Il Pesa-Nervi

«Lei parla a vanvera, giovanotto!
No, penso a dei critici con la barba».

«Siamo qui a Dorondondario»

Il capitolo dedicato ai viaggi all'estero dei nostri politici, tratto da «Razza cafona», un celebre libro di inizio anni '90, oggi purtroppo dimenticato.

[La copertina del libro 'Razza cafona']Ho ritrovato di recente in un mercatino dell'usato un libro che, pubblicato nel 1993, suscitò all'epoca un più che giustificato scalpore. Si tratta di Razza cafona, sottotitolo: "Lussi, privilegi, vizi e debolezze dei potenti italiani". Scritto da Denise Pardo, una giornalista de L'espresso, il libro era una spietata critica dei vizi pubblici e privati della classe politica che governò l'Italia nei "rampanti" anni Ottanta del secolo scorso.

La casta di Rizzo e Stella non è insomma il primo libro sui cattivi costumi della politica italiana. Ma, mentre La casta parla molto più di numeri che di persone, Razza cafona si concentra solo ed esclusivamante sui comportamenti della nomenklatura di allora. Craxi e De Mita, in particolare, ne escono a pezzi.

Il capitolo che riporto di seguito è dedicato ai viaggi all'estero dei due potenti. Si apre con il resoconto di un celeberrimo viaggio di Stato in Cina, capitanato da un Craxi più sultano che presidente del consiglio. Seguono gli esilaranti viaggi di De Mita, anche lui all'epoca presidente del consiglio, in America e in Russia.

[Foto di Denise Pardo, tratta dalla quarta di copertina del libro]A confronto con il circo socialista in viaggio per la Cina, il recente giro turistico con aerei di Stato di Mastella al gran premio di formula 1 sbiadisce letteralmente. Insomma, forse oggi non siamo peggiori di ieri. La cosa veramente importante è non perdere la memoria storica del nostro passato. E, in questo, lo straordinario libro di Denise Pardo può sicuramente aiutarci.

Il testo che segue riporta le pagine 169-183 di Razza cafona (Pironti editore, Napoli 1993).

Viaggi all'estero

«Sono qui in Cina con Craxi e i suoi cari». La geniale battuta è di Giulio Andreotti, ministro degli Esteri, appena sceso dal jumbo dell'Alitalia noleggiato per l'occasione. Con questa frase apparentemente innocente, Andreotti riassume quella che doveva essere una rigorosa visita di Stato, il primo viaggio in Cina di un presidente del Consiglio italiano. È una delle battute più sottili e più azzeccate sull'atmosfera rampante degli anni Ottanta.

All'aeroporto di Pechino, il 29 ottobre 1986, accanto a un Andreotti piccolo e vestito di scuro, con cinque persone al seguito, e a sua moglie Livia in cappottino con misero accenno di pelliccia sul collo, si materializza una folla variopinta e vociante che circonda Bettino Craxi e sua moglie Anna. Craxi di fronte ai cinesi sembra un incombente Gulliver.

I "cari di Craxi" sono cinquantadue persone. Il presidente del Consiglio è il Brancaleone di un'armata a dir poco bislacca. Oltre alla moglie Anna, ci sono i figli Stefania e Bobo, che è accompagnato da Francesca Frassineto, la sua fidanzata. Craxi spiegherà: «Bobo non venne in un precedente viaggio per punizione: era stato bocciato. Questa volta non potevo rifiutarglielo». Come dare torto al cuore di un padre?

Seguono a rispettosa distanza Enza Tomaselli, la segretaria di Milano, e Serenella Carloni, la segretaria di Roma: che non si dica mai più che Craxi è incline ai favoritismi. Scende le scalette dell'aereo anche il fedele autista Nicola, fatto passare per un componente della scorta. D'altronde Craxi si fida solo della sua guida. Escono dalla pancia del jumbo con l'aria grave di chi ha gia molto da fare il portavoce Gastone Alecci e il portaborse-segretario particolare Cornelio Brandini.

I coniugi Carlo e Marina Ripa di Meana si agitano festosi: non sono qui tanto per fare. Craxi li ha invitati per seri motivi: «Marina c'è perché è sposata con Carlo, che non poteva mancare: nel 1958 feci con lui il viaggio clandestino in Cina».

C'è una spiegazione a tutto, anche all'apparire della signorina Ludovica Barassi, compagna del delfino Claudio Martelli. Nell'elenco ufficiale e registrata come la Federico Fellini del presidente del Consiglio. Craxi precisa a scanso di equivoci: «Ludovica aveva il desiderio di filmare la Cina». Giusto, bisogna stimolare gli hobby delle fidanzate degli amici.

Sorridono orgogliosi il presidente della Banca NazionaIe del Lavoro, Nerio Nesi, il sindaco di Venezia, Nereo Laroni, il sovrintendente della Scala di Milano, Carlo Maria Badini, e la senatrice Margherita Boniver (nella lista dei partecipanti appare come senatrice ma non lo è ancora). Che ci fanno questi signori sul suolo di Pechino? Elementare: il «Nesi è venuto perché la sua banca ha i maggiori rapporti con il celeste impero», spiega Craxi. «Badini aveva dato una mano ai cinesi per l'apertura dell'Opera di Pechino e Laroni è qui in rappresentanza del viaggio che Marco Polo fece 7000 anni fa». Gesù, che fantasia.

Scatta come un pazzo le fotografie dell'arrivo a Pechino Umberto Cicconi, paparazzo ufficiale di Craxi: Bobo diventerà suo cognato perché sposera poi Scintilla Cicconi (giusto nome per la sorella di un fotografo).

Cicconi è l'unico ad avere l'onore di immortalare Craxi al di fuori dall'ufficialità. Nel mondo dei fotoreporter è un'autorità. Decide lui quali fotografi possono avere il privilegio di seguire il leader socialista. Per entrare in questo Olimpo bisogna dimostrare di non aver mai fotografato Craxi dall'alto in basso: cioè dalla pelata in giù. Cicconi è un tipetto sbrigativo che non si fa intimidire dai grandi della terra. In un viaggio ufficiale in America disse al presidente degli Stati Uniti (che tanto non poteva capire) : «A' Reagan, spostate un po', che me viè male la foto» (Cicconi è di Ostia).

In Cina si darà parecchio da fare anche perché la visita diventerà l'argomento di un libro. Sarà stampato a spese del servizio Informazione, editoria e proprietà letterarie della presidenza del Consiglio, diretto da Stefano Rolando, che non manca all'appello di Pechino.

Il jumbo, oltre a fare da tappeto volante all'armata craxiana, svolge la funzione di cargo gastronomico: arrivano in Cina anche un quintale di tortellini (Fini), centinaia di cotolette panate, migliaia di grissini, pomodori, piante di basilico e bottiglie di spumante (Ferrari). Serviranno per un pranzo, volutamente milanese, all'ambasciata di Pechino.

Già in volo si era capito che aria avrebbe tirato durante il viaggio. Il primo segnale lo dà Bettino. Come sempre quando mette "piede" in aereo, si libera immediatamente delle scarpe con un poderoso calcio.

Poi tutte Ie signore del seguito socialista capitanate da Marina Ripa di Meana, sotto lo sguardo inorridito di Livia Andreotti, cominciano a spalmarsi in faccia un intruglio a base di yogurt che idrata la pelle e combatte Ie rughe. Dopo aver curato il viso c'e da pensare al corpo.

Marina Ripa di Meana in tuta da jogging si stende per terra e comincia a concentrarsi nei difficili esercizi di ginnastica per gli addominali ovvero per la pancia. La signora Andreotti si spiaccica contro il sedile per scansare il piedino di Marina che a intervalli costanti Ie arriva giusto sotto al naso. Finalmente si arriva a Pechino, avrà pensato la signora Livia al momento dell'atterraggio.

A Pechino cominciano Ie visite turistiche ufficiali rese ancor più rigorose del solito dalla nota cerimoniosità cinese. Gli "illustli e onolevoli amici italiani" sono circondati da nugoli di guardie cinesi dei servizi di sicurezza. Essi faranno essenzialmente da balia alla signorina Ludovica Barassi, totalmente incurante che i controlli e Ie ragioni di protocollo impongono norme rigidissime.

Se la delegazione gira a destra, la Barassi punta a sinistra. Se la delegazione si ferma, lei inesorabilmente avanza: la Barassi appartiene a quel genere di cineamatore che filma per ore una pietra del Colosseo e si dimentica poi di filmare tutto il monumento.

Alla fine, durante la visita alIa Città Proibita, dopo che metà pomeriggio passa nel tentativo di ritrovare "la Ludovica", e migliaia di cinesi aspettano che, dopo la visita ufficiale, i portoni della Città Proibita si spalanchino anche per loro, Barassi viene pregata di non abbandonare più il corteo. Lei non nasconde un certo disappunto.

Anche le serate registrano momenti di tensione. II cenone alIa residenza diplomatica italiana diventa un dramma: l'ambasciatore Marras è costretto a fare una specie di trasloco dei mobili per riuscire a ospitare l'immensa schiera di ospiti. Stefano Rolando arriva al ricevimento travestito da "guardia rossa". I cinesi fanno finta di non vedere che la loro divisa è vista dagli italiani come una maschera di Carnevale. AlIa cena ufficiale del primo ministro Zhao Ziyang, Marina Ripa di Meana scuote l'impassibilita cinese: si presenta con un abito di lamé verde con spacco chilometrico.

È al ritorno alIa residenza per gli ospiti di Stato Diaoyutai che rischia di scoppiare un incidente diplomatico. Marina e Carlo Ripa di Meana rincasano dopo la cena ufficiale nella villa n. 2 stanza 72. La signora va in bagno per Ie complicate operazioni di strucco. Si piega suI cestino della carta straccia dove prima di uscire aveva nascosto, tra «cotone inzuppato di latte detergente e pulisci orecchie usati» (la descrizione è sua), la borsa piena di gioielli, e non la trova: il cestino è pulito.

Carlo Ripa di Meana si precipita dalla governante e dal portiere di notte che gli dicono di non saperne niente e che la spazzatura viene smistata nella centrale dei rifiuti della "glande Pechino".

Il nostro commissario a Bruxelles si trasforma in uno shuttle e si precipita nella villa n. 18 dove Craxi sta chiacchierando con Gennaro Acquaviva e Cornelio Brandini. AlIa notizia della sparizione dei gioielli, il Grande Capo si lascia andare a un: «Andiamo bene...».

Arriva un colonnello della polizia cinese. La signora Ripa di Meana, non potendo confessargli che non si fida dei camerieri cinesi, neanche di quelli reclutati per gli ospiti di una delegazione ufficiale (come se, in Italia, un ospite di Stato dubitasse dell'onestà della staff del Quirinale), spiega che ha l'abitudine di appoggiare i suoi gioielli nel cestino della carta straccia. Il colonnello prima viene scosso da una risata isterica, poi capisce quello che la signora non puo ammettere e, in un lampo, diventa glaciale. E annuncia che farà svegliare tutti.

Facchini, cuochi, camerieri vengono interrogati mentre un plotone di spazzini fruga nelle immondizie della città. AIle tre di notte i gioielli ritornano in possesso della loro padrona, che si sciroppa con aria insonnolita una predica severissima del colonnello dei servizi segreti.

Al momento dei saluti, i dignitari della Repubblica popolare cinese si dimenticheranno, per una strana svista, di porgere la mano alla moglie del commissario italiano Cee a Bruxelles.

A metà del viaggio, Bettino Craxi viene folgorato da una ispirazione: perche sprecare altro tempo in Cina? Non varrebbe invece la pena di vagabondare in giro per l'Asia? Per non sollevare polemiche evita, però, di requisire un altro aereo dell'Alitalia. Fa di peggio: si fa arrivare un piccolo jet militare da Roma.

Craxi e i suoi cari vanno a Hong Kong, dove fanno incetta di tovaglie ricamate, di hi-fi e di orologi d'oro a metà prezzo. Poi si concedono una puntata ai casino di Macao, prima di andare a far visita ad Antonio, il fratello di Craxi. Sta a Puttaparthi, in India, in un ashram a meditare sotto la guida spirituale del santone Sai Baba.

Naturalmente il guru riceve Craxi con tutti gli onori e tanto per fargli capire con chi ha a che fare gli materializza là per là polvere e oro. Craxi lo interroga a lungo suI futuro. Sai Baba gli risponde con incomprensibili vaticini che tutti fanno finta di capire benissimo.

Al ritorno in patria, scoppia il caso. Non tutti sono d'accordo che a rappresentare l'Italia in giro per il mondo sia quell'armata craxiana, né che i viaggi di Stato diventino allegre gite sociali.

Tra le vive proteste, c'è una voce che si alza in difesa del viaggio. Certo, non è fra Ie più salomoniche dato che è quella di Marina Ripa di Meana. Punta nel vivo, decide di aiutare il Capo di suo marito Carlo e scende in campo per smascherare quella che chiama «una congiura di frustrati».

E ne fa una questione sociale: «II casino che si è scatenato suI nostro viaggio in Cina nasce da un gruppo di giornalisti frustrati che erano sbattuti in fondo all'aereo in classe economica. Dormivano in brutti albergacci e non partecipavano agli incontri più interessanti. Insomma: gente che se la passava proprio male è che non ha mai saputo godersi la vita. Ecco perche questi signori hanno inventato una polemica squallida e meschina».

* * *

«Siamo qui a Dorondondario». Margaret Thatcher fa un balzo sulla sedia e comincia a trafficare con il suo auricolare. L'interprete messo a disposizione dei canadesi fa una pausa di stupefatto silenzio: cosa sarà mai "Dorondondario", uno scioglilingua italiano? È l'annuale vertice dei capi dei sette maggiori Paesi industrializzati del 19 giugno del 1986, a Toronto nell'Ontario. Ciriaco De Mita inizia cosi il suo discorso.

L'indomani il New York Times esprime alcune considerazioni suI premier italiano: «Ciriaco De Mita che non aveva detto niente per alcune sedute e aveva scoperto poi, una volta entrato nel dialogo, che gli altri leader capivano ben poco di quel che diceva». I collaboratori di De Mita fanno girare la voce che in realtà queste sono tutte maldicenze, messe in giro dalla Thatcher in preda a una crisi di invidia per il successo del nostro presidente.

In verità, almeno da quello che riportano i giornali canadesi, la vera star del viaggio è invece la figlia del presidente, miss Antonia De Mita, che in valigia ha stipato la collezione delle sue più belle e più ascellari minigonne. I giornalisti canadesi si dilungano molto di più sulla lunghezza delle sue gambe e suI suo procace sex-appeal che sui contenuti politici di suo padre. Ciriaco che stravede per la figlia, gongola della sua popolarità, appagato dagli onori che ha appena ricevuto durante il viaggio negli Stati Uniti, visitati prima di approdare a Toronto.

Siamo nel periodo di maggior splendore per De Mita. È segretario della Democrazia cristiana e presidente del Consiglio: uno solo fra i suoi colleghi di partito, cioè Amintore II Fanfani, godette come lui di tanto potere. È con questo stato d'animo che parte, prima alIa volta di Washington, poi di Toronto, accompagnato dalla moglie Anna Maria, dalla figlia Antonia e dall'impressionante numero di valigie delle stesse.

Da Palazzo Chigi nessuno aveva avvertito gli americani che il presidente del Consiglio sarebbe arrivato con la figlia. All'arrivo a Washington, gli addetti del cerimoniale, all'ultimo minuto, avevano dovuto sfogliare l'agendina per trovarIe delle chaperon della sua età.

In America l'accoglienza è calorosissima. De Mita porta in regalo a Ronald Reagan l'accordo per parcheggiare in Calabria lo stormo di aerei F16, sfrattati, invece, dalla Spagna. Ciriaco seduto nella Sala Ovale della Casa Bianca ha l'aria di chi si sente finalmente l'uomo giusto seduto al posta giusto. Questa sì che è vita, penserà facendo il paragone con Ie piccinerie della sua Italia. A pochi metri di distanza, Anna Maria e Antonia fanno il giro della Casa Bianca: aspettando che papà ritorni, Antonia è indaffaratissima a tirare giù il più decentemente possibile la sua minigonna che su quello scivoloso divanetto di Franklin Delano Roosevelt non fa che salire.

A Firenze House, residenza dell'ambasciatore d'Italia Rinaldo Petrignani, nel frattempo, si svolgono i preparativi per il cocktail previsto per la sera. Nonostante i nuvoloni neri che si scaricheranno in un temporale quasi invernale, Petrignani è cosi felice che quasi fischietterebbe, se mai un importante ambasciatore si potesse permettere di fischiare. E molto soddisfatto perché il solito accorgimento ha funzionato come sempre.

Quando Ciriaco ha visto sulla consolIe dell'ingresso dell'ambasciata una sua gigantografia in prima fila fra Ie foto dei personaggi più potenti del mondo, è stato talmente contento che con lui è tutto un: «Mio caro Petrignani». L'ambasciatore usa la stessa tecnica per tutti: anche Craxi ne è stato particolarmente lusingato.

Una sera i Reagan, per fare piacere ai De Mita, raccontano che sono entusiasti di un ristorante abruzzese di Washington e Ii esortano ad andare. Ma i De Mita, con aria blasé, rispondono più o meno che sono stanchi dei cibi rozzi della provincia italiana e che preferiscono di gran lunga la cucina americana.

Dopo ricevimenti, pranzi ufficiali, incontri con democratici e repubblicani, con il vicepresidente George Bush, il ministro degli Esteri George Shultz e quello del Tesoro James Baker, è la visita al cimitero di Arlington, dove Antonia, come al solito è arrivata praticamente in body, De Mita si concede due giomi di riposo. E il 18 giugno parte per il New England, per riposarsi prima del vertice di Toronto.

La destinazione è Bar Harbor, un posto di ville, aragoste e ricconi sulla Mount Desert Island, una delle mete di villeggiatura più esclusive e sofisticate d'America. Per i De Mita è stata affittata una villa coloniale in stile georgiano a pochi metri dall'oceano Atlantico. A disposizione anche un panfilo che non verrà mai usato a causa del maltempo.

In questa quiete assoluta Ciriaco si mette completamente in libertà, cioè indossa gli indumenti più vecchi che ha e ai piedi si infila Ie ciabatte da casa. Così si presenta per una chiacchierata con i giornalisti italiani al seguito. È talmente rilassato da cominciare a inveire contro l'ltalia: «Qui ho ritrovato il gusto di far politica alIa grande, altro che meschinità italiane». Si dilunga sui bei palazzi, sulle belle strade, e suI fatto che i senatori sono «pochi, competenti e impegnati».

Piccolo dettaglio: 24 ore prima tutti i giornali americani avevano rivelato l'ennesimo scandalo del Pentagono con tanto di bustarelle elargite a alcuni senatori.

Mentre Ciriaco si sta scavando una bella fossa con le mani (Ie sue considerazioni riportate fedelmente sui giornali non faranno un gran piacere in Patria) e soprattutto sta dando un bel contributo all'immagine italiana all'estero, la signora Anna Maria e Antonia decidono di andare a fare shopping in Mount Desert Street. Obiettivo del raid il famoso emporio delle Timberland. Una scoperta entusiasmante: nessuno Ie aveva avvertite che Ie scarpe erano a metà prezzo.

Nel giro di un'ora il negozio sembra essere stato preso d'assalto dagli indiani Abenaki quando sono particolarmente nervosi. I commessi pensano di trovarsi davanti a una coppia di feticiste maniache delle estremità umane.

All'uscita dall'emporio, la first lady e la figlia della first lady sono seppellite da una pila di scatole di scarpe. Dietro a loro gli agenti di scorta dei servizi segreti, abituati a scovare spie sovietiche e agenti iracheni dietro le sembianze di scoiattoli e sotto Ie pellicce delle donnole, arrancano sotto il peso del futuro guardaroba calzaturiero di mezza Nusco.

Ciriaco Ie aspetta in ciabatte nella veranda della villa e, riconoscendo dietro Ie scatole Ie sembianze di moglie e figlia, dice, ormai invano: «Mi raccomando, non facciamo spese inutili».

Sei mesi dopo, a dicembre, Ciriaco De Mita toma negli Stati Uniti, dove si sente ormai quasi come a Nusco. Quasi, perché c'è sempre il problema della lingua. Questa volta lascia a casa Ie donne, e come dama di compagnia sceglie il figlio Giuseppe (pagandogli di tasca propria il biglietto). La scusa ufficiale del viaggio è la celebrazione dei 40 anni del piano Marshall, ma sotto sotto De Mita si prepara a dire addio a Reagan e "congratulazioni" al nuovo presidente George Bush.

Il viaggio in aereo in top class passa (è il caso di dirlo) volando, grazie al vicepresidente dell'ltalstat, Stefano Melpignano, un vero campione di tressette, che in America starà a disposizione giorno e notte semmai a De Mita pungesse vaghezza di uno scopone o di una briscola. Giocano per ore sotto gli occhi di un giapponese in pigiama, unico estraneo all'entourage di De Mita, mentre Romano Prodi, presidente dell'Iri, e Fabiano Fabiani, top manager di Finmeccanica, dormivano della grossa.

Nel mezzo del volo il comandante sveglia tutti i passeggeri per dare un clamoroso annuncio. Nello stupore generale degli italiani in viaggio per Los Angeles si viene a sapere che la squadra di Avellino, di cui Ciriaco è ovviamente tifoso, ha vinto una partita del campionato di calcio. Il tono del comandante è trionfalistico. Siccome la notizia non viene tradotta anche in inglese, la metà anglofona dell'aereo aspetta invano una traduzione. Il comandante evita di dare la notizia anche agli abitanti di Santa Monica e di Malibu. I suddetti, pero, assaltano Ie hostess chiedendo spiegazioni. Le hostess non sanno che pesci prendere.

Ma lassù, in top class, è festa grande. Reso bonario dalle carte e da questa lieta novella calcistica, Ciriaco decide di lanciare una polpetta ai giornalisti: scende la scaletta della top class e chiacchiera con loro in babbucce da notte.

A Los Angeles lo accoglie il solito ambasciatore Petrignani. Il quale vorrebbe ricordare che "ambasciator non porta pena", ma capisce che non è il caso. Ciriaco è stato avvertito che il curriculum distribuito dal console di Los Angeles Alberto Boniver, fratello di Margherita, non è un capolavoro di pubbliche relazioni internazionali. Il presidente del Consiglio viene descritto come un provinciale ossessionato dal tressette e, politicamente, come un ostaggio di Bettino Craxi. De Mita pensa subito a un complotto socialista. La risposta laconica ma esauriente di Petrignani e: «Ho gia fatto un cazziatone a Boniver».

Al controllo doganale il senatore ottuagenario Mario Ferrari Aggradi, che fa parte del seguito di De Mita, cerca di non fare la fila. Prova il gran colpo e tenta di sorpassare tre persone. Un doganiere non lo afferra per Ie orecchie solo per rispetto alla sua testa canuta. Ma gli ingiunge di ritornare sui suoi passi.

Giuseppe De Mita, terrorizzato di dover fare anche lui la fila come un comune mortale, si attacca come una sanguisuga al braccio del padre. E cominciando a gesticolare nella più pura tradizione meridionale urla, indicando con il dito prima se stesso e poi suo padre con aria ammiccante: «The son, the son».

* * *

Le premières dell'atelier del sarto d'alta moda Fausto Sarli quel mercoledi 12 ottobre 1988 se lo ricorderanno per un bel pezzo.

Scomparso l'ultimo lembo dell'ultimo abito da consegnare alla signora Anna Maria De Mita, le premières improvvisamente risentono cinguettare gli uccellini, si accorgono che il cielo è azzurro e che finalmente la sera non dovranno fare gli straordinari. Sembrano sopravvissute a un ciclone.

Il ciclone, in arte Anna Maria De Mita, è soddisfatta: sta preparando Ie valigie per accompagnare Ciriaco a Mosca, presente la crema dell'imprenditoria, da Agnelli in giù, per l'inaugurazione della mostra "ltalia 2000" organizzata dall'Ice, e soprattutto per conoscere la coppia più amata del mondo: Michail e Raissa Gorbaciov.

Andare a Mosca lusinga molto Anna Maria: è convinta che saprà arrivare al cuore di Raissa. Mostrerà a Mrs Reagan (con cui la Gorbaciova non ha legato molto) come deve comportarsi una first lady.

C'era stato un momento in cui il viaggio aveva avuto qualche probabilità di essere annullato, per il problema dell'abolizione del voto segreto alla Camera dei deputati. Andreotti era apparso al Tg3 da New York, dove si trovava per l'assemblea generale dell'Onu, per ripetere che il voto segreto è come un estintore e puo tornare sempre utile.

Il presidente del Consiglio, cioè suo marito, seduto davanti al televisore, aveva emesso un ruggito. Anna Maria gli si era avvicinata come una mogliettina ansiosa per chiedergli: «Non è che questa ci fa saltare il nostro prossimo viaggio a Mosca?». Addio sogni suI Cremlino, sulla piazza Rossa e suI Bolscioi. E poi chi ce l'ha il coraggio di dirlo al sarto Sarli?

Paure inutili. Il 13 ottobre partono dall'ltalia quattro aerei dell'aeronautica militare. Nel primo ci sono i De Mita con il figlio Giuseppe, il capo di Gabinetto Andrea Manzella con moglie spagnola Montserrat, il capo della segreteria Giuseppe Sangiorgi e Enrico Oliviero, fotografo del presidente. Negli altri, mischiati alla rinfusa, Franco Carraro, Romano Prodi, Franco Reviglio, Sergio Pininfarina e Ettore Bernabei.

I piloti hanno l'ordine di andarci piano con gli atterraggi e i decolli, per evitare disastri alle casse del vino Mastroberardino di Atripalda (Avellino), passione di Ciriaco De Mita. Quando lo offrirà a Gorbaciov dirà: «In Campania produciamo ottimo vino e democristiani d'annata».

I sogni di Anna Maria si avverano. Kuriaco, chiamato cosi al telegiornale sovietico Vremia, viene covato amorevolmente dagli occhi di Gorbaciov per cui rappresenta la gallina dalle uova d'oro. De Mita è il simbolo dei capitalisti italiani e dei possibili investimenti miliardari nella Russia in preda a gravissimi problemi.

Raissa e Anna Maria sembrano conoscersi da un secolo. La Gorbaciova si conquista la riconoscenza eterna di Anna Maria quando Ie fa i complimenti su Peppino e Ie dice di trovarlo un po' troppo gracile. L'impressione di Raissa è dettata anche dal fatto che la "creatura" (è mamma a chiamarlo cosi) se ne sta sempre rannicchiato un po' in disparte con un'aria che in verità potrebbe essere timida ma anche di chi si sta annoiando a morte.

Non è il pericolo che corre Anna Maria. Le sembra invece di vivere un film. È davvero lei, Anna Maria Scarinzi in De Mita, quella donna bella, elegante e fiera che tutti vengono a omaggiare? Si chiede tra sé: è proprio la mano dell'ex segretaria di Fiorentino Sullo che i grandi dell'Italia stanno baciando nella cornice della Krasnja Presnia, il quartiere fieristico sulla Moscova che ospita la mostra "Italia 2000"?

Anna Maria non è mai stata cosi regale e cosi condiscendente, si muove al rallentatore perché ogni gesto sia perfetto. Spera che tutti notino quanto è brava a fare la first lady.

Mentre sempre più languidamente e con un sorriso gentile ma impenetrabile alza il braccio per un saluto, Ie dicono che è arrivato il momento della foto ufficiale con i Gorbaciov. In un attimo, Anna Maria si dimentica del baciamano e della sua imitazione della regina Elisabetta, si mette Ie braccia sui fianchi e comincia a gesticolare freneticamente, urlando come se la stessero scuoiando: «Peppì, Peppì, viè qua che ci facciamo 'na foto coi Gorbaciov».

È stato più forte di lei: un conto è essere la first lady a centinaia di chilometri da casa, dove nessuno può vederti, altra cosa è poter tornare a casa con la foto. Roba da far morire d'invidia tutta Nusco.

Peppino decide che è arrivato il momento di andarsene. Si è pure concesso per la foto con la coppia Gorby, cosa si può volere di più da lui? All'ingresso della fiera trova Ie tre limousine nere a disposizione degli ospiti italiani: una è del presidente del Consiglio De Mita, l'altra del ministro degli Esteri Giulio Andreotti e la terza per i capi di Gabinetto e i collaboratori di De Mita.

Peppino non ha un attimo di esitazione. Non può togliere la macchina né a papà né ai collaboratori di papà, e si infila sulla Zil nera di Andreotti. Quando arriverà il ministro degli Esteri gli verrà detto, con grande imbarazzo, che purtroppo non ha più la macchina.

E ci vorra un po' di tempo prima che i russi trovino un'altra limousine. Andreotti l'aspetterà senza dire una parola di protesta. In compenso Peppino fara sapere che si è goduto un bellissimo giro della citta.

Mentre Peppino visita la città con la macchina di Giulio Andreotti, si inaugura la mostra "Italia 2000". Quando la banda comincia a suonare l'inno sovietico, Anna Maria approfitta dell'occasione e, finalmente vicina al marito, protende il collo modello giraffa e parla a lungo nell'orecchio di De Mita, irrigidito dal disagio e terrorizzato che Gorbaciov si offenda.

I De Mita e i Gorbaciov cominciano a passare in rassegna gli stand degli espositori. Quelli delle concerie di Sofra (Avellino) urlano: «Ciriaco, fermati qui». Da un gruppo di delegati si alza un grido «Viva Avellino». Anna Maria freme visibilmente di gioia e risponde con un altro grido dimentica di Gorbaciov e del fatto che lei e la first lady italiana.

La calca diventa terribile perché ogni espositore tenta fisicamente di trascinare De Mita nel proprio stand. Etichetta e protocollo vanno a farsi benedire. I poliziotti tentano di riportare la calma e sferrano cazzotti. Viene colpito il ministro del Commercio per l'estero Renato Ruggiero, mentre Romano Prodi usa il corpo di De Mita come scudo. Gorbaciov resta impassibile, un vago sorrisetto sulla bocca.

La sera è prevista una cenetta intima per quattro nella dacia presidenziale, a qualche chilometro da Mosca. Per Anna Maria è il trionfo: racconta a Raissa i problemi che crea la servitù italiana, Ie gioie e i dolori che procurano i figli, insomma fa un quadro particolareggiato del suo menage domestico. Raissa sembra rapita, ma probabilmente pensa ad altro.

La conversazione scivola sempre più suI personale. Raissa confida che lei e Michail non solo sono amanti di musica lirica e che passano ore ascoltando i dischi di Caruso e Di Stefano, ma che la loro vera passione è per Ie canzoni napoletane.

Ciriaco si trattiene dall'abbracciare Gorbaciov. Anna Maria si illumina e confessa con aria timida che la loro canzone, quella di lei e Ciriaco, è Voce 'e notte. Confidenza per confidenza, i coniugi Gorbaciov dicono che la loro è 0 sole mio. L'atmosfera si fa sempre più amichevole.

Al ritomo a Mosca, Ciriaco e Michail salgono su una limousine, Raissa e Anna Maria su un'altra. Nella Zil presidenziale nera silenziosissima, Ciriaco comincia pianissimo a intonare le note di 0 sole mio. Gorbaciov sorprendentemente intonato, in un napoletano terribile, lo imita. Dapprima piano piano poi sempre più forte, uno dei due uomini più importanti del mondo e il presidente del Consiglio italiano si mettono a cantare a squarciagola mentre dai finestrini scorre lo sfondo delle luci del Cremlino e della Mosca nottuma.

Ciriaco confesserà che questo è state uno dei momenti più emozionanti della sua vita, pari solo al giorno in cui sua figlia Floriana gli ha dedicato una poesia scritta da lei.

La sera dopo sono tutti al Bolscioi. Anna Maria ha la sventura di presentarsi con un abito dello stesso rosso dei drappeggi e del palco del teatro, per cui da lontano sembra navigare nel nulla, perché se ne vede solo il viso. Ciriaco che riconosce ormai in Gorbaciov un fratello, vuole far suonare a sorpresa 0 sole mio. Per fortuna, l'orchestra del Bolscioi non ha lo spartito, perche sarebbe stato imbarazzante per Gorbaciov dare delle spiegazioni.

L'ultimo giorno De Mita chiede di poter assistere alIa messa nell'unica chiesa cattolica di Mosca, San Luigi dei Francesi. Per lui la messa viene spostata alle nove e l'ingresso verrà proibito ai fedeli. De Mita arriva alle nove e trentacinque, e si trattiene in chiesa solo dieci minuti perché lo aspettano al Cremlino. Il prete che ha preparato un discorso e privato i fedeli della funzione rimane con un palmo di naso.

Gira la voce che il ritardo sia dovuto a Peppino. Peppino, sciagurato, facendosi la barba si è tagliato con il rasoio e mamma Anna Maria, immensamente preoccupata, non se l'e sentita di uscire fino a quando l'emorragia (un taglietto da due millimetri) non è stata bloccata.

Commenti dei lettori

  1. Commento di antonella - 24/11/2007 ore 1,59

    Sconvolgente! Mi fanno vergognare di essere italiana!
  2. Commento di viviana - 4/12/2007 ore 20,25

    esilarante e triste. Come troppe cose italiane, da troppo tempo.
  3. Commento di La pulce d'acqua - 13/10/2008 ore 21,07

    Molto interessante, ovviamente nell'ambito del discorso, il libro pure del 1991 "Scusate ho il patè d'animo" di Quaranta.
  4. Commento di Michele Diodati - 14/10/2008 ore 8,49

    Sì, l'ho letto. E' una divertente, e per certi versi incredibile, raccolta di strafalcioni dei politici. Temo purtroppo che gli attuali parlamentari non abbiano però nulla da invidiare, quanto a ignoranza, alla vecchia classe politica...

    Ciao,
    Michele

Articolo di Michele Diodati pubblicato il  4/11/2007 alle ore 15,39.

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