Il Pesa-Nervi

«Lei parla a vanvera, giovanotto!
No, penso a dei critici con la barba».

Campania (in)felix

Il primo capitolo del libro di Alessandro Iacuelli "Le vie infinite dei rifiuti. Il sistema campano".

[La copertina del libro di Alessandro Iacuelli 'Le vie infinite dei rifiuti']L'inquinamento costante e sistematico dell'ambiente e dei suoi abitanti sta cambiando la morfologia del paesaggio, rendendolo ormai molto simile ad una grande discarica. Ciò che è visibile ad occhio nudo, tuttavia, non basta per comprendere un fenomeno molto più complesso, il cosiddetto "business dei rifiuti".

Nel desolante paesaggio generale emerge Napoli, che agonizza soffocata dalle esalazioni dei rifiuti urbani, e la Campania, che muore avvelenata da materiali tossici, dalla politica compiacente e dalla criminalità che la assedia.

Le vie infinite dei rifiuti è un'inchiesta giornalistica che ricostruisce il viaggio e lo smaltimento dei materiali tossici verso la Campania e le motivazioni concrete dell'ormai cronica "emergenza rifiuti" della regione.

Si può dire che mio nonno sia morto leggendo. Gli ultimi anni della sua vita infatti li ha passati così, oramai immobilizzato su una sedia a rotelle, lui che era da sempre abituato a muoversi, a camminare, a correre, a viaggiare. E' rimasto fermo a leggere. Ha letto finché ha avuto vita.
Una volta diventato impossibile uscire di casa, non perse la volontà di tenersi informato e capire cosa accadesse, quotidianamente nel mondo. Il suo "strumento" di conoscenza e di informazione non è stato però il televisore: aveva un rapporto quasi maniacale con la carta stampata, cosa forse tipica della sua generazione, cosa che noi, nati nell'epoca della TV e poi sommersi ancora giovani da Internet, forse non capiamo più; ogni nuova giornata doveva iniziare leggendo il principale quotidiano di Napoli, "Il Mattino". Assolutamente. Non aveva l'abbonamento al quotidiano. Perché "arriva a casa troppo tardi, il postino passa alle 10.00", diceva, e il numero del giornale doveva essere tra le sue mani molto prima. Verso le 8.30, al massimo alle 9.00. E mia madre doveva fare le corse ogni giorno per fargli avere il giornale entro il limite di tempo da lui prefissato. Mio nonno è morto senza perdere il filo degli eventi, continuando ad analizzare la realtà, quella realtà fuori dalle mura di casa che era oramai diventata per lui irraggiungibile.

All'epoca ero un giovane studente universitario. Molto spesso uscivo presto la mattina, ma quando mi capitava di restare a casa, perché stavo preparando un esame o semplicemente perché non mi andava di uscire, a metà mattinata era un classico fare la pausa con il nonno. Parlavamo delle notizie, commentavamo i fatti di cronaca, la politica, poi mi passava il giornale, e spesso anche le sigarette.
Proprio sfogliando il giornale, un freddo giorno di febbraio del 1991, appresi la storia che ha dato origine a tutte queste pagine. Certo, allora la appresi senza immaginare che quindici anni dopo l'avrei ripresa, ripassata, scomposta, analizzata, ricostruita fino in fondo. Non avrei pensato, quindici anni fa, che avrei avuto necessità di andare "oltre" la notizia di cronaca, necessità di ricostruire i suoi sviluppi, necessità di smontare tutto per poi rimontare dopo aver scambiato i pezzi, alla ricerca di quella visione diversa che è l'unica possibile per avere una nuova chiave di lettura, e capire quel che da una semplice notizia di cronaca non si può comprendere: affrontare l'incomprensibile per riuscire a capire, il chiedersi di continuo "come mettere in ordine le cose", presentate sempre in modo disordinato o isolato, come tanti pezzi sparsi di un puzzle da ricostruire. Infatti quasi nulla di quanto presentato in queste pagine è una novità: si tratta di cose già note, già apparse altrove. Quel che cerco di fare, è di dare un filo logico al tutto. Non sono stato animato da nessun tipo di vittimismo, durante questo lavoro di ricostruzione, non c'è alcun vittimismo neanche ora, visto che tutto ciò che "si poteva evitare, si doveva evitare", non è stato evitato per colpa di tutti, me compreso.
Quel mattino del 1991, sfogliando le pagine interne, quelle di "cronaca regionale" de "Il Mattino", conobbi per la prima volta Mario Tamburrino. Non è un personaggio chiave, ma è il personaggio che mi ha introdotto in questo mondo infernale.
Seguii la vicenda di Mario dalle pagine del quotidiano, senza immaginare che quindici anni dopo avrei guardato da vicino la merce che trattava, mi sarei fermato sul luogo che lo ha visto protagonista, che mi sarei trovato di fronte, faccia a faccia, ai suoi mandanti, ed a quelli venuti dopo di loro. Già perché questa è una storia nella quale appena eliminato un personaggio, ne arriva subito uno nuovo a prenderne il posto, di solito più spietato e spregiudicato del precedente.
Ora che li ho guardati negli occhi, e immagino come potrebbero essere gli occhi di quelli che verranno dopo, mi chiedo a volte se poteva andare diversamente, in meglio o in peggio, ma qui non credo di avere risposte, e mi viene anche il dubbio che la domanda non abbia senso.

Forse le cose sarebbero andate allo stesso modo, alla lunga, anche senza Mario Tamburrino. Di sicuro prima o poi sulla verità sarebbe arrivata la luce, in ogni caso; eppure è proprio questo piccolo personaggio, di bassa estrazione sociale, di scarsissimo livello culturale, di senso civico praticamente nullo, ad essere passato alla storia come l'uomo che, senza volerlo e per un banale incidente, ha scoperchiato l'apertura del baratro nel quale è precipitata la Campania, ed in particolare alcune zone del napoletano e del basso casertano. Un baratro che ha portato Napoli ad essere la realizzazione di Leonia, la città raccontata magistralmente da Italo Calvino in "Le città invisibili" nel 1972.

La storia inizia infatti proprio da lui, camionista italo-argentino al volante del suo mezzo, proveniente da Cuneo e diretto originariamente, prima di un cambio di rotta, in un piccolo comune nella zona vesuviana, quella notte del 4 febbraio 1991.
Tamburrino in quel piccolo comune non ci arrivò mai. Quel che è apparso sulla cronaca locale dei quotidiani del 6 febbraio 1991, è che si presentò al pronto soccorso dell'ospedale Cardarelli di Napoli, con vistosi quanto dolorosi problemi agli occhi, che l'avrebbero portato alla cecità nel giro di poche ore, ed una notevole difficoltà respiratoria, il tutto accompagnato da una specie di ustione alle mani. La diagnosi dei medici dell'ospedale fu: sintomi da avvelenamento agli occhi ed ai polmoni. Avvelenamento da sostanza sconosciuta.
Cosa accadde quella notte? Lo lessi sul "Mattino" il giorno dopo e, anche se è un episodio importante, oggi sembra che ce ne siamo dimenticati. Tamburrino era proprietario di un camion, un unico automezzo. Quel mezzo era la sua "ditta" di trasporti, quello che gli dava da campare. Il giorno prima aveva prelevato 571 fusti da un'azienda piemontese specializzata nello smaltimento di rifiuti tossici. La tecnica standard di smaltimento di queste sostanze è complessa e costosa: alcune vanno incenerite ad elevatissima temperatura, per evitare il più possibile emissioni nell'atmosfera, altre invece vanno stoccate in depositi interrati, in un modo particolare che eviti esalazioni e rilascio di liquidi tossici, fenomeno noto con il nome tecnico di percolazione.
La tecnica di smaltimento di questa azienda di Cuneo era invece un'altra, "rivoluzionaria" e allo stesso tempo molto semplice: caricare i fusti su un camion, e mandarlo in provincia di Napoli, a scaricare quegli stessi fusti in aperta campagna, risparmiando cifre elevatissime rispetto ad un "vero" smaltimento fatto in tutta sicurezza.
Tamburrino aveva l'incarico di portare il suo carico mortale in un'area extraurbana del piccolo comune di Sant'Anastasia, alle falde del Vesuvio; se sia vero o se sia stato un tentativo di depistaggio non si sa, lui così raccontò ai carabinieri. Lì avrebbe dovuto depositare i fusti metallici, che sarebbero poi stati seppelliti alla meno peggio e in fretta, da qualcuno che lui stesso non conosceva. Invece il camionista, giunto nel napoletano, forse per risparmiare qualche chilometro, forse per stanchezza, forse per ordini ricevuti durante il tragitto, forse per poca praticità della zona, condusse l'automezzo tra Qualiano, Villaricca e Giugliano, nella zona a nord ovest di Napoli e, nella strada di campagna chiamata via Bologna, non lontano in linea d'aria da Lago Patria, lasciò scivolare giù il carico dal suo mezzo ribaltabile, in piena notte.
In quel momento, qualcosa andò storto. Qualche fusto si deve essere forato nella caduta, o forse non era sigillato bene. Fatto sta che da quel cumulo di bidoni uscì una schiuma gialla e fumante, e alcune gocce, solo poche gocce di quella misteriosa sostanza, colpirono al viso l'uomo. Tamburrino lì per lì pensò solo a ripulirsi con uno straccio, tanto erano solo alcune gocce, poi ad ultimare lo scarico dei fusti, ed a riprendere la marcia verso casa.
Non riuscì neanche a raggiungere l'autostrada: si ritrovò a tossire pesantemente e la vista cominciò ad annebbiarsi. Spaventato, corse al pronto soccorso del Cardarelli, dove gli avrebbero salvato la vita, ma non gli occhi.

La storia non segreta di quella che sarebbe stata definita da Legambiente con il neologismo "Ecomafia" è iniziata così [1], con l'interrogatorio di Tamburrino da parte dei carabinieri di Napoli, accorsi all'ospedale allertati dai medici [2].

L'autotrasportatore sapeva in realtà ben poco: usato come semplice manovalanza non era stato certo messo al corrente del volume di traffico di fanghi industriali e scorie nocive tra il Piemonte e la Campania, tantomeno di come funzionasse l'organizzazione. Non conosceva neppure i nomi di quelli che partecipavano all'affare. Non sapeva neanche quei fusti da chi erano stati prodotti. Poté riferire solo del suo trasporto, e poco altro, ma gli elementi erano comunque sufficienti per far aprire un'indagine. Che, di lì a breve, portò anche a qualcosa, ma non a quanto speravano gli inquirenti. Indagine che rimase aperta per lungo tempo.
Intanto, sul fronte dell'opinione pubblica, tre giorni dopo la notizia era già stata dimenticata. Ricordo nitidamente la foto di Tamburrino sulle pagine di cronaca del "Mattino", con i suoi folti baffi neri, e con gli occhiali da sole a nascondere la cecità, la "notizia" però durò solo tre giorni, c'erano altri eventi che focalizzavano l'attenzione del pubblico: la guerra del Golfo era nella sua fase più calda, con i pozzi che bruciavano e gli attacchi con missili scud su Israele.
Quell'indagine portò a molto sul piano conoscitivo, non portò a nulla sul piano giudiziario. Nonostante fossero stati individuati dai magistrati, nei mesi successivi, tutti i componenti della filiera, dal produttore di rifiuti fino ai proprietari dei terreni sui quali venivano scaricate le sostanze tossiche, all'inizio del 1997 il procedimento giudiziario è stato annullato per decorrenza dei termini e quindi, come è accaduto in tantissimi altri casi di questa natura, le aziende ed i singoli coinvolti sono tornati ad operare [3]. Compresa l'azienda specialista di Cuneo.
Con la differenza sostanziale che se prima c'era un poco di spazio dove poter sversare rifiuti, oggi quello spazio non c'è più, e stiamo assistendo ad un fenomeno di saturazione del territorio.
La provincia di Napoli infatti occupa una superficie di 1.171 chilometri quadrati, poco meno del 9% della superficie regionale ma, a dispetto del poco spazio, in questo territorio si concentra più del 50% dell'intera popolazione regionale. Gli abitanti infatti, stando al censimento 2001, ed escludendo il comune capoluogo, sono 2.099.418, distribuiti su 92 comuni piuttosto piccoli come territorio: ad eccezione di Acerra e Giugliano, nessuno di essi raggiunge i 50 Km quadrati. La città di Napoli aggiunge circa un milione di abitanti alla zona.
La provincia di Caserta occupa 2.639 chilometri quadrati, con 854.603 abitanti. Oltre il doppio del territorio e meno di un terzo come numero di abitanti, rispetto a quella di Napoli. Nonostante questa densità media più bassa, anche il casertano, se si eccettua la parte alta, di montagna, presenta una forte urbanizzazione, con molta edilizia selvaggia.
Come raccontato per immagini da Gabriele Basilico, fra i più noti fotografi documentaristi oggi in Europa, nella sua mostra e nel suo volume "Cityscapes", da Napoli a Caserta non c'è alcuna soluzione di continuità nel paesaggio urbano: tra i due capoluoghi manca la "campagna", si tratta di un'unica, immensa, area metropolitana. Si può andare da Napoli a Caserta osservando, lungo la strada, solo palazzi, fabbriche, edifici, senza grandi aree extraurbane.
Torniamo all'episodio di Tamburrino e di quei fusti: finirono dimenticati, l'argomento tornò alla luce solo un anno dopo, in un dibattimento processuale, riguardante però altre cose slegate, almeno solo in apparenza.

Al Rione Traiano, nell'area flegrea, il clan criminale dominante era quello della famiglia Puccinelli, alla quale era legata un'altra famiglia camorrista: i Perrella, che però a cavallo tra gli anni '80 e '90 decisero di scindersi, dando vita ad una sanguinosa lotta sul territorio tra i due clan, con una lunga sequenza di omicidi e faide in tutta l'area che va da Fuorigrotta fino a Pianura.
A seguito di un blitz da parte delle forze dell'ordine al Rione Traiano, venne arrestato Nunzio Perrella, fratello del boss Mario Perrella.
Nunzio Perrella scelse, all'inizio del '92, di diventare collaboratore di giustizia. Di fronte ai magistrati di Napoli, interrogato sui rapporti con altri clan per quanto riguardava il controllo del territorio e dei traffici di droga si espresse con la frase, ormai diventata famosa come una citazione tratta da un classico: "La monnezza è oro" [4].
I magistrati non riuscirono a credergli. Perrella dovette insistere per convincerli. Quasi viene da immaginarlo, mentre scuote le mani giunte verso gli inquirenti, mentre dice: "Dottore, ma quale droga..." Già. Non la droga, ma "la monnezza", compresi i rifiuti nocivi, ed il pentito non esitò a puntare il dito contro il clan dei casalesi, all'epoca facente capo al noto latitante Francesco Schiavone, soprannominato Sandokan. Come conseguenza delle dichiarazioni di Perrella, nacque una nuova vastissima indagine da parte della Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli, concernente appalti e delitti di ogni tipo e natura; i magistrati inquirenti si resero conto che lo smaltimento ed il trasporto di rifiuti era un affare che faceva guadagnare ai casalesi proventi addirittura superiori a quelli derivanti dal traffico di stupefacenti e, per di più, senza correre praticamente alcun rischio: la legislazione dell'epoca infatti prevedeva pene di bassissimo profilo, non più di semplici contravvenzioni, per i reati contro l'ambiente, previsti dal decreto del Presidente della Repubblica n. 915 del 1982, per cui i costi e i rischi per le organizzazioni criminali erano assolutamente bassi rispetto ai benefici.
Come raccontò il magistrato Lucio Di Pietro di fronte alla Commissione bicamerale d'inchiesta sul ciclo dei rifiuti della XIII legislatura il 16 dicembre 1997, "Rimasi inizialmente sorpreso allorquando Nunzio Perrella, esponente di vertice della camorra napoletana, divenuto collaboratore di giustizia, nel corso di uno dei suoi interrogatori, nel dicembre 1992 affermò che a' monnezza è oro. Il Perrella intendeva spiegare che l'affare dell'illegale traffico di rifiuti di ogni tipo (urbani, ospedalieri, chimici, tossico-nocivi in genere e radioattivi) faceva più utili del traffico internazionale di stupefacenti ed esponeva chi lo gestiva a minori rischi di natura penale, poiché, come è a tutti noto, i reati connessi alla raccolta, al trasporto ed allo smaltimento illegali dei rifiuti sono puniti, al massimo, con pochi mesi di arresto e, quasi sempre, sono soggetti a prescrizione." [5]
La sorpresa fu di breve durata. Bastò riflettere sulla estrema versatilità sempre dimostrata dal "sistema camorra" nel napoletano e sulla sua collaudata capacità di interagire con il mondo imprenditoriale ed istituzionale, per comprendere il suo ruolo trainante anche in questo settore di economia illegale.

Proprio dalle indagini di Lucio Di Pietro si comprese il meccanismo, all'epoca ancora un po' ingenuo, basato sulle carenze legislative italiane, per rendere operativo questo "ciclo parallelo" di smaltimento dei rifiuti. Numerosi altri collaboratori di giustizia confermarono che la criminalità organizzata gestiva la maggior parte del traffico illegale di rifiuti, permettendo di arricchire le conoscenze dei magistrati, e dando utili spunti sui meccanismi usati per aggirare o eludere i controlli amministrativi.
Il traffico del clan dei casalesi lungo la dorsale tirrenica avveniva (ed avviene ancora oggi) attraverso società di stoccaggio; i materiali partivano dal nord Italia come rifiuti tossico-nocivi ma lungo la strada veniva cambiata l'etichetta, falsificata la bolla d'accompagnamento, e diventavano, ovviamente solo sulla carta, rifiuti normali. Venivano poi immessi in territorio campano, soprattutto nelle zone di Villa Literno, Lago Patria e Baia Verde. In queste località, attraverso dei sopralluoghi, i magistrati riscontrarono effettivamente una elevata presenza di bidoni contenenti rifiuti di natura tossica.
E ancora Lucio Di Pietro racconta: "Ciò che mi ha particolarmente colpito è la funzione monopolistica nella gestione dei rifiuti: come accennavo poc'anzi, alcuni di questi soggetti di primo piano del clan dei casalesi avevano creato una vera e propria rete attraverso società di intermediazione, di stoccaggio e di trasporto. Con questo sistema, riuscivano a gestire direttamente, quindi con costi assolutamente minimali, l'intero traffico. In un'interessantissima indagine svolta dal NOE (...) si è posto un altro problema, in particolare per quanto riguarda alcune industrie del nord. Teniamo presente che facciamo riferimento a soggetti che sono criminali due volte: per l'attività illegale posta in essere e per il fatto che danneggiano, spesso in maniera irreparabile, le falde acquifere e le cavità. Racconto un episodio significativo: in alcuni terreni adiacenti al depuratore di Villa Literno, si notò che i fanghi da depurazione fungevano da fertilizzante per i cavolfiori; i camorristi, quindi, prendevano direttamente i fanghi dal depuratore ed i contadini li utilizzavano volentieri, smaltendoli sui campi, per cui crescevano cavolfiori abbastanza forti, sodi, ma immaginate con quale pericolo per la salute pubblica. Questo piccolo esempio può chiarire alla Commissione i danni che queste attività possono produrre per la salute pubblica." [6]

Le rotte del traffico illegale di rifiuti si muovono quindi sull'asse Nord-Sud in direzione del Mezzogiorno, dove vengono smaltite centinaia di migliaia di tonnellate di rifiuti di ogni specie in discariche prevalentemente non autorizzate, costituite da cave, da specchi d'acqua, da grosse buche scavate in fondi anche agricoli sulle quali, una volte ricoperte, vengono piantate molto spesso colture o anche tirati su degli edifici: le ripercussioni sulla salute sono facilmente immaginabili. I rischi modesti connessi a tale pratica illegale e le "garanzie di omertà" assicurate dai trasportatori e dagli smaltitori hanno, purtroppo, reso "l'affare" appetibile anche per imprese legali di medie e grosse dimensioni che affidano, con sempre maggiore frequenza, i loro rifiuti a soggetti legati alla criminalità organizzata che garantiscono costi di smaltimento di gran lunga inferiori a quelli praticati dal mercato legale.
Quel che divenne certo, con oltre un anno di ritardo, fu che il "caso Tamburrino" non era affatto un caso isolato. Soprattutto alla luce dei ritrovamenti di arsenico, cromo, mercurio e molto altro, in molte zone del territorio ai confini tra le province di Napoli e Caserta.
Le conoscenze successive hanno confermato un dato di fatto: il settore d'impresa coinvolto nelle attività di trasporto, di trattamento e di smaltimento dei rifiuti è segnato da una presenza massiccia e pervasiva delle organizzazioni di tipo camorristico che operano in Campania. E' un settore regolato da una normativa complessa: tanto complessa da rivelare una particolare attitudine nell'ostacolare l'azione dei poteri di controllo pubblico.
Da qui la conseguenza, evidente ma allo stesso tempo rivelatrice, tratta dal sostituto procuratore di Napoli Giovanni Melillo: "La debolezza delle funzioni di controllo amministrativo è una delle condizioni principali per la penetrazione nel settore degli operatori più spregiudicati e, quindi, delle organizzazioni criminali di riferimento." [7]
Proprio in questa debolezza risiede la "causa scatenante" di tutto il problema: all'epoca, la legalità nella pubblica amministrazione in Campania viveva (e per certi versi vive ancora) un particolare momento di crisi, con circa 40 consigli comunali sciolti, ai sensi della legge antimafia, in un periodo di tempo limitato, dal 1993 al 1997.
Può essere considerata la causa scatenante, d'accordo, ma è evidente che da sola non basta. Occorre capire come sia nata la fitta rete di contatti con i "clienti" del nord che fornivano rifiuti tossici, come sia stata realizzato l'ambiente di connivenze e collusioni che ha permesso al fenomeno di raggiungere proporzioni allarmistiche. Resta anche da capire perché sia potuto succedere proprio in Campania. Per capirlo, dovremo partire da molto più a nord, lungo la costa tirrenica.

[1] Legambiente - "Rifiuti S.p.A. Radiografia dei traffici illeciti", Roma, 25 gennaio 2005.

[2] Per il fatto di cronaca, "Il Mattino", numeri del 6, 7, 8 febbraio 1991. Una ricostruzione del fatto è stata pubblicata sulla rivista "InterNapoli" in data 23/02/2005 a firma di Antonio Menna. Può essere letta online all'indirizzo: http://www.internapoli.it/articolo.asp?id=3590.

[3] Ermete Realacci, presidente di Legambiente, alla Commissione Parlamentare Antimafia, seduta del 7 marzo 1997. Resoconto stenografico: http://www.parlamento.it/parlam/bicam/mafia/steno/ca013.pdf pag. 6.

[4] Legambiente - "Rifiuti S.p.A.", cit.

[5] Atti della Commissione Bicamerale d'inchiesta sul ciclo dei rifiuti e le attività illecite ad esso connesse (d'ora in avanti per brevità Comm. Bic.), XIII Legislatura, seduta del 16 dicembre 1997.

[6] Comm. Bic., XIII Legislatura, cit.

[7] Comm. Bic., XIII Legislatura, seduta del 24/7/1997.

Commenti dei lettori

  1. Commento di Fabio - 28/3/2007 ore 10,33

    A tutti i lettori: la versione liberamente scaricabile del libro in formato elettronico sta qui: http://files.meetup.com/206790/Le_vie_infinite_dei_rifiuti.pdf

    Il libro è distribuito secondo una licenza Creative Commons, che ne permette la libera copia e redistribuzione, ma non derivazione e/o modifica. Più copie ne spargete, più bene fate. ;-)

Articolo di Alessandro Iacuelli pubblicato il  13/3/2007 alle ore 16,14.

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