Il Pesa-Nervi

«Lei parla a vanvera, giovanotto!
No, penso a dei critici con la barba».

Napoli meravigliosa / 2

Stralci dal "Viaggio in Italia" di Goethe dedicati al soggiorno a Napoli del grande scrittore e intellettuale tedesco, che dimostrano come Napoli sia stata, in un passato neppure troppo lontano, un luogo di civiltà, di cultura e di bellezza senza uguali nel mondo.

Eccoci alla seconda puntata di questa piccola operazione di recupero della memoria lanciata dal Pesa-Nervi (la prima è qui). Invito il lettore a riflettere su due aspetti positivi della napoletanità, sapientemente colti dalle osservazioni di Goethe. Il primo è la geniale strategia dei bambini raccolti in cerchio con le palme delle mani in terra, per carpire e godere il calore residuo, conservato dal lastricato della strada sulla quale un fabbro aveva appena applicato un cerchione a una ruota di carro. Il secondo è la capacità di divertirsi e ridere di se stessi, che hanno (avevano) anche le persone colte, come i convitati nella casa del marchese Venuti, intenti a impiastricciarsi reciprocamente i volti di colore, nel tentativo di imitare comicamente il pittore Tischbein.

Goethe rimane giustamente sorpreso di queste capacità non comuni, che sono il frutto di una saggezza innata, stratificatasi nei secoli in una popolazione abituata a godere la ricchezza di un ambiente che sa essere generosissimo, se solo lo si usa con moderazione, senza depredarlo e svilirlo. Che fine ha fatto quest'antica sapienza dei napoletani?

Napoli, 9 marzo

[segue didascalia]
Yellow flowers and Vesuvio (PhotoLab XL).

Oggi col principe von Waldeck andammo a Capodimonte, dove si trova la grande collezione di quadri, monete ecc.: mediocremente ordinata, ma ricca di cose di pregio. Sempre più si precisano e si rafforzano in me tante idee intorno alla tradizione. Quelle monete, gemme, vasi, che ci giungono al Nord sporadicamente, allo stesso modo delle pianticelle di limone svettate, veduti qui in massa, dove tali tesori sono per così dire di casa, hanno un aspetto del tutto diverso: giacché là dove le opere d'arte scarseggiano è la rarità a dar valore, mentre qui s'impara a stimare soltanto ciò che è meritevole.

Al momento si pagano grosse somme per i vasi etruschi, e senza dubbio vi sono tra essi pezzi belli o bellissimi; non c'è viaggiatore che non aspiri a possederne uno. E poiché qui si fa minor conto del danaro che non in patria, temo di cadere anch'io in tentazione.

Napoli, domenica 11 marzo 1787

Poiché il mio soggiorno a Napoli non si prolungherà molto, ho deciso di cominciare dai punti più distanti; per i più vicini non c'è difficoltà. Mi sono recato con Tischbein a Pompei, ammirando a destra e a sinistra tutte quelle magnifiche viste già note a noi grazie ai pittori di paesaggi, e che ora ci si presentavano nel loro splendido insieme. Con la sua piccolezza e angustia di spazio, Pompei è una sorpresa per qualunque visitatore: strade strette ma diritte e fiancheggiate da marciapiedi, casette senza finestre, stanze riceventi luce dai cortili e dai loggiati attraverso le porte che vi si aprono; gli stessi pubblici edifizi, la panchina presso la porta della città, il tempio e una villa nelle vicinanze, simili più a modellini e a case di bambola che a vere case. Ma tutto, stanze, corridoi, loggiati, è dipinto nei più vivaci colori: le pareti sono monocrome e hanno al centro una pittura eseguita alla perfezione, oggi però quasi sempre asportata; agli angoli e alle estremità, lievi e leggiadri arabeschi, da cui si svolgono graziose figure di bimbi e di ninfe, mentre in altri punti belve e animali domestici sbucano da grandi viluppi di fiori. E la desolazione che oggi si stende su una città sepolta dapprima da una pioggia di lapilli e di cenere, poi saccheggiata dagli scavatori, pure attesta ancora il gusto artistico e la gioia di vivere d'un intero popolo, gusto e gioia di cui oggi nemmeno l'amatore più appassionato ha alcuna idea, né sentimento, né bisogno.

E' chiaro, se si pensa quanto dista la città dal Vesuvio, che la massa vulcanica seppellitrice non poté esser spinta fin qui da un'esplosione né da un turbine di vento; c'è da pensare piuttosto che lapilli e cenere abbiano volteggiato per un certo tempo a guisa di nuvole, finché si abbatterono sulla sventurata località.

Se vogliamo rappresentarci l'evento in modo ancor più concreto, immaginiamoci un villaggio montano sepolto sotto la neve. Gli spazi fra casa e casa e le stesse case schiantate sono stati completamente riempiti, ma certe strutture murarie hanno continuato a sporgere dal suolo anche quando la collina, prima o poi, fu piantata a vigne e a orti. Certamente, perciò, più d'un proprietario, scavando il suo terreno, ha potuto fare un bel raccolto. Parecchie stanze sono state trovate vuote, e negli angoli dell'una o dell'altra mucchi di cenere celavano piccole suppellettili e oggetti d'arte.

Ci detergemmo lo spirito dall'impressione straordinaria, e fino a un certo punto deprimente, di quella città mummificata, consumando un frugale pasto sotto il pergolato d'una piccola osteria in riva al mare, deliziati dal cielo azzurro, dalle luci e dai bagliori marini, e nella speranza, il giorno che questo posticino sarà tutto coperto di pampini, di ritrovarci ancora qui per godere le medesime delizie.

Tornando verso la città mi colpì di nuovo la vista delle piccole case, che sembrano fedeli riproduzioni di quelle pompeiane. Chiedemmo il permesso di visitarne una, e la trovammo assai lindamente arredata: graziose sedie intrecciate di vimini, un cassettone dorato, adorno di fiori variopinti e laccato; talché, dopo tanti secoli e infiniti mutamenti, si direbbe che questa contrada continui a ispirare ai suoi abitatori non dissimili costumi e modi di vita, inclinazioni, preferenze.

Napoli, lunedì 12 marzo

Oggi andai in giro a mio modo per la città e osservai diverse cose che intendo descrivere a suo tempo e su cui per il momento non posso dir nulla. Tutto induce a credere che una terra felice come questa, dove ogni elementare bisogno si trova copiosamente soddisfatto, produca anche gente d'indole felice, capace d'aspettare flemmaticamente dall'indomani ciò che le ha portato l'oggi e di vivere, quindi, senza pensieri. Appagamento istantaneo, moderato godimento, lieta sopportazione d'effimeri mali! - Ecco un gustoso esempio di quest'ultima capacità.

La mattina era fredda e umidiccia, era piovuto un po'. Arrivai in una piazza lastricata di grandi blocchi di pietra che sembravano accuratamente puliti con la scopa. Con mia meraviglia, su quel terreno liscio e uguale, vidi accoccolati in circolo un gruppo di ragazzetti cenciosi con le palme delle mani rivolte verso terra, come se stessero scaldandosi. Pensai dapprima a una burla, ma, nel vederli seri e tranquilli in viso come per un bisogno esaudito, mi stillai quanto più possibile il cervello, senza però venire a capo del mistero. Mi decisi allora a chiedere il perché della strana posa di quegli scimmiotti, tutti così ben radunati in circolo.

Seppi allora che in quel punto un fabbro del quartiere aveva arroventato il cerchione d'una ruota, operazione che si svolge come segue. Il tondo di ferro viene posto sul terreno, e tutt'in giro lo si ricopre di trucioli di legno di quercia, nella quantità ritenuta necessaria a renderlo malleabile quanto occorre. Una volta che tutta la legna sia arsa, il cerchione viene applicato intorno alla ruota, e si spazza via con cura la cenere. Del calore comunicato al lastrico s'affrettano a godere i piccoli Uroni [Goethe paragona i piccoli napoletani ai selvaggi indiani che popolavano le rive del lago Huron in America, ma c'è in questo paragone - considerata l'epoca - più bonomia che razzismo], e non si scostano d'un passo prima d'aver assorbito il tepore fino all'ultimo soffio. Di tali esempi di parsimonia e attenzione nel profittare di ciò che altrimenti andrebbe perduto, ve ne sono qui a bizzeffe. Riscontro in questo popolo un'industriosità sommamente viva e accorta, al fine non già d'arricchirsi ma di vivere senz'affanni.

Napoli, 13 marzo 1787

Domenica andammo a Pompei. - Molte sciagure sono accadute nel mondo, ma poche hanno procurato altrettanta gioia alla posterità. Credo sia difficile vedere qualcosa di più interessante. Le case sono piccole e anguste, ma tutte contengono all'interno elegantissime pitture. Notevole la porta cittadina, con l'attiguo sepolcreto; la tomba d'una sacerdotessa è a forma di panca semicircolare, con una spalliera di pietra dov'è incisa un'iscrizione in lettere capitali. Guardando oltre la spalliera si vede il mare e il sole al tramonto. Un posto mirabile, degno di sereni pensieri.

Trovammo lì una simpatica e allegra comitiva di napoletani, gente molto schietta e d'umor lieto. Pranzammo a Torre Annunziata, con la tavola disposta proprio in riva al mare. La giornata era bellissima, si scorgeva da vicino il delizioso panorama di Castellammare e di Sorrento. Tutti coloro erano felici d'abitare in quei luoghi; alcuni affermavano che senza la vista del mare sarebbe impossibile vivere. A me basta che quell'immagine rimanga nel mio spirito, e tornerò volentieri, quando sarà il momento, nel mio montuoso paese.

Per fortuna v'è qui un pittore paesaggista assai scrupoloso [si tratta di Christoph Heinrich Kniep], che sa trasfondere nei suoi disegni il sentimento di questi sereni e opulenti paraggi. Egli ha già fatto alcuni lavori per me.

(...) Qui tutti sono gentili con me, anche se proprio non servo loro a nulla; maggiori soddisfazioni traggono invece da Tischbein, che ogni sera disegna di getto alcune teste in grandezza naturale; ed essi, nel vederle e nel commentarle, gesticolano come neozelandesi all'appressarsi d'un vascello da guerra. Eccovi in proposito un divertente episodio.

Bisogna sapere che Tischbein è bravissimo nello schizzare a penna figure di divinità e di eroi, in grandezza naturale o maggiore del vero. Insiste poco nel tratteggiare, ma poi con un grosso pennello ombreggia largamente le teste, così da dar loro un energico rilievo. I presenti guardavano con ammirazione e grande diletto la facilità con cui egli procedeva, e tutt'a un tratto furono presi dal prurito d'imitare quella tecnica; diedero di piglio ai pennelli... e si dipinsero a vicenda le barbe, imbrattandosi i volti. Non vien da pensare a una manifestazione di primitività umana? E ciò avveniva tra gente colta, in casa d'un uomo tutt'altro che inesperto della pittura e del disegno [la casa era quella del marchese Venuti]. No, di questa schiatta di gente non ci si può fare un'idea se non la si è vista.

Articolo di Michele Diodati pubblicato il  6/2/2008 alle ore 16,58.

Indice del Pesa-Nervi | Diodati.org

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