Il Pesa-Nervi

«Lei parla a vanvera, giovanotto!
No, penso a dei critici con la barba».

Non fate più figli, per favore!

Riflessioni su una specie che sta bruciando ogni possibilità di futuro.

[Gli ultimi istanti dell'operazione di salvataggio del cane]Notizia di cronaca, dal Corriere della Sera di qualche giorno fa:

... gli ultimi istanti dell'operazione durata 4 ore per salvare un cane che da sei giorni era intrappolato a 70 metri d'altezza in una struttura di cemento nell'isola giapponese di Shikoku. Come l'animale sia finito lì rimane un mistero, ma l'intero Paese orientale è rimasto col fiato sospeso per tutta la durata del salvataggio (Afp)

Brava gente, gli uomini, non c'è che dire. Quante volte capita di leggere notizie simili: vigili che rischiano la vita per salvare un gattino finito in un tombino; una complessa operazione di salvataggio per tirar su un cavallo rimasto impantanato in un fosso; centinaia di volontari mobilitati per cercare di ributtare in mare cetacei arenati su una spiaggia; una donna birmana che allatta al seno due cuccioli di tigre rifiutati dalla madre, ecc. ecc. Ma senza scomodare la cronaca di giornali e TV, come non citare la gattara romana, che si alza ogni mattina alle sei per portare da mangiare a trenta gatti di strada che ormai dipendono da lei per nutrirsi? O i milioni di famiglie che hanno cani domestici e li curano come e più di figli umani?

Eppure eppure... Mi vengono in mente anche altre considerazioni, meno positive. In fondo, l'amorevole gattara, come prima operazione di "salvataggio", mette il gatto randagio in un trasportino, lo porta dal veterinario e lo fa sterilizzare. Io stesso ho fatto sterilizzare le due cagnoline di sette e quattro anni che ho in casa, perché la vita in appartamento e in città è ben poco compatibile con le esigenze della sessualità canina. Certo, noi - mi riferisco a gattari e cinofili - diamo anche molto in cambio ai nostri amici quadrupedi: cibo, riparo, compagnia, amore, cure mediche. Ciò non toglie che l'uomo, anche quello animato dalle migliori intenzioni, si pone nel rapporto con l'animale in modo dispotico. Ha la pretesa di decidere cosa è meglio per lui: se decide di "salvare" (anche senza virgolette: a volte si tratta di salvataggi veri e propri) la povera bestia randagia, non si preoccupa di privarla del suo istinto sessuale e della sua autonomia di movimento e di ricerca del cibo, in altri termini della sua identità e dignità di individuo animale. Diciamo la verità: nel migliore dei casi, ne fa una specie di soprammobile semovente, per il proprio piacere privato. Come classificare altrimenti un gatto castrato di quindici chili, che trascorre la vita rinchiuso in un appartamento di città? Non che quel gatto vezzeggiato e ipernutrito soffra, per carità: sta di certo meglio dei suoi colleghi di strada, che spesso rischiano la vita, o la perdono, in scontri all'ultimo sangue con i rivali o con i cani randagi (a chi non è capitato di incrociare per strada almeno una volta un gatto dall'aria vissuta, col volto segnato da cicatrici, un occhio mancante e la coda mozza?). Ma c'è comunque qualcosa di profondamente anomalo, di innaturale, nel privare un animale della possibilità di vivere una vita conforme ai propri istinti e al proprio destino biologico.

Mi vengono poi in mente, riflettendo sul rapporto uomini-animali, considerazioni ben peggiori. Mi vengono in mente gli infiniti usi commerciali degli animali. L'avidità ha trasformato l'uomo, non solo in uno sfruttatore, ma in un distruttore del mondo animale su scala industriale planetaria. Vi è stato un tempo in cui lo sfruttamento degli animali rimaneva nell'ambito di un'economia sostenibile: fattorie, in cui un numero non eccessivo di animali conviveva con l'uomo in condizioni di vita tutto sommato accettabili; animali che, sia pure condannati a un duro lavoro nei campi o alla macellazione, riuscivano a trascorrere il loro tempo come buoi, mucche, galline, anatre, oche, capre, pecore, maiali, cavalli "normali"; pescatori che pescavano in mari non ancora sovraffollati di pescherecci oceanici e reti a strascico, pescatori che tiravano su le reti per garantire la sopravvivenza delle proprie famiglie, non per fornire pesce su scala industriale al mondo intero, pescatori che sapevano di poter tornare, trascorso il giusto tempo, nella stessa zona di mare, sicuri che i pesci si sarebbero nel frattempo riprodotti, sicuri che ne avrebbero trovati ancora.

Ma l'uomo, parente stretto dello scimpanzé, condivide con quello una forte aggressività e l'istinto alla predazione, moltiplicato all'infinito dalla forza della tecnologia messa al servizio dell'intelligenza.

Già gli antichi romani, per il gusto di vedere spettacoli sanguinari in cui bestie e uomini si massacravano tra loro, avevano devastato il loro ecosistema. Le venationes, gioia di un popolo sanguinario assiepato sugli spalti degli anfiteatri, avevano un costo altissimo in termini di vite animali sacrificate. Le sistematiche cacce che servivano per alimentare la macchina degli spettacoli circensi avevano finito con lo spopolare Europa e Nord Africa delle sue specie animali più belle e maestose. I romani si dilettavano di far combattere tra loro specie che non sarebbero altrimenti mai entrate in contatto: orsi con rinoceronti, tigri con leoni, e poi foche, aquile, pantere, giraffe, tori. C'è un epigramma di Marziale che illustra molto bene cosa accadeva nelle arene e il clima di festa che circondava i massacri:

Mentre i domatori pungolano terrorizzati il rinoceronte
E l'animale raccoglie dentro di sé la rabbia a lungo repressa,
si perde la speranza di vedere i promessi combattimenti;
ma alla fine esplode l'ira già conosciuta prima.
Come un toro scaglia i fantocci fino alle stelle,
così solleva al cielo col suo duplice corno un orso pesante:
a colpo sicuro la forte mano destra di Carpoforo,
ancora un ragazzino, scaglia i suoi giavellotti.
La bestia ha sollevato due torelli sulla sua agile testa,
davanti a lui si sono inchinati il bufalo terribile e il bisonte:
il leone scappava e lui correva, incalzandolo col dardo.
E tu, folla volgare, lamentati ancora del ritardo.

Una tigre, gloria eccezionale dei monti dell'Ircania,
abituata a leccare la destra del padrone tranquillo,
ha lacerato furiosa un leone selvatico con le zanne rabbiose:
un fatto nuovo, che non s'era mai sentito prima.
Quando viveva nei boschi impenetrabili, non osò mai
Nulla di simile: è più feroce, da quando vive tra noi.

Finita l'era dei romani, il mondo animale ha avuto qualche secolo per rifiatare: l'uomo medioevale, per quanto fosse pur sempre uomo, era troppo poco numeroso per far danni irreparabili. Ma con l'era moderna, con l'avanzare di una tecnologia sempre più raffinata, con i viaggi, le esplorazioni, la continua crescita demografica, la specie umana ha cominciato a sottrarre sempre più cospicui habitat ad animali e vegetali.

Ai marinai olandesi sbarcati sull'isola di Mauritius bastarono pochi anni per portare all'estinzione, verso la fine del XVII secolo, il dodo, un piccione gigantesco ma gentile e tranquillo, di cui ci resta oggi solo qualche disegno sbiadito dal tempo. Come il dodo, sono sparite negli ultimi secoli molte altre specie animali e altre sono oggi non lontane dall'estinzione (la tigre, ad esempio).

Lo scopo di questo articolo non è però quello di fare un diario delle estinzioni animali. Ci pensano già, con molta più competenza di me, le associazioni animaliste. Ciò che mi interessa è, invece, attirare l'attenzione sugli orrendi massacri di animali su scala industriale, che l'uomo compie da millenni, e sulle ragioni, a volte semplicemente assurde, di tali massacri. Pensiamo agli squali, uccisi ogni anno a milioni, fin quasi a mettere a repentaglio la sopravvivenza stessa di una specie che ha attraversato le profondità del tempo, rimanendo pressoché immutata nelle sue caratteristiche generali, in quanto macchina perfetta della natura: gli squali, che vengono pescati e ributtati a mare, destinati a una morte atroce, dopo avergli tagliato le pinne, considerate prelibatezze alimentari nei mercati orientali. Nell'isola di Réunion, la pesca allo squalo è unita alla tortura sui cani. Il cane viene usato infatti come esca vivente per attirare gli squali. Si prende un povero cane, magari randagio, gli si infila nel labbro superiore un grosso amo biforcuto e poi lo si cala in mare a fare da esca. Non so immaginare se è più atroce la tortura dell'amo infilato in bocca o l'attesa dell'arrivo dello squalo, immersi nell'acqua. Ma la cosa non sembra preoccupare i pescatori del luogo, che evidentemente considerano i cani alla stregua dei bigattini, le larve di mosca usate dai pescatori nostrani per pesche fortunatamente meno cruente.

Una tortura ben più lunga e spaventosa, in grado di durare anche più di dieci anni, è quella che in Cina, Vietnam e Corea viene inflitta a migliaia di orsi dal collare nelle famigerate fattorie della bile. Gli orsi sono imprigionati in gabbie microscopiche, con un tubo infilato nell'addome, per succhiar via la bile direttamente dalla cistifellea. Questo tutti i giorni, per due volte al giorno, senza che l'animale possa muoversi, uscir dalla gabbia, ribellarsi in qualche modo. Dei sepolti vivi, condannati a un inferno che può finire solo con la morte (tranne che per qualche orso fortunato, al quale può capitare di essere riscattato, liberato e amorevolmente curato da un'inglese coraggiosa e testarda che si chiama Jill Robinson). La bile viene poi venduta a caro prezzo come medicamento "naturale".

[Delfini terrorizzati nuotano in un mare rosso del loro sangue]Troppi sono i casi di sterminio di animali a scopo commerciale per poterli citare tutti, ma particolarmente esecrabile è la morte che viene inflitta in Cina agli animali da pelliccia come volpi, visoni, procioni, e simili: scuoiati vivi, con una brutalità e un'indifferenza che si possono credere veri solo dopo aver visto i filmati miracolosamente filtrati in Occidente. Atrocità di fronte alle quali le centinaia di migliaia di cuccioli di foca uccisi ogni anno a bastonate in testa in Canada sono paragonabili quasi a un gioco di boy-scout.

Il guaio è che dovunque rivolgiamo l'attenzione, troviamo massacri perpetrati dall'uomo ai danni degli animali, massacri così insensati e continui, da aver drasticamente ridotto gli esemplari delle specie perseguitate. Così, se certi massacri finiscono, è solo perché non c'è più la vittima: difficile oggi per esempio vedere mari arrossati di sangue per la mattanza dei tonni, dal momento che di tonni è sempre più difficile trovarne.

[Galline gettate vive nel fuoco]E a proposito di mari arrossati di sangue, la mattanza annuale che avviene in Giappone ai danni dei delfini nella Baia di Taiji, dove qualcosa come 20.000 esemplari vengono massacrati e poi fatti a pezzi in un colpo solo, è qualcosa da far scadere un film dell'orrore a divertimento per educande. Ne dà un pallido riflesso questa breve descrizione, tratta da un articolo di Alessandro Sala sul Corriere della Sera:

L'oceano all'improvviso cambia colore e le sfumature turchesi che normalmente lambiscono le coste della baia di Taiji lasciano posto al rosso del sangue. Lo sguardo del delfino è disperato, il suo occhio si spegne in uno sbuffo di acqua che sembra una lacrima, il muso è ricoperto da una grande macchia color porpora. La sua agonia durerà poco, o forse comunque troppo: di lì a pochi minuti sarà gettato come un sacco di patate sulla banchina del molo, appeso al gancio del verricello di un piccolo camioncino e trascinato sul cemento fino ad un capannone dove mannaie e seghe elettriche metteranno fine al suo destino. Sezionato e diviso in parti arriverà nei frigoriferi di ristoranti e industrie conserviere.

[La polizia delle Filippine a nord di Manila ha intercettato un camion carico di cani disperati destinati ai ristoranti di Benguet (Reuters)]La distruzione degli animali da parte dell'uomo ha assunto negli ultimi anni i caratteri dell'olocausto, con l'abbattimento di milioni e milioni di uccelli, per la preoccupazione che possano essere vettori della cosiddetta influenza aviaria. Saranno animali poco intelligenti le galline, ma vederle battere le ali disperate nel tentativo di uscire dalle fiamme in cui sono state gettate è impressionante. Mi fa riflettere su quale diritto abbia l'uomo di decidere improvvisamente che un animale, che non servirà per nutrire nessuno, deve finire urgentemente la propria vita, e finirla nel fuoco (oppure soffocato in un sacco, oppure con il collo tagliato da un coltellaccio).

Ma la pena maggiore, tra tutti gli animali torturati e massacrati dall'uomo, la provo per i cani catturati, imprigionati e macellati in Cina, Filippine, Corea e altri paesi orientali. Le modalità della cattura (spesso vengono rubati cani che hanno un padrone), dell'imprigionamento e della macellazione sono particolarmente brutali. I cani sono animali intelligenti e socievoli: negli occhi degli esemplari fotografati mentre sono prigionieri in gabbie microscopiche, addossati gli uni agli altri in una bolgia infernale, si legge un terrore indicibile e lo sgomento di trovarsi in una situazione disperata senza sapere perché; direi che si può leggere in quegli occhi anche il dolore di sentirsi traditi, se non temessi di dare una sfumatura umana alla sofferenza di quei volti stralunati.

Articolo di Michele Diodati pubblicato il  25/11/2006 alle ore 8,46.

Indice del Pesa-Nervi | Diodati.org

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