Il Pesa-Nervi

«Lei parla a vanvera, giovanotto!
No, penso a dei critici con la barba».

Il papa alla Sapienza o la sapienza del papa

Docenti e studenti del principale ateneo romano contrari a che Benedetto XVI inauguri l'anno accademico 2007-2008.

[La statua di Minerva all'ingresso de 'La Sapienza', da http://www.flickr.com/photos/enemiguito/1146898492/.]Alcuni giornali, tra cui Il Manifesto e la Repubblica, hanno dato spazio di recente alle proteste di docenti e studenti contro la decisione del rettore dell'Università La Sapienza di Roma di invitare papa Benedetto XVI a tenere, il 17 gennaio prossimo, una lectio magistralis per l'inaugurazione dell'anno accademico 2007-2008.

In seguito alle vibrate proteste ricevute, il rettore ha cambiato solo moderatamente il programma della giornata, affidando la lectio magistralis non più a Benedetto XVI, ma a un professore di storia del diritto. Ecco la replica del rettore e il nuovo programma della giornata, secondo la Repubblica:

La risposta del rettore Guarini? Un invito alla tolleranza e nessuna marcia indietro. "Al di là delle divergenze di opinioni - dice - bisogna accogliere Benedetto XVI come un uomo di grande cultura e di profondo pensiero filosofico, come messaggero di pace e di quei valori etici che tutti condividiamo". Così la cerimonia è stata confermata, e sarà divisa in due parti: la lectio magistralis tenuta da Mario Caravale, docente di storia del diritto, che parlerà della pena di morte, poi gli interventi del ministro dell'Università Fabio Mussi e del sindaco di Roma Walter Veltroni. Poi il discorso di Benedetto XVI. Alla fine, tutti in cappella.

E alla fine tutti in cappella...

Non posso che essere pienamente d'accordo con la protesta che docenti e studenti hanno inviato al rettore e agli organi di stampa.

La questione è che la scienza non può e non deve essere ricondotta sotto l'ombrello della religione, neppure se questa religione è quella fede cattolica da cui, volenti o nolenti, tutti gli italiani vengono permeati fin dalla nascita.

Non è un problema di tolleranza, come vuole lasciar intendere il rettore. Il problema è che scienza e fede sono proprio inconciliabili, a dispetto di quanto si affanna a sostenere il papa, seguito da tutti coloro che, per semplicità di pensiero o per cinico calcolo, si prodigano nell'esaltare le insondabili profondità di sapienza a cui attinge il "papa teologo".

Tutte le affermazioni di Benedetto XVI che mi è capitato di leggere, in cui affronta il problema del rapporto tra fede e scienza e i presunti limiti di quest'ultima, sono o paralogismi, cioè ragionamenti falsamente veritieri, o manifeste prese di posizione dogmatiche: in sostanza, l'antitesi del metodo su cui si basa la scienza.

Prendiamo per esempio questo brano tratto dall'ultima enciclica del papa (Spe Salvi, paragrafo 23. Ma avrei potuto portare anche altri esempi):

Sì, la ragione è il grande dono di Dio all'uomo, e la vittoria della ragione sull'irrazionalità è anche uno scopo della fede cristiana. Ma quand'è che la ragione domina veramente? Quando si è staccata da Dio? Quando è diventata cieca per Dio? La ragione del potere e del fare è già la ragione intera? Se il progresso per essere progresso ha bisogno della crescita morale dell'umanità, allora la ragione del potere e del fare deve altrettanto urgentemente essere integrata mediante l'apertura della ragione alle forze salvifiche della fede, al discernimento tra bene e male. Solo così diventa una ragione veramente umana. Diventa umana solo se è in grado di indicare la strada alla volontà, e di questo è capace solo se guarda oltre se stessa. In caso contrario la situazione dell'uomo, nello squilibrio tra capacità materiale e mancanza di giudizio del cuore, diventa una minaccia per lui e per il creato. Così in tema di libertà, bisogna ricordare che la libertà umana richiede sempre un concorso di varie libertà. Questo concorso, tuttavia, non può riuscire, se non è determinato da un comune intrinseco criterio di misura, che è fondamento e meta della nostra libertà. Diciamolo ora in modo molto semplice: l'uomo ha bisogno di Dio, altrimenti resta privo di speranza.

Sono i soliti artifici retorici del discorso religioso: una finta concatenazione logica di conseguenze derivanti da cause che non possono essere dimostrate. Soprattutto, un mischiare insieme fattori che possono, e dovrebbero, invece essere distinti. Il brano citato, per esempio, fa derivare l'etica, o meglio l'unica nozione valida possibile di 'bene', dalla religione (e, implicitamente, dalla variante cattolica cristiana della religione). Sembra voler dire Benedetto XVI: non c'è possibilità di orientare il progresso, garantito dalle scienze, verso il bene, se l'uomo non si affida consapevolmente a una forza superiore, "geneticamente" al di là di ogni possibile progresso della scienza; questa forza è Dio, o meglio la fede in Dio.

Non è questo - mi pare evidente - il modo di procedere della scienza, quel modo a cui dovrebbero ispirarsi studenti e docenti de La Sapienza.

La scienza, prima di saltare alle conclusioni ("l'uomo ha bisogno di Dio"), richiede di dare un senso concreto e verificabile alle parole: partirebbe, per esempio, da definizioni provvisorie di 'Dio', 'scienza', 'ragione', 'libertà', 'etica', 'bene' e 'male', per poi investigare con metodo, possibilmente sperimentale, le loro relazioni. E' anche troppo facile constatare che le parole prima citate hanno assunto e assumono significati e valori diversi, a seconda delle epoche, delle culture, delle zone geografiche (lo studio scientifico della storia delle religioni lo attesta ampiamente). La scienza non può prescindere dall'investigare prima la realtà nei suoi molteplici aspetti, per arrivare solo dopo, ed eventualmente, ad affermazioni di carattere universale. Meno che mai si avventurerebbe in affermazioni che non possono essere dimostrate in alcun modo (se Dio è inconoscibile scientificamente, come si potrebbe mai dimostrare la dipendenza dell'uomo da qualcosa o da qualcuno che non si può conoscere?).

In altre parole, l'invalicabilità dei limiti della scienza, la dipendenza dell'etica dalla religione, il bisogno di Dio, altrimenti c'è la perdizione e la mancanza di speranza, non sono verità scientifiche e non è scientifico il modo in cui il papa argomenta le sue "verità".

Con questo, non voglio dire che il papa non abbia il diritto di pensare e scrivere ciò che ritiene più opportuno per portare avanti la missione di cui si sente (ed è stato) investito. Tuttavia, non c'è persona meno adatta di un papa ad inaugurare l'anno accademico di un'istituzione dedicata alla scienza.

E' compito di chi difende il pensiero scientifico impegnarsi affinché siano smascherati in ogni sede i paralogismi e i dogmatismi, che, ammantati sotto l'aura della profondità filosofica, si tenta oggi sempre più spesso di spacciare per "scienza" (valga per tutti il tentativo di propagandare il creazionismo, o anche il disegno intelligente, come teorie alternative all'evoluzione).

Postilla del 16 gennaio

La protesta dei docenti e degli studenti dell'ateneo romano è sfociata in una crociata pubblica, dove tutto l'establishment politico e mediatico, con pochissime eccezioni e distinguo, si è schierato compatto contro quei barbari e intolleranti apostoli del laicismo, che hanno costretto il papa a rinunciare a intervenire di persona all'inaugurazione dell'anno accademico della Sapienza: l'ennesima occasione, se mai ce ne fosse stato bisogno, di ribadire la totale sudditanza dello Stato e del popolo italiano alla chiesa di Roma.

Ci fosse stato uno, nei vari notiziari che ho visto, che avesse sottolineato pubblicamente, o almeno lasciato intuire di aver compreso, il vero nodo della questione! Cioè l'inopportunità di chiamare la massima autorità della religione cattolica a inaugurare l'anno accademico di un'istituzione dedicata, almeno teoricamente, alla scienza.

Per capirsi meglio, la colpa principale di tutto ciò che è successo è a mio avviso del rettore della Sapienza, con la sua scelta improvvida di affidare la lectio magistralis al papa. Un errore altrettanto grave (dal mio punto di vista, ovviamente) ha fatto il papa ad accettare.

La presenza di Benedetto XVI a quella cerimonia avrebbe avuto un valore simbolico che non può essere taciuto: il papa non è una voce come le altre, non è un professore tra i tanti, ma è un'autorità religiosa e politica. Quell'inaugurazione avrebbe significato riportare simbolicamente la scienza sotto l'egida della religione, una cosa che per un laico è assolutamente intollerabile, anche senza scomodare il fantasma di Galileo.

Quale altro mezzo, se non la protesta pubblica, rimaneva a quei professori e studenti che si sono sentiti offesi dalla scelta del rettore, per manifestare la propria volontà di opporsi a un atto simbolico così lacerante? Limitarsi a disertare l'aula, in un'Italia come quella di oggi, dove i mezzi d'informazione sono totalmente asserviti alla propaganda religiosa, non avrebbe avuto alcuna rilevanza a livello d'opinione pubblica, sarebbe stato anzi visto come un eccentrico e isolato comportamento non meritevole di ulteriori chiarimenti.

In ogni caso, così come sono andate le cose, ancora una volta il pensiero laico esce amaramente sconfitto da questa vicenda. Grazie ai nostri politici bigotti e ai telegiornali, rimarrà in futuro l'idea che questo sia stato un giorno di oscurantismo e di intolleranza, in cui dei fanatici del laicismo hanno "impedito" al santo padre di distillare il suo verbo di saggezza a beneficio dei docenti e degli studenti della Sapienza. Nulla rimarrà, purtroppo, dell'idea che il pensiero religioso non dovrebbe mischiarsi con la scienza, essendone la completa negazione.

Commenti dei lettori

  1. Commento di Gabriele Romanato - 12/1/2008 ore 21,32

    Ti scrivo da cristiano e ti do pienamente ragione. Fede e scienza vanno tenute separate. La scienza con la fede finisce per diventare la caricatura di sè stessa, anzi spesso si è fatta strumento nelle mani di gente senza scrupoli. La fede è qualcosa di indimostrabile e nulla ha a che fare con la scienza (vedi Ockam), con cui non ha nulla in comune (con buona pace di De Chardin). Le polemiche non servono: basta disertare la cerimonia.
    Gesù diceva: date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio. questa istituzionalizzazione del cristianesimo sembra averlo dimenticato.
  2. Commento di Michele Diodati - 13/1/2008 ore 10,21

    Proprio per le ragioni che hai elencato, penso invece che la protesta nei confronti del rettore sia doverosa. Non basta disertare la cerimonia (non sarebbe poi disertata: c'è sempre qualcuno disposto a riempire i posti vuoti). Diverso sarebbe stato il caso, se il papa fosse stato invitato a parlare sui diritti umani e la pena di morte in una qualsiasi altra circostanza. Ma l'inaugurazione di un anno accademico che vede la presenza del papa ha un grande valore simbolico: indica una volontà di avvicinare, o addirittura sottoporre, la scienza alla religione, e questo è a mio avviso un clamoroso, e pericoloso, errore.
  3. Commento di Maria - 14/1/2008 ore 18,57

    Bell'esempio di democrazia.
    Scommetto che l'ultimo degli iman invece sarebbe il benvenuto!
    E voi questo insegnate?
    Complimenti!
  4. Commento di La pulce d'acqua - 17/1/2008 ore 14,04

    Maria, vorrei ricordarti che la democrazia è proprio questo.
    Democrazia è partecipazione ma la partecipazione non è seguire gli altri pedissequamente, ma discussione.
    Ai "miei tempi" si metteva tutto in discussione anche e sopratutto se stessi; su grandi temi come questo, non si può e non si deve soprassedere e accettare solo perché è il Papa, anzi è giusto discutere e se alla fine di una discussione si deve dire no, che no sia.
    Questa è democrazia.

    Forse non te ne rendi conto, ma è proprio con le frasi come quella che hai detto tu, che si accetterebbe chiunque solo e soltanto perché "è qualcuno", allora dovresti accettare anche l'Imam di cui parli, o andresti in contraddizione te stessa.

    Marco.
  5. Commento di Michele Diodati - 17/1/2008 ore 14,45

    Scrive Maria: "E voi questo insegnate?"

    Domanda: ma voi chi?

  6. Commento di carlo.corradini@alice.it - 23/1/2008 ore 23,20

    E'inevitabile essere"permeati"da qualcuno.Se siamo in grado
    scegliamo il male minore.I contestatori sono stati calcolati il 2%,questo non vuol dire che le loro ragioni
    fossero balzane,ma i numeri hanno valore in democrazia?
    Il citato Galileo era in minoranza.Allora cosa facciamo?
    Ogniuno usa il cervello che ha e dice la sua.Questa volta
    ha vinto,si fa per dire,il 2%.Magari è anche meglio.
    Confucio,ho letto,che mescolava perfettamente politica e
    religione.In effetti alcune indicazioni religiose si sono
    dimostrate storicamente utili,altre no.Sono maggiori le
    utili o le inutili?.Dato che per quanto concerne la creazione non ne verremo a capo e il nostro cervello ci darà una "preferenza"e non una spiegazione.E'più utile
    credere o non credere?Questa è l'unica domanda che serve
    nel nuovo millennio.
    carlo.corradini@alice.it

Articolo di Michele Diodati pubblicato il  12/1/2008 alle ore 9,59.

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