Il Pesa-Nervi

«Lei parla a vanvera, giovanotto!
No, penso a dei critici con la barba».

La nausea

Jean-Paul Sartre descrive magistralmente lo straniamento dal mondo, la scoperta dell'esistenza delle cose e l'indifferenza di Antoine Roquentin, protagonista del romanzo «La nausea».

[La copertina di 'La nausea']Ieri un ex giocatore della Juventus, Gianluca Pessotto, di 36 anni, si è buttato da un abbaino della sede sociale della Juventus, cercando di ammazzarsi. Non c'è riuscito, vorrei dire fortunatamente, ma, data l'intenzione che con ogni probabilità animava il suo gesto, mi rimangio il "fortunatamente", nell'attesa che possa chiarire lui stesso se il fatto di essere sopravvissuto sia per lui motivo di gioia oppure no.

Resta per ora quel gesto: il tentativo di farla finita di un uomo giovane, non malato nel fisico, ma, come dicono giornali e televisione, depresso. La depressione è una sorta di anguilla inafferabile, uno stato dell'animo diventato troppo comune negli ultimi decenni, ma comunque difficile da definire. Winston Churchill, che ne soffriva, aveva paragonato la depressione a un cane nero sempre pronto a mordere.

E' sicuramente una condizione in cui si ha una percezione alterata del mondo e del proprio posto nel mondo; una condizione in cui si riflette negativamente sull'essenza e l'importanza delle cose, tirandosi fuori - per stanchezza e indifferenza - dal flusso delle solite attività quotidiane, che diventano, a poco a poco o improvvisamente, del tutto insopportabili.

Quel che riporto di seguito è un brano tratto da La nausea di Jean-Paul Sartre, opera prima dell'autore, apparsa nel 1938, quando aveva trentatré anni (Jean-Paul Sartre, «La nausea», Gruppo Editoriale L'espresso, 2003, pagine 152-158). La descrizione dello straniamento dal mondo di Antoine Roquentin, il protagonista, è assolutamente magistrale ed è il testo che mi è tornato alla mente, mentre cercavo di immaginarmi quali riflessioni, quale senso di solitudine esistenziale, quale indifferenza verso il mondo e la vita avessero spinto ieri Gianluca Pessotto, un uomo giovane e sano, apparentemente senza problemi, a buttarsi dal tetto di un palazzo.

Contemplo l'Autodidatta con un po' di rimorso: per tutta la settimana s'era compiaciuto nell'immaginare questo pranzo ove avrebbe potuto far partecipe un altro uomo del suo amore per gli uomini. Ha così raramente l'occasione di parlare. Ed ecco che gli ho guastato tutto il suo piacere. In fondo è solo quanto me, nessuno si cura di lui. Soltanto non si rende conto della sua solitudine. Tutto questo va bene, ma non dovevo esser proprio io ad aprirgli gli occhi. Mi sento molto a disagio: mi sono arrabbiato, è vero, ma non contro di lui, contro i Virgan e gli altri, tutti quelli che hanno avvelenato questo povero cervello. Se potessi averli qui, davanti a me, avrei tante cose da dir loro. All'Autodidatta non dirò niente, per lui ho soltanto della simpatia: è qualcuno sul genere del signor Achille, qualcuno della mia opinione, che ha tradito per ignoranza, per buona volontà!

Uno scoppio di risa dell'Autodidatta mi strappa dalle mie melanconiche fantasticherie:

- Lei mi scuserà, ma quando penso alla profondità del mio amore per gli uomini, alla forza degli slanci che mi spingono verso di loro, e vedo noi qui, a ragionare, a discutere... mi viene voglia di ridere.

Sto zitto, sorrido con aria impacciata. La cameriera posa davanti a me un piatto con una punta di camembert cretoso. Percorro la sala con lo sguardo e mi sento invadere da un violento disgusto. Che cosa sto a fare qui? A che pro impicciarmi in questi discorsi sull'umanitarismo? Perché sta qui, questa gente? Perché mangia? È vero che non sanno di esistere, loro. Ho voglia d'andarmene, d'andarmene in qualche posto dove sia veramente al mio posto, dove m'ingrani... Ma il mio posto non è in nessun luogo; io sono di troppo.

L'Autodidatta si raddolcisce. Aveva temuto una resistenza maggiore da parte mia. Vuol proprio passare una spugna su tutto quello che ha detto. Si piega verso di me con un'aria confidenziale:

- In fondo, lei li ama, signore, li ama come me: noi siamo separati soltanto da parole.

Non posso più parlare, chino la testa. Il viso dell'Autodidatta è proprio contro il mio. Sorride con aria sciocca, vicinissimo al mio viso, come negl'incubi. Mastico penosamente un pezzo di pane che non mi decido a trangugiare. Gli uomini. Bisogna amarli, gli uomini. Gli uomini sono mirabili. Ho voglia di vomitare - e d'un tratto, ci siamo: ecco la Nausea.

Una bella crisi, che mi scuote da capo a piedi. È un'ora che la sentivo venire, soltanto non volevo confessarmelo. Questo sapore di formaggio dentro la mia bocca... L'Autodidatta chiacchiera, e la sua voce mi ronza dolcemente alle orecchie. Ma non so più affatto di che cosa parla. Approvo macchinalmente con la testa. La mia mano è contratta sul manico del coltello da dessert. Sento questo manico di legno nero. È la mia mano che lo tiene. La mia mano. Personalmente, piuttosto lo lascerei tranquillo, questo coltello: a che scopo star sempre a toccare qualche cosa? Gli oggetti non son fatti perché uno li tocchi. È molto meglio scivolare tra di essi, evitandoli il più possibile. Qualche volta se ne prende uno in mano e si è costretti a lasciarlo al più presto. Il coltello cade sul piatto. Al rumore il signore dai capelli bianchi sussulta e mi guarda. Riprendo il coltello, appoggio la lama contro la tavola e la faccio piegare.

È dunque questa, la Nausea: quest'accecante evidenza? Quanto mi ci son lambiccato il cervello! Quanto ne ho scritto! Ed ora lo so: io esisto - il mondo esiste - ed io so che il mondo esiste. Ecco tutto. Ma mi è indifferente. È strano che tutto mi sia ugualmente indifferente: è una cosa che mi spaventa. È cominciato da quel famoso giorno in cui volevo giuocare a far rimbalzare i ciottoli sul mare. Stavo per lanciare quel sassolino, l'ho guardato, ed è allora che è incominciato: ho sentito che esisteva. E dopo, ci sono state altre Nausee; di quando in quando gli oggetti si mettono ad esistervi dentro la mano. C'è stata la Nausea del «Ritrovo dei ferrovieri» e poi un'altra, prima, una notte in cui guardavo dalla finestra, e poi un'altra al giardino pubblico, una domenica, e poi altre. Ma non era mai stata così forte come oggi.

- ... della Roma antica, signore?

Mi pare che l'Autodidatta mi stia interrogando. Mi volgo verso di lui e gli sorrido. Ebbene? Che c'è? Perché si raggomitola sulla sua sedia? Faccio dunque paura, in questo momento? Doveva pur finire così. D'altronde m'è indifferente. Non hanno affatto torto d'aver paura: sento che potrei fare qualunque cosa. Per esempio affondare questo coltello da formaggio nell'occhio dell'Autodidatta. Dopo di che tutta questa gente mi calpesterebbe, mi spezzerebbe i denti a colpi di scarpa. Ma non è questo che mi trattiene: un sapore di sangue, in bocca, invece di questo sapore di formaggio, non farebbe differenza. Soltanto bisognerebbe fare un gesto, far nascere un avvenimento superfluo: sarebbe di troppo, il grido che lancerebbe l'Autodidatta - e il sangue che colerebbe sulla sua guancia, e il sussulto di tutta questa gente. Ce ne son già abbastanza di cose che esistono a questo mondo.

Tutti mi guardano; i due rappresentanti della giovinezza hanno interrotto il loro dolce colloquio. La donna ha aperto la bocca a culo di piccione. E tuttavia dovrebbe pur vedere che sono inoffensivo.

Mi alzo, tutto gira attorno a me. L'Autodidatta mi fissa coi suoi grandi occhi che non spaccherò.

- Se ne va di già? - mormora.

- Sono un po' stanco. È stato molto gentile ad invitarmi. Arrivederci.

Andandomene, m'accorgo d'aver conservato in mano il coltello da dessert. Lo getto sul piatto che tintinna. Traverso la sala in mezzo al silenzio. Non mangiano più, mi guardano, il loro appetito e stato mozzato di colpo. Se m'avanzassi verso la giovane donna facendo «Hon!» si metterebbe a urlare, ne son sicuro. Non ne vale la pena.

Comunque, prima di uscire mi rivolgo e mostro loro la mia faccia, affinché possano imprimersela nella memoria.

- Arrivederci, signori e signore.

Non rispondono. Me ne vado. Ora le loro guance riprenderanno colore, e tutti si rimetteranno a chiacchierare.

Non so dove andare e resto piantato accanto al cuoco di cartone. Non ho bisogno di voltarmi per sapere che mi stanno guardando attraverso i vetri: guardano la mia schiena con sorpresa e disgusto; credevano ch'io fossi come loro, che fossi un uomo ed io li ho ingannati. D'un tratto, ho perduto la mia apparenza d'uomo ed hanno visto un granchio che fuggiva a ritroso da quella sala così umana. Ora, l'intruso smascherato è fuggito: la seduta continua. Mi dà fastidio sentirmi sulla schiena tutto questo brulichio d'occhi e di pensieri sgomenti. Traverso la strada. L'altro marciapiede costeggia la spiaggia e le cabine da bagno.

C'è molta gente che passeggia lungo il mare, volgono verso il mare volti primaverili, poetici: è per via del sole, sono in festa. Ci sono donne vestite di chiaro, che hanno messo l'abito della primavera scorsa: passano lunghe e bianche come guanti di pelle lucida; vi son anche dei ragazzotti che vanno al liceo o alla Scuola commerciale, dei vecchi decorati. Non si conoscono, ma si guardano con un'aria di connivenza, perché il tempo è così bello e loro sono uomini. Nei giorni di dichiarazione di guerra gli uomini s'abbracciano senza conoscersi, e ad ogni primavera si sorridono. Un prete s'avanza a passi lenti, leggendo il breviario. Di quando in quando alza la testa e guarda il mare con aria d'approvazione, anche il mare è un breviario, parla di Dio. Colori leggeri, leggeri profumi, animi primaverili. «È bel tempo, il mare è verde, preferisco questo freddo secco all'umidità». Poeti! Se ne prendessi uno per il risvolto del cappotto, e gli dicessi «vienimi in aiuto», penserebbe «cos'è questo granchio?» e fuggirebbe lasciandomi il cappotto tra le mani.

Volgo loro la schiena, m'appoggio con ambe le mani alla balaustrata. Il vero mare è freddo e nero, pieno di bestie; striscia sotto questa sottile pellicola verde, fatta apposta per ingannare la gente. I silfi che mi circondano ci son cascati: non vedono altro che la sottile pellicola, essa è la prova dell'esistenza di Dio. Ma io vedo quello che c'è sotto! I colori fondono, le piccole scorze vellutate e brillanti, le piccole scorze di pesca del buon Dio vengono meno dappertutto, sotto il mio sguardo, si spaccano, si schiudono. Ecco il tram di Saint-Elémir, mi giro su me stesso e le cose girano con me, pallide e verdi come ostriche.

Inutile, era inutile saltar su poiché non voglio andare in nessun posto.

Dietro i vetri sfilano oggetti bluastri, tutti rigidi e alteri, a scossoni. Persone, muri; attraverso le finestre aperte una casa m'offre il suo cuore nero; e i vetri fanno impallidire, azzurrano tutto ciò che è nero, azzurrano questo grande edificio in mattoni gialli che s'avanza esitando, rabbrividendo e che s'arresta di colpo impuntandosi. Sale un signore e si siede davanti a me. L'edificio giallo riparte, scivola d'un balzo contro i vetri, è talmente vicino che se ne vede soltanto più una parte, s'è oscurato. I vetri tremano. S'innalza, schiacciante, ben più alto di quanto non si possa vedere, con centinaia di finestre aperte sugli interni neri; scivola lungo la scatola, la rasenta; si è fatto buio, tra i vetri che tremano. Scivola interminabilmente, giallo come fango, e i vetri sono azzurro cielo. E di colpo non c'è più, è rimasto indietro, una viva chiarità grigia invade la scatola e si espande dappertutto con inesorabile giustizia: è il cielo; attraverso i vetri si vedono ancora spessori e spessori di cielo, poiché si sale su per la collina Eliphar e c'è un'ampia vista da tutt'e due le parti, a destra fino al mare, a sinistra fino al campo d'aviazione. Proibito fumare, perfino una gitana [N.d.T.: Marca di sigarette francese].

Appoggio la mano sul sedile ma la ritiro precipitosamente: esiste. Questa cosa sulla quale son seduto, sulla quale appoggiavo la mano si chiama sedile. L'hanno fatta apposta perché uno possa sedercisi, hanno preso del cuoio, delle molle, della stoffa, e si son messi al lavoro con l'idea di fare un sedile, e quando hanno finito, era questo che avevano fatto. L'hanno portato qui, in questa scatola, e adesso la scatola rotola e traballa, coi vetri che tremano, e porta nei suoi fianchi questa cosa rossa. Mormoro: è un sedile, un po' come un esorcismo. Ma la parola mi resta sulle labbra: rifiuta d'andare a posarsi sulla cosa. Questa rimane quella che è, con la sua felpa rossa, con migliaia di striscette rosse, tutte rigide, che sembrano zampette morte. Questo enorme ventre all'aria, sanguinante, rigonfio - rimpinzato, con tutte le sue zampe morte, ventre che fluttua in questa scatola, nel cielo grigio, non è un sedile. Potrebbe essere altrettanto bene un asino morto, per esempio, gonfiato dall'acqua, e che fluttua alla deriva, a pancia all'aria, in un gran fiume grigio, un fiume d'inondazione; ed io sarei seduto sul ventre dell'asino, ed i miei piedi sarebbero a bagno nell'acqua chiara. Le cose si sono disfatte dei loro nomi. Son lì, grottesche, caparbie, gigantesche, e sembra stupido chiamarle sedili o dire qualsiasi cosa su di esse: io sono in mezzo alle Cose, le innominabili. Solo, senza parole, senza difesa, esse mi circondano, sotto di me, dietro di me, sopra di me. Non esigono nulla, non s'impongono: son lì. Sotto il cuscino del sedile, contro la parete di legno c'è una piccola linea d'ombra, una piccola linea nera che corre lungo il sedile con un'aria misteriosa e birichina, quasi un sorriso. So benissimo che non è un sorriso, e tuttavia esiste, corre sotto i vetri biancastri, sotto il fracasso dei vetri, s'ostina sotto le immagini azzurre che sfilano dietro i vetri e s'arrestano e ripartono, s'ostina, come il ricordo impreciso d'un sorriso, come una parola a metà obliata di cui non ci si ricorda che la prima sillaba e il meglio che si possa fare è di girare gli occhi e di pensare ad altro, a quell'uomo semisdraiato sul sedile, lì, davanti a me. La sua testa di terracotta dagli occhi azzurri. Tutta la parte destra del suo corpo s'è abbandonata, il braccio destro è incollato al corpo, il lato destro vive appena, con fatica, con avarizia, come fosse paralizzato. Ma su tutto il lato sinistro c'è una piccola esistenza parassita che prolifera, un cancro: il braccio si è messo a tremargli, e poi s'è alzato, e la mano, in cima, era rigida. Poi anche la mano s'è messa a tremargli, e quando è arrivata all'altezza del cranio, un dito s'è messo a grattare con l'unghia il cuoio capelluto. Una specie di smorfia voluttuosa è venuta ad abitare la parte destra della bocca, mentre la parte sinistra restava morta. I vetri tremano, il braccio trema, l'unghia gratta, gratta, la bocca sorride sotto gli occhi fissi, e l'uomo sopporta senza accorgersene questa piccola esistenza che gli gonfia il lato destro, e che per realizzarsi ha preso in prestito il suo braccio destro e la guancia destra. Il bigliettaio mi sbarra la strada.

- Aspettate la fermata.

Ma lo respingo e salto giù dal tram. Non ne potevo più. Non potevo sopportare che le cose fossero così vicine. Spingo un cancello, entro, delle leggere esistenze balzano su e s'appollaiano sulle cime. Ora mi riconosco, so dove sono: sono al giardino pubblico. Mi lascio cadere su una panchina tra i grandi tronchi neri, tra le mani nere e nodose che si tendono verso il cielo. Un albero gratta la terra sotto i miei piedi con un'unghia nera. Vorrei tanto lasciarmi andare, dimenticarmi, dormire. Ma non posso, soffoco: l'esistenza mi penetra da tutte le parti, dagli occhi, dal naso, dalla bocca...

E d'un tratto, d'un sol tratto, il velo si squarcia, ho compreso, ho visto.

Articolo di Michele Diodati pubblicato il  28/6/2006 alle ore 10,53.

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