Il Pesa-Nervi

«Lei parla a vanvera, giovanotto!
No, penso a dei critici con la barba».

Il Paese dei compromessi

La liberazione di Mastrogiacomo fa passare in secondo piano il prezzo pagato perché fosse liberato.

Lacrime e abbracci, Daniele è tornato
"Grazie a tutti mi avete salvato la vita"

ROMA - Complice anche una felpa bianca e le scarpe da ginnastica ai piedi, l'arrivo di Daniele Mastrogiacomo all'aeroporto militare di Ciampino ha avuto il sapore del ritorno di uno sportivo reduce da una grande impresa. L'inviato di Repubblica rimasto per quindici giorni nelle mani dei talebani afgani, alle 23.20, appena messa la testa fuori dal Falcon della presidenza del Consiglio, ha salutato a braccia alzate in segno di vittoria la folla di autorità e giornalisti che lo attendevano sulla pista. Un gesto che sembrava voler dire: "Ce l'ho fatta, sono di nuovo tra voi".

Una frase nell'articolo di Repubblica spiega bene il clima mediatico che si respira per il ritorno in Italia del giornalista Daniele Mastrogiacomo: «il sapore del ritorno di uno sportivo reduce da una grande impresa».

Ora che il giornalista italiano è felicemente tra le braccia dei suoi cari, posso esprimere alcune considerazioni sulla vicenda, senza tema di passare per menagramo.

Detto in breve: penso che qui non ci sia stata nessuna grande impresa, ma un'operazione sbagliata e un po' vergognosa, disonorevole, per usare un termine desueto. Ho trovato sbagliatissimo l'atteggiamento generale dei media e della politica riguardo al sequestro e alla liberazione di Mastrogiacomo. Mi pare, però, che tutto ciò che è stato detto e fatto esprima pienamente l'antico carattere italico: cioè l'apologia del compromesso. Il compromesso, infatti, è un'abitudine mentale, un comportamento così profondamente radicato nel DNA degli italiani, da non essere visto come un errore o un comportamento immorale.

Fin dal primo giorno del rapimento, forse perché giornalista, Mastrogiacomo è stato adottato da tutte le televisioni, le radio e i giornali italiani, con servizi fiume a copertura della vicenda, tanto lunghi da generare addirittura fastidio, perché altre notizie di cronaca, anche importanti (vedi morti sul lavoro), venivano inesorabilmente schiacciate e trascurate dal peso dato alle notizie, alle voci e alle impressioni provenienti dall'Afghanistan.

Circa questa sproporzione di copertura, la mia domanda è: perché i media creano le notizie anche dove non ci sono? Voglio dire: era doveroso informare il pubblico dei fatti circa il rapimento; ma quando i fatti non c'erano? Tutte le volte che giungevano dall'Afghanistan solo voci senza conferma, che bisogno c'era di insistere per minuti interi o pagine intere a raccontare il nulla, visto che nulla c'era a livello di notizia e di informazione?

Per quanto riguarda invece la politica, qui la colpa - se di colpa è lecito parlare, vista l'euforia generale da cui il Paese è attraversato dopo la liberazione di Mastrogiacomo - è ancora più grave. Ricordo che Aldo Moro fu sacrificato perché lo Stato italiano decise di non cedere al ricatto dei brigatisti. Fu una scelta difficile e terribilmente dolorosa, ma non si può dire che fu una scelta sbagliata, perché rese il governo italiano meno ricattabile.

La domanda che rivolgo ora ai politici, e al governo in particolare, è: perché negli ultimi anni si è deciso di adottare la linea della debolezza e non quella della fermezza contro chi sequestra nostri connazionali all'estero? Solo perché i sequestratori non agiscono direttamente sul territorio nazionale?

Se è vero che sono stati liberati cinque prigionieri talebani per ottenere la liberazione di Daniele Mastrogiacomo, il prezzo pagato è stato altissimo. Il Corriere della Sera, per esempio, riferisce:

Almeno uno dei cinque esponenti talebani liberati nell'ambito dello scambio per ottenere la liberazione del giornalista italiano Daniele Mastrogiacomo tornerà a combattere. «Sono subito ritornato con i miei fratelli, imbracciando due fucili in modo da riprendere il Jihad per cacciare gli invasori e combattere gli apostati». Sarebbero queste le parole di Ustad Muhammad Yasir, liberato dalle prigioni afghane nell'ambito dello scambio con i talebani per la liberazione del giornalista di Repubblica Daniele Mastrogiacomo, in una conversazione telefonica con il figlio Omar.

Ora, se i talebani sono terroristi e nemici della pace (altrimenti che senso ha l'intervento dell'ONU e dell'Italia in quella nazione?), rimettere cinque di loro in libertà, probabilmente scelti tra i più pericolosi, contro uno solo dei nostri, e per giunta non combattente, significa garantire a quella regione altra instabilità, nuovi attentati, nuovi lutti.

Gli Stati Uniti hanno visto uccidere più di un loro connazionale rapito all'estero, e uccidere in modo orribile, per sgozzamento e decapitazione, perché la loro politica è di mostrarsi intransigenti verso quelli che reputano - a torto o a ragione - terroristi e nemici.

Perché, invece, l'Italia e gli italiani sono così «transigenti»? Perché si fa festa per la liberazione di Mastrogiacomo e non si avverte come una vergogna nazionale il prezzo che è stato pagato per liberarlo? Ma ancora più che una vergogna, è un errore politico e militare, in quanto renderà gli italiani all'estero un bersaglio sempre più appetito da chi ha bisogno di fare un po' di soldi veloci o di farsi restituire qualche detenuto o prigioniero di guerra. Cedere ai ricatti, infatti, ci rende sempre più ricattabili, e di questo gli americani ci accusano - bisogna dire giustamente - da anni.

So che rischio di rendermi odioso per il fatto di non unirmi al coro di manifestazioni di gioia per la liberazione del giornalista italiano rapito in Afghanistan, ma non posso fare a meno di pensare che l'aver accondisceso al compromesso richiesto per liberarlo sia stato un grave errore. Sono contento per lui e la sua famiglia, ma non certo per la figura che l'Italia ha fatto in questa vicenda né per le conseguenze future che potrà avere il rendere noto al mondo che l'Italia è ricattabile.

Il modo in cui i media trattano le vicende degli italiani rapiti all'estero contribuisce a creare un clima non obiettivo nella valutazione dei fatti e dei prezzi da pagare. Chi governa l'Italia non dovrebbe comportarsi in simili frangenti come una mamma apprensiva. Una mamma farebbe di tutto per il proprio figlio, anche le cose più indecenti. Ma un capo politico non può agire come una mamma apprensiva. Dopo la vicenda Mastrogiacomo tutti gli italiani che lavorano all'estero hanno il diritto di sentirsi un po' più insicuri.

[La copertina di Repubblica.it in occasione della liberazione di Mastrogiacomo]

[La copertina del sito del Corriere della Sera]

[La copertina del sito del Giornale]

[La copertina del sito de La Stampa]

[La copertina del sito de l'Unità]

[La copertina del sito Quotidiano.net]

Articolo di Michele Diodati pubblicato il  21/3/2007 alle ore 9,04.

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