Il Pesa-Nervi

«Lei parla a vanvera, giovanotto!
No, penso a dei critici con la barba».

Il regime dei pascià

Insolita attualità di un articolo del 1918 di Antonio Gramsci.

Nella straripante abbondanza di informazione in cui viviamo può venire da chiedersi cosa rimarrà tra novant'anni degli articoli, dei corsivi e degli editoriali che tutti i giorni ci piovono addosso da ogni direzione. Cosa tratterrà tra le sue maglie il filtro del tempo?

A quello che rimane si conviene di dare il nome di Storia e le maglie del filtro del tempo sono fatte dalle nostre coscienze a dal nostro sentire. Esse trattengono gli eventi vissuti, testimoniati o riscoperti nei documenti e che il nostro sentire non considera degni di oblio. Questo nel bene e nel male.

Tra ciò che rimarrà, perché ancora parla alla nostra ragione e a quel che resta del nostro sentire, c'è il pensiero di Antonio Gramsci.

In questi giorni ricorre il settantesimo anno dalla sua morte e l'elemento interessante non è tanto il fatto che l'anniversario sia un numero intero quanto quello che con tale data i suoi scritti non sono più sotto diritti di autore. Questo ne permetterà una maggiore e più agevole accessibilità.

Vale senz'altro la pena oggi di leggere i suoi scritti: per la modernità del suo stile, l'acume delle sue analisi e l'attualità degli argomenti.

L'articolo proposto è tratto da l'Avanti!, pubblicato nell'edizione piemontese del 28 luglio 1918 nella rubrica «Sotto la Mole».

Non sembra che si alluda a ben noti fatti recenti? Eppure si tratta di fatti di novant'anni fa. Il nostro Paese stava per conoscere il regime fascista e un'altra guerra mondiale non molto dopo.

Il regime dei pascià

Immagine di Antonio Gramsci.L'Italia è il paese dove si è sempre verificato questo fenomeno curioso: gli uomini politici, arrivando al potere, hanno immediatamente rinnegato le idee e i programmi d'azione propugnati da semplici cittadini.

Quando l'on. Orlando proibisce il congresso del partito socialista [1], egli continua questa tradizione gloriosa. Infatti l'on. Orlando è un santone del liberalismo, e nei libri, nelle definizioni contenute nei libri essere liberali significa: governare col metodo della libertà, essere persuasi che gli avvenimenti si verificano solo quando sono necessari ed è perfettamente inutile avversarli, che le idee e i programmi d'azione trionfano solo quando corrispondono a bisogni e sono lo svolgimento di premesse solidamente affermatesi, pertanto irriducibili e incoercibili, essere persuasi che il metodo della libertà è il solo utile perché evita conflitti morbosi nella compagine sociale. Ma l'on. Orlando diventa presidente del consiglio e il suo liberalismo un errore di gioventù.

Così l'on. Nitti. Il finanziere F. S. Nitti è sempre stato un liberista: deputato d'opposizione ha pronunziato vigorosi discorsi di critica costruiti su idee larghissime di libertà economica, sulla teoria che lo Stato non deve mai immischiarsi nell'attività privata commerciale, non deve farsi distributore di ricchezze, non deve farsi promotore di consorzi e monopoli. Diventato ministro, l'on. Nitti propugna il cartello delle banche, fa da levatrice alla nascita di elefantiaci bambinelli industriali, che vivono solo in quanto abbondantemente sfamati dall'erario nazionale.

Così Giolitti, cosi Crispi, cosi tutta la tradizione gloriosa del nostro geniale paese.

Perché questo fenomeno? È solo esso dovuto alla mancanza di carattere e di energia morale dei singoli?

Anche a ciò, indubbiamente. Ma esiste anche un perché politico: i ministri non sono mandati e sorretti al potere da partiti responsabili delle deviazioni individuali di fronte agli elettori, alla nazione. In Italia non esistono partiti di governo organizzati nazionalmente, e ciò significa che in Italia non esiste una borghesia nazionale che abbia interessi uguali e diffusi: esistono consorterie, cricche, clientele locali che esplicano un'attività conservatrice non dell'interesse generale borghese (che allora nascerebbero i partiti nazionali borghesi), ma di interessi particolari di clientele locali affaristiche. I ministri, se vogliono governare, o meglio se vogliono rimanere per un certo tempo al potere, bisogna s'adattino a queste condizioni: essi non sono responsabili dinanzi a un partito che voglia difendere il suo prestigio e quindi li controlli e li obblighi a dimettersi se deviano; non hanno responsabilità di sorta, rispondono del loro operato a forze occulte, insindacabili, che tengono poco al prestigio e tengono invece molto ai privilegi parassitari.

Il regime italiano non è parlamentare, ma, come è stato ben definito, regime dei pascià, con molte ipocrisie e molti discorsi democratici.

[1] Il XV congresso nazionale del partito socialista, che fu tenuto a Roma dal 2 al 6 settembre 1918, venne in un primo tempo proibito dal governo.

Articolo di Gianni Mazzarello pubblicato il  29/4/2007 alle ore 10,54.

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