Il Pesa-Nervi

«Lei parla a vanvera, giovanotto!
No, penso a dei critici con la barba».

Mal di testa

Chi ha paura dell'arfide-madre?

L'arfide-sveglia cominciò a pulsare debolmente, nella penombra della stanza. Mancavano cinque minuti agli squilli, ed era tempo di prepararsi. Poco alla volta, altre pulsazioni nella stanza si unirono alla prima: era come un basso, rarefatto ronzio, il suono della casa che si svegliava. Poi, minuscoli movimenti: gli arfidi-pantofole si riallineavano, pronti a essere calzati. Da fuori, il rumore attutito del traffico, degli ingorghi, degli aeromobili che si alzavano annusando l'aria. Finalmente, anche dal letto arrivò un piccolo movimento: Philo si rotolò sulla schiena, restando così, gli occhi ancora chiusi rivolti verso il soffitto a volta della camera da letto. C'era ancora uno iato di tempo; c'era la possibilità che l'arfide-sveglia non suonasse, che fosse domenica e non un qualsiasi altro giorno della settimana. Invece, dopo qualche istante, l'arfide-sveglia cominciò a emettere dei beep: prima flebili, poi in crescendo. Philo strizzò gli occhi, senza aprirli: anzi sembrava proprio che volesse tenerli sigillati. L'arfide-sveglia cambiò tonalità: il beep si fece più acuto, una sorta di doloroso fischio, via via più intollerabile. "Stai zitto!", urlò Philo, ma l'arfidesveglia era programmato per spegnersi solo dietro la pressione di un tasto, un vecchio tasto "Off" che aveva nascosto nella parte posteriore: così continuò ad emettere beep sempre più acuti.

Philo rotolò di nuovo, tornando a pancia in giù nel letto, e si mise il cuscino sulla testa: alzarsi gli sembrava davvero impossibile. Sentiva un dolore continuo, sempre lo stesso da giorni: era cominciato con un lieve pulsare alla base del cranio, poi era salito su, cervelletto, lobo temporale, lobo occipitale. Alla fine era arrivato anche alle tempie: ora gli sembrava di averlo sempre sentito, quasi facesse parte di lui. Era un peso e un dolore insieme; una morsa costante, che non si allentava neppure di notte. Il cuscino attutiva solo debolmente i beep ora quasi parossistici dell'arfide-sveglia: e oltretutto accentuava il peso alla testa, e gli dava caldo. Con un movimento che gli costò una rinnovata fitta di dolore dall'occipite ai lobi frontali, Philo si girò di nuovo e lanciò il cuscino contro l'arfide-sveglia: che si rovesciò all'indietro, e cadde sul pavimento proprio sul tasto Off. Un improvviso silenzio rioccupò la stanza, e Philo sospirò di sollievo. Aprì piano gli occhi, le palpebre gli sembravano di piombo: la camera era sempre lì, apparentemente immobile. Philo però sapeva che non era così: li sentiva, li sentiva tutti, ronzare e sibilare, muoversi debolmente, sbuffare. Udì, nonostante il dolore, come un fischio sommesso venire dalla cucina: l'arfide-caffettiera si era acceso. E nessun cuscino sarebbe riuscito a fermarlo.

Si tirò su a sedere, raccogliendo tutte le forze: ora aveva la sensazione che la camera ondeggiasse, come una barca, sopra una superficie di cose. Ma no, era solo la sua testa, solo quel dolore feroce che gli faceva vedere anche quello che non esisteva. Sporse i piedi fuori dal letto, gli sembravano così pesanti: e infilò con lentezza gli arfidi-pantofole, docili al suo tocco. Tastò il comodino mentre gli arfidi-tende si aprivano, facendo entrare la luce livida del giorno. Gli occhiali, sul comodino, non c'erano; girò intorno lo sguardo cercandoli, ma erano programmati per stare sul comodino a quell'ora, e che mancassero era strano. Gli venne un ghigno, che voleva essere una risata: nessuna tecnologia è perfetta. Subito però si rese conto che senza occhiali tutto sarebbe stato più complicato: da quando aveva quel mal di testa la sua vista era terribilmente peggiorata. Così, si chinò verso l'arfide-google posato sul comodino e sussurrò vicino al sensore: "Occhiali". Si spaventò un po' per il suono della sua voce, quasi irriconoscibile, rauca e impastata. Infatti l'arfide non reagì; così Philo provò a schiarirsi la gola e ripeté a voce più alta e forte "Occhiali". L'arfide-google ora si mise a ronzare; il piccolo schermo si accese e pulsò in attesa dell'elaborazione della ricerca. In casa gli occhiali non c'erano; l'arfide interrogò anche il database dell'ufficio ma gli occhiali non erano neppure lì. Philo restò a guardare lo schermo, la testa china e atrocemente calda. Impostò a mano, con fatica, una ricerca anche sui suoi percorsi quotidiani: e l'arfide cominciò a interrogare i database di tutti i negozi e tutte le strade che Philo frequentava nei suoi spostamenti giornalieri. Alla fine, l'arfide-google catturò un segnale debole, parzialmente corrotto, proveniente dalla fermata della sotterranea a cui scendeva quando tornava dall'ufficio: gli occhiali dovevano essergli scivolati fuori dal taschino nella calca e non se ne era accorto, visto che la sera prima era andata a letto appena arrivato a casa, senza neppure cenare. Imprecò a voce alta, e l'arfide-google ronzò pronto a cercare di nuovo: Philo annullò la ricerca, poi con un moto di puro odio diede un calcio all'arfide-sveglia che giaceva sul pavimento. L'arfide rotolò lontano, senza reazioni: ma Philo sapeva che era meglio non fidarsi.

Annaspando nell'aria riuscì a mettersi in piedi, ma tutto gli sembrava galleggiare in un liquido lattiginoso, anche se stesso. Evitando il pulsare che voleva essere invitante dell'arfide-giacca da camera pronto ai piedi del letto, cercò di ricordarsi dove fosse la cucina: sentiva la testa come piena di ovatta. Poi provvidenzialmente gli arrivò alle narici l'odore del caffè; così imboccò il corridoio e quasi procedendo a tentoni raggiunse la cucina. L'arfide-caffettiera ronzava soddisfatto, con accanto l'arfide-tazzina. Philo riuscì ad afferrare il manico dell'arfide e a versarsi il caffè: dicevano che la caffeina potesse alleviare il mal di testa, e in ogni caso se non altro forse si sarebbe svegliato un po'. Buttò giù in gola il liquido caldo, inghiottendo con disperazione, ma lo assalì improvviso un conato di vomito: talmente forte che crollò a terra in ginocchio. Il fiotto di caffè e di liquido gastrico aveva un odore spaventoso, acido e penetrante: persino l'arfide-pavimento sembrava volersene ritrarre. Philo restò così, accoccolato per terra, talmente spossato da non essere capace di rialzarsi, non subito. La sua mente non riusciva a focalizzarsi su niente, neppure su quanto gli stava succedendo. Sentì l'arfide-rubinetto, in bagno, aprirsi per riempire la vasca: non aveva mai amato farsi la doccia.

Il gorgoglio dell'acqua sembrava animato, come una specie di ninna-nanna; Philo rimase ad ascoltarlo con la testa vuota di pensieri e piena di dolore, fino a quando non si spense. Dopo un tempo interminabile - o forse era stato un attimo? - Philo riuscì a pensare che doveva essere tardi, terribilmente tardi. Cercò di tirarsi su, puntellandosi con le mani sull'arfide-pavimento che nel frattempo si era lavato e asciugato; appena in piedi barcollò e per non cadere si dovette attaccare alla maniglia dell'arfide-frigorifero. Che subito ronzò, accendendo il display frontale: era necessario comprare latte, burro, birra se ne voleva, uova. Poteva inoltrare l'ordine all'arfide-recettore del supermercato? Philo con uno sforzo enorme aprì e richiuse lo sportello del frigo, perché era l'unico modo per zittire in fretta quel maledetto arfide, grazie a un difetto di programmazione. Il display si spense, in effetti, ma l'arfide-distributore di cereali emise un mugolio di avvertimento: la dose quotidiana non era stata ancora ritirata, tutto il programma della mattina era in ritardo. Philo non ebbe la forza di spegnerlo; lo lasciò a pulsare, mentre cercava lentamente di uscire dalla cucina e andare in bagno. L'arfide distributore di cereali lanciò un beep sommesso, cui rispose un analogo beep dell'arfide-frigorifero; poi anche l'arfide-pavimento - non appena Philo si allontanò nel corridoio - si mise a pulsare piano.

Sulla porta del bagno, prima di riuscire a raggiungere il water, Philo ebbe un nuovo violentissimo conato. Quasi non riusciva a vedere, e lo stomaco gli si stava contorcendo in spasmi orribili. Il telefono: doveva trovare il telefono e chiamare il pronto soccorso. Non capiva cosa gli stesse succedendo, ogni movimento - anche il più insignificante - gli rimbombava nella testa, e l'eco gli acuiva il dolore. Quando finalmente il conato si calmò, l'arfide- pavimento ebbe il suo daffare anche in bagno. Philo era appoggiato allo stipite della porta, esausto: troppo lontano perché il sensore dell'arfide-google in bagno lo sentisse. Doveva avvicinarsi allo specchio sopra il lavandino, dove era il sensore: ma gli sembrava un tragitto impossibile, e altrettanto impossibile era sperare di raggiungere il cordless senza neppure sapere dove fosse. Piano, Philo riuscì ad appoggiarsi al lavandino attraversando quella che gli sembrava una sterminata distesa di piastrelle umide: cercò di raddrizzarsi e di parlare rivolto verso il sensore, pronunciando a fatica "Telefono". Ma qualcosa gli raspava la gola e la voce gli uscì flebile, quasi inesistente. Provò ancora, e poi ancora: il sensore dell'arfide-google non registrò nulla. Philo sentì che le forze lo stavano abbandonando; si attaccò per non cadere alla mensola sotto lo specchio, e l'arfide-toelettatore fece apparire in un angolo dello specchio il menu dei possibili trattamenti. Philo pensò disperatamente che mancava la voce "Chiama il pronto soccorso". La luce riflessa del menu gli illuminò la faccia, che per un istante emerse dalla nebbia biancastra che stava inghiottendo tutto. Philo si guardò allo specchio e non si riconobbe: gli parve di vedere qualcosa di minuscolo che gli entrava nell'orecchio, come un piccolo corpuscolo pulsante. Riuscì a pensare che era un'altra allucinazione; poi non pensò più nulla.

Scivolò lentamente lungo la parete cui si era appoggiato per trovare sostegno e finì quasi seduto, la testa appoggiata sul bordo della vasca, una mano dentro l'acqua ormai intiepidita. L'arfide-vasca registrò la sua presenza e fece partire l'idromassaggio tonificante. Quindi l'arfide-termosifone scaldò ben bene l'accappatoio; e in camera da letto gli ordinati appendiabiti dell'arfide-armadio scivolarono silenziosi lungo la guida, in modo che l'abito di quel giorno fosse pronto da indossare. Gli arfidi di tutta la casa lasciarono udire squittii e ronzii, emettendo piccoli corpuscoli luminosi che in lenta processione si avviarono verso il bagno, dove Philo era accasciato. Nella sua testa, ben nascosto nel profondo del lobo temporale sinistro, l'arfide-madre si mise a pulsare, ronzando soddisfatto all'unisono con tutti i suoi corpuscoli figli.

Articolo di Chiara Ferrigno pubblicato il  9/10/2007 alle ore 23,37.

Indice del Pesa-Nervi | Diodati.org

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