Il Pesa-Nervi

«Lei parla a vanvera, giovanotto!
No, penso a dei critici con la barba».

Napoli meravigliosa / 4

Stralci dal "Viaggio in Italia" di Goethe dedicati al soggiorno a Napoli del grande scrittore e intellettuale tedesco, che dimostrano come Napoli sia stata, in un passato neppure troppo lontano, un luogo di civiltà, di cultura e di bellezza senza uguali nel mondo.

Quarta puntata del diario di Goethe dedicato a Napoli e ai napoletani e, più in generale, alle bellezze della Campania (vedi anche la prima, la seconda e la la terza).

Napoli, martedì 20 marzo 1787

[segue didascalia]
Paesaggio cittadino napoletano, alla fine dell'800 (dal sito Old Pictures).

La notizia che una nuova colata di lava, non visibile da Napoli, stava scendendo verso Ottajano, mi stimolò ad ascendere per la terza volta il Vesuvio. Quando, ai piedi del vulcano, smontai dal mio calesse a due ruote e a un cavallo, erano ad aspettarmi i due uomini che ci avevano già fatto da guida. Non rinunciai a nessuno dei due: il primo lo presi per abitudine e riconoscenza, il secondo perché me ne fidavo, ed entrambi per maggior comodità.

Compiuta che ebbimo la salita, uno rimase a custodia dei mantelli e delle vettovaglie, l'altro mi seguì,
e ci dirigemmo impavidi verso un formidabile getto di vapore che usciva dalla montagna, più in basso del cratere; scendemmo poi alquanto lungo il fianco del cono, finché nell'aria limpida potemmo vedere la lava sgorgante dalla paurosa nube di fumo.

Si può ben aver udito parlare mille volte d'un fenomeno, ma il suo vero carattere non si percepisce che vedendolo nell'immediata realtà. Il getto di lava era stretto, non più di dieci piedi in larghezza, ma impressionante era il modo con cui scendeva per un tratto liscio e in lieve pendio; scorrendo, infatti, la lava si raffredda sui lati e alla superficie esterna, e forma un canale che s'innalza sempre più, perché il materiale fuso si consolida anche sotto il torrente infocato, il quale proietta uniformemente in basso, verso destra e verso sinistra, le scorie che gli galleggiano sopra; così a poco a poco si ammucchia un argine, lungo il quale la colata scorre placida come la roggia d'un mulino. Mentre noi camminavamo lungo quest'argine notevolmente alto, ai suoi lati le scorie rotolavano con regolarità fino ai nostri piedi. Attraverso alcune fessure del canale potevamo osservare dal basso il torrente di fuoco, e poi, man mano ch'esso scendeva, anche dall'alto.

Nel sole fulgido la massa incandescente assumeva una tinta fosca; una tenue fumosità saliva nell'aria pura. Mi prese il desiderio d'avvicinarmi al punto donde la lava esce dal vulcano; lì, disse la guida, essa si ricopriva istantaneamente di una volta e di un tetto, sul quale egli aveva spesso sostato. Per vedere e verificare anche questo fenomeno risalimmo la montagna, proponendoci di raggiungere il punto da dietro. Per buona sorte vi arrivammo quando un forte vento aveva spazzato l'aria, anche se non completamente, poiché tutt'intorno da mille fessure sbuffava il vapore; ora però ci trovavamo davvero su quel coperchio, simile a una poltiglia capricciosamente indurita, che però si protendeva tanto in avanti da non lasciarci vedere il flusso della lava.

Tentammo di fare ancora qualche decina di passi, ma il suolo si faceva sempre più caldo; un fumo impenetrabile ci turbinava intorno, oscurando il sole e soffocandoci. La guida, che mi precedeva, tornò indietro di corsa, mi afferrò per un braccio e ci sottraemmo in fretta a quel diabolico fumo.

Dopo esserci ristorati gli occhi col panorama, la bocca e il petto col vino, facemmo un giro per osservare altre eventuali manifestazioni di questa cima infernale, troneggiante al centro d'un paradiso. Con nuova attenzione contemplai alcuni baratri, quasi dei canali del vulcano, dai quali non usciva fumo bensì un impetuoso, incessante getto d'aria arroventata. Vidi ch'erano tappezzati di un materiale simile a stalattite, a forma di mammelle e di zaffi, che li rivestiva fino alla cima. Grazie alle disuguaglianze dei camini, parecchie di quelle sporgenze originate dal sedimento dei vapori si trovavano abbastanza alla nostra portata, così che potemmo staccarle con i bastoni e altri arnesi uncinati. Io, che avevo già trovato dal venditore di lave esemplari analoghi, rubricati come lave vere e proprie, mi compiacqui d'aver scoperto che si trattava invece di fuliggine vulcanica, che, depositata dalle esalazioni calde, lascia vedere all'interno particelle di minerale volatilizzato.

Un superbo tramonto, una sera celestiale deliziarono il mio ritorno; ma sentivo chiaramente l'effetto sconvolgente di quel mostruoso contrasto. La terribilità contrapposta al bello, il bello alla terribilità: l'uno e l'altra si annullano a vicenda, e ne risulta un sentimento d'indifferenza. I napoletani sarebbero senza dubbio diversi se non si sentissero costretti fra Dio e Satana.

Napoli, 22 marzo 1787

Non fosse per l'influsso dell'indole tedesca e per il desiderio d'imparare e di fare più che di godere, preferirei attardarmi ancora per un po' di tempo in questa scuola della vita facile e lieta e giovarmene più a lungo. È piacevole star qui, purché ci si possa assicurare un minimo d'agio. La posizione della città, la dolcezza del clima non saranno mai abbastanza lodate; questo però è quasi tutto ciò su cui può far conto lo straniero.

Naturalmente chi dispone di tempo, di senso pratico e di danaro può accomodarsi anche qui con larghezza e soddisfazione. È il caso di Hamilton, che s'è fatto qui un gran bel nido e ne gode sul declinare dei suoi giorni. Le sue stanze, che ha fatto arredare secondo il gusto inglese, sono deliziose, e da quella d'angolo la vista può dirsi senza uguali: ai nostri piedi il mare, di fronte Capri, a destra Posillipo, sul fianco la passeggiata della Villa Reale, a sinistra un vecchio palazzo dei Gesuiti e, più lontano, la costa di Sorrento fino al Capo Minerva. Difficilmente si troverebbe qualcosa di somigliante in Europa, almeno nel cuore d'una grande città popolosa. (...)

Napoli, 23 marzo 1787

Seduti nel nostro calessino, di cui tenevamo a vicenda le redini, avendo un rozzo e simpatico raganotto alle nostre spalle, percorremmo la bellissima regione, alla quale l'occhio pittorico di Kniep non cessava di render omaggio. Raggiunta la gola chiusa fra le montagne, l'attraversammo a gran corsa su uno stradale liscio e veloce, costeggiando magnifici boschi e rocce; e quando, nella contrada della Cava [Cava de' Tirreni, non lontano da Salerno], vedemmo stagliarsi dinanzi a noi nel cielo un monte stupendo [è il monte S. Liberatore], Kniep non poté tenersi dal fissarne sulla carta uno schizzo, caratterizzandone con nettezza sia i fianchi che la base. Ce ne compiacemmo entrambi, considerandolo la prima prova tangibile del nostro sodalizio.

La sera, dalle finestre di Salerno, eseguimmo un altro disegno di quella località incredibilmente amena e ferace, che mi risparmierà ulteriori descrizioni. Chi non sarebbe stato incline a studiare lì, nei bei tempi in cui fioriva l'alta Scuola [il riferimento è all'antichissima scuola medica salernitana, fondata nel 1050]? L'indomani, di primo mattino, su strade pessime e sovente paludose, ci dirigemmo verso due montagne di bell'aspetto, procedendo tra rivi e fiumane da cui ci fissavano trucemente gli occhi sanguigni di bufali simili ad ippopotami.

La campagna si faceva sempre più piatta e solitaria, le rare case attestavano una misera agricoltura. Finalmente, incerti se stessimo avanzando tra rupi o macerie, finimmo col riconoscere in alcune grandi, lunghe masse quadrangolari che avevamo già avvistate di lontano, i templi e i monumenti superstiti di un'antica, fiorente città. Kniep, che strada facendo aveva ritratto le due pittoresche montagne calcaree, s'affrettò a ricercare un punto donde quel paesaggio tutt'altro che pittoresco potesse venir colto e raffigurato nel suo carattere peculiare.

[Tempio di Paestum]Io, intanto, guidato da un paesano, giravo tra i ruderi; e la prima impressione non poteva essere che di sbigottimento. Mi trovavo in un mondo che parlava un linguaggio del tutto sconosciuto. Così come nel loro cammino i secoli procedono dalla severità verso la gradevolezza, nella medesima guisa plasmano l'uomo, o per dir meglio lo generano; talché i nostri occhi, e per essi tutto il nostro intimo, provano un'attrazione così spiccata e decisa verso strutture più agili, che codeste masse di colonne tozze, coniche, fittamente accostate, ci appaiono opprimenti o addirittura terrificanti [Goethe era sconcertato dall'imponente architettura dei templi dorici di Paestum]. Ma il mio sconcerto durò poco; ripensai alla storia delle arti, considerai l'epoca il cui spirito si confaceva a tali costruzioni, ricordai lo stile austero della scultura, e in meno d'un'ora mi sentivo già familiare e perfino riconoscente verso il buon genio che consentiva ai miei occhi di vedere quelle rovine tanto ben conservate; ché le riproduzioni non possono darcene un'idea. Nell'alzato architettonico, infatti, esse appaiono più snelle, nella rappresentazione prospettica più goffe di quanto sono in realtà, e solo camminando intorno e in mezzo ad esse si comunica loro la nostra vita; se ne sente emanare il soffio vitale che l'architetto aveva concepito, anzi aveva infuso in esse. E così trascorsi l'intera giornata, mentre Kniep non cessava dal disegnare profili accuratissimi. Che gioia mi dava l'essere affatto tranquillo su quel punto e possedere, per il mio ricordo, documenti così sicuri! Purtroppo non c'era modo di pernottare colà; ritornammo a Salerno e il mattino dopo partimmo di buon'ora per Napoli. Davanti a noi il clivo posteriore del Vesuvio, in mezzo alla plaga più ubertosa; lungo la strada, in primo piano, pioppi colossali come piramidi: un'altra bella immagine, che grazie a una breve sosta potemmo far nostra.

Arrivammo a un punto elevato, e un panorama grandioso si spiegò dinanzi a noi. Napoli nella sua magnificenza, case affacciate per miglia e miglia sulla riva pianeggiante del golfo, promontori, lingue di terra, rocce a picco, e poi le isole e il mare nello sfondo: una vista incantevole.

Un canto selvaggio, o piuttosto un grido, un ululato di gioia, proruppe dal ragazzo alle nostre spalle, facendomi sobbalzare sgomento. Lo apostrofai con asprezza, ed era la prima volta che gli movevamo un rimprovero, da quel buon figliuolo che era.

Per qualche istante egli restò immobile, poi mi batté piano sulla spalla, allungò il braccio destro coll'indice proteso fra noi due e disse: «Signor, perdonate! Questa è la mia patria!». E io non potei che trasecolare di bel nuovo. Qualcosa di simile a una lacrima spuntò nei miei occhi di povero nordico!

Napoli, 25 marzo 1787, Annunciazione di Maria

(...) Fissammo un convegno, che mi consenti di godere uno dei più bei panorami di Napoli. Egli [Kniep] mi condusse a una casa dal tetto a terrazza; da questo si aveva l'intera visione della città bassa verso íl molo nonché del golfo e della costiera sorrentina, mentre la parte rimanente, sulla destra, sembrava spostarsi con un effetto singolare, quale difficilmente si sarebbe presentato da un'altra posizione. Napoli è bella, bellissima in ogni suo punto.

Napoli, 26 marzo 1787

(...) Poco fa venne a trovarmi il marchese Berio, un giovane, a quanto sembra, molto istruito. Teneva a conoscere anche l'autore del Werther [Goethe, appunto]. Qui c'è in genere grande richiesta e desiderio di cultura e di sapere; solo che vivono troppo felici per poter imboccare la strada giusta. Se avessi più tempo, lo dedicherei volentieri a loro. Che cosa sono state queste quattro settimane, di fronte all'immensità della vita!

Articolo di Michele Diodati pubblicato il  6/2/2008 alle ore 19,06.

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