scendendo dal 96% al 51%), mentre in Inghilterra - per fare un altro esempio - gli astenuti erano il 22% nel 1992, e sono diventati il 41% nel 2001. Sennonché dietro la diserzione delle urne, dietro l'eccesso di semplificazione del dibattito politico, dietro le mille frustrazioni che ci portiamo addosso quando assistiamo in qualità di spettatori al prima e al dopo di ogni tornata elettorale, c'è un pericolo in agguato: il populismo. Ossia la tentazione d'affidare i nostri destini al capo carismatico, che a sua volta ci promette un rivolgimento esistenziale («Una vita più ricca, più felice, più piacevole e sicura per ogni cittadino», secondo lo slogan coniato dal People's Party nel 1894), facendo pulizia dei troppi congegni garantistici che ingombrano i sistemi democratici. E trasformandoci perciò definitivamente in un popolo bambino: senza poteri, ma col sorriso sulla bocca.

Commenti dei lettori

  1. Commento di Marcello Cerruti - 17/7/2006 ore 8,13

    Concordo con circa il 50% delle critiche che muovi alla democrazia, ma anche, e soprattutto, con il sempre attuale aforisma di Churchill "[...]la democrazia è la peggior forma di governo, eccezion fatta per tutte quelle altre forme che si sono sperimentate finora."

    Hai qualche alternativa concreta ed ampiamente sperimentata da proporre?

    La citazione di Rousseau poi...
    Il pessimo Jean Jaques è ampiamente riconosciuto come il padre spirituale del giacobinismo, ovvero il "terrore" e la gigliottina al potere di Robespierre (per fortuna, chi di spada ferisce...).

    Il giacobinismo è la forma di gestione del potere cui si rifaceva esplicitamente Lenin, nero su bianco nei suoi scritti, e di tutte le dittature comuniste (dittatura comunista è mera tautologia).

    Uno che ho sentito recentemente fare un'analoga obiezione è il comunista Giordano, che affermava la delirante teoria che la democrazia non si esaurisce nel voto, ma continua nel potere di veto delle "minoranze rumorose" organizzate che difendono interessi corporativi: sindacati confindustria, avvocati, farmacisti, tassisti...
    Le ultime tre categorie citate in stato di guerra con il primo ed eccellente atto dell'attuale governo.

    Ma del resto cosa si può attendere da un comunista, razza ontologicamente allergica alla democrazia.
    Tant'è vero che al potere sentivano il bisogno di definire i loro stati "democrazie popolari". Mica potevano sinceramente chiamarli Macelleria e lager dittatoriale tedesco, Macelleria e lager dittatoriale rumeno, ecc.

    Riprendendo l'esempio storico concreto di Rousseau pessimo compagno di merende del delirante Anais, è ben difficile obiettare che a partire dalla "Gloriosa Rivoluzione" (pressocché non violenta e pacifica) del 1688 l'Inghilterra ha cominciato un cammino verso una democrazia matura e compiuta, cosa che oggi ben pochi (cui comunque risulta particolarmente ostico il concetto di democrazia) possono obiettare.
    Le teuorie russoviame invece hanno prodotto solo giacobinismo ed il "terrore".

    Nonostante sia consapevole dell'imperfezione di qualunque democrazia non riesco a trovare un solo esempio concreto di forma di governo migliore. Tutto ciò che vedo sono vuote teorizzazioni, che quando sono state applicate hanno generato solo oppressione, terrore e miseria di massa.
  2. Commento di Michele Diodati - 17/7/2006 ore 9,35

    Nonostante sia consapevole dell'imperfezione di qualunque democrazia non riesco a trovare un solo esempio concreto di forma di governo migliore. Tutto ciò che vedo sono vuote teorizzazioni, che quando sono state applicate hanno generato solo oppressione, terrore e miseria di massa.

    Da ciò che scrivi ho l'impressione che tu abbia travisato completamente il senso non solo del capitolo di Ainis che ho riportato, ma anche del motivo per cui l'ho postato.

    Persino Massimo Fini, che ha scritto un (interessantissimo) libro intitolato "Contro la democrazia", conclude alla fine che la democrazia resta la miglior forma di governo possibile. E lo penso naturalmente anch'io, come lo pensa Michele Ainis in "Le libertà negate", che in tutto il libro - per quanto io possa ricordare - non dice una sola volta che il nazismo o il soviet supremo sono alternative migliori rispetto a uno stato basato su un ordinamento democratico.

    La questione è evidentemente un'altra. Non è superare la democrazia con qualcosa d'altro, ma fornire ai cittadini gli strumenti informativi per capire i difetti dei nostri sistemi democratici e per cercare di far nascere un modo più maturo e partecipativo di vivere la democrazia.

    Il potere funesto dei media "di regime" è il primo ostacolo verso un simile obiettivo. Con un'informazione televisiva ingessata e serva del potere, con quotidiani asserviti all'ideologia dell'editore, il pluralismo è in pericolo. Sulla disinformazione e sull'ignoranza delle masse, i "poteri forti" impiantano e conservano in perpetuo la propria forza. In situazioni non paritarie di accesso all'informazione e alle risorse, la democrazia perde la sua differenza rispetto alle dittature vere e proprie.

    In tutto questo, nessuno vuole eliminare la democrazia per far posto al comunismo operaio; e Ainis non delira affatto (mi sembra pittosto delirante, anzi berlusconiano, accusarlo di delirare). I nemici veri da combattere sono la cattiva informazione, le lobby di potere, la mancanza di senso civico e di vera cultura democratica in molti strati della popolazione italiana.

  3. Commento di Marcello Cerruti - 17/7/2006 ore 13,23

    Che c'entra Belusconi???
    Scusa, ma a questo punto è un chiodo fisso.
    La disinformazione ed il potere mediatico esistevano ben prima di Berlusconi e la cappa di regime non era meno opprimente nella prima repubblica.
    Il potere mediatico è stato sfruttato, quantomeno, fin dai tempi di Hitler e Mussolini.

    Inoltre tu, io e tanti altri siamo esempi lampanti che se uno vuole informarsi correttamente e completamente può, se invece non vuole... beh non c'è peggior sordo di chi non vuole sentire.

    Per quanto riguarda Ainis, ognuno si sceglie i compagni di merenda o le citazioni che preferisce.
    Di certo mi puzza di bruciato uno che cita Rousseau o Lenin o Hitler...
  4. Commento di Michele Diodati - 18/7/2006 ore 13,40

    Che c'entra Belusconi???

    C'entra per questo: così come è solito fare Berlusconi, hai colto un'occasione che c'entrava poco e nulla (l'articolo del PN che riportava un capitolo del libro di Ainis) per fare un intervento d'assalto contro il comunismo, quasi che quello fosse la causa di tutti i mali del mondo, anche di quelli della democrazia italiana odierna.

    Il fatto che Ainis abbia citato Rousseau non vuol dire che sia un giacobino, così come io potrei citare una frase di Hitler senza per questo essere un nazista. Una citazione si valuta dall'opportunità nel discorso; citare qualcuno non vuol dire affatto concordare con le sue idee o concordarvi al cento per cento. Molte citazioni o motti contrari alle idee degli autori, pure vengono scelti dagli autori stessi perché ben sintetizzano il tema del libro o le idee che il libro vuole combattere.

    Ciò premesso, Rousseau è una delle figure più importanti della storia della filosofia e liquidarlo come fai tu mi sembra più che altro frutto di pregiudizio: non perché le idee di Rousseau siano tutte valide e lo siano ancora oggi, ma semplicemente perché ciò che pensava e che scrisse va contestualizzato al periodo storico in cui è vissuto. Il pensiero di Rousseau scosse Kant dal suo "sonno dogmatico" e fu così lo stimolo che diede l'avvio a una delle più grandi rivoluzioni della storia del pensiero filosofico (il criticismo, e poi l'idealismo): tutto si lega nella storia del pensiero; le idee germinano le une dalle altre, e tutto è utile, se non indispensabile, per accrescere e migliorare l'"edificio" del pensiero umano (sì, anche il marxismo-leninismo, che mette al centro dell'attenzione idee e situazioni su cui l'uomo contemporaneo ha il dovere di interrogarsi).

    Inoltre tu, io e tanti altri siamo esempi lampanti che se uno vuole informarsi correttamente e completamente può, se invece non vuole... beh non c'è peggior sordo di chi non vuole sentire.

    Questo è un commento veramente assurdo, a mio parere. Come a dire: visto che degli scalatori esperti riescono ad arrivare sulla cima del Monte Bianco, vuol dire che non ci sono problemi ad arrivarci. Ci sono invece milioni di persone in Italia che non leggono neppure un libro in un anno, non leggono quotidiani, a stento guardano un TG. Se poi quel TG è clamorosamente inquinato da preconcetti e dipendenze politiche, milioni di "cellule" dell'opinione pubblica italiana si formeranno - come purtroppo accade - idee basate su un modello nel migliore dei casi carente e nel peggiore maliziosamente sbagliato.

    Quei milioni di italiani non cominceranno a leggere e a studiare improvvisamente. Occorre piuttosto che l'informazione in Italia migliori notevolmente i suoi standard e la sua indipendenza dalla politica.

    Per quanto riguarda Ainis, ognuno si sceglie i compagni di merenda o le citazioni che preferisce.
    Di certo mi puzza di bruciato uno che cita Rousseau o Lenin o Hitler...

    Ti invito a leggere il libro da cui ho tratto l'articolo del PN. Se lo leggerai con attenzione, vedrai che il comunismo non c'entra veramente nulla. C'entra piuttosto il desiderio di rendere i lettori consapevoli delle tante limitazioni della propria libertà a cui evitabili degenerazioni di sistemi democratici non maturi conducono.

Articolo di Michele Diodati pubblicato il  25/6/2006 alle ore 16,28.

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