Il Pesa-Nervi

«Lei parla a vanvera, giovanotto!
No, penso a dei critici con la barba».

Diossina: l'emergenza silenziosa

Il decimo capitolo del libro di Alessandro Iacuelli "Le vie infinite dei rifiuti. Il sistema campano".

[pneumatici incendiati]La mente vola indietro nel tempo, torna ai tempi dell'infanzia quando avevo da poco finito la seconda elementare, e al ricordo sfocato di un telegiornale visto a casa, di sera, d'estate, dopo i cartoni animati.
Il ricordo, anche se sfocato, c'è ancora. Da sempre vengo scherzosamente accusato di avere troppa memoria, e forse con ragione, ma è solo il ricordo di un bambino, integrato anni dopo con lo studio sistematico degli eventi che hanno colorato a tinte scure l'Italia della seconda metà del XX secolo.

Il 10 luglio 1976, alle ore 12.37, il reattore A-101 dello stabilimento Icmesa di Meda, in Lombardia, a circa 20 chilometri a nord di Milano, ebbe un improvviso guasto: esplose una valvola di sicurezza. Si sprigionò nell'aria una nube di polvere bianca che in poche ore, spinta dal vento, ricoprì Seveso e i paesi vicini. Nel giro di pochi giorni morirono centinaia di galline, conigli, uccelli e sui volti di decine di persone comparvero vistose macchie rosse. La stampa, la radio e la televisione ricevettero l'ordine di non divulgare nulla e di non parlare dell'argomento: mentre Seveso soffriva, il resto dell'Italia non doveva sapere nulla, "per non creare allarmismi", sarà la giustificazione usata pochi giorni dopo.
Il giorno 15 il sindaco emanò un'ordinanza di emergenza: divieto di toccare la terra, gli ortaggi, l'erba e di consumare frutta e verdure, divieto di toccare animali da cortile, di esporsi all'aria aperta. Si consigliava un'accurata igiene della persona e dell'abbigliamento. Iniziarono i primi ricoveri in ospedale, che aumentano nei giorni successivi. Soltanto il 17 luglio, davanti all'evidenza di una tragedia di vaste proporzioni, venne fatto cadere l'obbligo del silenzio stampa, e l'accaduto divenne di dominio pubblico.
I casi d'intossicazione aumentarono, i medici diagnosticarono una malattia sconosciuta al grande pubblico: la cloracne, causa delle macchie rosse sul corpo, sintomo più vistoso dell'esposizione alle diossine. Colpisce la pelle, soprattutto del volto e dei genitali esterni, e se l'esposizione è prolungata si diffonde in tutto il corpo. Si presenta con comparsa di macchie rosse che diventano in seguito bubboni pustolosi giallastri, di difficile guarigione, e la pelle cade a brandelli. L'esposizione alle diossine può compromettere seriamente la funzionalità epatica, mentre la loro inalazione crea problemi respiratori.
Il 23 luglio, dopo 13 giorni dall'incidente, la verifica incrociata delle analisi effettuate dalle strutture sanitarie italiane e dai laboratori della Givaudan, proprietaria dell'Icmesa, confermarono nella zona maggiormente colpita dalla nube tossica una presenza notevole di una particolare diossina, il TCDD, abbreviazione di 2,3,7,8-tetraclorodibenzo-p-diossina. Il 10 agosto una commissione tecnico-scientifica stilò una mappa della zona contaminata. Si decise di evacuare l'area circostante l'impianto per circa 15 ettari, e le famiglie residenti nelle zone più colpite furono invitate ad abbandonare le proprie abitazioni. Si eressero reticolati controllati dall'esercito per delimitare le zone pericolose. Nonostante questo, continuarono i casi d'intossicazione e aumentarono i ricoveri ospedalieri tra la popolazione di Seveso, Meda, Desio e Cesano Maderno. Tra le persone colpite anche parecchie donne incinte, fatto che diffuse la giusta preoccupazione per gli effetti della contaminazione sui futuri nascituri. Intanto la televisione ed i giornali continuarono a mostrare filmati e foto di bambini ricoverati in ospedale, con i piccoli volti coperti da estese macchie rosse, e le zone contaminate, dove si aggiravano uomini in tute ermetiche bianche e maschere antigas che raccoglievano campioni di terreno e bruciavano carcasse di animali.

Con quella fuga di diossina, fu rilasciata in balìa dei venti una quantità mai misurata con precisione di TCDD, ma certamente di pochi chilogrammi. Molto pochi. Già, perché di diossina ne basta davvero una quantità minima, per rendere incompatibile con la vita una zona di territorio. Pensiamo ad un dato molto semplice: prendendo i risultati ottenuti dalla ricerca scientifica, la normativa italiana prevede che la concentrazione massima di diossina nel terreno deve essere al di sotto di 10 picogrammi per ogni grammo di terreno [1]. Un picogrammo è un milionesimo di microgrammo o, se si preferisce, la miliardesima parte di un milligrammo. Veramente una quantità minuscola. Basta superare 10 di questi miliardesimi di milligrammo, per far dichiarare un terreno, dalla legge, come inquinato, contaminato. Ecco perché è pericoloso, il TCDD: ne basta una quantità insulsa, che per la nostra percezione è un nulla, per fare danni gravi.

Per dare un'idea delle proporzioni della sciagura di Seveso, basta ricordare che il territorio fu suddiviso in due zone: la zona "A", molto contaminata, e la zona "B", poco contaminata. In zona "B" fu misurata una concentrazione massima di 39 picogrammi, in zona "A" furono raggiunti e spesso superati i 50 picogrammi, sempre per grammo di terreno. Quanto basta per far scoppiare un'emergenza nazionale, istituire commissioni scientifiche, mandare l'esercito, evacuare la popolazione. A questi livelli, la sola esposizione, e l'inalazione, di TCDD provoca quel che è successo in Lombardia. A livelli invece più bassi, non è l'esposizione a creare pericoli, ma l'ingestione di diossina. Infatti il corpo umano, ed in particolare l'apparato digerente, è particolarmente sensibile, e bastano meno di 10 picogrammi di TCDD per creare problemi. Pertanto, è la catena alimentare, quella che va tenuta d'occhio con maggiore attenzione.

"Credo che dopo la vicenda di Seveso l'emergenza campana sia tra le più gravi sul piano nazionale negli ultimi 25 anni", con queste parole, anni fa, l'allora assessore alle politiche territoriali e all'ambiente della regione Campania mi fece pensare a come in Italia si da più o meno peso alle cose che avvengono.
La vicenda della diossina in Campania, nasce nell'aprile 2002, durante una serie di attività di verifica sul latte animale e sui mangimi, attività di routine. Emersero, in due distinti territori, risultati di positività alla diossina: la zona Caserta 2 e la zona Napoli 4, che comprende anche casa mia.
Una contaminazione diffusa a macchia di leopardo, qua e là, incostante, ma distribuita su un'area grande tre volte la Brianza, e con punte di 50 picogrammi. Anche qui sono sorte commissioni scientifiche, ma è stata evitata, e con tutte le forze, la visibilità mediatica che fu concessa a Seveso; più volte la stampa ne ha parlato, non ha certo taciuto, ed è stata puntualmente accusata di fare "terrorismo mediatico", di fare allarmismo. Si è cercato il silenzio, si è evitato di far scoppiare un caso nazionale delle stesse dimensioni del 1976, eppure si tratta di una contaminazione non di piccole dimensioni: 113 tonnellate al giorno di latte distrutto, 38 aziende sotto sequestro, 8633 animali sequestrati, 12.208 ettari di superficie complessiva delle zone a rischio, 25 comuni interessati, 30% in meno di prodotti caseari, 7 milioni di euro i danni complessivi stimati.
Una vera emergenza, ma senza i reticolati, l'esercito, le evacuazioni della popolazione. I giornali, anche quelli locali, si sono riempiti in quei giorni di pagine e pagine su Gino Fasulo, che fa schiantare il suo aereo da turismo contro il grattacielo Pirelli a Milano, sull'ergastolo per Michele Profeta, e poi ovviamente sull'ennesimo scudetto della Juventus e sul Real Madrid che vince la Champions League. Sulla diossina solo trafiletti. La notizia ovviamente si è diffusa tra la gente, ma silenziosamente. Qui non c'è una fuoriuscita immediata ed esplosiva come a Seveso, ma un rilascio graduale, lento, di TCDD, pertanto niente cloracne, ma anche la possibilità di non dare visibilità mediatica al fenomeno.
Dopo la registrazione delle due prime positività alla diossina, l'assessorato regionale alla sanità ha dato immediatamente disposizione all'ARPAC di estendere i prelievi, arrivando in breve tempo ad una mappatura del fenomeno abbastanza puntuale. Fenomeno diverso da quello di Seveso. Qui non c'è la stessa densità industriale, non ci sono poli con tipi di produzione come quelli dell'Icmesa, qui è campagna o città. Siamo lontani dal triangolo industriale del Nord, questa è semmai terra di emigranti che vanno a fornire braccia, e spesso cervelli, a quell'industria. Ma è un industria che qui non c'è. E le diossine rinvenute sono quasi tutte dei prodotti di combustione.
Come racconta il direttore tecnico dell'ARPA Campania, "Le aree in oggetto vanno dall'alto napoletano, in particolare i comuni di Marigliano, San Paolo Belsito, Cercola [2], a tutta la zona del basso casertano. (...) Dal punto di vista sanitario è stato controllato il latte nelle provincie di Salerno, Avellino e Benevento senza riscontrare positività."
Sono quelle di Napoli e Caserta, le due province colpite.

Personalmente, forse a causa del mio background culturale scientifico, sono sempre stato molto attento a "prendere con le molle" la questione della diossina campana. Mentre certa stampa locale e certi comitati civici, per fortuna non tutti, hanno elaborato brevemente un teorema, non ancora dimostrato ma assunto come vero, secondo il quale la causa è certamente costituita dall'emergenza rifiuti e dagli sversamenti tossici, secondo me invece ci sono sicuramente anche altre cause. Certamente ci sono anche i rifiuti, ed in particolare gli incendi degli stessi, ma non basta. Non è possibile che bidoni di sostanze tossiche e incendi nella terra dei fuochi da soli concentrino nei terreni una quantità di TCDD confrontabile con quella liberata nell'aria dall'Icmesa di Seveso, anche se più lentamente e non di colpo come nel 1979. C'è altro. Sicuramente. Altro che forse ci sfugge. Altro che forse abbiamo sotto gli occhi da anni, ma che non riusciamo a individuare.

Attività produttive inquinanti? Forse. Per quanto riguarda la contaminazione di diossina nell'area che va da Marigliano e S. Paolo Belsito fino ad Acerra, l'ipotesi dell'attività produttiva può essere abbastanza calzante, perché qualche fabbrica c'è, anche se non è un polo chimico, ma non spiega il fenomeno nel basso casertano, con poche zone industriali e tanta campagna. Certamente la criminalità, largamente presente sul territorio, ha le sue responsabilità, ma certamente c'entrano anche altre cause di inquinamento ambientale, probabilmente la pesante eredità che ci portiamo dietro, di decenni di non gestione del territorio.

Tanto per fare un esempio, mi vengono in mente due episodi di cronaca, appresi dai giornali e risalenti al 2002/2003, ancora facilmente reperibili negli archivi on line di alcuni quotidiani. A Castel Volturno c'era un enorme deposito di pneumatici di automobili ed autocarri, una montagna di copertoni: fu incendiato. Un incendio doloso. Probabilmente per motivi legati alla camorra casalese. Per spegnere quell'incendio i vigili del fuoco dovettero fare uso della sabbia proveniente dall'escavo al villaggio Coppola, dove si stavano facendo i lavori di bonifica dopo l'abbattimento dei grattacieli abusivi. Secondo episodio, a Marcianise, non lontano in linea d'aria dallo svincolo di Caserta Sud dell'autosole: un'azienda che lavorava gomma e ricostruiva copertoni, anche questa data alle fiamme, con l'incendio rimasto nella memoria dei napoletani e dei casertani, poiché i vigili del fuoco di Caserta impiegarono tre giorni per domarlo.
La chimica e la termodinamica in questi casi non sono un'opinione: la combustione di appena una manciata di copertoni produce più diossina di quanta ne sia consentita dalla legge e dalla biologia, ma anche più diossina dell'incendio di decine di cassonetti. Molta di più. Troppa di più. Per questo motivo, alla questione dei rifiuti sommo volentieri anche le centinaia di copertoni bruciati in microincendi qua e là, incendiati dovunque lungo le strade, e mi fa rabbia il passare per le strade attorno Napoli e trovare ogni 5 metri un copertone abbandonato. Mi fa rabbia sapere che quando compro i copertoni nuovi il gommista incassa anche i soldi per lo smaltimento, ma magari, invece di spenderli per una corretta eliminazione dei pneumatici, se li infila in tasca, e si limita ad abbandonare i copertoni usati sull'asse mediano, sulla perimetrale di Melito, o sulle tante "vie di fuga" a scorrimento veloce, costruite negli anni '80 in occasione del piano di emergenza in caso di eruzione del Vesuvio. Copertoni che poi, all'occorrenza, saranno prelevati e bruciati per mille motivi diversi.
Pochi anni dopo, la storia ha mostrato anche di volermi dare ragione: per quanto riguarda la provincia di Caserta, la presenza di diossina è stata imputata, da parte di chi ha indagato, proprio agli incendi di pneumatici.

Nel luglio 2002 l'ARPAC ha avviato una nuova campagna, dato che la prima indagine sanitaria sul latte era riferita a campioni prelevati da allevamenti di ovini e di caprini, cioè animali che traggono la propria alimentazione dal pascolo. L'erba non è un elemento facile da valutare, perché cresce e viene tagliata, poi ne cresce di nuova, per cui, come dicono i chimici dell'ARPAC, "l'erba non ha memoria storica". Il terreno invece sì, ne ha parecchia. Per tale motivo, i campionamenti conoscitivi sono stati fatti anche sui suoli, oltre che sull'erba: 157 campioni di terreno e circa 60 di erba, concordando con l'Istituto superiore di sanità, sia le modalità di campionamento, sia di quali laboratori ci si dovesse servire per le analisi.
Il quadro complessivo non è stato assolutamente rassicurante: l'inquinamento da diossina non ha toccato le città di Napoli e Caserta, ma ha letteralmente circondato i due capoluoghi con una cintura contaminata, evidenziando la necessità di un intervento di bonifica. Quel che è sicuro, leggendo un po' di letteratura scientifica al riguardo, è che - qualunque siano le cause e la provenienza della diossina presente nel territorio - questa passa dal terreno nell'animale, e successivamente nella catena alimentare umana, attraverso l'alimentazione delle greggi.
I primi risultati sono emersi dal "Piano nazionale dei residui" elaborato dal Ministero della Salute e condotto da tutte le regioni d'Italia; in Campania sono stati eseguiti una serie di prelievi per la valutazione della concentrazione di micro inquinanti nelle matrici alimentari; in particolare, sono stati prelevati due campioni di latte ovino e caprino, dai quali è emersa la concentrazione di diossina.
Una volta scoperto il fenomeno, l'assessorato regionale alla sanità ha continuato costantemente nel campionamento analizzando il latte proveniente da altri allevamenti di ovi-caprini e, quasi in parallelo con l'indagine della procura della Repubblica, anche il latte vaccino e di bufala.
Quando all'inizio del capitolo ho scritto che la situazione è a macchia di leopardo, è perché non tutti gli allevamenti di una certa area sono risultati contaminati, non c'è una contaminazione totale. Alcuni sì, altri no. Spesso addirittura non lontani tra loro. Questo ha fatto sorgere un sospetto: l'adozione di mangimi diversi da parte di allevamenti diversi, e magari con diossina proveniente proprio da uno specifico mangime.

L'assessorato regionale alla sanità ha subito dato vita ad una "unità di crisi", che ha agito nell'unico modo possibile, secondo logica: tutte le volte in cui si riscontrava una positività ad una diossina, si interveniva immediatamente bloccando la transumanza delle greggi, l'immissione in commercio del latte e bloccando i vari prodotti derivati che erano già arrivati in commercio: la filosofia del piano, dal punto di vista della sanità, è quella più ragionevole.
C'è stato poi un lungo carteggio tra l'assessorato e il Ministero della salute per tentare di usare come dati ufficiali, e quindi utili per chiudere definitivamente questi allevamenti, anche quelli provenienti da altri laboratori, oltre quelli concordati con l'Istituto superiore della sanità. Alla fine, anche la Campania si è rivolta all'istituto Mario Negri di Milano, lo stesso che fece le analisi all'Icmesa di Meda ed a Seveso.
E' stato istituito anche un comitato tecnico-scientifico, che ha elaborato delle linee guida da inviare agli allevatori, che indicavano anzitutto come comportarsi in modo da evitare incrementi di diossina, poi invitavano a cambiare il tipo di alimentazione degli animali, a scopo cautelare.
Infine, è stato chiesto l'intervento del Governo non solo nella gestione del fenomeno ma anche sotto il profilo dell'indennizzo economico, perché la distruzione del latte che ogni giorno viene raccolto incide fortemente sui costi sanitari, senza contare il problema degli eventuali indennizzi agli allevatori che si è posto successivamente.
Sul fronte giudiziario, su incarico della procura di Santa Maria Capua Vetere, il professor Mario Fanelli dell'Istituto Mario Negri ha fatto uno studio particolareggiato sui fenomeni di contaminazione. I suoi risultati affermano che ci sono stati due focolai di diossina: uno nella zona di Marigliano, per la precisione nel territorio di Mariglianella, dovuto ad emissioni industriali, ed un altro a Villa Literno in seguito all'incendio di un grosso deposito abusivo di pneumatici. Ma le emissioni di Marigliano sono destinate a rimanere l'ennesimo mistero: Fanelli specifica che può solo trattarsi di emissioni di un'industria siderurgica. Un tipo di industria che in quel comprensorio non c'è, non c'è mai stata, e probabilmente non ci sarà mai. Una fonderia abusiva? Possibile? In Campania, tutto è possibile.

Come reagire? Se si vuole intervenire adeguatamente su qualcosa di vasto e di complesso come una contaminazione da diossina, occorre avere un quadro chiaro e completo delle analisi, del monitoraggio, del piano di bonifica. Tutti elementi che, oltre un anno dopo, mancavano ancora.

Diossina senza futuro. Una volta rientrato l'allarme, sequestrati greggi e incenerito latte, la già scarsa tensione è andata a scemare. Poco clamore, fortunatamente niente bambini con i volti macchiati di rosso, niente uomini con le maschere antigas e le tute bianche. Anche la diossina ha finito per essere dimenticata. Assieme ad un discreto numero di bonifiche. Un'emergenza quasi in sordina.
Diossina senza futuro, diossina che è anche senza passato. I dati in possesso dell'assessorato alla sanità risalgono all'aprile 2002, risultati di analisi del novembre 2001. Prima non ci sono dati. Non si trovano. Forse non ci sono mai state analisi in precedenza e non lo si vuole ammettere? O sono state fatte e si sono perse nei meandri degli archivi cartacei della Regione?
Direi che è sufficientemente allarmante. In linea del tutto teorica e, lo ammetto, anche speculativa, potrebbe allora anche darsi che la diossina ci sia da 20 anni. Ovviamente non sarà così, ma trovo molto allarmante che non si trovino in Campania analisi risalenti a prima del novembre 2001.
Le diossine sono estremamente resistenti alla degradazione chimica e biologica, pertanto persistono nell'ambiente e si accumulano nel tempo, nella catena alimentare animale ed umana: come dicono certi chimici, "le diossine si sommano" nell'organismo. Quindi, una volta trovate, se non si bonifica tutto e subito, si assiste quanto meno al perdurare della contaminazione, se non all'aumento di concentrazione di diossina causata da nuove emissioni: la diossina si accumula, non si autoelimina. Per questo sarebbe stato necessario intervenire con forza per risalire e fermare chi emette TCDD. Non tutte le sorgenti sono state bloccate, visto che oggi, ad anni di distanza, in molte zone (Acerra prima tra tutte) la concentrazione di diossina è aumentata, fino a forzare la dichiarazione dello stato di emergenza. Dichiarazione avvenuta solo il 3 luglio 2006, mentre la diossina c'è dal 2002, e interessa 25 comuni.

C'è chi c'è andato a perdere, c'è chi ci ha guadagnato.
Ci hanno perso tanti allevatori, ha perso molto la produzione di eccellenza di mozzarella di bufala, non per una reale contaminazione, a dire il vero mai ravvisata nel latte bufalino, ma per motivi di immagine. La contaminazione ha riguardato latte ovino e caprino, ma basta mettere sul mercato il dubbio che ci sia diossina nella mozzarella, solo il dubbio, anche remoto, per evitare che migliaia di persone, terrorizzate, la acquistino. La mozzarella di bufala campana ne ha sofferto molto, di questo dubbio. E stavolta non ci sono state le "pubblicità progresso" per evitare la paura del consumatore, come avvenne ai tempi dell'allarme "mucca pazza", quando lo Stato pagò il celebre spot televisivo nel quale il volto rassicurante di Antonio Lubrano ricordava che non era il caso di "rinunciare alla fettina per paura".
Qui nessuno ha speso un euro per dire di non "rinunciare alla mozzarella per paura", mentre la Regione Campania stava invece per spenderne molti per finanziare uno spot a favore degli inceneritori, per convincere con il mezzo televisivo la popolazione che l'inceneritore non fa male. Penso a tutte le volte in cui ho sentito gente dire: "no la mozzarella non la compro, c'è la diossina", provo a contarle, ma perdo il conto. Ricordo ancora con un sorriso la scena vissuta un pomeriggio di primavera, quando entrai in un supermercato di Roma, e trovai nel reparto dei derivati del latte tante confezioni, in offerta non molto speciale a dire il vero, di mozzarella di bufala dell'area pontina, di una particolare marca storicamente scadente rispetto alla D.O.P. Campana. Non qualitativamente scadente, beninteso, ma non allo stesso livello di qualità della mozzarella di Aversa, o di Capua, o di Mondragone o dei caseifici pontini che fanno parte del Consorzio Mozzarella di Bufala Campana. Alzando gli occhi, mi trovai di fronte ad un cartello pubblicitario di quella marca, con uno slogan che la diceva lunga, circa il quanto i pubblicitari seguissero la vicenda della diossina: "I nostri pascoli sono vicini alla Campania, ma sono più puliti". Una mossa di marketing per sconfiggere la concorrenza.
Gli allevatori campani, soprattutto quelli ovini e caprini, sono stati invece costretti a far distruggere il latte, mentre gli allevatori bufalini hanno dovuto pagare di tasca propria altri pubblicitari, bravi almeno quanto quelli della concorrenza del basso Lazio, per recuperare in termini di immagine.

Il latte da distruggere, soprattutto quello ovino, veniva versato in appositi contenitori, rigorosamente alla presenza di un veterinario. Poi i contenitori venivano sigillati e consegnati alla ditta che doveva occuparsi della loro termodistruzione a temperature tali da evitare la riemissione di quella diossina in atmosfera. La ditta incaricata era specializzata, e selezionata con l'aiuto della prefettura di Napoli, per evitare infiltrazioni camorristiche: la Ecodeco. Peccato che poi il 19 giugno 2003 la Ecodeco sia stata posta sotto sequestro dal NAS dei Carabinieri, a causa della mancanza dei verbali di consegna delle cisterne di latte [3]. Non sono tornati i conti tra il numero di fusti di latte presi in carico e quello versato dagli allevatori. Non voglio pensare cosa sia successo a quel "latte sparito", a dove sia finito.

[1] I limiti di concentrazione sono diversi per quanto riguarda la concentrazione nell'aria, nel latte, ecc. Esiste un'apposita tabella, emessa con una direttiva UE, che fissa tutti i limiti massimi.

[2] Comuni non confinanti tra loro! In particolare, Cercola è ad una certa distanza da Marigliano e San Paolo Belsito, ad indicare quanto il fenomeno sia "a macchia di leopardo".

[3] Paolo Sarnelli, Dirigente dell'assessorato alla sanità della regione Campania, in Comm. Bic., XIV legislatura, seduta del 19 giugno 2003.

Articolo di Alessandro Iacuelli pubblicato il  27/3/2007 alle ore 0,31.

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