Il Pesa-Nervi

«Lei parla a vanvera, giovanotto!
No, penso a dei critici con la barba».

La finalista

Le tragicomiche avventure di una forse-scrittrice, per la prima volta finalista a un premio letterario.

Fa caldo, caldo, caldo: sono appena tornata e già rimpiango le cime del Trentino dove ho trascorso due (sole, sigh) settimane di vacanze. Sono qui, seduta davanti al portatile: che sta indefessamente scaricando centinaia di mail. Ma dove trovano il tempo, per mandare tutto questo spam?! Io a malapena riesco a spedire le mail che devo. Aspetto con pazienza - ma se fossi stata via tre mesi? Quanto spam avrei accumulato? - che il programma di posta faccia il suo lavoro con i filtri, e mi resta da guardare davvero una cinquantina di mail: numero sufficiente a gettarmi comunque nel panico, perché vorrei tanto essere altrove.

Mentre scorro la lista dei mittenti alla ricerca di quei pochi davvero sensati, spicca il nome di un premio letterario a cui - un po' per caso, nell'ultimo giorno utile per la partecipazione - ho spedito un racconto breve, qualche mese fa. Sarà la solita mail in cui ti dicono che ti ringraziano per aver partecipato: certo, sono in lieve ritardo... comunque apro il messaggio. E resto lì, a fissarlo, per almeno dieci minuti buoni. Lo leggo più e più volte: arrivo persino a chiuderlo e riaprirlo, nel dubbio di aver avuto le traveggole. Invece è proprio vero: sono tra i dieci finalisti. A scanso di deliri informatici sempre possibili, mi stampo la mail, e la rileggo anche così: il testo non cambia, non sparisce, pare proprio che sia tutto vero. Mi do dei pizzicotti: anche se scrivo da tanto, non ho mai vinto un piffero, quindi la mia incredulità è giustificata. E aggiungiamoci pure che la mia autostima è sempre stata un tantino bassa. Respiro profondamente: va là, forse tocca festeggiare. Non so, dirlo a qualcuno che sa che scrivo: mi faccio mentalmente una lista di possibili destinatari di mail e sms giubilanti. Poi restringo la rosa, anzi mi rileggo un'altra volta la mail: e solo ora mi accorgo che sono anche stata invitata, in qualità di finalista, alla serata di annuncio del vincitore. Non proprio facile andarci: la città sede del premio è ben lontana da quella dove abito, e faticosa da raggiungere. Peccato: ma poi, insomma, figuriamoci se io avrei mai il coraggio di presentarmi in pubblico. Sarebbe come dire spudoratamente a tutti: guardatemi, sono una scrittrice. Roba da matti. Comunque l'invito mi lusinga: sarebbe anche una scusa per tornare in quella bellissima città. Ma no, non si potrà mai fare: la serata di premiazione capita proprio in una data in cui già so che mi tocca lavorare. Meno male, mi sono tolta il dubbio... però però: è la prima volta che mi capita la finale di un premio letterario, e magari non mi capiterà mai più (in realtà, un pezzetto di me già si immagina allo Strega o al Campiello). In fondo andarci sarebbe carino... mi perplimo a lungo, sempre rileggendo la mail. Poi mando un sms a Luca: che sa da sempre che scrivo. Non risponde, ma immagino sia al lavoro a cellulare spento: due secondi dopo ecco che invece mi squilla il telefono di casa. Luca giubila davvero, più di me: e dà per scontato che io vada alla serata di premiazione, insieme a lui.

E va bene, proviamoci: il giorno dopo, in un attimo di follia, dico al mio capo che sono entrata tra i finalisti di un premio letterario e che se per lui è possibile posticipare la consegna di un mio lavoro ci andrei molto volentieri. Mi aspetto mugugni, anzi grugniti di disapprovazione: direi che me li auguro, così da evitare la trasferta e l'orrido momento in cui qualcuno - emeriti sconosciuti - vedrà la mia faccia e l'assocerà al concetto di "scrittrice". Invece, apriti cielo: il capo sorride. Non solo: mi chiede di fargli leggere il racconto. E mi dà la sua benedizione per la serata, il lavoro può aspettare. Esco dalla porta del suo ufficio quasi più incredula del momento in cui ho letto la mail: potenza di un premio letterario, per quanto minore. Subito dopo realizzo che a questo punto mi sono rovinata con le mie mani: al premio adesso mi tocca andarci davvero.

Una delle cose più inquietanti del "partire", per me - di qualsiasi genere di partenza si tratti - è, prima, cominciare a pensare di fare i bagagli; poi, farli davvero. Comincio a pensare al bagaglio per il premio con una settimana di anticipo: la data mi appare davanti agli occhi in continuazione, una specie di condanna. Quasi quasi vorrei non essere tra i finalisti (cinque under 22 e cinque over 22: io sono tra i cinque over, senza alcun dubbio). Il pensiero si coagula intorno al quesito (generico) "cosa metto in valigia?" e all'altro quesito (specifico) "cosa mi metto la serata della premiazione?". Durante la settimana passo in rassegna mentalmente tutta una serie di cose che potrei prendere in considerazione e alla fine, nella mia testa, ci sono due pile: quella delle cose che certamente non porterò, e quella delle cose che invece potrei portare. Il guaio è che sono entrambe gigantesche. Cerco di concentrarmi sul fatto che, in fin dei conti, starò via solo per un weekend moderatamente lungo: si parte il venerdì all'ora di pranzo, si torna la domenica sera. Sarebbe eticamente disdicevole portare la grande borsa da viaggio: me ne dovrebbe bastare una piccola. Di tanto in tanto, nel corso della settimana, guardo in tralice la candidata: è una borsa da viaggio che per chiunque sarebbe sufficiente per un weekend. Tasche laterali per le scarpe, comoda apertura superiore. Ma non riuscirò mai a farci stare dentro la pila degli "abiti possibili".

Arrivo naturalmente alla sera prima della partenza, e il bagaglio non l'ho fatto. Ho sistemato il parco pc, ho chiuso i lavori più urgenti: ma il bagaglio è ancora solo nella mia testa, ed è ancora molto confuso. Come se non bastasse su e giù lungo la penisola si è anche messo a piovere, il che allunga in modo sconsiderato la lista del possibile equipaggiamento. Alla fine mi arrendo e apro l'armadio: non c'è niente da fare, ormai ho detto a tutti che partivo. Comincio a impilare sul serio sul letto gli abiti: i sicuri, i possibili, i poco verosimili. La sezione "abiti da premiazione" è a parte: non essendo mai stata premiata per alcunché, non ho idea di come ci si debba vestire. Dopo aver già scritto nei giorni precedenti una mail al premio, per segnalare la mia possibile presenza alla serata, la mattina ho addirittura telefonato, come da indicazioni ricevute, per dare conferma: mi ha risposto il presidente in persona, mi ha ripetuto le congratulazioni già fatte per email, e ha spiegato - con mio sommo sollievo - che la serata avrà un carattere informale e durerà al massimo un'ora e mezzo, con inizio alle 20 (come risulta anche dalla mail ufficiale di invito). Insomma, la cerimonia sarà molto semplice: a tutti i dieci finalisti - designati da comitati di lettura, in tutto circa 150 persone - verrà assegnato un riconoscimento, e poi sarà annunciato il vincitore, scelto invece tra quei dieci dalla giuria. Tutto questo dovrebbe tranquillizzarmi: ma io e la tranquillità non abbiamo molti punti di contatto.

Valuto con occhio addestrato la mole di "abiti sicuri" ora impilati sul letto (in effetti sono solo pantaloni: non potrei andare alla premiazione con un paio di pantaloni tecnici da trekking? Sono l'unica cosa che davvero mi vada di mettere in questo periodo): quindi scarto la borsa da viaggio piccola e opto per una valigia media più una borsa in appoggio. Comincio a riempire la valigia: è facile decidere cosa mettere in viaggio (mi metto sempre la stessa cosa), e anche cosa mettere per girare in città (pantaloni da trekking, ma guarda un po'). Anche qualche cambio è semplice da identificare: già lo so che è troppa roba, ma per quanto lo sappia la metto in valigia lo stesso. Poi pigiama, calzini per le scarpe chiuse in caso di pioggia, biancheria. Lo so, sarebbe sufficiente per un mese, altro che weekend: ma avrò anche il ciclo, per cui meglio essere prudenti. Mai una volta che io debba andare da qualche parte senza avere il ciclo. Poi ecco le dolenti note: cosa mi porto per la stramaledetta serata? Gonnellina dal motivo delicato su fondo panna, al ginocchio, con top e giacchino abbinato dalla manica a tre quarti? Abito lungo di seta, a fiori, che non so mai quando accidenti mettere? Gonna pantaloni di seta, da baiadera, in due possibili diverse fantasie? Gonna lunga in georgette, con spacchi laterali, verde muschio, e spolverino abbinato? Scarto la gonnellina al ginocchio, che richiederebbe scarpina adeguata, tipo chanel, che Luca detesta. Scarto anche l'abito lungo di seta, che mi sembra troppo impegnativo (si accettano suggerimenti su occasioni adatte ad indossarlo, almeno una volta). Scarto a malincuore anche le gonne pantaloni da baiadera: se ci fosse vento, resterei praticamente nuda. Per esclusione, ecco fatta la scelta: la gonna in georgette. Ma sì: una scrittrice da trekking convertita per una sera all'elegante-sportivo. Svolgo mentalmente la solita cabala degli abbinamenti: e metto tutto il necessario in valigia. In corner, ci infilo anche una gonna lunga sportiva, buona per tutto: dal viaggio di ritorno alla cena in agriturismo (dormiremo in un già sperimentato agriturismo, dove si mangia alla grande). Con qualche variazione, causa rischio pioggia, chiudo felicemente anche il capitolo scarpe, che vengono infilate nella borsa: toh, che stranezza, ci sarebbe ancora posto. Così penso che forse potrei portarmi una borsetta, per la sera della premiazione: forse lo zaino - da me inseparabile - con la gonna di georgette non è adeguato. Recuperati anche tutti gli accessori, che contribuiscono con mia soddisfazione a riempire un po' di più la borsa, non resta che preparare il beauty-case, ed è la cosa più spaventosa. Detesto preparare il beauty, e non so perché: tutte quelle cose che si usano ogni giorno in maniera del tutto naturale, diventano una sequenza estremamente complicata da ricostruire. Allora, che si fa per prima cosa al mattino? E metto via dentifricio e spazzolino, saponetta, sapone intimo. E una volta lavati? Metto via deodorante, profumo, crema per il viso. Anche quanto serve a un minimo di trucco: sempre per la serata, anche se è una vita che non metto neppure un filo di cipria. E appena arrivata, dopo il viaggio? Metto via bagnoschiuma e shampoo. Poi forbicine, pinzette, cotton fiocc: tutte cose che mica si usano tutti giorni, ma che guarda caso mi potrebbe capitare di voler usare proprio in quel weekend. Gli inesorabili assorbenti, in trecento diverse tipologie; una dotazione minima di medicine, spray per il naso incluso che se mi si tappa di notte (non lo spray, il naso) non dormo e sono guai. Soddisfatta arrivo alle otto di sera con pronto anche il beauty. Soltanto una volta arrivata a destinazione scoprirò: 1) di non aver portato il pettine; 2) di aver lasciato a casa anche la fondamentale crema per le punture di zanzare.

Il mattino dopo, il cielo è cupo: ma bene, che me li porto a fare i sandali? Non ho nessuna voglia di disfare la valigia, però: anche perché il delicato equilibrio tra abiti e accessori, togliendo uno qualsiasi degli ingredienti, si potrebbe infrangere. Lascio tutto così com'è, confidando nelle previsioni del tempo: che collocano l'unico piccolo sole proprio nella zona d'Italia dove sono diretta. Luca, come è sua connaturata abitudine, arriva con un'ora di ritardo all'appuntamento; io - come da pregresse esperienze - in realtà sono pronta davvero solo cinque minuti prima che arrivi lui. Dopo i consueti controlli alla macchina - partiamo con la gloriosa Ford Fiesta di Luca, da almeno tre anni pronta ad essere sostituita e sempre bisognosa di olio ed acqua - finalmente si parte.

Siamo partiti! Ovviamente Luca, preso a chiacchierare, sbaglia l'uscita del raccordo anulare e andiamo per un po' su e giù nelle corsie laterali, in zona Casilina: luoghi davvero ameni per cominciare il weekend. Per un tratto, sappiamo esattamente che percorso fare: autostrada. Poi ci aspetta un tratto di statale, poi un altro piccolo pezzo di autostrada, poi di nuovo statale fino a destinazione: secondo Luca saranno al massimo cinque ore. E' un percorso che abbiamo già fatto, ma tempo fa: così chiedo a Luca se si ricorda quanto lungo sia il primo tratto fuori autostrada, e lui mi risponde: "Saranno una ventina di chilometri". Meno male che lo conosco: lui dice sempre "una ventina di chilometri", qualsiasi sia il percorso. I chilometri sono almeno 70, e non passano mai: ma insomma, se si può risparmiare un pezzo di autostrada bisogna farlo assolutamente, con Luca è un assioma. Come è destino visto che lui guida, io faccio da navigatore: ma invece di portare le solite carte divise per regione (ne attraversiamo quattro in tutto), Luca ha portato uno stradario generale d'Italia, in cui non si capisce assolutamente nulla. Qua e là durante il viaggio piove, ma niente di trascendentale: in effetti la direzione in cui stiamo viaggiando appare sgombra, e tutto il resto cupo. Mi sembra quasi un segno del destino.

Curiosi come siamo sempre, quasi arrivati alla meta deviamo - siamo già ben oltre le cinque ore previste dall'ottimismo di Luca - per un'altra strada rispetto a quella già nota: così tanto per arrivare in città con una visuale diversa. Per la verità la nuova visuale è orrenda: passiamo da inquietanti sobborghi di tutte le cittadine limitrofe, e poi ci infiliamo in un cul-de-sac di traffico impazzito, che ci porta esattamente al lato opposto della città rispetto al nostro agriturismo. Quando finalmente giungiamo alla masseria, siamo a pezzi: io in particolare ho dei terribili dolori alla schiena, che secondo me sono dovuti ai sedili semi-sfondati della Ford ma secondo Luca invece sono dolori psicosomatici. "I dolori della scrittrice", li chiama: già, è tutto il giorno che mi prende in giro chiamandomi proprio così, "la scrittrice". Lo odio.

L'altro mio pensiero nella settimana precedente alla partenza, oltre all'incubo del bagaglio e dell'abito per la serata, è stato quello di tornare in un ristorante in città, nella parte vecchia, dove si era mangiato splendidamente: mi ricordavo soprattutto un piatto di latticini locali, proprio da sballo. Dopo esserci sommariamente ripresi con una doccia, Luca mi chiede affranto se voglio andare a cena proprio lì: ma anche a me l'idea fa orrore, riprendere la macchina mi sembra del tutto al di fuori della mia/nostra portata. Così decidiamo di restare a cena dal nostro perfido ospite: che di cognome fa appunto LoPerfido, e di nome Angelo (non è uno scherzo). In realtà è una persona simpaticissima: un ometto tondo e socievole, dall'azzurro sguardo luminoso, che si ricorda benissimo di noi. Però ha anche qualcosa di davvero perfido: ad esempio l'inclinazione a farti cenare con quello che vuole lui. Ordinare è assolutamente inutile, tanto fa come gli pare. Mangiamo come dei disperati, con la giustificazione che a pranzo ce la siamo cavata con un po' di pizza durante il viaggio. Angelo si fa ancora più perfido quando chiedendo se mi è piaciuto l'ennesimo primo che ci ha fatto assaggiare, mi chiama "scrittrice": quello str... di Luca gli ha detto che siamo lì per il premio e che la finalista, tra noi due, sono io. Considero la possibilità di perdonarlo - non solo Loperfido, ma anche Luca e tutto il resto dell'universo - quando arrivati al dessert, dopo una lunghissima attesa di cui è stato inutile chiedere il motivo, mi arriva un piatto di dolcetti fragranti, appena sfornati, con un soffio di crema pasticcera, mele e una spolverata di zucchero a velo. Uno scampolo di paradiso. La cena ci rinfranca tanto da darci la forza di riprendere la macchina: però ci siamo ripromessi che alla città vecchia daremo solo uno sguardo, dall'alto. Invece poi non resistiamo, e ci inoltriamo per i vicoli: c'è soltanto qualche turista, che sta ancora passeggiando. Tira un gran vento, e c'è silenzio. La città è immota, come sospesa nel tempo: non ne esistono altre uguali, con così tanto dolore e così tanta bellezza insieme. Quando alla fine andiamo via, stanchissimi, dopo una camminata di oltre un'ora, mi giro ancora un attimo a guardare le case arrampicate una sull'altra, e un dubbio improvviso mi assale: che io lo sia davvero, una scrittrice?

La mattina dopo, svegliarsi è un tormento. Come ogni volta che cambio letto, ho passato tutta la notte a cercare di capire se stavo comoda o meno: concludendo che no, non stavo comoda affatto. Il letto è alto, quasi un baldacchino: se mi ci siedo non tocco con i piedi per terra. Oltre ad essere alto è anche duro, ma questo non sarebbe un grande problema: il grande problema è il cuscino. Io dovrei girare con il mio personale cuscino, quando viaggio, per essere sicura di poter davvero dormire: deve essere bassino, ma non troppo; duro, ma non troppo; assolutamente non di piuma né di gommapiuma o affini, perché non sopporto i cuscini su cui appoggi la testa per poi ritrovarti con l'orecchio aderente al materasso. Quando il mio adorato cuscino di lana - sì, proprio la cara vecchia lana che fa inorridire gli allergici agli acari - si è ridotto ad uno stato non più proponibile, sono rimasta a lungo in ambasce; e ho trascorso ore all'Ikea nel reparto cuscini, poggiando la testa con meticolosa attenzione su tutti quelli esposti per individuare un adeguato sostituto. Qui all'agriturismo il cuscino è ingannevole, la razza peggiore: pare alto ma poi ci sprofondi senza resistenza; pare sufficientemente accogliente e poi invece durante la notte si rivela duro e inospitale come il marmo (o come la mia mamma). Mi sveglio quindi con il mal di testa; e anche con un grande sonno. A dire il vero io ho sempre sonno quando mi sveglio: ma non è un sonno del corpo, è un sonno della mente. Sono del tutto incapace di reazioni, e non riesco a profferire parola, né a formulare alcun pensiero: per dirla in sintesi, la cosa a cui somiglio di più è un bradipo. Vado lenta, lentissima. Così scendo giù per colazione molto dopo Luca: anche perché vestirmi, da bradipo, è un processo lungo e doloroso, costellato da scelte inevitabili (gonna? Pantaloni? Sandali? Scarpe chiuse? Giacca da pioggia?) ma terribilmente faticose da prendere. La giornata poi non aiuta: potrebbe succedere di tutto, con il cielo che c'è, dal sole sfolgorante alla pioggia torrenziale. Opto dopo estenuanti meditazioni per pantaloni (da trekking, ovviamente) e tutto il resto a "cipolla": maglietta senza maniche sotto, maglietta a maniche lunghe sopra, maglioncino in vita e giacca impermeabile nello zaino (così non rinuncio quasi a niente, e quindi non devo scegliere affatto). Per le scarpe però non ho dubbi, e infilo i miei sandali supercomodi da passeggiata, comprati in Trentino (una vera incongruità, me ne rendo conto), da cui sono ormai inseparabile: il che - affrontata la scala in penombra che mi porta nel patio - subito mi attira lo sguardo ironico e perplesso di Luca.

"Vai tutto il giorno su e giù per vicoli e scale con quelli?!", mi chiede dopo un attimo. "Sono comodissimi". Ho risposto praticamente con un grugnito; Luca non ribatte ma continua a fissare i miei piedi nudi, esposti all'aria a dire il vero frizzantina. Detesto avere freddo ai piedi, ma certo ora i sandali non me li toglierei mai: se non altro per non dare ragione a Luca. Mi guardo intorno, avvertendo un leggero languore: e come richiamato dal mio accenno di fame appare Loperfido. Ha sempre il suo bel sorriso, e mi guarda proprio diritto in faccia: con un'aria divertita, direi. All'improvviso mi rendo conto di non essermi per niente pettinata (non a caso il pettine l'ho dimenticato a casa: io a pettinarmi non ci penso proprio mai): quindi il mio capino certo porta la traccia di tutti i giri e i rigiri che ho fatto nel letto, durante la notte, nel vano tentativo di mettermi comoda. Ora Loperfido sta decisamente ridendo sotto i baffi, e mi sembra rida anche Luca; però non riesco a prendermela più di tanto, perché ho ancora troppo sonno. Loperfido sta portando un inizio di colazione: due bicchieri e una bottiglia di acqua fresca. Non reagisco, chiedo solo se posso avere del latte macchiato caldo; ma per il nostro ospite la colazione deve procedere esattamente nello stesso modo della cena, ovvero come vuole lui. Scuotendo la testa ci dice che c'è tempo, e se ne va di nuovo; poi torna con due enormi cornetti appena fatti e gonfi di marmellata. Il dettaglio che non ci sia niente in cui inzupparli non lo turba: e neppure gli fa accelerare il passo. Mi ricordo delle colazioni al mare, da piccola, in Cilento: quando al bar ti portavano prima il tovagliolo, poi il caffellatte, poi lo zucchero e solo alla fine - dopo congrua attesa - il cucchiaino. Loperfido però si fa di nuovo perdonare, eccome: perché quando riappare ha per noi del pane di grano duro tagliato a pezzettini, e un canestrino di ricotta tiepida. Sia io sia Luca cadiamo in estatica contemplazione, e poi ci spazzoliamo tutto il pane, tutta la ricotta, i due cornetti e il caffellatte arrivato nel frattempo: non oso neppure immaginare a quanto ammonti il totale delle calorie, ma suppongo che ci potrebbero bastare per tutta la giornata e forse anche per parte di quella successiva.

Mentre cominciamo a gironzolare per la città, evitando frotte addomesticate di turisti in visita guidata, sento nascere in me una certa ansia: dopo tutto la premiazione è proprio quella sera. Provo a non pensarci, ma man mano che l'orologio gira ci penso invece sempre più spesso: dovrò dire qualcosa? Spero che la consegna del riconoscimento ai finalisti non preveda alcun discorso, perché mi coprirei certamente di chiazze rosse: non ci tengo, a farmi riconoscere come "la finalista chiazzata di rosso". Meno male che dopo qualche percorso più canonico io e Luca ci ritroviamo come sempre nella parte ancora non recuperata della città vecchia: tra cumuli di detriti erbacce in crescita gole nere di case-grotta usate come discarica. Camminarci in mezzo richiede tuttora molta attenzione; e a volte si scoprono tesori. Attira la nostra curiosità un cartello scritto a mano, in italiano incerto, che annuncia un monastero e una cripta; seguiamo le frecce e i cartelli successivi, fino a trovarci ad un cancello con seduto davanti un vecchietto. Parla in modo buffo, non del tutto comprensibile: il suo italiano è quello approssimativo dei cartelli, e forse perché ha imparato tutto a memoria ci fa da guida cantilenando. Il monastero c'è sul serio, ripulito solo in parte dai detriti proprio dal vecchietto: che ci mette in mano due torce elettriche e ci spinge giù, verso i bui ambienti sottostanti. Chissà, forse c'è anche la cripta: comunque ci sono vecchie sepolture, il camino di una enorme cucina, resti di altari. Fa impressione camminare in questo nero: perché viene da pensare come doveva essere vivere qui, quando la città era abitata da poverissima gente ed era ben lontana dall'essere riconosciuta come "patrimonio dell'umanità" dall'Unesco. Ringraziamo il vecchietto e gli diamo la quota che chiede per la visita guidata; poi cerchiamo di mandare da lui tutti i turisti che incontriamo nei pressi (se si sono spinti fin lì, lontano dalle rotte battute, vuol dire che gli va bene anche la visita con le torce). Durante la visita semi-sotterranea la mia ansia si è quasi placata; ora il cielo si è fatto all'improvviso di un grigio livido, e le zanzare che qui non mancano mai si stanno dando alla pazza gioia. Ergo, mi accorgo di aver dimenticato oltre al pettine anche la ben più indispensabile crema post-zanzare: ma soprattutto dimentico di nuovo l'ansia, visto che bisogna correre a ripararsi da qualche parte. Ci infiliamo in un negozietto di souvenir - con annessa inevitabile casa grotta in visita guidata - nell'ultima frazione di secondo utile prima che si scateni l'uragano: poi increduli restiamo sulla soglia a guardare i vicoli diventati torrenti di acqua fangosa. Di nuovo mi sorprendo a pensare che se ora la città è tanto bella, viverci sul serio - quando le case grotta servivano ad uomini ed animali, insieme; quando le zanzare erano endemiche e facevano venire la malaria; quando l'umidità mordeva la carne - deve essere stato spaventoso. Luca invece non sembra assorto in elucubrazioni etico-storiche; sta guardando i miei piedi. E sorride beffardamente. Guardo i miei piedi anch'io, e inorridisco: ho i sandali! Il diluvio non accenna a smettere, i miei piedi calzati nei sandali sembrano sempre più desolati ed inadatti (mi si stanno anche gelando, ma non lo ammetterei mai): così restiamo nel negozietto. Con un po' di moine convinco Luca a regalarmi un paio di orecchini; poi facciamo il giro di tutte le cartoline e di tutte le altre incommensurabili stupidaggini presenti. Stiamo quasi per cedere alla visita nella casa grotta, quando la pioggia smette all'improvviso come è cominciata: esitiamo affacciandoci, il cielo è tornato limpido e leggero. Così ci avventuriamo: io guado il torrentello davanti al negozio sotto l'occhio ironico di Luca, ma i sandali - che forse sono da rafting, ora che mi ricordo - hanno un'ottima presa e mi evitano di cascare lunga nell'acqua. Continuiamo la nostra gita fuori dalle strade battute: ora ci siamo messi in testa di trovare la necropoli medievale, che abbiamo visto in una delle cartoline ma mai visitato prima. Strano, però: la città l'abbiamo girata in lungo e in largo, e poi non ci sono indicazioni da nessuna parte. Alla fine ci fermiamo su un terrapieno di roccia: da quanto abbiamo capito la necropoli dovrebbe essere lì, ma non ce n'è traccia. Poi guardiamo meglio sotto i nostri piedi: la roccia non è roccia piena. C'erano degli scavi, che sono stati riempiti dal cemento: insomma, eccola lì la nostra necropoli medievale, con le tombe irregolari messe l'una vicinissima all'altra, tutte regolarmente cementate. Bell'esempio di patrimonio dell'umanità.

Un po' mesti, torniamo sulla strada principale, che corre nella parte bassa della città vecchia: io ricomincio anche a sentire l'ansia. Poi ecco, il miraggio: il ristorante a cui pensavo già da casa. E' proprio quello, con i tavolini fuori e il piatto di latticini locali nel menù. Sappiamo benissimo che le calorie incamerate a colazione suggerirebbero al massimo uno spuntino: ma non ce ne può importare di meno. Ci sediamo, e fingiamo morigeratezza negli antipasti: ordiniamo solo un'enorme mozzarella di bufala in due. Di primi invece ne prendiamo uno a testa, per la curiosità di assaggiare: solo che i piatti sono fuori misura. Mentre esausti li stiamo quasi per terminare, ecco il cameriere avanzare leggiadro verso di noi, con qualcosa di biancheggiante in mano: mentre ci sussurra "Fatta ora, non è mai passata dal frigorifero" appoggia al centro del tavolo un canestrino di ricotta. Sob.

Ci riprendiamo molto, molto a fatica. Anzi, non ci riprendiamo affatto. Ce ne andiamo dal ristorante in uno stato pietoso, dopo aver naturalmente finito la ricotta: la salita per tornare alla parte nuova della città ci sembra un'impresa disperata. Io mi riparo dal sole ora forte con l'ombrello da pioggia (visto che lo fanno le turiste giapponesi non vedo perché non dovrei farlo anch'io); Luca mi fa delle foto dissennate; alla fine riemergiamo dal cono capovolto delle case grotta e ci andiamo a sdraiare boccheggianti in una delle piazze barocche. Luca ha l'impudenza di propormi un gelato, ma si rende conto da solo che anche lui non ce la farebbe mai a mangiare qualche altra cosa; dopo un'ora di sosta inerme in piazza una coccinella decide che siamo abbastanza immobili e si colloca su una spalla di Luca. Resta lì perfino quando finalmente ci alziamo; prima di tornare alla macchina Luca mi propone di andare a vedere dov'è la sede della premiazione, così dopo la sonnolenza post-prandiale all'improvviso mi ricordo tutto e mi riprende l'ansia. La coccinella ci accompagna mentre piano piano cerchiamo la strada: io mi auguro di non trovarla mai, ma la città è piccola e la sede del premio più che nota. Così, eccoci proprio qui davanti: ci sono addirittura già i pannelli fuori, con il titolo della serata, l'edizione del premio eccetera. Preferirei essere in qualunque altro posto, e medito di inventare qualche atroce malessere che la sera mi impedisca di essere presente: invece Luca gongola e poco ci manca che dica a tutti quelli che passano lì davanti che io sono una finalista. La coccinella è tuttora sulla sua spalla; cerco più volte di farla passare sulla mia - portano fortuna, le coccinelle: magari così mi viene la prima influenza della stagione e la sera starò veramente male - ma lei non ci pensa neppure. Ci abbandona solo quando entriamo in un supermercato per prendere qualche bottiglietta d'acqua minerale: probabilmente se n'è andata disgustata quando ha scoperto che Luca stava curiosando tra i dolci caratteristici, meditando di fare una merenda.

Quando arriviamo all'agriturismo, ormai sono in preda al panico: all'inizio della serata mancano due ore. Mi do silenziosamente della cretina per aver deciso di parteciparvi; e se non ci fosse Luca a farmi la guardia sarei già scappata, forse senza neppure avvertire. Per cercare di distrarmi, mi faccio una doccia: la vasca non c'è, altrimenti mi infilerei in un bagno bollente, che dicono sia tanto rilassante. Ma davvero non c'è storia: non mi rilasserei neppure con una martellata in testa. Mi asciugo, e metto la testa sotto il phon: per un istante rifletto anche sulla possibilità di creare un corto circuito tra i piedi ancora umidi e l'asciugacapelli. Inutile dire che i miei capelli risentono dell'atmosfera, e per dar loro una forma vagamente sensata li incollo con manciate di gel (senza pettine, visto che come è noto l'ho lasciato a casa); poi mi piazzo rassegnata davanti all'armadio dove ho appeso l'abito per la premiazione. Mi vesto di tutto punto: la lunga gonna di leggerissimo georgette, un piccolo top in tinta, una casacca di seta. Mi metto persino gli orecchini: adesso all'inizio della serata manca meno di un'ora. Mi guardo allo specchio: eccola qui, la finalista. Ho un'aria piuttosto allucinata, e anche se la gonna e tutto il resto mi piacciono non mi sento per niente a mio agio. Ecco, alla serata mancano 50 minuti, anzi 45, anzi 35: allo scoccare dei 30 mi tolgo tutto quello che ho addosso tranne slip e reggiseno, e mi infilo la gonna lunga sportiva buttata in valigia all'ultimo momento, e una maglia a maniche lunghe carina ma senza pretese. Mi annodo in vita un maglioncino, e solo per pudore - e perché ho freddo ai piedi - lascio stare i miei amati sandali da rafting (l'ho detto? Non ho mai fatto rafting in vita mia), calzando invece un paio di scarpe sportive chiuse, dalla forma a biscotto e completamente prive di tacco. Mi riguardo allo specchio: ora se non altro mi somiglio. Così va benissimo se non mi trucco per niente; gli orecchini invece possono restare, solo un piccolo tocco di grazia non stona. Miracolosamente, non so come, Luca ha capito che alla fine non mi sarei vestita elegante; e compare anche lui in abito casual, solo leggermente meno casual del solito (Luca può essere molto, molto, molto casual). Quando mi vede alza solo un sopracciglio, ma non riesce a trattenere il sorriso notando che ai piedi non ho più i sandali.

Restiamo come prevedibile imbottigliati in una coda di traffico, tornando in città: dentro di me quasi esulto, sarebbe troppo bello se succedesse davvero qualcosa che mi impedisse di andare alla premiazione. Purtroppo la coda si srotola dopo pochi minuti: e anche il parcheggio alla fine lo troviamo in poco tempo. L'ultimo tratto a piedi lo faccio con il cuore in gola, pensando continuamente di tirare per la manica Luca e convincerlo a lasciar perdere: lui invece va come un treno, tutto contento. Siamo in orario perfetto: secondo Luca avremmo fatto meglio ad arrivare un pochino prima, ma comunque varchiamo la soglia del palazzo (che è sede di un museo cittadino) alle 20 precise. All'ingresso ci danno dei biglietti del museo: Luca protesta indicandomi, "Lei è una finalista" (accidenti a lui), ma i biglietti glieli danno lo stesso. Con i biglietti in mano rischiamo di perderci tra le sale, prima di trovare le indicazioni per il giardino interno dove si terrà la serata: tutto è silenzioso e disadorno, a tal punto che mi viene persino il sospetto di aver sbagliato data. Alla fine sbuchiamo nel giardino: in fondo ci sono delle luci, e quello che sembra un palco, così mi conforto un po'. Ci avviciniamo: il palco in realtà è un tavolo con sopra una tovaglia bianca. Accanto c'è un pannello con il manifesto della serata; un gruppetto di persone e una catasta di sedie ammonticchiate sono tutto il resto dell'arredo. Non so che fare: e va bene che queste manifestazioni più o meno ufficiali cominciano sempre in ritardo, ma qui sembra di essere addirittura al giorno prima. Tiro fuori dalla borsa la stampata della celebre mail: eh no, il giorno è proprio quello giusto, l'ora anche. Luca mi spinge verso il gruppetto, in modo che mi presenti: così mi faccio coraggio e mi avvicino. C'è una donna vestita in modo elegante, con un abito da cocktail, forse sarà quella che presenta... insomma mi butto, saluto e l'informo che sono una finalista ma non so bene a chi dirlo. La signora mi guarda un po' stupita, e mi saluta a sua volta; poi chiama a gran voce "Presidente, Presidente!". Qualcuno arriva: secco secco e lungo lungo lo riconosco dalla voce quando mi saluta, è il Presidente del premio. Meno male, è tutto vero: la serata, il premio e il Presidente. I convenevoli durano un istante, con il Presidente che ammette un lieve ritardo e la signora che commenta "Beh, meno male che abbiamo trovato la tovaglia per il tavolo della giuria": poi vengo lasciata lì, mentre il Presidente scivola via, sempre secco secco e lungo lungo, e la signora in abito da cocktail gli lancia un acido "Già, a chi lo doveva dire che era una finalista?!". Torno da Luca; cerchiamo un posto dove sederci, ma non c'è. Le sedie sono sempre tutte ammonticchiate: qualcuno si aggira vicino al mucchio, e sento ripetere da più parti che "i ragazzi sono in ritardo". Dal gruppetto - di organizzatori? La situazione logistica appare molto vaga - si stacca qualcuno che comincia a mettere giù delle sedie prendendole dal mucchio, ma qualcun altro lo ferma: "i ragazzi" stanno arrivando. Ne deduciamo che i misteriosi giovani ritardatari abbiano tra i loro compiti esclusivi anche quello di sistemare le sedie: solo che il ritardo continua. Alla fine, disperati, noi e qualche altro visitatore nel frattempo arrivato (o saranno altri finalisti? Non si sa, non ci presenta nessuno: e fa un po' ridere l'idea di andare in giro a chiedere a tutti "Lei è un finalista?") ci tiriamo giù le sedie da soli e ci sediamo. Sono già le venti e trenta, e nulla è mutato: le sedie ammonticchiate - tranne quelle messe giù dagli ospiti - , il palco vuoto, il gruppetto di persone che confabulano. Arrivano anche dei musicisti, che cominciano a provare strumenti e microfoni: mentre noi siano sempre lì, abbandonati. Mi immagino che quando finalmente arriveranno "i ragazzi", le sedie saranno collocate ad hoc e qualcuno inviterà i finalisti a sedersi insieme nella prima fila, o qualcosa di simile: mi sembrerebbe normale. Invece, un gruppetto si stacca dal gruppetto, e viene a confabulare vicino a noi: stanno appunto decidendo come mettere giù le sedie (cioè come le metteranno giù "i ragazzi", quando finalmente arriveranno: se mai questo accadrà). Scopriamo così che le abbiamo messe male: dovrebbero essere tutte intorno ai tavolini, dove sarà servito il buffet. Meno male, pensiamo: almeno si mangia qualcosa. Nessuno ci dice di alzarci perché le sedie possano venire collocate nel modo giusto, così restiamo lì; quando alle 20.45 i "ragazzi" arrivano, cominciano a mettere giù sedie e tavolini alla nostra destra e davanti a noi, lasciandoci sempre abbandonati lì dove siamo, sulle sedie in fila. Ormai sono arrivate un po' di persone; e molte tengono in mano un volume. Sbirciando io e Luca ci accorgiamo che si tratta della raccolta di racconti finalisti della precedente edizione: pare venga distribuita all'ingresso. A noi non l'hanno data, forse perché siamo arrivati troppo presto: così Luca si alza per andarne a prendere una copia. Torna poco dopo, sconcertato: siccome io sono una finalista, la copia ce l'avrò alla consegna del riconoscimento. Così restiamo anche senza poter leggere, mentre tutti intorno a noi lo fanno per ingannare l'attesa.

Intanto, si è alzato un venticello niente male: io mi infilo il maglioncino ma ho freddo anche così. Sarà una cosa nervosa, ma inizio a tremare: alle 21 tavolini e sedie sono finalmente tutti giù, e ci accorgiamo che la fila davanti a noi è riservata alle "autorità". Quando bontà loro queste ultime arrivano - sindaco, presidente di un ente qualchecosa, direttrice del museo con consorti assortiti - siamo ormai quasi tutti congelati: ma se non altro si potrebbe forse dare il via alla serata. Con molta calma, come se non ci fosse già un'ora di ritardo, arriva una cinquina di persone che vengono fatte sedere al sedicente palco; intanto ai tavoli cominciano a servire pizzette, piccole mozzarelle, salatini, sottaceti. Ai tavolini e basta: a noi - e siamo tanti - arrivati prima, auto-organizzati per disperazione e congelati, niente. Ad un tratto, un brivido di conforto ci corre lungo la schiena: una ragazza si aggira anche tra i nostri tavolini di paria, con un cesto in mano. Intravedo dei piccoli involti, magari sono torroncini: invece quando arriva anche il turno mio e di Luca di pescare nel cesto scopriamo con orrore che si tratta di poesie. Affamati, assiderati ma nutriti di poesia: Luca ne pesca una di Neruda, a me tocca invece "L'infinito" di Leopardi. Con un refuso terrificante, perché al posto di "interminato spazio" appaiono invece dei misteriosi "interinati spazi": mi domando se si tratti di una versione dell'Infinito secondo la lettura di un lavoratore interinale. Luca è tornato all'assalto delle solerti signorine all'ingresso, e torna con una copia della preziosa raccolta di racconti: se non altro adesso abbiamo qualche altra cosa da leggere oltre alle poesie in versione interinale. Ormai non so più se sogno o son desta: ma in ogni caso tutto quello che sto vivendo somiglia molto da vicino ad un incubo.

Alle 21.15, una signora che sta confabulando con i cinque seduti al tavolo intovagliato smette di farlo, prende il microfono e saluta il pubblico: manco chiedendo scusa per il ritardo. Del resto, non me lo avevano detto che sarebbe stata un serata informale?! La signora - che non è quella vista all'inizio in abito da cocktail - sembra una habitué della serata, e annuncia gongolante che questa che presenta è la sua ennesima edizione: notizia che sembra a tutti noi di estrema importanza. Poi comincia a snocciolare interminabili saluti alle autorità presenti, ringraziando sindaci prefetti direttori: ormai è sicuramente il freddo che ci tiene tutti quanti svegli (noi che non mangiamo, non siamo autorità, e magari siamo anche i finalisti ma non gliene frega niente a nessuno). Finiti i preamboli forse si potrebbe passare al nocciolo della serata (i finalisti del premio?! A questo punto ne dubito): ma invece c'è la musica. Un trio jazzistico si mette a suonare un paio di brani, per la felicità di noi assiderati: stiamo tutti immobili e muti, e a nessuno passa per l'anticamera del cervello di applaudire (forse anche perché il trio è... un po' moscio, ad esser gentili). Quando finalmente la musica si zittisce, arriva il turno delle autopresentazioni della giuria: intanto precisano che sono cinque al tavolo invece di sei per improrogabili impegni della sesta giurata. Anche questa notizia suscita in noi grandissimo interesse: proviamo persino sollievo, visto che al tavolo intovagliato stanno già stretti in cinque. I personaggi che compongono la giuria sono del tutto anonimi: non solo perché scrittori attori e cantautori sconosciuti - temo non solo a me - ma perché dicono anche delle cose assolutamente insignificanti. Abbastanza brevi, comunque: giusto quel tanto da far da intervallo parlato prima di un altro giro di brani del trio jazz. Il trio pare del tutto indifferente all'indifferenza del pubblico: i musicisti suonano quello che devono fino alla fine, senza pietà, mentre davanti a noi, ai tavolini, le autorità si abbuffano di sfizi. Siamo estenuati, tutti quanti: Luca poi so che è già in ansia per la cena, temendo 1) di non riuscire a mangiare niente lì (praticamente una certezza) 2) che la premiazione finisca troppo tardi per cenare dopo in un ristorante. Quando la presentatrice annuncia che ora cominceranno le premiazioni non so se provo sollievo oppure orrore: in realtà comincia uno stillicidio. Infatti, prima si premiano i giovanissimi: pupini delle elementari e delle medie. Poi si premiano i vincitori di varie altre sezioni di cui ignoravo l'esistenza, e credo tutti gli altri presenti insieme a me: forse c'è persino la sezione italo-lettone. Tutti vengono invitati a dire qualcosa, ed è naturalmente questa la cosa che mi fa più orrore: ma ho sempre la speranza che, essendo finalista ma non vincendo, io mi possa risparmiare il discorsetto. Comunque, provo a immaginare cosa potrei dire: solo che ho il cervello bloccato, e sto tuttora battendo i denti. Luca prova a mettermi sulle spalle la sua giacca, ma mi ci manca solo di sentirmi ancora più goffa con addosso qualcosa di cinque taglie più grandi della mia: così lascio la giacca a lui e continuo a battere i denti. Intanto, cerco anche di capire da dove potrei passare: la selva di tavolini delle autorità davanti a noi è invalicabile, quindi per raggiungere il sedicente palco dovrò comunque fare un lungo giro (e già mi immagino mentre inciampo). Ma c'è tempo per pensarci: perché ecco che gli splendidi musicisti si lanciano in una nuova smagliante performance. Ho freddo, freddo, freddo: mi chiedo perché come hobby non ho quello di coltivare piantine o decorare a stencil invece di scrivere; mi chiedo perché accidenti ho spedito un racconto al premio invece di andarmi a mangiare un gelato al bar di fronte alla posta; mi chiedo perché non sono sanamente rimasta a casa a preparare il lavoro per il mio capo invece di essere qui.

Ma il momento finalmente arriva: la presentatrice annuncia che siamo arrivati al clou della serata, alla presentazione dei finalisti della sezione principale. Ho uno scatto di panico quando apprendo che tutti saranno chiamati al palco per ricevere il riconoscimento: mi toccherà alzarmi, guadare le autorità mangianti e trovare qualcosina da dire, per quanto scema. Mi soccorre dandomi un altro po' di tempo l'ennesima premiazione minore, di una sezione web: mi domando come facciano a premiare qualcosa che abbia a che fare con il web visto che il sito del premio è fermo a due anni prima, ma in fondo questi sono dettagli. Il tempo però è finito, ormai sento che annunciano i primi cinque finalisti, gli under 22: vengono chiamati uno ad uno, non in ordine alfabetico ma sparso. Sono tutti seduti qui e là tra il pubblico, paria senza cibo come me. Nessuno di loro inciampa. A me succederà, lo so. Luca mi guarda di sottecchi, forse teme che all'ultimo momento io scappi (sa benissimo che potrei farlo: una volta - lui presente - sono scappata dalla sala d'attesa di un medico due secondi prima che fosse il mio turno). Primo nome dei cinque finalisti over 22: non è il mio. Secondo nome: non è il mio. Terzo nome: non è il mio. Quarto nome: non è il mio. Deglutisco, pronta ad alzarmi: ormai non ho più scampo. Quinto nome: non è il mio! Spalanco gli occhi incredula, anche Luca mi guarda senza capire. Sesto nome (sesto?! Ma non c'erano cinque finalisti under 22 e cinque finalisti over 22?!): non è il mio neppure questo! Luca si rabbuia, io mi faccio piccola piccola sulla scomodissima sedia. La presentatrice annuncia che ora si passerà alla proclamazione del vincitore e di alcune menzioni speciali: io sono tramortita e ho la tentazione di tirare di nuovo fuori dalla borsa la mail di invito (ho sognato tutto? Sono pazza?). Sento che Luca borbotta qualcosa, ma io a voce bassissima gli ringhio che non mi sogno neppure di alzarmi e andare a chiedere al Presidente che cosa sia successo. Qualcosa però ostacola l'annuncio del vincitore: il Presidente agita la mano verso la presentatrice, lo si sente sussurrare qualcosa e venire verso il palco. La presentatrice si ribella agitando i fogli che ha in mano fin dall'inizio, poi annuncia scocciata che c'è stato un problema di scaletta: c'è un'altra finalista, e dice il titolo del mio racconto e il mio nome. Luca praticamente mi issa su, e io aggiro sulla sinistra i tavoli pieni di briciole post-pasto delle autorità guardando fissa i miei piedi (per non inciampare). Arrivo al palco indenne, e la presentatrice sempre più scocciata non mi porge neppure il microfono. Il riconoscimento me lo consegna il Presidente (è la presentatrice che lo ce lo costringe, gli altri lo hanno ricevuto dalle mani di qualche autorità: un po' come se gli dicesse "Questa sbrigatela tu"): lui secco secco e lungo lungo si scusa per l'incidente di scaletta - scaletta?! Sette finalisti invece di cinque non mi sembrano un problema di scaletta - e mi dà una cosina buffa di ceramica, uno di quegli affari inutili che non ti metteresti in casa neppure se ti pagassero. Alla fine la presentatrice il microfono me lo dà, e io mi sento dire qualcosa: del genere che non mi piace parlare delle cose che scrivo (gli altri hanno tutti parlato dei rispettivi racconti), e che se vorranno il mio racconto lo leggeranno nel volume del premio; forse ringrazio e dico di essere contenta, ma non ne sono così sicura.

Torno al mio posto, e mi sento come se avessi scalato l'Everest. Alla cosina buffa di ceramica è attaccato un bigliettino, con il titolo del mio racconto e il mio nome insieme alla nota "finalista alla XII edizione del Premio...": beh, almeno alla cosina buffa risulta, che io sia una finalista. Mi hanno consegnato anche qualche altro oggetto: la scatola della cosina per imballarla preziosamente, e il celebre volume con i racconti finalisti della scorsa edizione. Luca sogghigna: "Hai praticamente detto a tutti che se vogliono sapere di cosa parla il tuo racconto devono tornare qui l'anno prossimo". "Così imparano", rispondo. La coda della serata scorre via mentre sono quasi in stato di incoscienza: ovviamente non vinco, e del resto non vedo come potrei visto che sono la settima finalista di una sezione del premio che di finalisti ne dovrebbe avere solo cinque. Non faccio neppure caso a chi vince, né alla motivazioni date dalla giuria: ma Luca - che è fortemente indignato, mentre io sono sotto shock - mi annuncia che sono risibili. Ora tutto va molto rapidamente verso la conclusione: che però ci riserva il colpo basso finale. Infatti all'inquietante trio di jazzisti si aggiunge il cantautore in giuria, che purtroppo a suggello della serata ci canta un suo ineffabile pezzo: in un attimo di lucidità penso che sono lietissima di non aver vinto, visto che è certo meglio non venire premiati da qualcuno che scrive testi tanto brutti. Quando finalmente il cantautore tace il pubblico sfolla in fretta: io mi aspetto che il Presidente venga a darmi spiegazioni un po' più degne, ma non succede. Anzi mi sembra che secco secco e lungo lungo lui navighi il più possibile a distanza da me: gli do atto che una serata più informale di così non è possibile. Luca si aggira inquieto, scova una specie di bar e riesce ad ottenere un paio di pezzetti di pizza e un bicchiere di vino: ma io non ce la faccio ad inghiottire nulla. Mi sento il corpo intorpidito dal freddo, e il cuore intorpidito da qualcosa di peggio. Però Luca, autentica capatosta, non demorde: nonostante non si possa certo dire che siamo sul punto di morire di fame - con tutti i latticini ingurgitati in giornata - mi trascina verso la città vecchia, in un ristorante dove secondo lui si cena fino a tardi. Ed è proprio vero: il locale è ancora pieno, c'è un bel tepore e io stramazzo ad un tavolo. Luca ordina quasi tutto l'ordinabile, io riaccendo il telefonino e trovo l'ovvia massa di sms di amici che chiedono com'è andata: non me la sento di rispondere, se non ai super intimi e in modo molto conciso, riservandomi di spiegare a voce perché sono più contenta di non aver vinto. Poi nell'attesa della cena mi lascio ipnotizzare dalla tv accesa in sala: c'è Milly Carlucci che conduce "Ballando con le stelle" parlando a mitraglietta, fasciata in un orrendo abito nero tenuto su da un serpente di strass. Mi sono sempre chiesta chi glieli scelga, i vestiti: dovrebbero arrestarlo. La mia mente si libera a poco a poco dalla brutta sensazione che mi ha lasciato la mia prima serata da finalista di un premio letterario, e la zuppona calda che arriva poco dopo - una variante locale di acquacotta, buonissima - scaccia via il freddo. Mi dimentico praticamente di tutto quando giunge in tavola un sontuoso secondo, ordinato da Luca in un momento di totale incoscienza (visto che odia le frattaglie): involtini di interiora di pecora al forno, semplicemente sublimi. Così chiudo la serata mangiando felice a quattro palmenti tutte e due le porzioni di involtini: alla faccia del premio.

La notte, però, è dura. Una stronzissima zanzara si aggira per la camera, facendomi di tanto in tanto "zzz zzz" nell'orecchio: io mi giro e mi rigiro senza riuscire a prendere sonno, sperando di ammazzarla in qualche giravolta (lo so, questo provocherà un karma negativo: ma come si fa a desiderare il bene di una zanzara che sta in camera da letto con te?!). La maledetta riesce a pizzicarmi, e come è noto io non ho neppure la crema post puntura: cerco di resistere al prurito e questo per un po' mi occupa la mente. Finalmente, non so come, mi addormento: ma mal me ne incoglie. Sogno il premio. Noi finalisti siamo ignorati da tutti, fino a quando i nostri nomi non vengono annunciati dalla presentatrice: e in quel momento gli organizzatori liberano dalle loro gabbie degli animali selvatici e inferociti, pronti a scatenarsi contro di noi. Mi sveglio bagnata di sudore freddo nell'istante esatto in cui una delle belve sta per azzannarmi alla gamba: e giuro a me stessa che non andrò mai più ad un premio letterario in vita mia.

Si può immaginare il mio aspetto al risveglio: se la mattina prima ero un bradipo, ora sono un bradipo che ha dormito poco ed è del tutto stravolto. Non ci provo neppure a dare forma umana ai miei capelli, e mi infilo direttamente sotto la doccia: poi rientro nei miei pantaloni da trekking. Devo rinunciare ai sandali perché già pioviggina, e questo peggiora ulteriormente il mio umore: io e Luca avremmo pensato a qualche gita lungo la strada del ritorno, ma certo un tempo così non invoglia. Quando scendo diretta verso il patio incontro Loperfido ancora prima di Luca: mi guarda sorridendo. "Ma lo sa che lei al mattino quando si sveglia è proprio bellina?". Sembra strano, ma la cosa non mi suona ironica: Loperfido sembra sinceramente intenerito da me. Devo essere proprio a pezzi. Devio dal patio, deserto, alla sala interna: Luca è già lì alle prese con la colazione a singhiozzo. Io mi limito al cornetto caldo fuori misura con caffellatte, Luca invece chiede di fare una colazione salata e naturalmente gli portano questo mondo e quell'altro: si vede che la sera prima restare senza secondo gli ha lasciato un forte languore (devo ancora trovare delle condizioni in cui Luca non provi un forte languore). Finita la colazione e le chiacchiere con Loperfido - assolutamente incluse - portiamo giù i bagagli: se c'è una cosa bella del tornare è che fare le valigie costa molta meno fatica (salvo quando compro troppa roba che non so dove mettere). Paghiamo, salutiamo e ci imbarchiamo, sperando che la pioggia non turbi la Ford Fiesta: ma la vegliarda non perde un colpo, ci ha lasciato a piedi solo una volta (in montagna, su in cima a una sterrata di cinque chilometri e lontano da qualsivoglia meccanico: quando finalmente si fa una cosa bisogna farla bene). Sta a me, come sempre, fare da navigatore: e anche scegliere dove andare. Mentre Luca si lascia alle spalle la città, e io respiro meglio perché così sono anche lontana dal premio, le mie fonti di ispirazione per decidere dove passare la giornata sono due: la cartina stradale e il volume delle osterie d'Italia. Incrociando le due fonti di dati - luoghi abbastanza vicini alla strada da fare comunque per tornare, e dotati di osteria con qualcosa di libidinoso da assaggiare - trovo la meta agognata: Acerenza. C'è una celebre cattedrale romanica che non abbiamo mai visto; e c'è un'osteria che promette molto, molto bene.

La cattedrale non ci delude, è bellissima. Anzi, è bellissimo anche il paese: quasi un'acropoli, molto aereo, con splendidi scorci sulle colline più basse tutte intorno. Smette persino di piovigginare. Luca decide persino di offrirmi il pranzo, un evento direi mitico: salvo che ha finito i contanti, l'osteria non accetta carte di credito e il bancomat in paese non funziona. Ergo pago io: però il pranzo vale, davvero. Quando ripartiamo, ormai diretti verso casa, siamo contenti perché la mezza giornata di gita che ci siamo potuti concedere è stata bella: e con il cielo ormai sgombro anche la strada del ritorno sembra leggera. Io però faccio una sciocchezza: prima di imboccare l'autostrada chiamo la mamma. Lei è tutta allarmata, e mi chiede se anche dove siamo noi ci sono stati dei nubifragi come nel resto d'Italia: assolutamente no, la conforto. Solo che non ho fatto i conti con la capacità delle mia genitrice di generare profezie nefaste che si autoavverano: quando siamo in autostrada, già afflitti dagli inquietanti rallentamenti da rientro domenicale, ecco i primi goccioloni. Usciamo dall'autostrada per evitare la coda ormai consolidata, e proseguire su una statale: si scatena il diluvio. Piove così forte che non vediamo i cartelli stradali, e prima di imboccare la strada giusta e nota passiamo quasi un'oretta di discreto terrore. Meno male che poi smette: l'ultimo tratto di strada lo facciamo senza diluvio e senza code, segno che la nefasta influenza materna si è dissolta. Arriviamo tardi, l'ora di cena sarebbe passata da un pezzo: ma invito su Luca a mangiare qualcosa, perché gli è venuto un po' di languore. Quando scarico le borse, ritrovo nel bagagliaio della Ford la cosina buffa con il bigliettino da finalista che ci ho buttato dentro la sera prima, e mi viene da sorridere. In qualunque modo sia successo, in questo viaggio io sono diventata ciò che sono: una scrittrice. Forse.

Commenti dei lettori

  1. Commento di Benny - 29/10/2006 ore 10,30

    Mi sa che questo sia il racconto finalista. In gamba!
  2. Commento di Old Jacques - 1/11/2006 ore 15,34

    Grazie, che la lettura (per fortuna, avendo stampato prima il racconto e infilato in borsa, ma non avendo trovato il tempo per leggerlo) ha permesso di rendere supportabile un ritardo di un paio di ore di treno (su un viaggio previsto di tre).
    E come sempre la gente che mi guardava mentre ridevo leggendo...
    Buona fortuna, e buon proseguimento!

Articolo di Chiara Ferrigno pubblicato il  23/10/2006 alle ore 11,55.

Indice del Pesa-Nervi | Diodati.org

Inizio pagina.