Il Pesa-Nervi

«Lei parla a vanvera, giovanotto!
No, penso a dei critici con la barba».

Napoli meravigliosa / 1

Stralci dal "Viaggio in Italia" di Goethe dedicati al soggiorno a Napoli del grande scrittore e intellettuale tedesco, che dimostrano come Napoli sia stata, in un passato neppure troppo lontano, un luogo di civiltà, di cultura e di bellezza senza uguali nel mondo.

Johann Wolfgang Goethe soggiornò a Napoli due volte, a distanza di qualche mese, nel 1787. Le sue descrizioni dei luoghi e del popolo napoletano sono inevitabilmente intrise del sentimentalismo tipico dei viaggiatori nordici della sua epoca, ma la finezza del grande intellettuale e poeta traspare al di là dei quadri di maniera tratteggiati dalla sua penna. Ci restituisce non solo l'immagine vivida di luoghi di impareggiabile bellezza, ma, soprattutto, il carattere di un popolo: la capacità dei napoletani di usare la ricchezza dell'ambiente naturale a proprio vantaggio, senza approfittare, senza distruggere, trovando il proprio posto in un'economia fatta di scambi fittissimi, nient'affatto povera perché capace di creare un ciclo produttivo virtuoso, in cui ognuno svolge una funzione utile alla collettività e, nonostante tutto, compie bene e fino in fondo il proprio lavoro.

La Napoli che Goethe ha conosciuto ricicla tutto fino all'inverosimile e questa capacità di riciclare, che i tragici roghi di rifiuti dei giorni nostri ci dicono forse irrimediabilmente perduta, si traduce in una vera ricchezza collettiva.

Sarei felice se le pagine su Napoli scritte da Goethe potessero stimolare chi oggi vive a Napoli a riscoprire quelle virtù, in modo da poter ricostruire la città e la vita collettiva su nuove (antiche) basi e dimostrare così al mondo che Napoli può essere una fucina di felicità, di civiltà e di cultura e non solo un luogo di desolazione e di malaffare.

Napoli, 25 febbraio 1787

Eccoci finalmente arrivati anche qui, con un viaggio felice e sotto buoni auspici. Quanto alla giornata d'oggi, vi basti che partimmo da Sant'Agata al levar del sole; alle nostre spalle soffiava forte il vento di nord-est che durò tutto il giorno, riuscendo solo nel pomeriggio a disperdere le nubi; abbiamo sofferto molto il freddo.

La strada attraversò e superò nuove colline vulcaniche, ove non mi parve notare che poche rocce calcaree. Giungemmo infine nella piana di Capua, e poco più oltre a Capua stessa, dove ci fermammo per il mezzodì. Nel pomeriggio una bella campagna uguale ci si schiuse dinanzi; la nostra via correva spaziosa tra campi di verde grano, simile a un tappeto e già alto una buona spanna. Nei campi sono piantati filari di pioppi, sfoltiti per servir di sostegno alle viti. Cosi si continua fin dentro Napoli: un suolo terso, deliziosamente soffice e ben lavorato, viti d'eccezionale altezza e robustezza, coi tralci fluttuanti di pioppo in pioppo a mo' di reti.

Alla nostra sinistra avevamo sempre il Vesuvio col suo poderoso fumacchio, e io gioivo tra me di poter finalmente contemplare quello straordinario spettacolo con i miei occhi. Il cielo era sempre più luminoso, e alla fine il sole picchiava con forza sul nostro abitacolo mobile. Man mano che ci avvicinavamo a Napoli l'atmosfera si faceva sempre più pura; ormai ci trovavamo davvero in un'altra terra. Le case dai tetti piatti ci annunziano la diversità del cielo, anche se all'interno non debbono esser molto comode. Tutti sciamano per la strada, tutti siedono al sole finché non cessa di splendere. Il napoletano è convinto d'avere per sé il paradiso e si fa un'idea ben triste delle terre del settentrione. «Sempre neve, case di legno, gran ignoranza, ma danari assai». Così si figurano il nostro stato; e per l'edificazione dell'intero popolo di Germania ho voluto annotare qui tale caratteristica.

La città stessa di Napoli si presenta piena d'allegria, di libertà, di vita; il re [Ferdinando IV di Borbone] va a caccia, la regina [Maria Carolina d'Austria, che partorì diciassette figli] è in attesa del lieto evento, e meglio di così non potrebbe andare.

Napoli, venerdì 26 febbraio

«Alla locanda del Sgr. Moriconi al Largo del Castello»: è questo l'indirizzo, non meno pomposo che accogliente, al quale potrebbero ora esserci recapitate lettere dalle quattro parti del mondo. Intorno al grande castello in riva al mare [Il Maschio Angioino] si stende una vasta spianata, che, pur essendo cinta di case da ogni lato, non è chiamata piazza, ma «largo», probabilmente fin dai tempi remoti in cui era ancora un campo non circoscritto. Su uno dei quattro lati sporge una grande casa d'angolo, e fu appunto in una spaziosa sala d'angolo che c'insediammo, godendo di bella e libera vista sul piazzale sempre animato. All'esterno un lungo balcone di ferro corre davanti a varie finestre, girando intorno all'angolo dell'edificio; se non fosse per il vento sferzante, non vorremmo mai staccarcene [la casa in cui fu alloggiato Goethe sorgeva dove si trova l'attuale galleria Umberto I].

La sala è vivacemente decorata e soprattutto il soffitto, con i suoi cento riquadri rabescati, ci avverte che siamo ormai vicini a Pompei e ad Ercolano. Sarebbe dunque un gran bell'ambiente, ma purtroppo non si vede ombra di focolare né di camino, mentre il febbraio si fa sentire anche qui. Io sentivo, proprio bisogno d'un po' di calore.

Mi portarono un treppiede, alto da terra abbastanza da potervi imporre comodamente le mani; v'era fissato sopra un braciere piatto, pieno di carbone dolce che ardeva adagio, sotto un liscio strato di cenere. Qui, conviene essere parsimoniosi, come già avevamo appreso a Roma. Di tanto in tanto, con l'anello d'una chiave, si toglie cautamente lo strato di cenere, così da ridare un poco d'aria alla parte superiore del carbone; l'impaziente che volesse invece smuovere le braci per qualche istante sentirebbe più caldo, ma il fuoco si spegnerebbe subito, e allora, sborsando una sommetta, bisognerebbe far riempire di nuovo la bacinella.

[segue didascalia]
Johann Heinrich Wilhelm Tischbein: "Goethe in der Campagna" (Francoforte, 164x206 cm.)

Ero alquanto indisposto e avrei desiderato assai qualche maggior comodità. Una stuoia di vimini servì a proteggermi dal gelido impiantito di mattonelle; le pellicce qui sono una rarità, sicché mi decisi a indossare una cappa da marinaio che avevamo portato con noi per bizzarria, e che invece mi fu davvero preziosa, soprattutto dopo che me la fui stretta al corpo con una cinghia delle valigie; mi facevo un buffo effetto, a metà fra il lupo di mare e il frate cappuccino, e Tischbein, tornando dall'aver visitato alcuni amici, non poté trattenersi dai ridere.

Napoli, 27 febbraio 1787

Ieri ho riposato per tutto il giorno, volendo curarmi da una lieve indisposizione, ma oggi ci siamo dati alla pazza gioia e abbiamo dedicato il nostro tempo a contemplare meravigliose bellezze. Si dica o racconti o dipinga quel che si vuole, ma qui ogni attesa è superata. Queste rive, golfi, insenature, il Vesuvio, la città coi suoi dintorni, i castelli, le ville! - Al tramonto andammo a visitare la grotta di Posillipo, nel momento in cui dall'altro lato entravano i raggi del sole declinante. Siano perdonati tutti coloro che a Napoli escono di senno! Ricordai pure con commozione mio padre, cui proprio le cose da me vedute oggi per la prima volta avevano lasciato un'impressione incancellabile. E così come si vuole che chi abbia visto uno spettro non possa più ritrovare l'allegria, si potrebbe dire all'opposto che mio padre non poté mai essere del tutto infelice, perché il suo pensiero tornava sempre a Napoli. Io, secondo il mio costume, conservo un'assoluta calma, e se vedo cose incredibili mi limito a spalancar tanto d'occhi.

Napoli, 1° marzo

Dare un resoconto di questa giornata non è cosa facile. (...) Una gita in mare fino a Pozzuoli, brevi e felici passeggiate in carrozza o a piedi attraverso il più prodigioso paese del mondo. Sotto il cielo più limpido il suolo più infido; macerie d'inconcepibile opulenza, smozzicate, sinistre; acque ribollenti, crepacci esalanti zolfo, montagne di scorie ribelli a ogni vegetazione, spazi brulli e desolati, e poi, d'improvviso, una verzura eternamente rigogliosa, che alligna dovunque può e s'innalza su tutta questa morte, cingendo stagni e rivi, affermandosi con superbi gruppi di querce perfino sui fianchi d'un antico cratere [la zona descritta da Goethe è quella dei Campi flegrei e delle solfatare di Pozzuoli].

Napoli, 3 marzo

(...) Oggi, 3 marzo, il cielo è coperto e soffia scirocco: tempo adatto per la corrispondenza. Gente di tutte le specie, bei cavalli e stranissimi pesci; qui, del resto, ne ho già visti a sazietà. Della posizione della città e delle sue meraviglie tanto spesso descritte e decantate, non farò motto. «Vedi Napoli e poi muori!» dicono qui.

Se nessun napoletano vuol andarsene dalla sua città, se poeti locali celebrano in grandiose iperboli l'incanto di questi siti, non si può fargliene carico, vi fossero anche due o tre Vesuvii nelle vicinanze. Qui non si riesce davvero a rimpiangere Roma; confrontata con questa grande apertura di cielo la capitale del mondo nella bassura dei Tevere appare come un vecchio convento in posizione sfavorevole.

(...) Oggi, come sempre di venerdì, s'è svolta la grande passeggiata dei nobili; tutti sfoggiano i loro equipaggi e specialmente i cavalli. Esemplari più eleganti di questi è impossibile vederne; per la prima volta in vita mia ho palpitato d'ammirazione per essi.

Napoli, 5 marzo

Abbiamo approfittato della seconda domenica di quaresima per fare un giro delle chiese. Così come a Roma tutto è estremamente serio, qui tutto invece è improntato ad allegria e a buon umore. Anche la scuola di pittura napoletana è qualcosa che si capisce solo a Napoli. Qui, per esempio, c'è da meravigliarsi nel vedere un'intera facciata di chiesa dipinta da cima a fondo, col Cristo sopra la porta in atto di cacciare dal tempio compratori e venditori, i quali, con graziose ed eleganti mosse di spavento, ruzzolano giù d'ambo i lati per i gradini. In un'altra chiesa lo spazio interno sovrastante l'ingresso è decorato a profusione da un affresco che rappresenta la cacciata d'Eliodoro. Luca Giordano dové far presto davvero per riempire una simile superficie! Anche il pulpito non è, come sempre altrove, una cattedra, un seggio destinato a una sola persona, bensì una galleria, sulla quale vidi un frate cappuccino camminare avanti e indietro rampognando i fedeli, ora dall'una ora dall'altra estremità, per la loro vita peccaminosa. Quante cose non avrei da raccontarvi!

Ma quello che non si può raccontare né descrivere è la magnificenza d'una notte di plenilunio, quale l'abbiamo goduta vagando per vie e per piazze, sull'interminabile passeggiata di Chiaja e poi su e giù lungo la riviera. Qui si ha veramente la sensazione dell'infinità dello spazio. Senza dubbio, vale la pena di sognare così.

Debbo darvi qualche breve ragguaglio di carattere generale circa un uomo egregio che ho conosciuto in questi giorni: il cavalier Filangieri, noto per il suo libro sulle legislazioni. Egli fa parte di quei giovani degni di stima che hanno di mira la felicità degli uomini, non disgiunta da un'onorevole libertà. Dal suo contegno traspare il decoro del soldato, del cavaliere e dell'uomo di mondo, temperato però dall'espressione d'un delicato senso morale diffuso in tutto il suo essere e che emana bellamente dalla parola e dal gesto. È profondamente rispettoso del suo re e del reame, benché non approvi tutto ciò che vi accade; condivide però i timori riguardanti Giuseppe II. L'immagine d'un despota, pur se aleggi soltanto nell'aria, impaurisce gli uomini dabbene. Mi parlò con grande schiettezza dei motivi per i quali si ha ragione di temerlo a Napoli. Discorre volentieri di Montesquieu, di Beccaria e anche delle proprie opere, sempre nel medesimo spirito di buona volontà e con vivo slancio giovanile per il ben fare. Non credo abbia ancora toccato la quarantina.

Egli non tardò a intrattenermi su uno scrittore d'altri tempi, nella cui insondabile profondità questi moderni italiani amici delle leggi trovano edificazione e conforto; il suo nome è Giovan Battista Vico, e lo tengono per superiore a Montesquieu. Da una rapida scorsa al suo libro, che mi fu consegnato come una reliquia, ho avuto l'impressione che vi siano esposti sibillini presagi del bene e del giusto, il cui avvento è previsto, o prevedibile, sulla base di severe meditazioni intorno a ciò che ci è stato tramandato e a ciò che vive. È molto bello per un popolo possedere un tal patriarca; un giorno i tedeschi avranno in Hamann un breviario non dissimile.

Articolo di Michele Diodati pubblicato il  6/2/2008 alle ore 16,20.

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