Il Pesa-Nervi

«Lei parla a vanvera, giovanotto!
No, penso a dei critici con la barba».

S.T.T.L.

Un racconto di Chiara Ferrigno.

«Sit tibi terra levis» è una locuzione latina che si può tradurre con «Che la terra ti sia leggera». Era utilizzata come epitaffio nel mondo romano precristiano, frequentamente abbreviata con le sole iniziali S·T·T·L, a conclusione del testo delle lapidi. Evoca in forma molto poetica l'angustia che produce il pensare che il peso della terra sepolcrale stia opprimendo il corpo che giace sotto di essa. Si dirige direttamente al defunto, il che implica un'idea di trascendenza [traduzione da Wikipedia spagnola].

Fa freddo. Non so come mai tutti dicono che questa è una stagione calda, persino troppo calda. Io invece ho così freddo. E' il cielo, sempre un po' grigio. Lo vedi anche tu, caro? Lì, nel riquadro della finestra: se ti sporgi appena appena dal letto. Te lo ricordi, il cielo grigio di quella nostra vacanza in montagna? Tu avevi paura che si mettesse a piovere proprio mentre eravamo in passeggiata, lo pensavi ogni mattino. Poi però partivamo lo stesso e alla fine con noi c'era sempre il sole. Ora no. Mi manca, il sole. E anche le passeggiate. Andavamo, con i nostri bastoni. Sì, prima che inventassero quelle bacchettine leggere. Il mio bastone era più piccolo, vicino al tuo sembrava quello di una bambina. Quanti anni sono, che non andiamo più in montagna? Dovremmo tornarci, invece. Camminare ci farebbe bene, anche al mio ginocchio: lo dice persino la fisioterapista. Lo so, sono diventata un po' pigra negli ultimi tempi, ma vedrai che mi passerà: te lo prometto.

Ma quando arrivano, a fare la visita? Mi sembra che in questa stanza faccia sempre più freddo. Ho controllato, la finestra è chiusa: ci saranno degli spifferi. Anche se... non così grandi come al vecchio hotel di Monteluco! Io mi ero messa due camicie da notte l'una sull'altra, e tu mi prendevi in giro. Ma quello spiffero dalla finestra del bagno era terribile. Quanto mi sono arrabbiata, quando non ti importava che io avessi freddo. Mi dicevi che era tutta una cosa di testa, che dovevo smettere di pensarci: ma io avevo freddo lo stesso.

Forse dovrei andare a mangiare qualcosa, si sta facendo tardi. Ma non voglio lasciarti solo. Aspetto la visita. Come sono lenti, questi medici: fanno tutto a comodo loro. Ho capito, ho capito che non serve lamentarsi. Tu l'hai sempre fatto così poco. Protestavi, invece. A volte così tanto, e per così tante cose, che io finivo con il vergognarmi. Al ristorante, in albergo, al cinema, in un parcheggio: mi sembrava che tu fossi sempre lì a fare polemica. Ancora non so se avevi davvero ragione: cioè sì, l'avevi, ma serviva arrabbiarsi tanto? Mi sembra strano, che ora non ti arrabbi più.

Senti freddo anche tu, adesso? Ti copro meglio: ma sei così magro, e lungo lungo, questi letti sono troppo piccoli per te. Il nostro, a casa, è fuori misura: se ci dormo da sola mi sembra enorme. E non dirmi che di notte invece lo occupo tutto anche se sono piccola! Io non me ne sono mai accorta, è un'idea tua. E poi invecchiando io sono diventata più piccola ancora: tu no, sei rimasto uguale, dritto come un fuso. E con la testa tra le nuvole. Distratto, ritardatario. Non le ricordo più, le volte che mi hai fatto aspettare. Forse è per questo che aspettare i medici qui mi pesa tanto... con il cielo grigio là fuori, e tu che non mi parli. E le tue mani ferme, i piedi affilati sotto questo lenzuolo che non ti scalda.

Fa freddo.

Articolo di Chiara Ferrigno pubblicato il  15/3/2007 alle ore 23,52.

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