Il Pesa-Nervi

«Lei parla a vanvera, giovanotto!
No, penso a dei critici con la barba».

Sulla strada

L'entusiasmo per la vita e la capacità di vivere ogni attimo come fosse l'ultimo, purché sia esaltante: un brano tratto da «Sulla strada», il capolavoro di Jack Kerouac.

[La copertina di 'Sulla strada', nell'edizione dei Miti Mondadori]Se Antoine Roquentin, il protagonista de «La nausea» di Sartre, cercava il senso della vita nel distacco dalle cose e nella fuga dalle persone, il Jack Kerouac di «Sulla strada», all'opposto, trova il senso più profondo dell'esistenza solo nella partecipazione completa, frenetica, forse folle ma entusiastica, alla vita: i personaggi del suo romanzo si comportano come bevitori sempre disposti a vuotare la bottiglia che hanno davanti, qualsiasi essa sia, fino all'ultima goccia.

Un magnifico esempio di questo stile letterario e di vita, che è stato poi etichettato dai critici come beat generation, è nel brano che riporto di seguito, tratto da «Sulla strada»: un suonatore di sax che suona come un dio, in una specie di trance musicale, coinvolgendo il pubblico fino alle lacrime (Jack Kerouac, «Sulla strada», Mondadori 1995, pagine 287-291).

Le ragazze scesero e noi ci avviammo verso la nostra grande serata, spingendo ancora una volta la macchina giù per la strada. «Ui-hi! Si parte!» gridò Dean, e saltammo sul sedile posteriore e sferragliammo verso la piccola Harlem in Folsom Street.

Saltammo fuori nella notte calda, selvaggia, sentendo un indiavolato sax-tenore che faceva ululare il suo strumento dall'altra parte della strada, in questo modo: "iah! ii-iah! ia-iah!" mentre delle mani battevano a tempo e la gente urlava: «Dài, dài, dài!». Dean già s'era messo a correre attraverso la strada col pollice per aria, urlando: «Suona, amico, suona!». Un gruppo di negri con l'abito del sabato sera si scalmanavano davanti all'ingresso. Era una sala col pavimento coperto di segatura e un piccolo palco per l'orchestra sul quale i suonatori stavano ammucchiati col cappello in capo, suonando sopra le teste della gente, un luogo fantastico; ogni tanto pazze donne sfasciate andavano in giro in accappatoio, nei vicoli si sentiva uno sbatacchiar di bottiglie. Nel retro del locale in un corridoio oscuro dietro i gabinetti insozzati decine di uomini e di donne stavano appoggiati al muro bevendo e sputando alle stelle... vino e whisky. Il sax-tenore col cappello stava suonando sull'onda di un meraviglioso soddisfacente motivo improvvisato, una frase ripetuta che si alzava e ricadeva e andava da "Iiiah!" fino a un più indiavolato "Ii-di-li-iah!" e imperversava al suono della cascata scrosciante della batteria incrinata, martellata da un grosso negro brutale dal collo taurino cui non importava un corno di niente fuorché di castigare i suoi logori tamburi. "crak, ta-ra-tabum, crak". Scrosciar di musica col sax-tenore ch'era in stato di grazia e tutti lo sapevano. Dean si stava afferrando la testa tra la folla, ed era una folla di pazzi. Stavano tutti a incitare il sassofonista, con urli e stralunar d'occhi, perché tenesse duro e continuasse, e lui si sollevava sulle ginocchia e si abbassava di nuovo col suo strumento, lanciandolo alto in un chiaro grido sopra il furore. Una negra ossuta altissima dondolava le sue ossa contro la bocca del sassofono di lui, ed egli lo spingeva verso di lei: "Iih! iih! iih!".

Tutti si dondolavano e ruggivano. Galatea e Marie con una bottiglia di birra fra le mani stavano in piedi sulle loro sedie scuotendosi e saltando. Gruppi di negri entravano inciampando dalla strada, cadendo l'uno sopra l'altro per arrivare prima. «Non mollare, amico!» strepitava un uomo dalla voce come una sirena di piroscafo, e faceva uscire un grosso muggito che avrebbe potuto essere udito fino a Sacramento: «Ah - aah!». «Uh!» disse Dean. Si strofinava il petto, il ventre; il sudore gli schizzava dal viso. Bum, una pedata, quel batterista dava calci al tamburo giù in fondo e rullava il ritmo di sopra con quelle bacchette assassine, "ta-ra-ta-bum!". Un grassone enorme saltellava sul palco, facendolo incavare e scricchiolare. «Iuh!» Il pianista pestava tasti solo con le mani aperte, accordi, a intervalli, solo quando il grande sax-tenore si riempiva i polmoni per un'altra tirata... accordi cinesi, che facevano rabbrividire il piano in ogni legno, plink, e ogni corda, boong! Il sax-tenore saltò giù dal palco e stette in piedi tra la folla, suonando in tutte le direzioni; aveva il cappello sugli occhi; qualcuno glielo spinse all'indietro. Lui indietreggiò e batté un piede e soffiò una nota rauca, ululante, e tirò il fiato, e alzò lo strumento e lanciò una nota alta, larga e stridula nell'aria. Dean stava proprio di fronte a lui col viso abbassato verso la bocca del sassofono, battendo le mani, col sudore che gocciolava sui tasti del suonatore, e quello se ne accorse e rise dentro allo strumento una lunga tremante pazza risata, e tutti gli altri risero e si dondolarono e dondolarono; e alla fine il sassofonista decise di superare se stesso e si accoccolò giù e tenne un acuto per un tempo lunghissimo mentre tutto il resto crollava all'intorno e le urla si accrescevano e io pensai che i poliziotti sarebbero arrivati a squadre dal più vicino commissariato. Dean era in trance. Gli occhi del sax-tenore stavano puntati dritti nei suoi; là c'era un pazzo che non solo capiva ma s'interessava e voleva capire di più e molto di più di quanto non ci fosse, ed essi cominciarono a duellare per questo: tutto uscì dallo strumento, non più frasi, solo gridi, gridi: "Booh" e giù fino a "Biip!" e su in alto "Iiiiih!" e giù fino a note discordanti e ancora su, suoni di corno echeggianti di fianco. Tentò di tutto su, giù, di lato, sottosopra, orizzontalmente, a trenta gradi, quaranta gradi, e finalmente ricadde fra le braccia di qualcuno e si diede per vinto e tutti gli si accalcarono intorno e gridarono: «Sì! Sì! L'ha suonato come un dio!». Dean si asciugò col fazzoletto.

Poi il sax-tenore si fece avanti sul palco e domandò un ritmo lento e guardò tristemente oltre la porta aperta sopra le teste della gente e cominciò a cantare Close Your Eyes. Il tumulto si calmò in un attimo. Il sax-tenore portava un logoro giaccone di camoscio, una camicia color porpora, scarpe scalcagnate, e pantaloni vistosi senza piega; non gliene importava. Pareva un Hassel negro. I suoi grandi occhi scuri esprimevano tristezza, e il proposito di cantare lentamente e con prolungate pause pensose. Ma al secondo chorus si eccitò e afferrò il microfono e saltò giù dal palco e ci si chinò sopra.. Per cantare una nota doveva toccarsi la punta delle scarpe e tirarsi su tutto di nuovo per prender fiato, e ne prese tanto che barcollò per lo sforzo, e si riprese appena in tempo per la prossima lunga nota lenta. «Mu-u-usic pla-a-a-a-a-aay!» Si curvò all'indietro con il viso verso il soffitto, il microfono tenuto basso. Si scosse, ondeggiò. Poi si curvò in avanti, quasi cadendo con la faccia sul microfono. «Ma-a-a-ake it dream-y for dan-cing» - e guardò fuori nella strada con le labbra incurvate in disprezzo, il ghigno ossessivo di Billie Holiday - «while we go roman-n-n-cing» - barcollò da un lato «Lo-o-o-ove's ho-lida-a-ay» l'amore è una vacanza - scosse la testa con disgusto e stanchezza verso il mondo intero «Will make it seem» e tutto sembrerà - com'è che sarebbe sembrato? Tutti aspettavano; lui singhiozzò: «Okay». Il piano suonò un accordo. «So baby come on just clo-o-o-se your pretty little ey-y-y-y-yes. - la bocca gli tremò, ci guardò, Dean e me, con un'espressione che pareva dire: "Ehi, dite, cos'è che stiamo facendo tutti in questo triste buio mondo?" - e quindi arrivò alla fine della canzone, e per questo ci volevano elaborati preparativi, durante i quali avreste potuto mandare tutti i messaggi a Garcìa intorno al mondo per dodici volte e che cosa poteva importare a chicchessia? Perché qui adesso avevamo a che fare con l'abisso e l'aspro succo della povera miserabile vita stessa nelle strade dell'uomo invise a Dio, così disse lui e lo cantò: «Close - your -», e lo cantò su dritto verso il soffitto e attraverso le stelle e più alto ancora: «Ey-y y-y-y-y-es» e barcollò giù dal palco per meditare. Si mise a sedere in un angolo con un gruppo di ragazzi e non li guardò nemmeno. Teneva gli occhi bassi e piangeva. Fu insuperabile.

Commenti dei lettori

  1. Commento di Gabriele Romanato - 21/7/2006 ore 19,26

    Ricordo di aver letto un articolo interessante sul libro su un quotidiano tedesco. ho fra l'altro scoperto che Kerouac lo ha scritto su un'unico rotolo di materiale, che alla fine aveva una lunghezza considerevole. non l'ho mai letto per una sorta di stupido snobismo verso le cose note, per cui preferisco il libro di uno scrittore tibetano a questo.
    comunque bisognerebbe anche leggere gli articoli della Pivano e leggere anche Burroughs per avere il quadro completo (stili differenti, sotto un unico sole).

Articolo di Michele Diodati pubblicato il  30/6/2006 alle ore 16,41.

Indice del Pesa-Nervi | Diodati.org

Inizio pagina.